Isabel Archer a Caspar Goodwood (Lettere delle eroine, 4)

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L'uomo è Henry James. L'artista è John Singer. La frase è nota.

L’uomo è Henry James. L’artista è John Singer.
La frase è nota.

di Gilda Policastro

[Le regole del gioco].

Caro Caspar, ma come devo fare con te? Ma come devo dirtelo, e in che lingua, che non possiamo andare avanti così? Anzi, che tu non puoi andare avanti così, perché la mia vita procede eccome, da quel nostro ultimo incontro in America e anche dal primo in Inghilterra, all’inizio del mio decisivo cambiamento di abitudini, di ambizioni, di desideri, prima che cominciassero i viaggi, che conoscessi lui. Me lo sono addirittura sposato, conta qualcosa per te? Conta qualcosa la mia richiesta di non aspettarmi, di non vivere nell’illusione e nella brama smaniosa, di smetterla di pensarmi come una possibilità futura, indefinitamente? Quanto tempo ti serve, mi chiedevi. Due anni? Quanto? Ti ho mai dato una speranza concreta, ti ho mai detto verrà il giorno… no, Caspar, no, santo iddio, no! È su questo che non vuoi riflettere, è questo che ti rifiuti di considerare: non ti ho mai ingannato in alcuna maniera, mai, caro Caspar e dio sa se non me ne dispiaccia. No, fermati, no, non è come pensi, per carità, non equivocare anche questa volta: io ho pena per te, ho pietà e considerazione della tua sofferenza, mi pesa, finanche. E tutte le volte che ho accettato di incontrarti, è stato sempre e solo per compiacerti, non piegandomi alla meschina teoria della medicina amara. Ho fatto male? Avrei dovuto ignorarti, ferirti a morte, cancellarti dalla faccia della terra (ma come poi, come mi consigliava quella pazza di Henrietta esattamente sposandoti, il modo migliore e l’unico conosciuto per stonare gli uomini dalle fantasie troppo indulgenti del prima)? Come si fa con quelli che un giorno chiameranno stalker e ai quali non bisognerà mai mai rispondere in alcun modo, la polizia postale raccomanderà (l’ho letto in un libro di fantascienza della mia figlioccia), pena il rinvigorirsi della speranza? La speranza, mio caro Caspar, ma di cosa? Di stare insieme, in un qualche oltretempo, dove? Io e te? Ma perché poi, io e te? Perché dovremmo comprenderci, amarci, condividere le nostre vite e le nostre case, se non ci intendiamo nello spazio risicato di una conversazione elementare, fatta di domande dirette e di risposte perentorie: mi vuoi sposare, no. Diamine, non ci sono equivoci possibili, Caspar, non puoi ritradurti un no in un forse o addirittura in un sì, probabilmente, chissà, fra alcuni anni. Non è che tutto sia sempre testo, non è che il testo sia sempre plurivocamente interpretabile, non è che dobbiamo necessariamente arrivare a quello che chiameranno Derrida per smontare e rimontare ogni volta da capo e rinnegare l’essenza. L’essenza è che non ce n’è, Caspar, e, oggi a ragion veduta posso solennemente ribadirlo, non ce n’è per te. Sì, lo so, e qui faccio piena e sincera ammenda, sul fatto in toto mi ero sbagliata: avevo detto che non avrei sposato nessuno, ed era quella, sinceramente, la mia intenzione. Non legarmi, girare il mondo, conoscere gli uomini e le cose. Ma poi, capiamoci: che uomini vuoi conoscere e quali cose, girando il mondo? Era chiaro che la mia pigra vanità e il mio talento nel non fare assolutamente nulla non potessero che ambire a una sola condizione, quella di compagna di qualcuno, e tra tutti gli altri che mi hanno corteggiata e proposto di sposarli, quel qualcuno l’ho scelto talmente simile a me che adesso facciamo una gran fatica a districarci. Tu eri attivo, onesto lavoratore, avevamo anche il nobile vigoroso, e niente, quello decaduto e a caccia di dote, mi sono scelta. Onore a mio cugino che ha dilapidato un’eredità per me, per lui. E ora, come tutte le coppie, siamo infelici a modo nostro, cioè a modo suo. Sapessi come mi guarda…ma no, non te lo dirò mai, perché non è che nel tuo sguardo languido e rapace mi sia mai rispecchiata tanto, a dire il vero: cos’avevi in quegli occhi, di cosa li foderavi prima di guardarmi, cosa ti ha spinto ad aspettarmi nei decenni e a seguirmi da un continente all’altro, spiando da lontano i miei movimenti, irrompendo quel tanto che bastava a ricordarmi che c’eri e ci saresti sempre stato, per me? Non c’è cosa più desiderabile che trovarne uno così, per qualunque donna: un uomo disposto a rivestirsi i bulbi pur di continuare a vederti incantevole come non sei mai stata, anche con la faccia che si smargina nelle gote non più verginali, il doppio mento di quando ci s’appisola passati i trent’anni, i capelli bianchi nascosti dalla veletta (che quell’altro, almeno a quel punto l’avevano disincantato, i capelli ridotti a matassa, e tu invece niente, resisti a tutto, resisti a te stesso, e già solo in questo, vinci). Fermati un attimo, Caspar, smettila di percorrere mari e continenti, riposa la testa, seda il prolasso, curati in qualche modo. Non ce n’è. Mi senti? Mi capisci? Non ce n’è. E mica devo giustificarmi, perché dovrei costringermi a darti un motivo, cercartene uno per forza, per tacitare quel tumulto che mai ho incoraggiato, rinfocolato, legittimato? Sì, pensi di sì? E quando? Tu, tu da solo hai sempre pensato di me e di te che fossimo adatti a stare insieme, nati per vivere e morire mano nella mano. Ma io, io contavo qualcosa per te, al di là dello strumento di felicità che avrei potuto, stando a te-e-solo-te, essere o diventare? Io, io-come-sono-fatta, con questi pensieri che in oltre mille pagine sfido chiunque a trovarne uno originale, io che ho un aspetto che tutti ammirano ma nessuno sa dire in centinaia di dialoghi su di me, perché. Forse perché sono americana e in Europa in quegli anni il dato aveva la sua presa, ma eri americano pure tu, quante ne hai viste, uguali uguali a me, se non più belle, fascinose, meno Archer e più donne, donne vere, disposte, adatte? Io disposta a cosa, mio caro Caspar? A farmi torturare a vita da quel buonannulla, gli ho messo in mano una fortuna e guarda cosa ne ha fatto. Posso decidere qualcosa, nelle nostre giornate? Anche sua figlia entra ed esce dal collegio come fosse il catechismo del sabato, ci rimane per mesi, torna cianotica, apatica. Purché ubbidisca, quella sovrana virtù che intravedeva, chissà poi su quali basi, in una che aveva rifiutato tutti i pretendenti. Come voleva che fosse mai per trasformarmi in una creatura ubbidiente? Anche tu, in fondo, col tuo amore incondizionato, il tuo amore per me che resiste a qualunque ubbia, errore, accidente non sei ai miei occhi (e sì che te lo dico un sacco di volte, nel romanzo) che un violento. Feroce. Prevaricatore. Tu vuoi che io sia come tu mi vuoi. Anche a te, in fondo, dovrei ubbidire, ricambiando il tuo amore, che è un’imposizione. Cos’altro?

Ora, Caspar, per guarirti le ho provate tutte (a parte ammazzarti, come consiglierà una poetessa a venire la cui ammiratrice instancabile non mancò di cambiarsi in questuante d’amore ossessiva e molesta), ma niente, non hai voluto saperne. Ti ho anche messo di fronte all’evidenza che poi, alla fine, piaccia o non piaccia (a te, ai lettori, a me stessa) è da mio marito che torno, dopo quel terribile abbraccio (con te: non farmici pensare, orrore). Mi sei letteralmente saltato addosso (la pagina lo dice chiaro), ma pure lì, ti sei mostrato sordo a ogni evidenza e hai dichiarato: ma poi, alla fin fine, ci siam baciati.

Caro Caspar, chiudi il libro, escine fuori, fatti una vita. Una vita che non mi preveda. Che mi releghi a personaggio di contorno, quale di fatto sono in fondo un po’ per tutti (è l’ambiente che fa il ritratto, non certo lei: lo pensa chiunque abbia letto!), a relitto rimangiato dai ricordi, a conchiglia marina di solo (se vuoi, anche imperituro) decoro. Mettimi via, posami una buona volta, scollati.

Per sempre.

Mai (più) tua. (Più? Mai. Mai e basta).

Isabel

Se volete la trama del romanzo di Henry James Ritratto di signora, la trovate qui. Se invece volete il romanzo intero, lo trovate qui.

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4 Risposte to “Isabel Archer a Caspar Goodwood (Lettere delle eroine, 4)”

  1. stefano Says:

    Preciso e affilato, complimenti.

  2. Nadia Bertolani Says:

    Lettera magnifica! Avevo pensato anch’io di scegliere Isabel, ma mi rendo conto che non ho mai chiarito i miei rapporti con il personaggio: a me Isabel appare enigmatica, sfuggente e molto ottocentesca, in bilico tra il romanzo moderno e il melodramma. In questa lettera, invece, non ci sono esitazioni. Mi ripeto: una pagina forte, decisa e bella.

  3. Gilda Policastro Says:

    D’altra parte io ho molto apprezzato (teste il like istantaneo sul Fb di Giulio Mozzi) la lettera in versi di Felicita e anch’io mi sono trovata a pensare che avrei voluto scrivere a mia volta all’avvocato (qui, per chi non l’avesse letta: https://vibrisse.wordpress.com/2016/07/20/la-signorina-felicita-allavvocato-lettere-delle-eroine-3/) e che però travestirmi da signorina ricamatrice e priva di lusinga mi sarebbe costato ben più che fingermi l’enigmatica e superba (in ambo i sensi) Isabel. Un saluto da Gardencourt.

  4. Nadia Bertolani Says:

    A Gilda Policastro.
    Leggo il tuo commento di risposta fuori tempo massimo, è una mia caratteristica arrivare in ritardo. lo stesso si dica della tua bella intervista rilasciata a Giulio su vibrisse. Mi manca la lettura di Cella e poi finalmente potrò inviarti il mio saluto senza quel tremendo senso di inadeguatezza che rovina sempre tutto. Grazie e tutta la mia ammirazione.

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