Riflessione gigantesca su un testo futile (ovvero: le “regole interne” del testo e la “volontà di dire” dell’autore)

by
Julia Margaret Cameron, Annunciazione, stampa in albumina, 1868, Royal Photographic Society, Bath

Julia Margaret Cameron, Annunciazione, stampa in albumina, 1868, Royal Photographic Society, Bath

di giuliomozzi

Questo articolo è stato suggerito da uno scambio di battute con l’autrice di una delle Lettere delle eroine in corso di pubblicazione qui in vibrisse. Riflettevamo sul fatto che, a volte, produciamo dei testi nei quali, più che la volontà di dire una determinata cosa, sembrano dominare le regole interne al testo. Col risultato che si finisce (o si rischia di finire) col “dire” qualcosa in cui stentiamo a riconoscerci, e di cui stentiamo a prenderci la responsabilità.

A me la cosa sembra (intuitivamente) molto chiara; e non me ne faccio un problema. Se non altro perché nella quasi totalità dei casi, almeno nella mia pratica, le eventuali “regole interne al testo” sono di mia invenzione (o sono regole inventate da altri alle quali ho dato libera adesione: il che è lo stesso). Qualunque cosa il testo finisca col dire, è il risultato di una mia azione. Che la mia autoconsaspevolezza sia talvolta difettiva, non mi pare faccia grande differenza (che io sia o non sia consapevole di star mangiando una mela, una volta che l’avrò mangiata la mela sarà stata mangiata, e da me). Il testo è là, è un significante dotato di una sua autonomia, ma non farò mai finta di non essere stato io a comporlo (e, tendenzialmente, darei credito più al testo composto che a una mia improvvisata testimonianza o labile autocoscienza).

Le Lettere delle eroine, in corso di pubblicazione qui in vibrisse, mi sembrano un caso abbastanza tipico di testi nei quali le “regole interne” sembrano prevalere sulla “volontà di dire”. Se non altro perché il modello stesso, ovvero le Heroides di Ovidio, è già di per sé un’opera che sembra costruita sulla scelta di determinate regole: tanto che la pratica ivi attuata, ossia il dar voce a personaggi (che siano storici o mitologici o comunque frutto d’invenzione narrativa altrui: non cambia, l’importante è che sono personaggi e che in loro assenza – per motivi diversi forzata – li facciamo parlare) ha perfino il suo nome nell’enciclopedia della retorica: si tratta infatti di una varietà della prosopopea o personificazione (una veloce definizione).

L’intento di questo articoletto è ragionare un po’, sulla base di un frivolissimo esempio, sul funzionamento della prosopopea o personificazione, e più in generale su che cosa significa “obbedire alle regole interne al testo”. Il frivolissimo esempio è una storiella che ho pubblicata (uso un esempio mio, così sono più sicuro di quel che dico: lo conosco bene) qualche giorno fa in Facebook. Lo riporto qui per intero, e poi lo esaminiamo pezzetto per pezzetto. Sia chiaro che tanta attenzione dedicata a questo testo non è un’attribuzione di valore.

Caro Bepi.
A zé do mesi che go da dirte sta roba.
A go un fià paura che te te incassi.
No sta incassarte, Bepi.
A zé vignù un anzoéto, casa mia.
El pareva un bel toso. Ma el gera un anzoéto.
Mi gero drio cusire.
El me ga dito tante robe.
El me ga dito che mi a farò un puteo.
Mi a ghe go dito che el porta pasiensa, che mi e ti no gavemo fato gnente, compreso che no semo gnanca maridài ’ncora.
El me ga dito che sto puteo vegnarà fora par conto suo.
El me vardava su un modo, Bepi.
Mi a ghe go dito che l’indazésse via, che mi no fasso ste robe.
El me ga dito che ghe pensarà Dio.
Dio chi?, a ghe go dito.
Dio, el me ga dito.
Dio Dio?, a ghe go dito.
Proprio lù, el me ga dito.
Ah, a ghe go dito.
Po’ semo stai tuti do là, sensa dir gnente. Aspetàvimo che Dio fazesse.
Situ contenta?, el me ga dito po’.
No go sentìo gnente, a ghe go dito.
Ma gnente gnente?, el me ga dito.
Gnente, a ghe go dito.
Gnanca in tel core?, el me ga dito.
Forse un’estrasìstole, a ghe go dito.
Véditu, el me ga dito.
Che el sia sta lù?, a ghe go dito.
Eh, el me ga dito.
A go capìo, a ghe go dito.
No te si contenta?, el me ga dito.
Insóma, a ghe go dito.
Te te spetàvi cossa?, el me ga dito.
Eh, me spetàvo, a ghe go dito.
Po’ go tasùo.
E ’ora mi vago, el me ga dito.
Te me ’o saludi, a ghe go dito.
Chi?, el me ga dito.
So pare del puteo, a ghe go dito.
Ah va ben, el me ga dito.
E l’è ’ndà via.
E mi a go a pansa, Bepi. No sta incassarte, te prègo.

Cominciamo:

Caro Bepi.
A zé do mesi che go da dirte sta roba.

Alla prima, naturale e doverosa domanda, rispondo: non lo so. Non so perché martedì 19 luglio, alle nove di mattina circa, all’angolo tra via Comino e via D’Acquapendente (detta “via Acquapendente”), mentre mi recavo a comperare i giornali all’edicola di via D’Acquapendente, mi sia venuto in mente questo inizio. E ribadisco: non so, non ho la minima idea di perché mi sia venuto in mente di comporre, nel quadro del gioco Le lettere delle eroine, una lettera di Maria a Giuseppe; e tantomeno so perché ho immaginato di scriverla in dialetto. Io, che il dialetto lo parlo solo se sono costretto.

In realtà, era del tutto ovvio che mi venisse in mente di scrivere una lettera di Maria a Giuseppe, a proposito dell’annunciazione. Provate a leggere questo estratto dal libro che scrissi nel 2011 con Valter Binaghi, Dieci buoni motivi per essere cattolici (titolo del capitolo: “Perché Dio ha avuto bisogno di una donna”); e poi quest’altro brevissimo raccontino del 2014, che torna sul medesimo tema. Ma, andando ancora più indietro, provate a dare un’occhiata al progetto Annunciazione di Carlo Dalcielo (che è un artista alla cui esistenza partecipo attivamente): è un progetto ancora molto per aria, che forse non si realizzerà mai, ma insomma è lì dal 2008.

E non arrischiatevi a pensare che io sia un maniaco dell’annunciazione. Sospetto che l’annunciazione sia il tema iconografico col maggior numero di esemplari in Occidente (dopo le crocifissioni e le Madonne con bambino). E attorno al corpo di Maria la chiesa cattolica ha costruito, nell’arco di più di un millennio, cinque dei suoi dieci dogmi: nascita di Gesù da una vergine (553), l’umana Maria è madre di Dio e quindi Gesù è tanto vero uomo quanto vero Dio (431), peraltro Maria nacque senza peccato originale (1854) e il suo corpo fu assunto vivo in cielo (1950). Quel corpo lì, dunque, la sua fisiologia, è una mania (o almeno: è stato una mania) di tutto l’Occidente; per un millennio o più.

Dunque: la decisione di scrivere una lettera di Maria a Giuseppe non è altro che la decisione di collaudare un certo complesso di regole (quelle del prosopopaico gioco Lettere delle eroine) su una materia che fa comunque parte del mio immaginario da un bel pezzo.

(Evito di approfondire il fatto che la riscrittura di narrazioni bibliche è una pratica che ha tutta una sua storia eccetera eccetera: ci vorrebbero dei volumi. Per gli amanti del pulp, segnalo questo passo della Vita interna di Gesù Cristo – Autobiografia, relativo appunto al concepimento: e invito a leggere gli interessantissimi commenti).

Ma perché il dialetto?

Perché la ragazzina Maria (era una ragazzina, secondo i nostri standard attuali) può essere immaginata come una persona qualsiasi; di condizioni umili, molto umili (come dice lei stessa nel Magnificat). Per la quale è ipotizzabile il dialetto come lingua corrente. E perché il dialetto, piaccia o non piaccia, e soprattutto in Veneto, è la lingua del comico: e la mia propopopea, al di là delle profondità teologica nelle quali si immerge, è nella sostanza un esercizio comico.

(Notate le parole: prima ho usato il verbo “collaudare”; adesso parlo di “esercizio”. C’è del non-detto in Danimarca?).

E dunque, andiamo avanti: abbiamo una Maria che scrive a un Giuseppe, giustamente chiamato Bepi. Le prime quattro righe dovrebbero mantenere una certa sospensione:

Caro Bepi.
A zé do mesi che go da dirte sta roba.
A go un fià paura che te te incassi.
No sta incassarte, Bepi.

Benché non sia impossibile indovinare che qui Maria (quella famosa Maria) sta parlando a Giuseppe (quel famoso Giuseppe), anche grazie all’effetto straniante del dialetto, è possibilissimo che fin qui il lettore non ci arrivi (o arrivi solo a un sospetto, non a una certezza). Poi, la rivelazione:

A zé vignù un anzoéto, casa mia.

“Anzoéto” è forse (vado a memoria) la prima parola (o una delle prime) sulla quale riflette Meneghello in Libera nos a malo. Non avendo il libro sottomano, pesco in rete la citazione:

Anzoléti, con questo nome chiamavano quei nostri compaesanelli infanti, vissuti troppo poco per non diventare subito angioletti nell’atto stesso di rendere l’ultimo respiro sulla terra.
“Per chi suonano?”
“Non senti? è un anzoléto.”
Ogni altro giorno la campana suonava così. Ci morivano fitti, e nei mesi più crudeli, nelle grandi giornate estive, vivevamo in una nuvola di piccoli angioli avviati al cielo, che ci offuscava il sole.

Ovviamente Meneghello non c’entra niente con la mia storiella (notate le parole: qui uso un diminutivo), ma la pura e semplice parola “anzoéti” (la mancanza della “l” nella mia scrittura è imputabile alla diversità delle parlate tra Malo, in provincia di Vicenza, e la mia Padova), che può da Meneghello in qua essere considerata parola letteraria, dovrebbe produrre – in chi la riconosce – un effetto di nobilitazione comica. Che va a contrasto col verbo “incassarse” della riga prima.
Ma Meneghello tornerà, e due indizi – come noto – fanno due indizi.

El pareva un bel toso. Ma el gera un anzoéto.

Gli angeli acquistarono le ali piuttosto tardi; tutta l’iconografia cristiana antica presenta l’angelo dell’annunciazione semplicemente come un bel giovinetto. Ovviamente Maria, come tutti all’epoca sua, dispone di un “senso senso” che le fa percepire la presenza del sovrannaturale.

Mi gero drio cusire.

Qui l’iconografia lascia una certa libera scelta. Scartata la Maria che attinge l’acqua al pozzo nel cortile (immagine derivante dai Vangeli apocrifi), scartata la Maria nobilitata che studia le Scritture o prega (vedi tutti gli affreschi e quadri in cui la si associa a un libro, talvolta un libretto di preghiere e talvolta un librone di Scritture), rimane l’ipotesi più semplice: Maria faceva qualcosa di molto quotidiano.

El me ga dito tante robe.

Tradurre in dialetto il dialogo tra l’angelo e Maria sarebbe stato rischioso: sono parole che tutti abbiamo nella memoria, e l’effetto di trivializzazione sarebbe stato probabilmente eccessivo. Meglio riportare in forma indiretta:

El me ga dito che mi a farò un puteo.
Mi a ghe go dito che el porta pasiensa, che mi e ti no gavemo fato gnente, compreso che no semo gnanca maridài ’ncora.

Dove alla lingua dialettale si aggiunge, sempre con l’intento di riportare Maria alla sua “umiltà”, un nesso logico inconsulto (“compreso”); e per rappresentare Maria nella sua “terrestrità” si usa una perifrasi (“no gavemo fato gnente”) più eplicita di quella evangelica (“non conosco uomo”).

El me ga dito che sto puteo vegnarà fora par conto suo.
El me vardava su un modo, Bepi.
Mi a ghe go dito che l’indazésse via, che mi no fasso ste robe.

Maria interpreta le parole dell’angelo come un tentativo di seduzione, o almeno un approccio. Ovviamente per Maria c’è un solo modo per fare i bambini; e lo sguardo dell’angelo (“el me vardava in un modo”) doveva prestarsi a un’interpretazione seduttiva.
Fin qui la scena segue un copione preciso: l’angelo dice cosa che Maria capisce come può; Maria reagisce secondo ciò che ha capito. Tutto bene. Ma:

El me ga dito che ghe pensarà Dio.
Dio chi?, a ghe go dito.
Dio, el me ga dito.
Dio Dio?, a ghe go dito.
Proprio lù, el me ga dito.
Ah, a ghe go dito.

Quel “Dio chi?” è una reazione istintiva all’impensabile; e suggerisce che nel mondo di Maria “Dio” sia un soggetto lontano, lontanissimo. La sorpresa è legittima.
Ma è quel “Dio Dio” che mi fa pensare. Ancora Meneghello, da Pomo pero:

Cicana sapeva un numero infinito di bestemmie; altre ne inventava. Una volta scommise di dirne trecentocinquanta tutte diverse una dietro l’altra, e vinse senza impegnarsi a fondo. Lo ascoltavamo incantati; era come una lauda pervasa da un vivo sentimento della natura e da un attento spirito di osservazione.
Era di pomeriggio, ed eravamo nell’angolo d’ombra dell’ultima casa verso il ponte del Castello. La stramba litania ci faceva sfilare davanti agli occhi animali esotici e piccoli mammiferi nostrani, uccelli, pesci e rettili, la fauna dei letamai intenta ai suoi traffici, e la gaia flora dei marciapiedi, i grandi sputi gialli dei tabaccanti, scarlatti dei tisici. […] Le bestie selvatiche e domestiche, quelle innocue e quelle feroci, i pachidermi e le piccole polde, e fino i microbi e i bacilli che si stenta a vedere a occhio nudo; le bestie dell’aria, dalle poiane altissime agli sciami folti e bassi dei moscerini, le bestie del giorno e della notte, quelle delle acque limpide e dei gorghi scuri.
Alle cento bestemmie Cicana lasciò il regno animale e passò alle piante, alle erbe, ai licheni, alle muffe; sulle duecento entrò nel mondo bruto della materia inanimata; alle trecento cominciò a toccare la sfera delle arti e dei mestieri, le strutture della società, il gioco delle passioni umane.
Terminò col microcosmo dell’Uomo, dei suoi visceri attraenti insieme e repulsivi, delle sue mirabili funzioni fisiologiche; e compiuto il numero delle bestemmie pattuite, ne aggiunse alcune altre in supplemento, sciogliendo un inno all’Amore che chiamava però in altro modo: ormai faceva accademia, e fu fermato alle trecento e settantuna.
Concluse con una bestemmia breve e solenne, raddoppiando il Nome di Dio.

Quanto a

Ah, ghe go dito,

questa è, propriamente, la parodia. L’accettazione della cosa da parte di Maria, il suo enfatico (e, probabilmente, formulaico) “Faccia di me ciò che vuole”, qui è sintetizzato in un “Ah”.

Po’ semo stai tuti do là, sensa dir gnente. Aspetàvimo che Dio fazesse.

La domanda, infatti, è: come ha fatto? E per questo posso solo rimandare, sempre nel sito dedicato all’opera Annunciazione di Carlo Dalcielo, all’articolo intitolato Da che parte si entra?. Dove si raccontano alcune delle immaginazioni fatte sul modo fisico della inseminazione di Maria.

Situ contenta?, el me ga dito po’.
No go sentìo gnente, a ghe go dito.
Ma gnente gnente?, el me ga dito.
Gnente, a ghe go dito.
Gnanca in tel core?, el me ga dito.
Forse un’estrasìstole, a ghe go dito.
Véditu, el me ga dito.
Che el sia sta lù?, a ghe go dito.
Eh, el me ga dito.
A go capìo, a ghe go dito.
No te si contenta?, el me ga dito.
Insóma, a ghe go dito.
Te te spetàvi cossa?, el me ga dito.
Eh, me spetàvo, a ghe go dito.
Po’ go tasùo.

Poiché lo scopo del presente articolo è di mostrare come un testo possa essere costruito secondo le “proprie regole”, ma che tuttavia quel che ci finisce dentro è pur sempre ciò che l’autore ha dento, riporto un brano dalla recensione di Ennio Bissolati al libro Clonati senza peccato di Maria Immacolata Innocenti Degli (che Ennio Bissolati ed io si sia una cosa sola, e che i suoi libri – pur inesistenti – siano stati comunque inventati da qualcuno, spero sia noto ai lettori e alle lettrici di vibrisse):

Nella tradizione cristiana la trasmissione del cosiddetto “peccato originale” (dai progenitori all’umanità intera, con le uniche ben note eccezioni – una delle quali assai contestata anche all’interno del cristianesimo) è stata immaginata in due modi ben distinti, anche se talvolta sovrapposti. Secondo alcuni autori (mi perdonino i competenti, se la mia esposizione sarà semplicistica e manchevole) il vettore della tramissione è la concupiscenza. La passione desiderante, l’affollarsi di pensieri nella mente, l’agitarsi scomposto del corpo, eccetera, costituiscono una perdita del controllo di sé (e del proprio libero arbitrio): e questo è male (è, anzi, uno dei castighi inflitti ai progenitori dal creatore dopo il peccato originario: è quindi doppiamente male, essendo sia una pena sia un male in sé): e dall’essere concepiti nel male non può che discendere (logiche d’altri tempi) il nascere nel male. Un’altra scuola, alla quale appartengono gli autori più antichi, racconta che dopo il peccato originario il corpo di Adamo si guastò: e poiché nel corpo di Adamo dovevano essere contenuti tutti i suoi discendenti (ciascuno di noi sarebbe, insomma, un’espansione di un minuscolo frammento del corpo di Adamo, continuamente trasmesso nella generazione), inevitabilmente tale guasto a tutti i discendenti si trasmise e si trasmette: attraverso il seme maschile (interessante notare che gli antichi, convinti che nella generazione la donna fosse solo un attore passivo, arrivarono a immaginare che se solo Eva avesse peccato, e non Adamo, nessun peccato sarebbe stato trasmesso). Ovviamente vi fu chi sincreticamente immaginò che entrambe le cose, l’essere concepiti nella concupiscenza e il portare in sé un frammento di un Adamo guastato, concorressero la trasmissione del peccato.

Bissolati è un buffone, ma la sua relazione è sostanzialmente corretta (e, posso aggiungervi, riassunta dal libro Peccato originale. Agostino e il Medioevo, di Luciano Cova, edizioni il Mulino, 2014). E da quanto egli riferisce si può intuire come, nella tradizione, il figlio di Maria sia stato concepito non solo senza commercio corporale, ma anche senza alcuna concupiscenza: senza piacere; perché il piacere l’avrebbe guastato. L’atonia di Maria è quindi pertinente.
E “Forse un’estrasìstole” è palesemente messo lì per gioco (una parola dotta del tutto fuori contesto, nonché anacronistica).

E ’ora mi vago, el me ga dito.
Te me ’o saludi, a ghe go dito.
Chi?, el me ga dito.
So pare del puteo, a ghe go dito.
Ah va ben, el me ga dito.
E l’è ’ndà via.

Qui siamo all’abbassamento di tono. Il “Chi?” dell’angelo ripete il “Dio chi?” di Maria; il nominare Dio come “So pare del puteo” riporta ancora alla materialità della situazione.

E mi a go a pansa, Bepi. No sta incassarte, te prègo.

Come noto, Giuseppe non se la prese più che tanto (e si ebbe anche lui la sua brava spiegazione angelica: benché non in un’apparizione, ma in sogno).

Tutta questa spiegazione mi ha sfinito; non so voi. Vi ricordo da dove eravamo partiti:

Riflettevamo sul fatto che, a volte, produciamo dei testi nei quali, più che la volontà di dire una determinata cosa, sembrano dominare le regole interne al testo. Col risultato che si finisce (o si rischia di finire) col “dire” qualcosa in cui stentiamo a riconoscerci, e di cui stentiamo a prenderci la responsabilità.

Ora: a me pare evidente che il testo in questione – frivolo quanto mai – si è per così dire generato da sé, sulla base di alcune semplici regole interne. Si tratta di una parodia; il racconto contenuto nel Vangelo di Luca è abbassato di tono, riportato alla vita materiale, dialettizzato; Maria reagisce non con la calma della donna spirituale ma con la tontaggine di quella che non capisce; l’angelo è impiegatizio, e anche un pochettino sporcaccione (il suo “No te sì contenta?” sembra un “Ti è piaciuto?” postcoitale). Le parodie funzionano così.

Tuttavia, il contenuto che è precipitato dentro al testo non è un contenuto casuale o pretestuoso. E, qualunque sia il senso della cosa, l’autore non può sottrarsi alla sua responsabilità; né può negare il senso prodotto.

(Che poi, a chi mi domandasse: “Sì, vabbè, insomma, ma qual è il senso di questa storiella?”, posso rispondere: (a) ricordare che un buon mito resiste a qualunque trattamento; (b) ricordare che l’incarnazione del figlio di Dio non può essere immaginatA dimenticando – come spesso la chiesa fa – che ci andavano di mezzo dei corpi; (c) ricordare che quella brevissima narrazione di Luca è un abisso. Se secondo voi c’è dell’altro: vedete un po’).

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9 Risposte to “Riflessione gigantesca su un testo futile (ovvero: le “regole interne” del testo e la “volontà di dire” dell’autore)”

  1. C.P. Says:

    Ho sempre sospettato che la Maria dell’Annuciazione di Jesi, di Lorenzo Lotto, parlasse in veneto… questa Maria padovana è buffa ma intenerisce anche un po’. Grazie.
    Sulla questione del rapporto tra regole e creatività nella scrittura e sulla riscrittura, anche sotto forma di parodia, come modalità di sopravvivenza delle tradizioni culturali, si potrebbe parlare a lungo, ma stasera fa decisamente troppo caldo.

  2. Valentina Durante Says:

    L’argomento m’interessa molto. Però – arrivata alla fine di questo articolo che è bello e per nulla stancante – ancora non mi è chiaro cosa significhi, in concreto, prendersi delle responsabilità sui propri testi. Un’assunzione di responsabilità implica, secondo me, una relazione: io accetto di prendermi delle responsabilità rispetto a qualcosa, di fronte a qualcuno. Nel caso presente, i due soggetti della relazione sono l’autore e il lettore (e già questo porrebbe dei problemi, giacché, se l’autore è uno solo, i lettori sono molti; per praticità, mi riferirò qui a un lettore-tipo). Io vedo un’assunzione di responsabilità a tre livelli. 1) A livello autorale: io – autore – mi prendo la responsabilità di aver scritto un determinato testo. A parte casi di anonimato o pseudonimo, che sono eccezioni, credo che nessun autore abbia qualche difficoltà a riguardo. 2) A livello di immaginario: io – autore – riconosco di aver immaginato le cose che poi ho scritto. Questo significa, a mio avviso, operare nell’ambito del “come se”: io – autore – agisco nel testo (dunque: affermo cose, eseguo azioni, prendo decisioni) *come se* fossi il (o i) personaggi che ho deciso di incarnare. Se il mio personaggio (che magari è anche narratore in prima persona) magnifica e poi commette un infanticidio, io – autore – mi prenderò la responsabilità di aver immaginato quel pensiero e quell’azione lì, ma ciò non significa che finirò per replicarli nella mia vita reale (o magari sì, ma il fatto è che non lo si può affermare stando semplicemente al testo). Nel caso delle “Lettere delle eroine”, questo meccanismo era, se possibile, esasperato, perché ci si doveva innestare nell’immaginario prodotto da altri. 3) A livello di senso. Qui subentrano le difficoltà maggiori perché: a chi spetta definire il senso di un testo? All’autore? Al lettore? Al testo stesso? Un senso che emerga inequivocabilmente dal testo stesso, si ha solo (secondo me, magari sbaglio) nel caso delle interpretazioni letterali. I testi vanno dunque interpretati alla lettera? L’autore è ciò che emerge dalle sue narrazioni? Se così fosse, pensando a certi testi che mi è capitato di leggere, davvero verrebbe da piangere. Mi pare che l’unico depositario del senso di un testo non possa essere che l’autore stesso: solo lui può sapere quanto di ciò che ha scritto va interpretato alla lettera, quanto è simbolo, quanto allegoria, quanto è finzione nella quale lui si identifica, quanto è finzione nella quale lui non si identifica (e che magari condanna), quanto è citazione da altri testi (anche qui, con duplice funzione: una citazione può riferirsi al senso per come l’autore lo ha interpretato, oppure alla forma, oppure a entrambe). Tornando all’infanticidio: io – autore – potrei averlo magnificato e commesso nel testo attraverso il mio personaggio/narratore, per molti motivi: come atto scaramantico, in chiave simbolica, come pretesto per esplorare determinate reazioni nei personaggi, come allegoria, come citazione da altre opere (che magari m’interessavano per questioni puramente estetiche) e magari sì, anche perché segretamente desidero commettere un infanticidio e scelgo di sublimare attraverso la scrittura. L’unico modo per accedere a questo senso, di cui l’autore è certamente consapevole (credo che la maggior parte dei testi non venga prodotta in un momento di estasi dionisiaca), è quello di confrontarsi con chi il testo lo ha scritto. Esiste, infine, un senso prodotto dal lettore stesso: ma, giacché l’autore neppure lo conosce, questo senso, come potrebbe prendersi delle responsabilità in merito? Come può chi scrive rendere conto delle migliaia di possibili interpretazioni di chi legge (tenuto anche conto che i lettori sono molti)? L’autore non può e non deve negare il senso prodotto, ma certo non può farsi carico del senso prodotto da altri, in vece sua, su testi suoi: non riconoscersi nell’interpretazione letterale di un testo non significa automaticamente non riconoscersi nel suo senso (che può avere anche una componente letterale, perché no) e neppure rifiutare di prendersi delle responsabilità. Può darsi che abbia preso un pochi di svarioni (le mie conoscenze in merito sono quelle che sono) e forse ho solo complicato la faccenda, però, ripeto, l’argomento m’interessa molto. Grazie mille.

  3. dm Says:

    Scrivendo mi è capitato di trovarmi costretto a “compiere” azioni riprovevoli. Cioè mi sono trovato costretto ad armare un personaggio nel quale avvertivo una forte identificazione (pur nell’alterità) per fargli compiere, appunto, azioni riprovevoli. Sicuramente più riprovevoli per me, che scrivevo (e che quindi mi leggevo in controluce le relazioni non casuali fra il testo e il mio vissuto), che riprovevoli per il lettore cui mi rivolgevo. Il lettore, se fatto prigioniero del testo, ci pensa poco all’autore in carne e ossa. Mi disgustava, insomma, che un personaggio in cui avevo riposto un frammento d’identità, facesse quelle cose, pensasse tutto il necessario pensiero affinché potesse fare credibilmente quelle cose eccetera. Ma era indispensabile, o non sarei mai arrivato a poter raccontare quel che dovevo (per necessità mia psicologica) raccontare. (E ovviamente anche il fatto di sentire la necessità o il dovere di raccontare una particolare vicenda è da mettere in conto alle costrizioni; ma lasciamo stare). Per arrivare al nucleo indispensabile del romanzo, ho dovuto procedere attribuendo pensieri e azioni disgustose al mio medesimo, con lo scopo ovviamente di far compiere al mio medesimo le azioni che mi era indispensabile raccontare. È un po’ contorto, ma è anche molto semplice. Tu devi raccontare una certa cosa; e hai bisogno di farlo attraverso un’entità testuale che ti somigli (narratore o personaggio non importa) per godere di un certo rispecchiamento. Se questo rispecchiamento non avviene, non c’è nessun godimento e la scrittura è priva di scopo, almeno per me. E ora, a conti fatti, se rileggo la narrazione (cosa che faccio di rado) mi dico che sì, sono assolutamente responsabile di aver detto tutto quel che volevo dire. Ma sono un po’ meno responsabile (ma non irresponsabile) di tutto quel che mi è servito dire per arrivare a dire, sì, quel che volevo dire. Non c’era altra strada. La materia era talmente arroventata che non avrei potuto dire ciò che volevo senza quel che dovevo: e lo dovevo dire a quella temperatura lì: se scrivi, mettiamo, di uno studente russo che ammazza la proprietaria del bugigattolo in cui vivi – e ti è necessario raccontare questa vicenda qui – ci saranno ad esempio tutta una serie di cose riprovevoli che dovrai raccontare affinché il nucleo indispensabile resti in piedi – un esempio come un altro. Poi, va be’, ci si deve dire comunque responsabili di tutto ciò che si digita, per onore letterario anche, e per non essere presi per pazzi dagli incompetenti, soprattutto. Ma questa differenza o dislivello di responsabilità è qualche cosa di cui è impossibile non tenere conto.

  4. Giulio Mozzi Says:

    Direi, in estrema sintesi: qualunque cosa il testo dica, e qualunque sia il soggetto deputato a determinarne il senso, chi l’ha scritto è di quel senso responsabile.

    Il mio raccontino futile, a es., contiene una domanda oscena: qual è stato il godimento di Maria nel concepire un figlio con Dio? E poi, implicata: è o non è vero che tutto un immaginario (uno degli immaginari) della sessualità occidentale si fonda sul fatto che il concepimento del figlio di Dio è narrato senza alcun accenno al godimento, e in linea di massima è narrato come avvenuto senza alcun godimento?

    Non posso dire che fosse mia intenzione porre queste domande, quando (all’angolo tra via Comino e via D’Acquapendente, mentre mi recavo a comperare i giornali all’edicola di via D’Acquapendente) mi venne in mente l’esordio: “Caro Bepi. A zé do mesi che go da dirte sta roba”. E non posso dire che, prima di scrivere questa lunghissima riflessione, tutto mi fosse così chiaro. Ma ora il testo è là, e se una qualche autorità volesse sanzionarmi per aver posto domande oscene, non vedo come potrei sottrarmi.

    Peraltro, ancora non si sa bene perché l’annunciazione a me interessi così tanto.

  5. C.P. Says:

    … meno male che doveva essere un gioco!

  6. RobySan Says:

    Il “No te sì contenta?” mi ricorda il Sei stata bene? di gaberiana memoria (benché fosse in un contesto del tutto diverso). Epperò una sorta di preoccupazione per eventuale “defaillance” la si riscontra nelle domande dell’angelo, direi.

    Anche a me gli “anzoeti” hanno immediatamente rammentato gli “anzoleti” di Meneghello. Non credo potesse essere diversamente (voglio dire: i testi si aiutano l’un con l’altro e chi non abbia letto “Libera nos a Malo” si diverte di meno).

    La “estrasistole”, poi, è proprio la certificazione degli “elementi di finzionalità” disseminati implicitamente col dialetto. Forse è l’unica cosa che non è “venuta da sé” nell’insieme. Per il resto, come diceva quello là, “noi non parliamo, siamo parlati”, dunca…

    P.S.: Mi sono persino spinto a immaginare il tutto letto da una Lina Volonghi (che, pur genovese, sapeva rendere il veneto in modo magistrale[*]) ed è stato un piacere del tutto personale, ma che vi suggerisco di provare.

    [*]: cercate “Sior Todero brontolon” di Goldoni (con Baseggio & C.) su youtube.

  7. C.P. Says:

    “Riflettevamo sul fatto che, a volte, produciamo dei testi nei quali, più che la volontà di dire una determinata cosa, sembrano dominare le regole interne al testo. Col risultato che si finisce (o si rischia di finire) col “dire” qualcosa in cui stentiamo a riconoscerci, e di cui stentiamo a prenderci la responsabilità.”

    Nel caso delle “Lettere delle eroine” agiscono anche delle regole esterne, perché ci sono delle consegne precise legate al tema: il punto di partenza è un personaggio femminile, a scelta, di un testo letterario\fumetto noto. Quindi chi scrive dà voce a un personaggio che esiste già e che si porta dietro, per il lettore, riferimenti e significati preesistenti del tutto indipendenti dalla volontà di chi scrive la lettera. La creatività, in questo caso, è nella scelta del personaggio, nel taglio e nel registro da dare alla lettera, nella messa a fuoco (o nello stravolgimento) di uno o più elementi che lo caratterizzano. Il grande vantaggio è quello di non dover dire tutto di lei, perché la sua personalità e le sue vicende sono già conosciuti.

    Riconoscersi in quello che si scrive e assumerne la responsabilità è davvero così importante? Per me è molto fastidioso ritrovarmi in quello che scrivo, preferisco modalità di scrittura creativa (la traduzione, in particolare), che mi liberino dalla responsabilità totale del testo, lasciandomi solo la scelta stilistica e interpretativa della riscrittura in un’altra lingua, la mia, di un testo non mio. Piuttosto che “riconoscersi” mi sembra, al limite, più interessante la possibilità di “conoscersi” attraverso quello che si scrive. È un po’ quello che hai fatto tu, Giulio, deducendo dal tuo testo e da alcuni tuoi lavori precedenti che hai indubbiamente un interesse per il tema dell’Annunciazione e del concepimento di Gesù. Che tu decida o meno di approfondire la cosa, da lettore di te stesso hai colto qualcosa che da autore forse non ti era ancora così chiara. Questo mi sembra interessante.

    Per quanto riguarda l’altro aspetto, quello della responsabilità, non credo che chi scrive, anche nel caso in cui sia molto consapevole, abbia un vero controllo su quello che sta facendo e sulle sue possibili conseguenze. Per me l’assunzione di responsabilità si condivide con la società di cui quel libro è comunque frutto ed espressione e con i lettori che poi lo interpretano e ne traggono le conseguenze che preferiscono. Se non fosse così Goethe sarebbe andato in prigione per l’ondata di suicidi seguita alla pubblicazione del Werther. Per lo stesso motivo assolverei in parte Balzac dal sessismo, dal maschilismo e dal razzismo che serpeggiano nei suoi romanzi, perché erano profondamente radicati nella mentalità del maschile europea dell’Ottocento; non lo giustifico, ma trovo più responsabile chi dovesse parlare oggi in Italia delle donne negli stessi termini in cui l’ha fatto lui in Francia allora.

  8. dm Says:

    Un autore può essere responsabile solo del senso e degli effetti che poteva prevedere nel momento della scelta di pubblicare il suo testo. In altre parole, dico io, un autore è responsabile del senso e degli effetti del testo sul proprio destinatario, intendendo per destinatario chiunque risponda al modello mentale su cui il messaggio è stato modellato.
    Mi sembra un’ovvietà se consideriamo i casi limite (che so, Chapman che ammazza Lennon in qualche misura ispirato dal Giovane Holden, o quel che si dice nel commento precedente a questo), ma mi sembra di difficile applicazione nei casi più comuni. Il lettore che scambia il narratore per l’autore, e che insomma attribuisce a quest’ultimo giudizi e opinioni del primo come fossero dichiarazioni, sta forzando i limiti e il senso della finzione, sicuramente. E possiamo dire che non è a lui che l’autore si è rivolto scrivendo, che lui insomma non è nell’insieme dei destinatari. Ma – ad esempio – nel caso in cui un amico/parente dell’autore si ritrovi in uno dei personaggi, e magari è un personaggio negativo, per via della somiglianza dei tratti e delle storie, sta anche lui forzando i limiti della finzione? E addirittura se la somiglianza tra personaggio negativo e persona con cui l’autore è in relazione fosse involontaria, imprevista e, in qualche modo, fortuita per l’immaginazione…?
    Eccetera.

  9. sergiogarufi Says:

    “C’è del non-detto in Danimarca?”
    carina questa

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