“Quel confine innominato ci attrae e ci atterrisce”

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di Andrea Cortellessa

[Questo articolo di Andrea Cortellessa è apparso in “Tuttolibri”, supplemento de “La Stampa”, sabato 11 giugno 2016].

7228419_1572657Sulla stampa illuminista, ai primi dell’Ottocento, tenne banco a lungo il caso del «ragazzo dell’Aveyron» (e ne resta ancora memoria, se nel 1970 François Truffaut gli ha dedicato Il ragazzo selvaggio: uno dei suoi film più asciutti e, dunque, davvero poetici): un ragazzino di una decina d’anni ritrovato in un bosco, nudo e privo di parola. A prenderlo con sé, il dottor Itard: il «caso» smontava l’idea del «buon selvaggio» di Rousseau, secondo il quale ricondotto allo stato di natura l’uomo avrebbe conosciuto la sua indole autentica, corrotta dalla civiltà; per lui, viceversa, educazione e cure parentali avrebbero restituito a Victor – questo il nome dato al ragazzo – la sua fisionomia umana. A partire dal linguaggio: tradizionale discrimine che fa, di questo, un uomo.

Ma Victor morirà, quarantenne, senza il dono della parola. Una vera dialettica dell’illuminismo: alla retorica dell’originario di Rousseau si contrappone quella, opposta, dell’apprendimento e della civilizzazione. Il nuovo romanzo di Laura Pugno parafrasa il titolo di Truffaut e ne ripropone la dialettica senza sbocchi; la sua storia ne differisce, però, in modo sottile.

La ragazza del titolo, Dasha, è una delle due gemelle, orfane di Cernobyl, che ha adottato l’industriale Giorgio Held. Mentre Nina splende di vitalità, Dasha è chiusa in se stessa: le è precluso, appunto, l’uso della parola. Al giungere della pubertà, le ragazze si allontanano nel profondo del bosco; ma la sola Nina torna nel consorzio umano. Dal bosco Dasha uscirà solo dieci anni dopo, rinvenuta ferita da Tessa – ricercatrice a sua volta isolatasi nel progetto d’avanguardia di Stellaria: riserva naturale cresciuta su un borgo, al limitare del bosco, abbandonato dagli abitanti (trasferitisi «fuori bosco», a Stellanova), e che studia gli effetti del rinselvatichimento «fino a un ipotetico, immaginario stato di natura». Nel frattempo Nina, dopo un incidente, è a sua volta sprofondata nel mutismo del coma.

Come Victor a suo tempo, Dasha è regredita allo stato animale: e il padre Giorgio, coll’aiuto di Teresa e dell’altro figlio adottivo Nicola, cerca in tutti i modi di riaddomesticarla. Anche in questo caso, invano. E si fa esplicito quanto in Truffaut era implicito: la scelta di riconsegnare la ragazza selvaggia alla natura alla quale appartiene.

I romanzi di Pugno alternano paesaggi visionari ed elusivi – come quello della Caccia, del 2012 – ad altri più riconoscibili e psicologicamente attendibili – come Antartide, del 2011, o quest’ultimo. Sono i primi, quelli che preferisco. Ma il finale della Ragazza selvaggia raggiunge quasi la potenza del primo e insuperato Sirene (un’altra storia sui confini dell’umano – e sullo sforzo struggente, del linguaggio, per oltrepassarli): mentre la neve si stende sul paesaggio (come nel finale lancinante di Under the skin di Jonathan Glazer) l’essere selvatico torna ad addentrarsi in una regione preclusa all’umano. Nessuno sa se riuscirà a salvarsi, ma certo conoscerà il destino riservato alla nostra specie, in un futuro del quale il presente reca tutti i segni minacciosi.

Come si legge nei versi della stessa Pugno (nell’ultima raccolta Bianco, uscita nella bella collana «poeti.com» di Nottetempo): «per questa via ogni volta / ogni volta l’inizio». Molti dei temi di quest’autrice così ossessiva – ancorché a loro volta addomesticati nella struttura romanzesca – splendono qui col consueto, perentorio nitore. Resta un senso di mistero – che duplica ogni presenza in gemellarità imperfette: alle due ragazze corrispondono Stellaria e Stellanova, Tessa e Nicola, eccetera – e insieme un’inquietudine panica che fa venire, a tratti, davvero i brividi. Perché «tutto quello che è animale», si legge sempre in Bianco, «è / vivo, è vivo». E «il confine // si sposta più avanti ogni giorno». Quel confine innominato – che attende ciascuno di noi, nel bosco, al termine del suo sentiero – irresistibile ci attrae. Almeno quanto ci atterrisce.

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