Note di lettura: “Una visita serale e altri racconti” di Emmanuel Bove.

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di Luigi Preziosi

La misura breve del racconto, si dice – ormai quasi un luogo comune – soprattutto e a maggior ragione in tempi di videoclip come il nostro, favorisce la definizione esatta della narrazione, ne stabilisce con precisione geometrica i contorni, evidenzia con certezza ciò che al racconto è necessario. Può anche, e solo apparentemente al contrario, lasciare scivolare oltre il termine temporale e narrativo della trama situazioni destinate a restare irrisolte, creando o talvolta amplificando l’effetto di separazione tra la trama e il significato complessivo della narrazione. Entrambe queste caratteristiche sono presenti nei racconti di Emmanuel Bove antologizzati in Una visita serale e altri racconti, uscito da qualche mese presso Fusta Editore (collana Bassa stagione, diretta da Marino Magliani e Stefano Costa), nella traduzione di Claudio Panella.

Scrittore francese singolarmente poco noto in Italia, attivo tra gli anni Venti e gli anni Quaranta, Bove dimostra nei sette brani raccolti un’esemplare padronanza dei meccanismi che presiedono al racconto. In particolare, risalta in essi in essi il rigore di una scrittura quasi algida, tesa all’osservazione dell’essenziale, e finalizzata in ogni dettaglio allo svolgimento compiuto dell’episodio narrato. Scrive al riguardo Panella, in Come mai ero così triste? Emmanuel Bove e le sue ombre, acuta analisi critica che costituisce la postfazione al testo: “…di testo in testo, di personaggio in personaggio, Bove affinò in modo mirabile una maniera che nei racconti brevi raggiunge il grado più compiuto di erosione dell’intreccio e di dilatazione della narrazione, portando in primo piano la scrittura stessa”.

L’insieme di queste caratteristiche valorizza lo svolgimento del tema prevalente dei racconti, l’incertezza del sentimento amoroso, declinato in molteplici manifestazioni e distinte varianti tematiche. Bove introduce in ciascuna delle storie un elemento di dubbio, di insicurezza, originato proprio dall’analisi puntuta dei comportamenti umani di cui l’autore si fa carico. L’esplorazione dei sentimenti rende palesi zone d’ombra di cui a volte si preferirebbe non aver consapevolezza. D’altronde, l’autore dimostra di sapere bene che non è dato provare, se non episodicamente e volte dolorosamente, una consonanza assoluta di sentimenti. E’ l’incertezza dell’amore che Bove scruta con distacco solo apparente, con una scrittura rallentata e attenta al particolare, mirata all’osservazione quasi anatomica dell’inquietudine che ne scaturisce e che l’autore pare voler elevare a paradigma delle nevrosi che hanno tormentato il secolo scorso. Il discorso amoroso è, infatti, particolarmente consentaneo alla rappresentazione dell’ambivalenza che incrosta che i rapporti umani. Questo uso del tema, che caratterizza tutta la scelta dei racconti (a dimostrazione del rigore e della coerenza del curatore), risalta con particolare evidenza in due di essi, apparentemente simili, Ciò che ho visto e E se mentisse.

Nel primo, il protagonista sottopone al lettore, al quale si rivolge con toni quasi ossessivi, più per esprimere i propri dubbi che per invocarne sollievo, il caso che lo tormenta: per strada ha visto (o crede di aver visto, il che è, purtroppo per lui, lo stesso) di sfuggita e casualmente l’amata Henriette baciare un altro uomo su un taxi. Al rientro a casa, la donna negherà, ed il lettore non è chiamato a dare un giudizio definitivo sulla vicenda, ma solo un conforto, un incoraggiamento a credere alla verità della donna, perché il protagonista ha già deciso quale sarà il futuro della relazione: “… ho finito per credere alla mia amica. Ho finito per crederle ma, malgrado tutto, continuo a conservare in me un dubbio. È questo dubbio che le chiedo di fugare…”

In E se mentisse, la giovane moglie del protagonista non rientra a casa dalla consueta passeggiata pomeridiana, per ricomparire solo all’alba successiva, lasciando il marito, al termine di un incalzante colloquio, senza una spiegazione convincente del suo comportamento. Anche qui, la soluzione non è traumatica, presuppone piuttosto nel marito una particolare disponibilità ad allungare lo sguardo sul futuro: “…all’improvviso, si era reso conto di stare invecchiando e che, invece di perdere tutto, era meglio soffrire in silenzio per godersi la gioia di vivere accanto alla donna che amava e che aveva comunque abbastanza rispetto e amicizia per lui da darsi la pena di mentire”. In entrambe le storie, la stabilità di un’esistenza che si immagina (e ci si augura) senza scosse viene turbata da eventi, se non insignificanti, difficili comunque da decifrare alla stregua del trascorrere del tempo nonché del senso che l’altro, la donna in entrambi i racconti, annette loro.

In una sola notte le prospettive possono radicalmente cambiare, e le sicurezze dell’amore tramutarsi non solo in dubbi inestirpabili, ma anche, a volte, in sofferenze a cui si stenta a trovare spiegazioni. E’ quanto avviene in Una visita serale, racconto iniziale da cui la raccolta trae il titolo, in cui Paul entra prepotentemente nella tranquilla serata dell’amico Jean per chiedergli conforto ed aiuto: la moglie gli ha appena gelidamente annunciato che non lo ama più e che sta per lasciarlo. Nemmeno la mediazione dell’amico salverà la relazione: rimarrà il senso della solitudine, che attanaglia entrambi, e pervade l’alba di una giornata d’inverno a Parigi. Ma le intermittenze dei cuori, che queste storie sapientemente registrano, non consentono catalogazioni od omologazioni di sorta. La stessa misura temporale, l’arco di una notte, caratterizza anche l’ultimo racconto, Ritorno a casa, che non afferma però alcuna consolante simmetria rispetto al primo, nonostante ne sia quasi un calco rovesciato. Una donna, dopo aver lasciato tre anni prima marito e figli, una sera imprevedibilmente ritorna a casa. Viene accolta senza diffidenze e perdonata, ma riparte la mattina dopo. Il tempo cambia volti ed emozioni, altera senza scampo la gradazione dei sentimenti, mentre l’amore esige l’assoluto, e, almeno per Jeanne, non tollera incertezze: aveva infatti capito che il marito “era disposto a fare tutto ciò che poteva per renderla felice, ma non l’amava più come prima. E poiché ci si aspetta molto più dagli altri quando si soffre che quando si è felici, aveva preferito sparire per sempre.”

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