Actirasty (dal Sommario semiesauriente delle maialate)

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di Eusebio Gnirro

002 actirastyVi annoverate tra coloro che sono capaci di dilapidare il patrimonio annuale di ferie standosene supini sotto il solleone nella convinzione che si tratti di una prassi normale o addirittura commendevole? Sappiate che nel farlo state mettendo in atto, a vostra insaputa o scientemente, una pratica sessuale tra le tante. Si tratta dell’actirasty, che consiste nell’eccitarsi esponendosi ai raggi solari. Interrogate quelle ninfomani delle lucertole, se siete scettici, consultate quei maniaci dei girasoli qualora vi appaia un’enormità: le prime vi riserveranno un sorrisetto complice, i secondi chineranno la corolla per nascondere l’imbarazzo.

Non è un mistero che fin dai primi albori della civiltà il sole abbia rappresentato il simbolo della vita, né c’è bisogno di esplicitare quale sia l’attività da porre in essere affinché essa si perpetui: lo sanno gli uomini, ne sono a conoscenza gli animali d’ogni ordine, famiglia e genere, non lo ignorano le piante: uniche ad aver mantenuto un rapporto non mediato con il disco incandescente che è all’origine del tutto. Cionondimeno, se è vero che la prerogativa della nostra specie consiste nel convertire in una qualche forma di piacere ogni sorta di necessità: come è accaduto al mangiare e al bere, grazie all’invenzione dell’haute cuisine e dei vini millesimati; al respirare, attraverso la diffusione della sigaretta; all’andar di corpo, in virtù d’una dieta povera di fibre che favorisce l’irregolarità dell’intestino; se è appannaggio esclusivo dell’umana specie la sistematica trasmutazione delle occorrenze in superfluità, delle obbligazioni in facolterie, poteva uscirne indenne il vincolo supremo a qualsiasi forma d’esistenza organica rappresentato dall’essere bersagliati dai raggi solari?

Come sempre accade furono le élite a fungere da apripista: in particolare le donne dell’alta società d’oltralpe, le quali fecero propria la visione aristo-cutanea di Coco Chanel, che negli anni venti ribaltò il canone epidermico che affidava all’esibizione d’una pelle dal pallore lunare l’onere di connotare gli ottimati per contrapposizione con la livida cotenna dei villerecci; lo spopolamento delle campagne l’aveva persuasa che l’unico tratto distintivo dagli esangui bazzicatori di uffici e opifici fosse l’esibizione d’una abbronzatura da ozioso possidente. Poi è arrivato il boom economico, che ha sospinto milioni di emuli cupidi di sole verso i litorali alla portata dei comuni salariati.

Ecco perché le spiagge che in estate pullulano a perdita d’occhio di uomini e donne, vecchiardi e fantolini, accomunati dalla seminudità e dall’ostensione del corpo all’accanimento dei neutrini, vi appariranno d’oggi in poi sotto una luce obliqua, generata da una face che sommuove ombre astute e vili capaci di consentire a una passione nell’attimo stesso in cui fingono di rifiutarla. Provate a provocare i vostri vicini di sdraio insinuando quali siano i motivi reconditi della loro predilezione per i bagni di sole e vedrete se non finiranno per battervi a morte immolandovi sull’altare dell’ipocrisia.

Per scovare qualcuno che si conceda sapevolmente a questa smania bisogna puntare su coloro per i quali eccitazione e scottamento formano un binomio indivisibile. Sono uomini e donne che si esaltano facendo sesso nell’acqua bollente e che, alla bisogna, migrano verso inamene località termali di Giappone, Islanda, Nuova Zelanda, Costarica, censendo le polle più ardenti in cui l’acqua è così calda da potersi concedere sfrenatezze sessuali senza adottare alcuna precauzione, visto che è impossibile fecondare un ovulo alla coque o contrarre virus che abbiano appena subito un processo di vulcanizzazione. Riuscite a immaginare la gioiosa aspettativa di questi uomini e donne mentre saltellano sulla superficie screpolata e sulfurea della crosta terrestre, a dispetto dei complicati e prodigiosi incastri, inseguendo la speranza d’essere investiti da uno strapotente geyser capace di cuocerne le parti intime e dargli modo di copulare roteando sulla sommità di un getto d’acqua ustionante di dieci metri e passa d’altezza? E non finisce qui. Qualora dovesse subentrare la noia o diventare insopportabili i patimenti dovuti all’accumularsi delle fratture multiple procuratesi in fase d’atterraggio, costoro prenderanno l’abitudine di monitorare i bollettini diramati dagli istituti di geofisica e dai centri vulcanologici, e non appena essi prediranno un’eruzione li vedrete paracadutarsi sulle pendici dell’Etna, del Cerro Negro, del Popotepetl, dello Shishaldin, del Kilavea, per godere del piacere esclusivo rappresentato dal fornicare sotto una pioggia di lapilli incandescenti o una coltre di magma rovente.

Non tutti possono coltivare costose passioni da giramondo, ma in una società attenta alle dinamiche del mercato esistono valide alternative alla portata di chiunque. Nessuno impedisce agli amanti del genere di accoppiarsi nella posizione dell’amazzone su un tostapane acceso oppure in quella del missionario sulla griglia di un barbecue che oscilla a pochi centimetri da un tappeto di braci ardenti; nulla vieta ai membri di una coppia omosessuale di sodomizzarsi a vicenda con il phon dopo aver montato il diffusore di getto preferito; per non tacere delle opportunità che offre un’orgia in un forno da carrozziere alla massima potenza, un vibrante sessantanove su un banco per la saldatura ad arco, o il perseguire la perfetta e irreversibile fusione carnale grazie ai servigi di un professionista del cannello ossiacetilenico.

La cosa interessante è che questa pratica consegna gli appassionati ad una seconda parafilia nota come aliphineur, in cui il desiderio è da ricondurre all’uso parossistico di oli e pomate. Il ventaglio delle possibilità che essa offre è variegato, muovendo dalle creme solari dozzinali a ricercatissimi unguenti post-coitali. Come sovente accade causa e rimedio possono diventare indissolubili e chiudersi in una circolarità che rende arduo distinguere il secondo dalla prima. E’ il caso della prassi, ancora un po’ di nicchia, di farcire il colon della persona amata con crema pasticcera e passarla in forno a centocinque gradi, prima di sorbirla a temperatura ambiente facendo ricorso a una rudimentale cannuccia o un catetere omologato.

© Turi Totore

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2 Risposte to “Actirasty (dal Sommario semiesauriente delle maialate)”

  1. acabarra59 Says:

    “ 3 luglio 1994 – Anche stavolta mi sono scottato, anzi stavolta di più. « Sei stato al mare, eh? », mi dicono tutti, prima di ridere. « No comment », rispondo io, sentendomi arrossire. A essere rossi come sono rosso oggi io – rosso come un semaforo, come un altoforno, come un conto in banca, come un billo (tacchino), come un roast-beef, come un rosso per labbra (rossetto), come una trasfusione, come una mestruazione, come un succo di pomodoro, come una fetta di cocomero, come un film di Bertolucci, come un socialista, come un romanista, come una Ferrari, come un sunset, come un ristorante cinese, come un alcolista anonimo, come un naso da circo, come un principe della Chiesa, come un indiano d’America, come una pizza, come una piazza – c’è anche un vantaggio: si può arrossire – di vergogna, di imbarazzo, di stupore, di disperazione, di indignazione – senza che se ne accorga nessuno. (Io ho la tendenza a arrossire) (La prossima volta mi metto un cappello). “ [*]
    [*] Lsds / 73..

  2. acabarra59 Says:

    “ 3 luglio 1994 – Anche stavolta mi sono scottato, anzi stavolta di più. « Sei stato al mare, eh? », mi dicono tutti, prima di ridere. « No comment », rispondo io, sentendomi arrossire. A essere rossi come sono rosso oggi io – rosso come un semaforo, come un altoforno, come un conto in banca, come un billo (tacchino), come un roast-beef, come un rosso per labbra (rossetto), come una trasfusione, come una mestruazione, come un succo di pomodoro, come una fetta di cocomero, come un film di Bertolucci, come un socialista, come un romanista, come una Ferrari, come un sunset, come un ristorante cinese, come un alcolista anonimo, come un naso da circo, come un principe della Chiesa, come un indiano d’America, come una pizza, come una piazza – c’è anche un vantaggio: si può arrossire – di vergogna, di imbarazzo, di stupore, di disperazione, di indignazione – senza che se ne accorga nessuno. (Io ho la tendenza a arrossire) (La prossima volta mi metto un cappello). “ [*]
    [*] Lsds / 73..

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