Turandot a Calaf (Lettere delle eroine, 13)

by
Anna May Wong nella parte di Turandot, 1925

Anna May Wong nella parte di Turandot, 1925

di Stefano Serri

[Le Regole del gioco]

Mio senza-nome amato, mio principe mistero,
giovane che ho stregato, figlio di uno straniero,
estatico forestiero, mio ragazzo demente,
sole senza regno, tartaro fuggente,
generoso e feroce, incauto e furente,
sposo di sangue regio e sopra me imperante,
anonimo pretendente, innamorato sordo,
eroe dei tre quesiti, artefice di un quarto,
tu che troppo hai sofferto e che insegui la sorte,
scioglitore degli enigmi, straniero ebbro di morte,
figlio creduto estinto e infine ritrovato,
esule per la corona, giovane perseguitato,
audace insordito, intontito, allucinato,
crudo e spietato e feroce martirio,
eroe delle favole, tutta febbre e delirio,
signore solo al mondo e senza più sorriso,
principe immobile inchiodato al suo destino,
tu scrutatore di astri, questuante di albe nuove,
enigmista temerario, insonne sognatore,
ritornello del mio cuore, ritorno dell’amore,
mio Calaf disvelato e infine nominato:
hai avuto questi e molti, molti altri nomi; novantanove forse, come si addice a un dio. Ma è nell’estremo, il centesimo, indicibile, è lì che ho trovato il tuo-nome-mio.

Insonnia senza stelle all’orizzonte e senza nessuna melodia da dipanare; nessun urlo, silenzio sordo. Notte e nient’altro. Soltanto io li sento, tutti quei morti? Vanno avanti e indietro a ributtarmi addosso il mio torto passato. Mi propongono ininterrottamente indovinelli; ripetono nel sogno i miei quesiti; rispondi «speranza» o «ragione», rispondi «sangue» oppure «arte»: morirai comunque. Mentre loro pronunciano gli enigmi che tu hai risolto, vorrei non conoscerne le soluzioni, fingere silenzio, stare muta per farmi una buona volta giustiziare da quei – cento? mille? Se si parla di vite, cosa importa una cifra? Ma il tragico, senza alcun numero, non sa più esprimersi. Quando mi sveglio, ancora loro: interrogano. Vogliono sapere se ne conosco il nome. Non li conosco tutti. Alcuni erano nobili; di un paio mi ricordo anche le stirpi. Ma i servi, i poveri, quel brulichio di popolo… Il mio regno, il mio regno per un sigillo, per chiudere le bocche, mettere fine alle domande: un po’ di cera e un anello, là, su quelle labbra. E sugli occhi, o il tormento continuerebbe.

Il vecchio ucciso nel suo letto da due soldati, schiacciato dal peso enorme dei loro corpi e delle loro armature; la ragazza sciolta come cera nelle segrete, raccolta all’alba dai boia disgustati; carneficine di amanti, indifferenza ai gridi; la carne percossa, trafitta, disfatta. Decapitare è una benedizione, di fronte a certe torture. Fortunato quel ragazzino, il principe di Persia, che non conobbe la mia reggia degli orrori e le segrete, riservate al popolo e alle spie. I superbi fantasmi che ti sono apparsi sugli spalti del palazzo al nostro primo incontro (me ne hai parlato una volta soltanto, avrei voluto me li ricordassi ogni giorno) erano anime fortunate, spiccate di un botto dal corpo, con le teste appese alle picche: ricordi il volto di Sagarika e il principe con gli orecchini a campanello, o quello dal grande arco (ma non arrivò molto lontano la freccia del suo acume). Agonie ad occhi spalancati e ultimi respiri senza pace: te li potrebbe raccontare il gran boia Pu-Tin-Pao che ti consegna questa lettera. Fin da giovane carnefice, ha sempre avuto pelle e vesti insanguinate. Il suo corpo enorme cresce di anno in anno, quasi assimilasse le vittime dei miei editti, quasi una vivente enciclopedia delle vicende di questo mattatoio: la morte concessa a sorso a sorso, le picche e i ferri aguzzi, i lacci, il fuoco, le slogature, il caldo morso delle tenaglie, gli schianti, gli uncini, le irte ruote… Per te, che hai dimenticato così presto la storia della beccheria dove ora vivi, dovrei elencare ogni sera tutti i crimini compiuti, sottovoce, come una fiaba di orrori da dirsi cupamente e a ritmo lento, mentre una cicogna sta cantando.

La futura imperatrice, un tempo, occupava le sue giornate leggendo e cantando; non lo sai, ma quella pallida vergine giurata che ero cantava senza sosta, in segreto, soltanto per se stessa. Da quando sei arrivato, non è più fredda la mia stanza; il sudore del tuo corpo ha intaccato il gelo della principessa. Alla pura sposa non è stato concesso nessun figlio dalla squallida e taciturna luna. Non è il mio utero che rifiuta la vita. Prima ero soltanto una preda, trascinata in questa reggia dal ricordo di uno stupro in una notte atroce; un ricordo che trasformò la ragazzina incorporea che ero, quasi una smunta visione, nella divina inclemenza verso l’uomo: rinnegando l’amore ho iniziato a non esistere. Quella notte, dicevi di sentire il mio profumo nell’aria, ma era soltanto quello del gelsomino. Io non aprivo mai il mio corpo.
La serva dal gran cuore di cui ero gelosa, lei ora dorme sotto una umile tomba: qualche volta le portiamo anche dei fiori. Lei ti ha amato follemente, per un sorriso. Non voleva dirmi il nome. Ora ne ho anche troppi, ne ho novantanove, ma il centesimo, lo sai, è ancora il suo, taciuto, custodito, ringoiato: è ancora lì, tra fango e vermi, nel ventre gonfio, tra viscere marce che non sanno scandire sillabe, dentro il suo piccolo cuore che non cade. «Sconterete le sue lacrime, sconterete i suoi tormenti» avevi detto quando è morta. Ma l’antichissima regola del mondo, volgere e rivolgere di intenti e di passioni, ti fa sempre più tiepido al riguardo. Neppure io ormai ricordo molto, della serva, né le grida di lei né il pianto di tuo padre che aveva sempre accanto e che ormai è morto, come il mio; sono sicura soltanto che l’ultima parola detta prima di portarla via, più sommessa che altisonante, fu «Poesia». La morte, nelle mie terre, è stata sempre più forte dell’arte.

Ma la morte ora non c’entra, con questa lettera. Ti avverto subito: non ho in mente un suicidio. Voglio tardare più che posso il giudizio guancia a guancia di quei morti contro me; se non c’è poi nulla, dopo, a nulla serve giustiziarsi. Non ho certezza che la fine sia sollievo, quindi rimando questo gesto a tempi in cui non avrò più nerbo per ragionare calma. Nemmeno partirò. Sarei soltanto più scomoda nei miei ripensamenti e sarebbero più scomodi anche loro, le vittime e i fantasmi che trascino. Il passato non si dimentica; si perdona, talvolta. Ma né gli dèi ne i defunti si affacciano a farmi grazia. Potrei compiere gesti magnanimi per bilanciare le colpe: umiliarmi, innalzare templi, nutrire i poveri; ma tutti loro sono padri, sorelle, amici dei decapitati, dei trafitti, dei percossi. L’odio muto dei vivi supera quello dei morti.
Eppure, se sono qui che ti scrivo tanto lungamente, una decisione è stata presa. Sarai tu il primo a esserne informato. A ucciderti, non ci ho pensato subito; chi ti ho mandato con questa lettera, come vedi, potrebbe giustiziarti adesso, anche a mani nude. O avrei potuto intridere l’interno del biglietto di veleno, così che entri in azione durante la lettura, attraverso le tue dita. Ma se la morte dell’amore già è avvenuta (la serva dal gran cuore: è con lei che è finito, nessun trionfo per la nostra storia) inutile è la morte dell’amato: nessun si ha superamento di tragedia con una morte sola. Uno che muore per tutti non ha mai cambiato le sorti del mondo.

Non tu, ma un altro deve finire: l’impero. La chiamano democrazia ed è la morte del potere di uno solo: così regalerò i miei incubi un po’ a tutti. Tutti i cinesi, per anni assogettati, non sanno cosa accadrà loro la sera dopo il primo voto: si troveranno a fianco del letto il loro caro, il fratello amato, la figlia sottratta troppo presto. Gli diranno: ti ho vendicato; ma poi lungo la notte, si chiederanno: e se…? La responsabilità regala insonnia. Al confronto dei tre enigmi, questo scegliere il futuro è un rituale più complesso.
Il bronzo del gong che annuncia il voto interromperà le femmine ciarliere, richiamandole al dovere: sì, pure a loro andrà il diritto. Pure agli schiavi, agli stranieri, ai molto giovani e ai malati. Si voterà di notte, sotto lo scudo della luna; solo al primo raggio del mattino la folla si accorgerà del proprio destino.
La folla, il popolo: un dio schiamazzante che adora se stesso in miti provvisori; un corpo irresponsabile che eleva l’arbitrio a ragione, capace di esigere sangue con rabbia e, dopo pochi minuti, svolge un languido elogio alla luna; un corpaccione che balza in primo piano, si dimena e chiama progresso la sua cacofonia di ciabatte, il suo folle e circolare scalpiccio; mentre l’anima, lei, prosegue calma su un diverso sentiero per i fatti propri. Vedi: quando si separano, il corpo e l’anima del popolo, sono benvenuti i tiranni. La democrazia e il matrimonio sono due modi molto simili per non sentirsi soli; solo chi è debole deve appaiarsi, perché non sa stare sulle proprie gambe.

Nel mio chiuso silenzio, riluttante, fremente, mi hanno detto la pura, l’insonne, la crudele; principessa altera, bianca al pari della giada, fredda come spada: vedi quanti nomi accumulati su una femmina con la corona in testa e un mantello con la frangia. La mia volontà precedeva la mia presenza, come un’eroina che appare solo al secondo atto. Ma non è il mio utero, che hai abitato con eroica intransigenza, non è tra le gambe il mio rifiuto. La coscienza, la memoria, la verità: sono loro che mi fermano il sangue. La nostra è stata una speranza chimica, una gioia immediata legata all’ebbrezza del vincitore: poco più di una giornata sfrenata, dopo anni di tenebra e colpa. Non canto più, da quando mi hai sposato.
Rinuncio, rinuncio ora a tutti i miei nomi; nessuno mi chiamerà più Turandot. Pu-Tin-Pao, prima di venire nella tua stanza, ha già stampato sul mio braccio il futuro; così farà con te (ti consiglio di non opporti, è solo un ricamo di aghi leggeri) e così farà con ogni abitante della Cina. Proseguirà in questo compito, sostituendo la scure del carnefice con questi tatuaggi. Ben presto la nausea del numero lo travolgerà; dovevo in qualche modo punirlo, imprigionandolo nella pelle e nella carne dei suoi concittadini che ha da sempre violentato.
Non so se ci rivedremo, perduti tra le file anonime dell’impero. Non avremo nessun nome per chiamarci e le piazze saranno troppo grandi. Addio, allora: addio senza distacco, addio anche se sarai vicino.

La Cittadina N.0000000001

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7 Risposte to “Turandot a Calaf (Lettere delle eroine, 13)”

  1. la Matta Says:

    Mi piace molto l’ultima tranche e mi sarebbe piaciuta forse senza le altre. Matta

  2. C.P. Says:

    …la servante au grand coeur dont vous étiez jalouse… che ci fa Baudelaire qui dentro? divertente anche “il mio regno, il mio regno per un sigillo!” E’ un testo molto complesso nel tessuto di riferimenti ma anche godibile da leggere, molto interessante.

  3. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 7 aprile 2010 – Però sono rimasto un po’ deluso alla fine, quando Tosca si butta. Io mi aspettavo un « grande salto nel vuoto », come avevo letto in un dotto saggio [1] – quando l’avevo letto avevo pensato addirittura un audacissimo accostamento fra Tosca e Thelma e Louise -, e invece ho visto la sovrappeso soprano installarsi a fatica sopra il muretto del Castello e poi sparire, di là da quello, senza ai né bai, senza nemmeno un sentore di salto, di volo, di vuoto. D’altra parte non si può avere tutto. La valorosa mima, con voce ottima e abbondante – peccato solo che storcesse la bocca, come se gli facesse schifo, come la nonna, quando gli venne un colpetto, ma poi tornò normale -, mi aveva riempito ben bene le orecchie, deliziandomi, tenendomi perfettamente sveglio, nonostante l’ora avanzata – causa anche di uno sciopero del sindacato Cisl-qualcosa degli operatori di scena. Inoltre somigliava tanto a quella cugina cicciona del babbo con cui, un sessant’anni fa, andammo a cena da « Ottavio », proprio a due passi da Sant’Andrea della Valle, me lo ricordo benissimo, come se fosse ieri. Quando a Roma ci venivo solo ogni tanto, e mi sembrava strana, come una specie di sogno. In cui tutto è improbabile, incerto. Come la storia del nonno Coelio: suonava o no al Teatro Costanzi? – che poi sarebbe il Teatro dell’Opera, che poi, pare, ora si chiama di nuovo Teatro Costanzi, però quando l’ho chiesto agli inservienti non lo sapevano, come sempre a Roma, sbadigliavano, come sempre a Roma… -, e poi, quando? – prima della guerra, pare, dunque nel ‘13, nel ‘14, perché poi, pare, la guerra non la fece, e andò in Svizzera, dove rimase etc. Io non l’ho mai visto, se non in fotografia. So solo che non amava Puccini, perché amava Wagner. Invece Puccini piaceva al babbo, al babbo piaceva parecchio. Compresa la Tosca. Che poi io ho sempre pensato che fosse la mamma. Che infatti, per lui che veniva da Roma, lei era una toscana, una tosca. Diciamo comunque così: che vedere la Tosca a Roma, al Teatro dell’Opera di Roma è « la morte sua ». Ma la morte di chi? Di Tosca? Di Cavaradossi? Di Scarpia? Perché, alla fine, muoiono tutti. Alla fine sono morti tutti: Puccini, il babbo, il nonno Coelio, la cugina cicciona, la mamma… Perché l’ora, si sa, almeno in un certo senso, è sempre fuggita. Quando ci si decide a scrivere, a cantare, a saltare… [1] (Guido Davico Bonino, Introduzione, in Victorien Sardou, La Tosca, [1994]) “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  4. Stefano Serri Says:

    @ Matta. L’ultima parte è di certo la più interessante, contenendo la modesta proposta di Turandot e la motivazione della lettera stessa. Nonostante qualche ridondanza e verbosità, i paragrafi precedenti credo possano motivare meglio e rendere plausibile una scelta che non scaturisce immediatamente dall’opera e dal personaggio, illustrando temi, motivi e figure di una vicenda che considero, nella versione “integrale”, mal conclusa. Lo spostamento dal piano estetico a quello etico che ho tentato nella lettera aveva bisogno di queste parti; anche la “Turandot” pucciniana (testo principale di riferimento, ma non unico), con la sua dimensione sinfonica, mi ha spinto a un’orchestrazione quanto più ampia, a scapito forse della linearità e della incisività.

  5. Stefano Serri Says:

    @ C.P. Il ricordo della serva di Baudelaire è riemerso immediato di fronte all’altra serva, quella dal piccolo cuore. Si tratta di una delle poche citazioni del testo che non fanno riferimento al mondo di Turandot, citato ampiamente: se il testo di riferimento è il libretto di Adami e Simoni per Puccini, affiora qua e là quello della meno celebre (eppure bellissima) opera omonima di Busoni, con il modello di Gozzi alle spalle; ho tenuto conto di altri rifacimenti/versioni, come quelle di Schiller e di Brecht, ma senza citazioni dirette.

  6. C.P. Says:

    Googlando fra le immagini di Anna May Wong (bellissima!) ho avuto l’impressione che la foto di scena qui sopra sia tratta non da Turandot del 1925 ma dal film “The Thief of Bagdad” (1924), in cui la Wong interpreta il ruolo di una schiava. Così mi è sembrato, non so.

  7. Giulio Mozzi Says:

    C.P.: per Anna May Wong, mi sono fidato della didascalia, lì dove ho trovato la foto. Posso aver sbagliato. Però è bella, davvero, no? E quindi la tengo.

    Stefano: mi associo nell’elogio alla Turandot di Ferruccio Busoni. Chi fosse curioso può dare un’occhiata qui (il libretto è in tedesco, c’è la traduzione in didascalia).

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