Mysofilia (dal Sommario semiesauriente delle maialate)

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06 mysofilia

di Eusebio Gnirro

Nata in Giappone, con il nome di Burusera, la Mysofilia ha il proprio nucleo fondante nella travolgente passione di taluni per gli indumenti intimi femminili non lavati. Non va confusa con l’Efefilia, l’attrazione sessuale per i tessuti, poiché non è la stoffa l’elemento centrale bensì ciò che la contamina, ossia le secrezioni vaginali e i residui d’escrezioni in genere, non ultimi quelli riconducibili ad anomalie funzionali del nervo pudendo che compromettano il pieno controllo dell’ampulla recti. Va da sé che il potenziale eccitatorio della biancheria sporca aumenti in funzione della minore età di colei che l’ha dismessa, tanto che si contano migliaia di giovani donne che hanno fatto della vendita della mutande un’attività remunerativa con cui mantenersi agli studi (il livello di redditività dell’investimento è superiore a quello garantito dalla cocaina: non a caso un altro prodotto che si sniffa). Ciò è possibile perché si tratta di una pratica che riscuote un altissimo consenso tra i maschi giapponesi, al punto da avvalorare l’ipotesi, formulata da alcuni etimologisti pratesi, che l’espressione “impero del sol levante” discenda dall’apprezzamento, quasi ovunque ritenuto disdicevole, di levarsi l’indumento intimo solo quando sia diventato integralmente giallo.

Inutile dire che i patiti del genere gradiscono la presenza, in aggiunta alle tracce più tipiche di quell’ambiente umido e periferico, di residui d’altro genere: macchie ematiche, muchi episodici, perdite connesse a infezioni inesorabili, colture di bacilli vivaci e intraprendenti, percolati d’ogni sorta, insomma tutto il florilegio di eiezioni di cui madre natura ha reso capace le femmine della specie umana. Altrettanto superfluo specificare che il valore di mercato del bene s’accresca all’aumentare della rarità delle scorie, e che il prezzo ascenda ulteriormente quando si tratti di un prodotto artigianale la cui commercializzazione non prevede nessuna intermediazione tra il produttore e il consumatore. In questi casi la transazione avviene in privata sede, solitamente il gabinetto della ragazza, la quale, dopo aver esposto il campionario custodito nel cestino della biancheria, consegnerà il pezzo prescelto all’interno di un sacchettino di cellophane depressurizzato che ne manterrà inalterata la fragranza. E’ anche possibile associare qualche optional, come un certo numero di peli pubici o addirittura una polaroid della ragazza con indosso le mutandine appena acquistate. Si tratta di articoli che non tutti possono permettersi; non a caso l’industria nipponica, che ha fiutato da tempo l’affare, ha dato vita a un’efficace filiera produttiva per l’immissione sul mercato di mutande imbrattate in stabilimento, grazie all’inserimento nella catena di montaggio di postazioni occupate da operaie il cui unico prerequisito per l’assunzione è l’essere affette da blenoraggia.

Sono in circolazione prodotti sottocosto non certificati provenienti dalla vicina Cina: mutande che le leggende metropolitane vorrebbero intrise d’acqua dell’inquinatissimo Hwang-Ho, che significa non a caso fiume giallo. Nei circuiti del mercato illegale è possibile reperire tubetti di escrezioni pubiche che, con una cifra alla portata di chiunque, consentono di trattare un enorme numero di mutandine pulite comprate a prezzi di mercato. Ciò ha avuto come effetto un aumento esponenziale dei furti di biancheria stesa ad asciugare, che ha costretto le autorità nipponiche a correre ai ripari introducendo il reato di molestie traslate (abbandonando l’ipotesi iniziale di assimilarlo alla circonvenzione di carapace riferendosi al ruolo simbolicamente protettivo degli indumenti intimi), con l’aggravante del furto con scossa qualora il capo di vestiario venga strappato da un filo stendibiancheria.

Per chi è succube di questa passione l’esistenza di una legge fortemente punitiva non risolve il problema. Prova ne sia la morte del capogabinetto del Ministero degli affari esteri, a causa delle ferite riportate nell’accidentale avvio della centrifuga di una lavatrice industriale in dotazione a una scuola femminile; o la sequela di denunce accumulate dal Presidente della Banca Centrale dopo la scoperta, da parte delle impiegate di concetto, che il recipiente per lo smaltimento di assorbenti igienici e proteggi slip collocato nel bagno ad esse riservato non era a forma di testa umana ma era proprio una testa: quella del Presidente per l’appunto.

Il ventaglio delle variazioni sul tema è amplissimo, e spazia dallo specialismo di coloro che sono ossessionati dagli slip a pois in cotonina non trattata adoperati da ragazzine impuberi che abbiano un certo taglio di capelli e una determinata media scolastica, al generalismo di chi prova attrazione sessuale per qualsivoglia creatura femminile sporca. La rivista Mange, termine inglese che significa rogna, pubblica mensilmente foto osé di donne sudice e può vantare una tiratura di tutto rispetto, che raddoppia quando c’è un gadget sottovuoto in regalo. Le donne ritratte in posa non sono necessariamente nude; possono anche presentarsi intabarrate purché da esse promani un’impressione di laidezza: più sporche sono e più eccitanti appaiono agli amanti del genere, ai quali può risultare perfino più stuzzicante il fatto che siano vestite, poiché gli dà modo di coltivare la speranza che sotto gli indumenti nascondano ulteriori sorprese: non ultima quella di essersela appena fatta addosso.

Vengono considerati casi limite di mysofilia quelli che non abbiano un essere umano al centro della dinamica del desiderio, bensì animali, piante, oggetti inanimati. Maiali compiaciutamente trasandati, abeti arruffati e forforosi, scateneranno l’eccitazione nei patiti del sudiciume, al pari delle pile di piatti sporchi, dei cumuli d’immondizia, delle cataste di automobili da rottamare: qualsiasi cosa evochi incuria, degrado e rovina sarà uno sprone per gli appassionati del genere che si nascondono tra di noi. Riconoscerli non è difficile, perché con la stessa facilità con cui la maggioranza delle persone si danno una pacca sulla spalla in segno di benvenuto o si congedano con un bacio sulla guancia, essi, al primo abboccamento, esploreranno con un dito il solco delle natiche della fresca conoscenza, a cui non esisteranno a sputare in faccia al momento dei saluti.

© Turi Totore

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4 Risposte to “Mysofilia (dal Sommario semiesauriente delle maialate)”

  1. Ma.Ma. Says:

    Non oso pensare all’autoerotismo di questi soggetti…

  2. Bibolotty Says:

    in Italia non siamo messi meglio. molti anni fa ero in scena con “La trasfigurazione di Benno il ciccione” (premio Ubu miglior spettacolo, credo 1993). La ragazzina irlandese, io, si esibiva in balletti sconci davanti al nonno di Benno il ciccione in un paio di slip bianchi che puntualmente, a fine spettacolo, sparivano dal camerino. mi capitava soprattutto al nord. la permanenza al Piccolo di Milano mi costò 10 paia di slip nuovi.

  3. bibolottymoments Says:

    […] via Mysofilia (dal Sommario semiesauriente delle maialate) — vibrisse, bollettino […]

  4. Turi Totore Says:

    Benno il Ciccione?
    Ho visto quello spettacolo credo 20 anni fa. In scena c’era un attore panzuto, credo napoletano (o similpartenopeo). Lo spettacolo mi era piaciuto molto e l’attore mi era sembrato bravissimo. Ma non andava in scena al teatro Piccolo, bensì in un teatro piccolo. Forse il teatro nel quartiere greco. O ricordo male?

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