Carla Dondi al signor Praték (Lettere delle eroine, 14)

by

duomo1jpgpopup-1--1762918_0x440

di Andrea Donaera

[Le Regole del gioco].

Caro signor Praték, io non dormo più.

Caro signor Praték, mi scusi, che comincio così, è un poco un’ossessione questa cosa oramai, del dormire, ma io, veramente, non dormo più, che, mi voglio spiegare, mi deve credere, la notte mi metto, lì, nel letto, e dopo non so quante ore avviene come uno svenimento, che dura due, massimo tre ore, poi suona la sveglia, che la sveglia, signor Praték, una roba, che quel suono è il suono del mio dolore, diciamo, mi voglio spiegare, che se volessi dare un suono ai sentimenti, per esempio, l’allegria è la voce del gelataio col carretto, quello di piazza Duomo, la stanchezza, per esempio, gli affanni delle signore quando salgono sul tram con non so quante buste e pacchi e figli, il dolore, invece, ecco, il suono della sveglia, che ogni mattina, una cosa che proprio.

Ma la questione, insomma, il motivo, che le scrivo, signor Praték. Che io non dormo più, è il problema, ecco, e io non dormo più, mi scusi, mi voglio spiegare, io non dormo più per colpa sua, ecco. Colpa sua nel senso non che lei mi impedisce di dormire, come dire, fisicamente, no, il fatto è che, signor Praték, da quando quella mattina, nell’ufficio suo, che mi aveva detto «Carla, spolvera la scrivania», che insomma, io non so, forse lei nemmeno se n’è reso conto fino a quando non ho urlato, e sono corsa via, così dice mamma, per esempio, che lei non si è reso conto, che anzi, dice mamma, io non sono grata, che anzi, dice, io dovrei sentirmi grata, e pensarci, insomma, a certe cose, ma insomma, mi voglio spiegare, lei con quelle mani che, una cosa che proprio, me le sono sentite una sulla nuca, una su un fianco, quelle mani, signor Praték, e poi non lo so dov’è che sono andate a finire, quelle mani, lei sulle mani ha tutti quei peli, e quelle dita così, non so, proprio le ossa che si vedono, io mi voglio spiegare, e voglio pure essere sincera, io non dormo più che quelle mani, la notte, nel letto, le sento, ovunque, che mi prendono, che mi toccano, che è una cosa tipo che sto in una grotta piena di non so, di animali, di insetti, io poi la mattina, veramente, signor Praték, venire lì, in ufficio, battere a macchina, e poi vederla, veramente, una fatica, anzi, un dolore, che proprio, la sveglia mi risuona nella testa, poi, tutto il giorno, tutto.

E allora, niente, io, niente, mi è rimasta questa cosa, che nella vita, sono una ragazza, ma nella vita mi sembra di starci da un sacco, e mi sembra che in tutto questo sacco di vita io non ci ho messo dentro niente, che mi sembra che tutti i giorni è una roba uguale, negli uffici, a battere a macchina, a spolverare, e negli occhi, signor Praték, sempre lei, veramente, che ora, che la rileggo, questa cosa che ho scritto, sembra una cosa di quelle che si dicono gli innamorati, che si ha sempre qualcuno negli occhi, ma io no, questa è un’altra cosa, è come il povero babbo, che prima d’esser morto guardava qualcosa, che noi non vedevamo, e diceva che aveva la sua mamma negli occhi, ecco, era uno che stava morendo, il povero babbo, e stava impazzendo, prima di morire, e insomma, eccomi qua, che io pure, mi sembra che sto impazzendo, mi sembra che sto morendo, e allora io, signor Praték, io non lo so se questa lettera gliela farò mai avere, che la mamma dice che no, che il lavoro, è meglio star zitti, che il lavoro, ma io penso che c’è bisogno che lei sappia, che lei e le sue mani, quegli animali strani, vi siete, non so, vi siete presi una cosa che non è vostra, e cioè la mia vita, che la vita, invece, io le persone, le vedo, le ragazze che mangiano il gelato, le signore, pure, affannate, chiunque, per chiunque, mi sembra, la vita è un’altra cosa.

Io non dormo più, signor Praték. La notte, sul letto, seduta, mi sfilo le calze nere, mi sembra che non ci sono più, e allora mi cerco un po’, tutta, con le mani, pure un poco con la bocca. Che questo mi è rimasto. Mi tocco, mi strofino, e ho voglia di piangere, però poi, niente, tiro il collo all’indietro ed ecco tutto.

Grazie per la sua attenzione, signor Praték. Scusi se da domani non mi vede più, ma insomma.

Carla Dondi

[Se non conoscete La ragazza carla, breve romanzo in versi di Elio Pagliarani, non conoscete una delle opere più belle e limpide del Novecento italiano. Potreste trovare di seconda mano l’Oscar Mondadori La ragazza Carla e altre poesie, oppure procurarvi il volume Tutte le poesie pubblicato da Garzanti. Non so nulla del film La ragazza Carla, regia di Alberto Saibene: non l’ho visto].

Tag: ,

6 Risposte to “Carla Dondi al signor Praték (Lettere delle eroine, 14)”

  1. acabarra59 Says:

    “ Senza data [1981] – Negli anni Sessanta la ragazza Carla dormiva / e guai a svegliarla la ragazza Carla / negli anni Ottanta la ragazza Carla sta sempre / sveglia è un tipo sveglio la ragazza Carla / e parla parla parla parla parla parla parla. “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  2. Ma.Ma. Says:

    …che bella!

  3. dm Says:

    Che sorpresa. (Pagliarani è da sempre, cioè da quando sono un lettore adulto, uno dei miei santi poeti).
    Forse il tono è un tantino più in alto di quello di Carla (più vicino a quello del narratore, che nomina le cose con coscienza). È una Carla meno ragazza, ma pur sempre Carla… In ogni caso buona idea – complimenti.

  4. Maurizio Marzano Says:

    Ricordi di una Milano sparita

    Questa immagine mi scatena mille ricordi di una Piazza del Duomo che non esiste più.

    Il cuore meneghino pulsava giorno e notte delle mille luci colorate dei neon delle “réclame” che animavano la piazza nelle lunghe notti invernali milanesi.

    Pensare di rivederle sfavillare di fronte alla cattedrale oggi è impossibile, ma all’epoca della mia infanzia – negli anni ’60 e ’70 – davano un aspetto molto internazionale alla piazza.

    Sembrava di essere in Piccadilly Circus a Londra o nella Fifth Avenue a New York e tutto ciò ci faceva sentire tanto “cittadini del mondo” integrati nel benessere.

    Noi e i nostri genitori assaporavamo, anche in questo modo, quel “miracolo economico” tanto pervicacemente da loro voluto e conquistato con il duro lavoro, dopo essersi faticosamente rialzati da una lunga e sanguinosa guerra fratricida.

    In quei momenti tutto si poteva giustificare e tollerare in nome del progresso, anche le mille sfavillanti luci colorate delle “réclame” al neon in Piazza del Duomo a Milano…

  5. Giulio Mozzi Says:

    Maurizio: hai presente Luna e gnac, nel Marcovaldo di Italo Calvino? (Vedi).

  6. Ezio Says:

    Oh, Carla!

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...