Storia del mio sangue

by

di Demetrio Paolin

a Mastro Limitri

viale-v

Immaginate una serie di case lungo un viale che si chiama Gebbione, immaginatele a grappoli lungo questa via che quando finisce c’è una fabbrica che si chiama l’Omeca, a Reggio Calabria. Ora se vi sporgete da uno di quei balconi, che danno sulla via piena di alberi, intravedete il mare. Seguite la linea dell’orizzonte lungo i tetti dei palazzi fino a che il vostro sguardo non strapiomba su una piccola strada stretta d’asfalto. Lì c’è un piccolo ingresso alla spiaggia. Immaginate di camminare lungo la battigia, l’acqua vi copre i piedi. Andate avanti fino a quando trovate un uomo seduto su alcune casse di legno e una canna da pesca in mano. L’uomo che ha in bocca una sigaretta è mastro Limitri, lui fa il muratore, ma ora si sta godendo il risposo e pesca. A pochi metri da lui ci sono io suo nipote, Demetrio. Gioco sulla sabbia e salto; mentre lo faccio mi graffio un ginocchio. Immaginate, ora, il sangue che esce. Guardate come si impossessa della superficie della pelle.

Ora riempite i polmoni, entrate nel mio sangue.

Del sangue di mio padre è tutto chiaro. So da dove arrivo, veneti i miei avi da parte di nonno e piemontesi da parte di nonna. Il sangue di mia nonna materna è calabrese, ma invece dalla parte di mio nonno, che tira su un pesce che nessuno gli cucinerà, che lui non mangerà perché non lo ama, è il vuoto. Io mi chiamo Demetrio, mio nonno si chiama Demetrio, il mio bisnonno si chiama Demetrio e il mio trisavolo si chiama Demetrio: poi il burrone che cade. Il mio trisavolo è un trovatello nel giorno di San Demetrio (io non so se questo che vi racconto è tutta la verità, ma così mi piace pensarla). Chi fu il sangue del mio antenato? Che sangue è il mio che mi scorre nelle vene ancora sconosciuto?

Io quello che so della Calabria ha a che fare con il sangue e la visione: mi ricordo ancora un viaggio in macchina, era il 1990, con i miei genitori lungo lo stivale. Mio padre guidava una vecchia Renault 14 blu scuro, quando arrivammo nei pressi di Rosarno, io vidi il cartello dell’autostrada che portava come stimmate quattro o cinque fori di pallottole e lungo la strada due fuochi ampi…  Nella sera scurissima tra le colline e le montagne brulle e nere questi roveti ardenti e questo cartellone divelto mi accoglievano: io ascoltavo la musica per non addormentarmi perché temevo che se mi fossi addormentato saremmo finiti in qualche burrone. Per me la Calabria sono questi ponti altissimi su strapiombi pieni di nulla. Mentre attraversavamo lunghe schiere di roccia, che correvano a lato, mi chiedevo quando avrei visto il mare. Perché uno pensa alla Calabria come un luogo balneare e invece è pieno di colline e montagne. E forse per questo che il mio sangue langarolo si trova bene, perché in Calabria il mare è un accidente come in collina il fiume, che ci si va pensando che non è per sempre.

Anche le femmine in Calabria, le vecchie soprattutto, mi sembrano tanti tronchi delle foreste della Sila o dell’Aspromonte. Hanno  gibbosità rugose e linee che scavano le guance così profonde ci potevi mettere il dito. Le donne dalla parte di mio nonno hanno la pelle scura e gli occhi acquosi tendenti all’azzurro; e mi stupisce perché io sono nero di occhi e di capelli. Mia madre mi racconta che quando ero nel suo grembo mi immaginava con gli occhi azzurri e invece quando si è sgravata sono uscito io nero e piccolo, perfettamente calabrese dal punto di vista lombrosiano.

A Torino c’è un museo in cui sono conservate alcune teste ricoverate in barattoli che l’antropologo teneva per i suoi studi. Sono teste spesso di ladri, di furfanti e di criminali, Lombroso credeva che l’origine e il sangue in qualche mondo influenzassero i comportamenti sociali. Insomma pensava che se eri del sud eri un criminale; però mio nonno, che venne su a Torino per trovare lavoro, e l’aveva trovato, non mi parla del razzismo dei piemontesi, ma di come quando venne a Torino e  della casa che il suo compare gli fece vedere e dove avrebbe dovuto vivere. Mi dice di come lui e mia madre, che allora non era mia madre ma una ragazza di 18 anni piuttosto testarda, dissero che no che loro a Reggio c’avevano una casa vera e non quella merda e presero le valige e tornarono giù. Quello che voglio dire è che non c’entra il razzismo, ma l’idea che hai di te stesso. E mio nonno aveva sulla spalla destra un piccolo tatuaggio, con le iniziali del suo nome e del suo cognome. Quando gli chiedevo perché lui mi diceva: Potrebbe succedere qualcosa che mi fa scordare chi sono, e così non me lo scordo. E io ho sempre pensato che l’usanza del nome Demetrio, del suo nome, del nostro nome, del nome dei miei avi e di molti dei miei cugini più giovani, sia un modo per tenere vivo il chi siamo. È un modo di rispettare il sangue che siamo anche se non sappiamo l’origine di noi.

Noi siamo senza una vera origine come le maghe veggenti che certe volte le zie ci portavano a vedere, un po’ come in Piemonte i “settimini”, che la gente crede che c’abbiano delle capacità occulte. Io quando le vedevo pensavo più alle loro case misere di pietra umide e sporche che non a quello che dicevano. Crederci non costava niente: tu facevi loro sì sì con la testa, mentre profetavano ed era tutto apposto.

Il soprannaturale in Calabria è qualcosa intimo, ovvio che io non credo ai maghi, alle streghe e al malocchio, ma credo che certe cose accadono e io non ho nessuna spiegazione. Sarà per il sangue sconosciuto del mio avo, che forse è rimasto lì fuori all’aperto e Dio gli è entrato nelle vene e l’ha protetto e fatto suo, ma io quando capita qualcosa che non capisco penso che significa altro, ovvero qualcosa di più profondo. Una volta sono andato alla Madonna dello Scoglio con mia madre e durante il viaggio ho incominciato a vomitare. Ho vomitato in continuazione come se il mio corpo di colpo si liberasse di un peso enorme; questo continuo vomito mi ha fatto pensare che ho qualcosa dentro di me e che è sbagliato:  me lo porto dentro come un destino, come un peccato, come una rottura, che è forse colpa del mio avo, anzi del padre o della madre del mio avo che hanno fatto un qualcosa di brutto e ora a noi nel sangue quella cosa brutta ci scorre dentro. Io sono altro da quello che sono. Io sono una cosa brutta e forse per questo scrivo racconti e invento storie per capire cosa c’è di brutto nel mondo.

Tipo una volta ero al mercato a Reggio Calabria con mia madre e mia nonna, e siamo andati a comperare la frutta e i pomodori. C’è caldo e tanta gente, non faccio in tempo a pensare che qui non si respira che si sentono due colpi di arma da fuoco e il trambusto di una moto correre via tra i banchetti. Un uomo è riverso sulla frutta che il sangue macchia. Io ricordo questa cosa, a me sembra che il mio destino sia avere a che fare con la violenza. Io mi ricordo le mie vacanze nel Gebbione, che c’era sempre uno ammazzato, uno che non tornava a casa, uno che spariva e chissà se l’avrebbero mai trovato. La vita vera non è una cosa semplice e facile, in cui ci sono i buoni e i cattivi, neppure da bambino era così. Penso che ci sono i vivi e i morti, e non è detto che tutti i vivi siano buoni e neppure che tutti morti siano buoni. Sono mischiati come lo è il loro sangue.

Chi può dire del mio sangue? Forse il mio trisavolo è stato abbandonato perché suo padre si è macchiato di un orrendo delitto ed è dovuto fuggire, forse la madre del neonato aveva fatto uno sgarbo, o era stata vittima di qualcosa di orrendo, uno stupro? Una violenza? Una costrizione? Io non so nulla di tutto questo, ma so con certezza che non era un marinaio o un uomo di mare.

Perché a me e a nonno il mare non piace. La pesca per il nonno è un atto di dispetto, è il modo che aveva Mastro Limitri per dirsi più forte di quello specchio d’acqua enorme. Noi siamo uomini di collina e di montagna, siamo uomini di bosco, di ombra, dove la luce filtra nel fitto e illumina appena. Siamo uomini che guardiamo il mare da lontano, che ci pare un miraggio, e solo da una distanza considerevole lo sentiamo bello, come lo sono le cose fortunatamente irraggiungibili. Così quando salivo da mio zio Ciccio sulla collina di Saracinello e dalla sua terrazza ampia si vedeva lo stretto tra le luci del tramonto, la mia vista si faceva acuta e vedeva una lunga serie di case, una piccola fabbrica, dietro la fabbrica una spiaggia e su quella spiaggia davanti al mare nostro nemico c’eravamo io ormai adulto, mio nonno e tra le sue braccia un neonato, il nostro trisavolo; sangue del nostro sangue.

8 Risposte to “Storia del mio sangue”

  1. Antonio Says:

    Grazie a Mozzi, Grazie a Paolin. Gebbione, Saracinello, Reggio Calabria, tutti luoghi che hanno fatto parte della mia vita, e continuano a farlo.

  2. Attanasio Grunto Says:

    Sono le mie colline. Leggendo di quel viaggio in macchina, mi è sembrato per un attimo di respirare quell’aria, quel caldo, quella luce…
    E poi, i cartelli dei paesi coi fori delle pallottole, i fuochi nei campi dopo la mietitura…
    Grazie di questo scritto, così bello.

  3. Gabriella De Fina Says:

    Molto bello. Coglie l’essenza del sud, ma senza attingere ai luoghi comuni sul sud.

  4. Turi Totore Says:

    Sugnu i rriggiu puru ieu

  5. Daniela Grandinetti Says:

    “Il soprannaturale in Calabria è qualcosa intimo, ovvio che io non credo ai maghi, alle streghe e al malocchio, ma credo che certe cose accadono e io non ho nessuna spiegazione(..) Io sono altro da quello che sono. Io sono una cosa brutta e forse per questo scrivo racconti e invento storie per capire cosa c’è di brutto nel mondo.”
    Continua a raccontare storie Demetrio.

  6. Paola Di Scanno Says:

    Straordinaria, come sempre, la scrittura di Paolin. Coniuga intelligenza e umanità.

  7. SimoneGhelli Says:

    Molto bello, Demetrio.
    L’incipit è eccezionale: ti tira dentro con quella panoramica cinematografica e poi con lo zoom rapido nel sangue del protagonista (che poi è disseminato tra tutti i Demetrio del racconto). Bellissimo.

  8. la Matta Says:

    @
    Totore. Focu meu …! Matta

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