Zazie al metrò (Lettere delle eroine, 10)

by

zazie

di Arianna Ulian

[Le regole del gioco].

Te e mica altri voglio. Sono ancora qui che aspetto.
Sciopero du maròn!

Oggi fanno 57 anni esatti che son qua.

Sotto il cartello di ferro battuto, seduta sulle scale d’ingresso, mi annuso il tuo fiato, che ormai lo so a memoria. Polvere più ferruginoso più disidratato. Non è cambiato, il tuo fiato, e me mi è sempre sembrato un gran buon odore.

Meglio di quello che si piega su di me e fa – Signora, la sta bene?-
– Signora i miei maroni- gli faccio a lui-là – e impari l’igiene orale, pudedàn. E poi stia all’occhio, che avrò anche messo su la 52 ma questi son sempre blucìnz. E qst què -dico gnammando a ganasce ben oliate- è una cicles- .
Perché nessuno mi frega a me, col linguaggio-oggetto.

Gliel’ho detto, sai, che io non mi muovo finché non t’apri.
E lui giù con la solita gnegna che la situazione è grève e che i tempi son cambiati.
Grève du maron!
E’ tutta gente nikilista, che non crede in niente, non cerca niente, va su e giù per la scala e avanti e indietro dalle banchine, morti più si queneau!. Francamente, cosa credi che capiscano loro-lì dei sotterranei del senso?

Sono invecchiata.

Le cose col tempo hanno preso un sapore dolce come la co-càccola e anche frizzante sebben che all’inizio parevo sempre incazzata. Tipo, la prima volta che mi hai detto di no, e ho dovuto montare sul tassì. Il degheglio che ho visto in due giorni! I satiri e i pappagalli, i monumenti che cambiano posto e gli uominisessuali con marìta e mòglio. Persone per bene, come piace a me.

E’ stato bellissimo vivere dentro un romanzo, così corto per giunta, che la gente lo legge anche veloce e c’è chi piace. Anche nel film, va là, è stato un bell’abitare.

Ma la vita è un’altra cosa. Dico: è un posto di guai e sentimenti! Se m’inventano, urbi e torbi, un titolo dove sto con te, addirittura dentro di te, al calduccio e cullata (come sarebbe giusto, per una bella bambina), dopo è normale che io mi ci fisso. Ci ho delle pretese. Mica posso passare l’esistenza a dire: du maròn.
Insomma, mi è nata quella cosa del desiderio, della struggenza.

Quando son venuti a riprendermi i due in camice bianco, Raymòn e Rolàn, ho tagliato corto: la sehnsucht!
Mi è tanto dispiaciuto quando hanno vomitato.
Però se lo dovevano aspettare, io sono una che le scappa la veridizione.
E poi è anche questione di orgoglio. Non posso farmi sfottere da generazioni di lettori perché quando noi due arriviamo al dunque, io mi addormento.

Ecco perché non posso allontanarmi dal freddo-culo di questo scalino.
Tu sei il trasporco che voglio, l’unico con cui potrò lasciarmi andare.
Dai, festeggiamo i 57 anni di grève. Ti va una co-càccola con due cannucce?
E poi una sorpresa per te.
Ascolta.
Questa è Marilyn che canta Api beursdé touillou e ora la metto in loop 57 volte.

……………………………….

ZZZzzzzzzz Zzzzzzzzzzz

Porte de Lilas-Cinéma… Porte de Lilas-Cinéma… Attention à la marche en descendant du train

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52 Risposte to “Zazie al metrò (Lettere delle eroine, 10)”

  1. Davide Di Finizio Says:

    Spudorata e sperimentale.

  2. Ezio Says:

    Meglio dell’originale, congratulescion.

  3. Francesca Says:

    Questa lettera “va là, è stato un bell’abitare”.
    “nei sotterranei del senso” dico, Grazie.

  4. la Matta Says:

    Se è passata significa che è comunque fuori dalle righe. E su questo non ci piove.Alla prossima! Matta

  5. la Matta Says:

    Se è passata significa che è comunque fuori dalle righe. E su questo non ci piove.Alla prossima! Matta p.s. giulio, è questolo sperimentale?

  6. la Matta Says:

    …è questo lo sperimentale?e se lo è mi dici la sua valenza etica come messaggio ? Matta

  7. Giulio Mozzi Says:

    “Lo sperimentale” è una categoria che non so cosa sia.

  8. Giulio Mozzi Says:

    Per capire quanto (oggigiorno) siano “sperimentali” certe cose, basterebbe ricordare il ritornello della canzoncina delle Las Ketchup, The ketchup song.

    Siamo, insomma, più vicini al divertismõ che a larpuràr.

  9. la Matta Says:

    Grazie.Naturalmente sono andata a cercare the ketchtup song (traduzione ) e sono arrivata al punto.Alcune espressioni mi hanno toccata, tipo don Diego con occhi di luna se non erro. Il resto , senza senso.Apparentemente.Io leggo in quel testo molto di più. Don Diegio è UNO STREGONE ele pariole senza sensio,delle formule che ovviamente in bocca ad uno sprovveduto apprenti sorcier (si scrive così?) diventano sterili o, peggio, provocano frane. Quel Topolino di FANTASIA : grande.! Dunque, per me , sorpresa. Almeno in chiave esoterica. Se si tratta solo di non sense, mi pare un pò striminzito ,come spermentale. Voglimi bene Matta

  10. Maria Cristina Says:

    Per il dizionario del sig. Treccani, che ai miei tempi era un nome, sperimentare (http://www.treccani.it/vocabolario/sperimentale/) è, tra l’altro, trovare nuove forme nella creazione di opere di ingegno e il suddetto Zazie al metro parmi diverso per stile e contenuto.
    Pure mi pare etico (http://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/etico/) e morale in senso ciceroniano (http://www.treccani.it/vocabolario/morale1/) perché sceglie il bene o almeno a me ha fatto bene perché a leggerlo mi sono divertita assai.

    Ma il condizionale è d’obbligo, la maggior parte delle cose letterarie a voi note io le ignoro. Come direbbe il sig. Treccani: io so’ ignorante (http://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/ignorante/) e a me Zazie me piace.

    Saluti

  11. la Matta Says:

    @ mariacristina.Come direbbe il signor Tregatti (sottomarca di dizionari ) ognuno trova la Zazie che più gli si confà.P.s. Ha consultato il Dizionario, l’Enciclopedia o gli Aggiornamenti? p p.s. e comunque,secondo Cicerone :semper Cicero pro domo sua .Matta

  12. Maria Cristina Says:

    Quanto hai ragione…

  13. Maria Cristina Says:

    Ora sono un po’ meno ignorante

  14. Maria Cristina Says:

    Grazie Matta

  15. Giulio Mozzi Says:

    Matta: “Mi pare un po’ striminzito, come spermentale” è proprio una frase alazazì: un doppio senso (ovviam. osceno) travestito da errore.

  16. la Matta Says:

    ALAZAZI…chi era costui?non scerzo,Giulio: proprio non ci arrivo.Che figuraccia.matta

  17. Ezio Says:

    Sarò (sono) diversamente colto, però io ho trovato più “sperimentali” gli ottonari. Forse non è il mio campo, forse dovrei ascoltarli declamati. Penso che qui invece sento Zaziè – con l’udito, con lo sguardo: ne sento il corpo e l’oodorre, grazie alle eccellenti storpiature. Ci trovo poco di sperimentale, se non l’abilità e la grande capacità di Arianna nel fare qualcosa che sembra semplice. Ripeto, con grande rispetto per gli Esercizi di stile e il suo autore, che l’originale non mi era piaciuto così tanto come questa letterina.

  18. Giulio Mozzi Says:

    Matta: à la Zazie, al modo di Zazie.

    Ezio: quali ottonari?

  19. Ezio Says:

    Giulio: chiedo scusa e mi correggo; da un commento a Clorinda/Tancredi su “la bellezza dell’ultima ottava” sono scivolato dagli endecasillabi agli ottonari per associazione d’idee afose.
    A parte la differenza nella misura, non sono abituato alla poesia chiusa (anzi, ho imparato qui di cosa si trattasse) e, in un certo senso, continuo a viverla con quell’impressione (soggettiva) di composizione sperimentale. Per poi scoprire che magari l’ascolto senza accorgermene ogni giorno, in chissà quante canzoni trasmesse per la radio!

  20. la Matta Says:

    Proprio non vedo il doppio senso osceno,a meno che non sia un dialettale veneto.Ma ,ovvio ,non te lo chiedo.Un’ultima curosità : perché Zazi AL e non NEL métro? Anche l’articolata stravolta è divertissement? Matta p.s. prima o poi dovrò dirti di qiando in una resa deposizione alla Finanza ho rischiato di essere incriminata .Matta

  21. Maria Cristina Says:

    Perché è una lettera di lei (Zazie) AL suo lui (il metrò).

  22. Giulio Mozzi Says:

    “Spermentale” deriva, suppongo, da “sperma”. O m’inganno?

  23. Giulio Mozzi Says:

    Davvero Ezio? Canzoni a parte, non ti è mai capitato sott’occhio un sonetto di Dante, una canzone di Petrarca, un canto della “Divina commedia” o del “Furioso”? Mai mai mai?

  24. Maria Cristina Says:

    Scusate la domanda da ignorante ma In questa scrittura mi pare che ci sia poco di fritto e rifritto, molto show e poco tell, linguaggio personale immagini originali: non si può definire questa una sperimentazione? Chiudo, non vorrei mi venisse attribuita una domum non mia.

  25. Ezio Says:

    Giulio: sì, certo – e non solo Dante, anche se pochi altri. Intenderei dire che una cosa sono i contenuti, un’altra è la musicalità e l’interpretazione. Una cosa è leggere gli accenti, un’altra declamare le strofe, che forse nel verso sciolto è meno importante, mentre mi sembra indispensabile negli altri casi. A meno che uno non sviluppi una propria orchestra interiore. Sai come ho avvertito questo la prima volta? classe 5e geometri (quella dei ripetenti): entra il nuovo insegnate di italiano e attacca a declamare – a memoria, con una voce bellissima: “All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne/ confortate di pianto è forse il sonno/ della morte men duro?”
    e si ferma, e ci fissa negli occhi a tutti quanti… avessi sentito quel silenzio che s’era creato, Giulio! Ancora adesso mi viene il groppo in gola. Coi Sepolcri, ma t’immagini?

  26. Giulio Mozzi Says:

    Ezio, “I sepolcri” è un pezzo bellissimo, e il groppo in gola me lo fanno venire ogni volta (la rilettura è frequente).

    Maria Cristina: “sperimentazione” era, probabilmente, quella di Queneau quando nel 1959 pubblicava “Zazie dans le métro”. Più di mezzo secolo dopo Arianna si diverte a lavorare su un testo che, nel frattempo, è diventato un classico.

  27. la Matta Says:

    @mariacristina.Grazie.Non colsi e me ne dolgo.Coglierò con maģgiore attenzione da qui in avanti.Matta

  28. Davide Di Finizio Says:

    Noto che si è scatenata una sorta di epidemia su “sperimentale”. Dato che sono stato forse il primo ad utilizzare il termine qui e l’ho usato in un commento lapidario, intendo chiarire la mia posizione. Non ritengo che il testo in questione sia propriamente innovativo. Nella brevità del mio commento, ho slittato il senso specifico dell’aggettivo in una sfera più ampia e generica, volendo indicare che la lettera, pur non originalissima, mi è apparsa come un “esperimento”, al di là degli esiti; un esperimento ludico, certo, nello spirito di questo gioco estivo, ma non privo di stile e di personalità. Ovviamente siamo lontani dal significato “tecnico” di sperimentazione, ma è ciò che più genericamente intendevo nella mia rapida annotazione.

  29. la Matta Says:

    Giulio,finalmente rileggendo più volte ho trovato ĺ’inghippo deĺlo sperimentale scritto senza la i. Per questo tutto mi sembrava oscuro e non ho colto che la tua battuta era rivolta a me Potrei stare al gioco ma preferisco essere come sono.Il bello è che faccio spesso la figura della falsa ingenua o rischio la galera (guarda là, te l’avevo accennato proprio oggi)Il commissario mi ha detto sbudellandomi con gli occhi : – Ancora non capisco se lei ci è o ci fa …-Beh, se non lo capiva lui… Abbiamo scherzato. Io resto la Matta del cortile che sente le voci dai balconi e dalle finestre e guarda gli stendini che cercano il cielo . E ogni tanto,s’incontra con don Diego sulla strada di luna.Molti ossequi a tutti. P.s. sull’Isola preferisco usare di più il mio piccolo Samsung che ha caratteri microscopici e combino pasticci macro.Ma questo happening mi aggrada : quantomeno ha il pregio della varietà . Matta

  30. Attanasio Grunto Says:

    Premetto che questa conversazione su “sperimentale” mi piace davvero molto.
    C’è però un punto che non ho ben capito, forse perché in un certo modo mi coinvolge, ed è per questo che vorrei chiedere a Ezio di spiegare meglio cosa intende dire quando afferma di aver trovato più “sperimentali” gli endecasillabi della mia poesia Clorinda/Tancredi.
    Ho capito, Ezio, che si tratta di un tuo particolare “sentire”, ma davvero mi piacerebbe capire meglio cosa intendi.
    Ovviamente questa mia richiesta è posta in modo pacatissimo e senza nessun intento polemico: al contrario, questa discussione, come ho già detto, mi piace molto (lo voglio precisare per evitare equivoci, perché a volte la forma scritta si presta a essere fraintesa). Per questo, Ezio, sentiti libero di dire qualunque cosa dei miei versi (voglio dire: se “sperimentali” volesse dire che non ti sono piaciuti, dillo tranquillamente). Chiedo solo perché non ho capito.
    Grazie.

  31. Ezio Says:

    Attanasio: ho letto i tuoi versi “in diagonale” e mai la Gerusalemme liberata. Il lessico e la sintassi mi sono difficili, l’ambiente estraneo. Mi son fermato dopo poche strofe perché la composizione è troppo fuori dalla mia norma: in questi motivi trovo gli effetti collaterali di quello che chiamo “sperimentale” – io. Dopo il primo impatto, ho capito però che c’è un “qualcosa” d’interessante, che c’è arte.
    Ho considerato che in un universo tutto sommato anarchico di messaggi testuali, proporre una composizione così ferrea – e non posso non pensare alle armature e alle mosse obbligate dei duellanti, al rumore della lamiera perforata, a certe immagini impressionanti di codici miniati, alla situazione militare odierna – è davvero una provocazione riproporre un linguaggio e una forma anacronistici, così rigorosa. Forse per rappresentare una guerra sarà un buon modo, mi son detto. Magari è il migliore, se non l’unico: nell’esercito non c’è libertà o poca. E’ da provare, è un esperimento, è sperimentale!
    Mi chiedevo chi potevano essere oggi i protagonisti incatenati dalle strofe: se fossero stati per esempio la prima moglie di Donald Trump, o la sfortunata fidanzata di Pistorius o ancora, peggio, una coppia su fronti opposti proprio là, dove la storia si ripete.

  32. Giulio Mozzi Says:

    Ezio, considera un po’ questo:

    Sguiscio gentil che fra mezzo erbe serpi,
    difficil guizzo che enigma orienta
    che nulla enigma orienta, e pur spaventa
    il cor che in serpi vede, mutar sterpi;

    nausea, che da una debil quiete scerpi
    me nel vacuo onde ogni erba qui s’imprenta,
    però che in vie e vie di serpi annienta
    luci ed arbusti, in sfrigolio di serpi;

    e tu mia mente, o permanere, al limite
    del furbo orrido incavo incastro rischio,
    o tu che a rischi e a limiti ti limi:

    e non posso mai far che non m’immischio,
    nervi occhi orecchi al soprassalto primi
    se da ombre e agguati vien di serpe il fischio.

  33. Ezio Says:

    Oh mamma, Giulio! Mentre scrivevo la riposta ad Attanasio, mi pensavo: guarda un po’ siamo nella stanza di Arianna e, come ospiti maleducati, parliamo dei fatti nostri. Ma non ci dice nulla il moderatore? Sarà andato in ferie? E di che si parla, poi: di un -ale ! Lo Gnirro ci citerà in un trattato di Grattoglottophilia e allora sì che sarà spermentale.
    Non so chi sia l’autore, né l’epoca e per stare al gioco, non lo cercherò nemmeno sul web. Al limite vi mi si farà qualche risata.
    La prima impressione: quante S e SRP, e STP. Allora: onomatopee, ma anche grafemi contorti e scricchiolanti al passo, sfrigolanti al fuoco, e a seguire “l” e “m”, che sbarrano e conficcano. Tipografia e poesia?
    2 geometri (o 3?), dov’è l’opuscolo? Ce l’ho ancora: Sebastiano Vassalli, Struzzi Einaudi, usato (1000 lire) “Il millennio che muore” comprato per impressionare una segretaria d’azienda (andata male, poesie rinnegate dall’autore mi sembra – ma non da me). Non trascrivo per brevità, ma lo rileggerò con gusto.
    A differenza di Clorinda/Tancredi, qui mi frega ancor di più l’enjambement (l’ho imparato dal tuo ricettario). Per entrare nel contenuto dovrei allineare il testo (che sia una bestemmia?) – è qualcuno che si spaventa durante una tranquilla passeggiata, prima perché ha scambiato degli sterpi per delle bisce e poi, ancora di più perché si rende conto che i sensi sono illusori? Perdita delle certezze. Sarà il sole che sorge o la terra che ruota?
    Non conosco il significato di alcuni termini (scerpi, imprenta, limi), ma stiamo al gioco e che i nomi siano le cose. Me la ristudierò.

  34. Attanasio Grunto Says:

    Grazie, Ezio, credo di aver capito.
    In pratica per te è “sperimentale” ciò che è fuori dalla norma: e dunque, sperimentale può essere una composizione “difficile” (ferrea, rigorosa), che magari utilizza un linguaggio anacronistico come provocazione. Se non capivo è perché io sono più vicino al significato “classico” del termine (quello che il sig. Treccani ci ha fornito qualche commento fa per il tramite della gentile Maria Cristina) e dunque non mi pareva di essere così sperimentale (come, nei fatti, non sono).
    Potrei aggiungere che la tua visione, sebbene molto interessante, è comunque soggettiva: io, per esempio, ho un bel rapporto con le forme chiuse (e con gli endecasillabi in particolare), nel senso che mi danno un tale senso di serenità e di bellezza che… come dire?… diventano il posto dove la mia parte creativa si sente più a suo agio, più libera (pensa un po’). E questo indipendentemente dai risultati che raggiungo.

    A proposito di risultati: tutto il rispetto a Zanzotto, ma al componimento qui sopra preferisco di gran lunga il “meriggiare…” di Montale.

    Anch’io vorrei scusarmi con Arianna, principalmente per non averle ancora detto quanto mi è piaciuta la sua Zazie!

  35. Giulio Mozzi Says:

    In realtà il lavoro di Attanasio non è “sperimentale”, bensì casomai “antiquario” (perché riprende acriticamente – ossia non ironicamene ec.) modi e stilemi di un tempo (nello specifico, cinquecenteschi).

    Il lavoro di Andrea Zanzotto (suo l’impronunciabile sonetto che ho riportato prima) può essere definito “sperimentale” (a lui non sarebbe piaciuto, ma tant’è) perché prende una forma canonica (il sonetto), dotata non solo di una sua forma convenzionale (quartine e terzine ec.) ma anche di una sua tradizione contenutistica e linguistica specifica (il petrarchismo), peraltro estremamente selettiva: e la fa cozzare con notevoli forzature metriche, con una scelta contenutistica e linguistica di tutt’altra specie, eccetera. Per dire, anche la Mariella Prestante, nel suo piccolissimo, fa cose che sono più “sperimentali” rispetto al pezzo di Attanasio che stiamo discutendo: per esempio, fa un sonetto monorimo:

    Amai un tempo, e sì: molto di gusto;
    poi dell’amare presemi il disgusto;
    sarà che non rinvenni l’uomo giusto;
    sarà che ahimè l’amore è un gran trambusto.

    Raro a trovarsi è l’uomo che venusto
    sia dentro e fuori, come un balausto:
    senza cervello è sempre l’uomo fusto,
    e chi ha cervello ha il corpo troppo frusto.

    Così il mio cuore un tempo fu combusto
    (e fu mio errore) da un tal bellimbusto:
    che secco me lo rese, e arido e adusto.

    E nulla batte più dentro al mio busto:
    silenzio e gelo è dentro quell’angusto
    cavo: e, dolente, morte mia pregusto.

    Che rispetta la divisione (contenutistica, sintattica) in quartine e terzine, ma gioca con la rima unica – e, per di più, una rima non certo tra le più facili; e adopera un linguaggio che un po’ fa l’occhiolino alla tradizion petrarchistica (es. venusto, adusto, cavo, dolente ec.) e un po’ lo piglia allegramente per il culo (trambusto, bellimbusto ec.) (ovviamente, le parole-rima sono luogo privilegiato del gioco). In realtà anche la parodia di Mariella, in quanto fondamentalmente innocua, è molto più conservativa che innovativa: ed è quindi “sperimentale” in misura molto, molto moderata.

    Vediamo, per essere più serii, un sonetto di Giorgio Caproni (pieno Novecento):

    Basterà un soffio d’erba, un agitato
    moto dell’aria serale, e il tuo nome
    più non resisterà, già dissipato
    col sospiro del giorno. Sarà come
    quando, per gioco, cedevi l’amato
    calore della mano al marmo – come
    quando il tuo sangue leggero, alitato
    appena dal tuo labbro, sulle chiome
    dei pioppi s’esauriva in un rossore
    vago di brezza: e io sentivo la pena
    di quel lungo tuo eccedere in amore
    disilluso e lontano, tu la pena
    di non essere sola nel nitore
    d’un presagio d’addio – tu già serena.

    E vediamo, a es., che scompare la partizione grafica delle quartine e terzine; il sistema di rime è tra i più canonici (abab abab cdc dcd: un sostanza è tutto a rime alternate, che è una scelta quasi arcaizzante, pre-petrarca), e tuttavia il gioco furioso delle inarcature (o enjambement) “distrugge” la forma-sonetto stessa. (Se qualcuno avesse detto a Caproni: “Te tu se’ sperimentale”, credo che C. gli avrebbe sputato in un occhio – o anche no, perché era un vero signore).

  36. Attanasio Grunto Says:

    Molto interessante.
    Io credo che questa cosa dello “sperimentare” in ambito poetico funzioni diversamente a seconda delle intenzioni.
    Chi “sceglie” di sperimentare, e cioè di produrre qualcosa di nuovo e diverso dalle regole, tiene queste ultime molto in considerazione. Per dire: tanto Zanzotto che Prestante, nei loro sonetti “sperimentali”, non sbagliano un accento.
    Chi invece “è” sperimentale – nel senso che ha qualcosa di nuovo da dire – non bada troppo a queste cose, anche quando usa le forme che vuole innovare. Per dire: nel sonetto di Caproni ci sono alcuni accenti “errati” nei versi 2 (sèrale), 5 (cèdevi), 7 (lèggero) e 11 (là-pena). Però, anche se la musicalità ne risente (se al verso 2 leggo “seràle”, la musicalità dell’endecasillabo salta, almeno, al mio orecchio pare così), la poesia resta molto bella. Ha un suo contenuto poetico forte, che prevale sulla forma ed emoziona; mentre nel caso degli altri due autori, a mio parere, la forma prevale sul contenuto, e la qualità “emotiva” ne risente.
    Ovviamente io qui sto dando per scontato che la poesia debba emozionare, ma capisco che questo approccio può non essere condivisibile.
    Comunque, secondo me, Caproni non voleva sperimentare più di tanto. Non più di quanto gli venisse naturale. Credo che la poesia gli è venuta così, e siccome era bella l’ha lasciata così.

    Quanto a me (visto che son stato “tirato in mezzo” a questa questione dello sperimentale) non credo di esserlo stato nel lavoro su Clorinda che ho proposto. Anzi, non credo di esserlo affatto, Ho scelto per sfida di usare la forma e il linguaggio già usati da Tasso nella “vita precedente” del personaggio Clorinda (del resto, era un gioco), e se ho messo qualcosa di nuovo l’ho fatto con i contenuti. Ma non era sperimentazione, era solo qualcosa che avevo da dire.
    Credo che una considerazione analoga si possa fare per l’ottima Arianna Ulian, che ci sta ospitando in silenzio.

  37. Giulio Mozzi Says:

    Attanasio, scrivi:

    …nel sonetto di Caproni ci sono alcuni accenti “errati” nei versi 2 (sèrale), 5 (cèdevi), 7 (lèggero) e 11 (là-pena)…

    Non sono errati. Non esiste alcuna ragione al mondo per leggere “sèrale”, “cèdevi”, “lèggero” (gli endecasillabi con tonica in settima sono legittimissimi, e sono chiamati “endecasillabi dattilici”) e la lettura “là-pena” mi pare addirittura un delirio.

    Gli endecasillabi del sonetto qui citato di Mariella sono del tipo più banale (quarta e sesta, seconda e sesta); banalità esaltata anche dal continuo parallelismo sintattico. E quanto alla “qualità emotiva”, direi che stiamo a zero.

    Scrivi anche:

    …secondo me, Caproni non voleva sperimentare più di tanto. Non più di quanto gli venisse naturale. Credo che la poesia gli è venuta così, e siccome era bella l’ha lasciata così…

    Ipotesi azzardatissima. Consiglio la lettura di: Raffaella Scarpa, Forme del sonetto. La tradizione italiana e il Novecento, Carocci; nonché un’occhiata al commento nell’edizione delle poesie di Caproni nei Meridiani Mondadori.

  38. Attanasio Grunto Says:

    Cedo su tutta la linea, Giulio, e – come Tancredi con Clorinda – le offro il petto…
    Mi consolo pensando che errare è umano: prima o poi tocca a tutti, stavolta è toccato a me.
    Grazie dei consigli, ne farò tesoro.

  39. Ezio Says:

    Giulio, mi sa tanto che il tuo primo intervento mi è stato quel “difficil guizzo che enigma orienta/che nulla enigma orienta” e sebbene pensassi di lasciar stare la metrica e la di lei poesia, sono entrato nel “furbo incastro” dove ci si lima il sentire e non si può non immischiarsi. Sempre nei miei limiti, ovviamente.
    Caproni; mediterò sulle inarcature. Perché mantenere a tutti i costi l’endecasillabo? perché non “tirar dritto”? Leggo di Mandruzzato – che io no, ma forse tu avrai conosciuto: sembra che avesse un orecchio talmente fine, da percepire la metrica nella continuità del parlato comune. Allora, l’inarcatura potrebbe essere uno stratagemma grafico per indicare al lettore: questa è una poesia?
    Scusa se queste ti saranno domande noiose.

    Attanasio, è stato un grande piacere corrispondere con te. Se vuoi, sposto i miei stessi dubbi metrici sulla pagina di Clorinda e leggerò volentieri la tua opinione. Vorrei precisare che da parte mia “sperimentale” non dev’essere necessariamente “provocatorio” (almeno una volta superata l’adolescenza). Concordo che i canoni esaltino il potere evocativo e creativo. Rileggerò con più attenzione il tuo canto, c’è qualcosa – un’apparizione fugace – in quella Clorinda che mi ricorda una persona viva.

    Arianna: ciao vé! T’in garà du maròn.

  40. Giulio Mozzi Says:

    Ezio, domandi:

    Perché mantenere a tutti i costi l’endecasillabo?

    Perché proprio la tensione tra il metro e la sintassi produce quell’eccesso di senso che è proprio della poesia.

    (Ci si potrebbe domandare: ma Wagner e Verdi, perché fanno cantare gli attori, che è una cosa così innaturale?).

  41. Maria Luisa Mozzi Says:

    Ezio. Sì, Enzo Mandruzzato, che è stato il mio insegnante di italiano e latino al liceo, riconosceva la metrica nel parlato, come dici tu; a volte però sbagliava e, per fortuna, ne sorrideva. Del resto capita a molti, penso, di cogliere un endecasillabo in una frase o in un titolo di un libro, per esempio. Giulio: penso che oltre alla tensione tra il metro e la sintassi nella poesia entri come elemento fondamentale il lessico. Proprio nelle poesie del Mandruzzato, come nelle sue traduzioni, quello che si fa amare di più a me sembra essere il lessico, che riesce ad essere incisivo e lieve, espressivo ed allusivo nello stesso tempo (lo so, non hai detto il contrario).

  42. Ezio Says:

    Grazie Giulio, questa mattina ho ripassato la nozione. Magari proverò a leggere ad alta voce (meglio “fra i fitti faggi delle colline ombrose” – così non mi rinchiudono), sperando di prenderci un poco l’abitudine e riuscire a cogliere sia il metro che il senso. Infatti, a questo stadio, mi sento come uno che debba andare in triciclo, perché se pedala non guida e se guida non pedala.
    Maria Luisa: avevo acquistato un libro di Mandruzzato sulla metrica, edito da dei suoi amici per un anniversario e l’aneddoto stava lì.
    Il libro a un certo punto l’ho interrotto perché è molto tecnico e non era il momento. Oggi pomeriggio, per puro caso, in libreria ho visto che ha tradotto Holderlin – mi attira il suo mondo, ma ho un’edizione faticosa – e son stato lì lì per acquistarlo. Il volume era sigillato e non ho potuto sfogliarlo, ma nella quarta di copertina si accennava proprio all’abilità lessicale del tuo insegnante. Chissà, sarà un segnale? Grazie anche a te e buon ferragosto a entrambi.

  43. Maria Luisa Mozzi Says:

    Grazie, Ezio. Buona lettura e buon ferragosto anche a te.

  44. Giulio Mozzi Says:

    Be’, Maria Luisa,

    penso, di cogliere un endecasillabo

    è un’endecasillabo (rolliano, o falecio, e perdipiù sdrucciolo: ma pur sempre endecasillabo);

    o in un titolo di un libro,
    per esempio. Giulio: penso

    è una coppia di ottonari, ec.

    Nell’ultimo intervento di Ezio,

    Il libro a un certo punto l’ho interrotto

    è un endecasillabo con lo stesso schema di

    Nel mezzo del cammin di nostra vita

    e così via.
    🙂

  45. Maria Luisa Mozzi Says:

    🙂

  46. Maria Luisa Mozzi Says:

    Ezio, me stessa.
    – Con Cesare Pascarella: “Erano POETANTI e manco ce lo sapevano”.
    – con il Signor Jourdain de Il borghese gentiluomo di Molière: “Per mille diavoli! Sono più di quarant’anni che parlo in POESIA, e nessuno mi aveva mai avvertito!”.

  47. Giulio Mozzi Says:

    Questa è la prosa del mondo, quale appare alla propria e all’altrui coscienza: un mondo fatto di finitezza e di mutamenti, inviluppato nel relativo, oppresso dalla necessità, alla quale il singolo non è in grado di sottrarsi. Infatti ogni vivente isolato rimane nella contraddizione di essere a sé per se stesso come questo conchiuso uno, ma di dipendere al contempo da ciò che è altro, mentre la lotta per la soluzione della contraddizione non va oltre il tentativo di questa guerra permanente.

    Hegel, Estetica (io ho l’edizione Feltrinelli, che credo abbia la medesima paginazione di quella Einaudi: p. 171).

  48. Ezio Says:

    Maria Luisa, Giulio, Attanasio – chissà se questo settore di Vibrisse è ancora attivo e se ci siete ancora.
    Ho acquistato poche settimane fa l’edizione delle poesie di Holderlin curato da Mandruzzato (ma non trovo indicato se ne fu anche il traduttore). Ne possedevo un’altra degli Oscar introdotta e tradotta da Giorgio Vigolo. Scopro con sorpresa che furono comunque edite entrambe a due anni di distanza (fine anni ’70). Scopro con disappunto che le traduzioni differiscono non poco. Ovvero, il contenuto è simile, le poesie no. Che fare?
    “Die Eichbaume” (la prima che ho cercato) è “Le querce” per Mandruzzato, “I querci” per Vigolo. Sarà termino neutro in tedesco, immagino, e ci sta. Ma se personaggio di poesia è maschio o femmina, ci sarà bene un perché.
    Insomma, poesie e sensazioni diverse: e non solo dal titolo, anche se effettivamente l’asciuttezza di espressione del Vigolo sembra più “virile”.
    Giulio, credevo che tu avessi scritto un saggio sulla traduzione, o mi sbaglio?

    Una curiosità oziosa: la rima al inizio del verso, cosa se ne può dire? è una sciocchezza vero?

    Rime all’inizio piuttosto che in
    fine, fra strofe assonanze, non sulle
    cime: cambia qualcosa se tetti o
    cantine di liberi versi o incatenati?

    Ciao

  49. Giulio Mozzi Says:

    Ezio: Mandruzzato è il traduttore dell’edizione curata da Mandruzzato.

    Della traduzione di Vigolo io ho un’edizione del 1958.

    Non ho mai scritto saggi sulla traduzione. In coda a questo libro c’è qualche pagina mia.

  50. Maria Luisa Mozzi Says:

    Non sono in grado di aiutarti, Ezio.

  51. Giulio Mozzi Says:

    Nemmeno io, per ciò che riguarda le scelte di traduzione.

    La rima a inizio verso è una bizzarria, che in lingua italiana ha qualche esempio (mi pare) nella poesia giocosa e burlesca. Da non confondersi con l’anafora, usatissima a es. nella poesia religiosa.

  52. Ezio Says:

    Maria Luisa, grazie.
    Giulio, è vero: leggendo meglio ho visto che la traduzione di Vigolo è del ’58 – mentre del ’76 è la ristampa. Delle volte, della stessa poesia, sono belle entrambe le versioni. Certo che disorienta.
    A proposito delle rime, grazie anche per le indicazioni. Dopo averle scritte ho provato a recitarne più volte le strofe e mi sono sembrate grottesche. Sono zoppicanti e forse se più breve il verso, anche balbuzienti.
    Mi è venuto in mente che un Rigoletto potrebbe parlare così, oppure anche un patetico impiegato… prima o poi ne uscirà qualcosa.

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