Sulla scrittura creativa a scuola

by
Leggi la chiacchierata tra Giulio Mozzi e Roberto Contu pubblicata in La letteratura e noi, il blog diretto da Romano Luperini presso l'editore Palumbo

Leggi l’intervista di Roberto Contu a Giulio Mozzi in La letteratura e noi, il blog diretto da Romano Luperini presso l’editore scolastico Palumbo

31 Risposte to “Sulla scrittura creativa a scuola”

  1. avolai Says:

    I Promessi Sposi addirittura mensilmente? Ma tutti tutti i mesi?

  2. Maria Costanza Boldrini Says:

    Quest’intervista è molto illuminante. Grazie, sig.Mozzi.

  3. Giulio Mozzi Says:

    Agosto si può saltare, Avolai. Magari per dedicarsi ad Agosto, moglie mia non ti conosco dell’immortale Achille Campanile.

  4. avolai Says:

    Grazie, Giulio.

  5. enrico ernst Says:

    a me pare che l’unico elemento che non ci sia, qui, nella bella intervista a Giulio, ricchissima di spunti, di buon senso, di “lavoro” anche, sia l’elemento della scrittura come espressività, fantasia, immaginazione, viaggio immaginario, voce degli affetti, delle emozioni, delle creazioni immaginifiche… i veri espunti nella, dalla, vita scolastica di un ragazzo e di una ragazza, mi pare…
    e qui la scrittura creativa non potrebbe che essere un “concime” (non l’unico: una delle arti) per far sbocciare il “mondo” immaginale ed emotivo degli allievi, delle allieve: la scrittura creativa come mi piace dire come invito al viaggio… ammesso che gli insegnanti siano interessati a questo livello sottile e profondo di condivisione e di conoscenza reciproca…

  6. Giulio Mozzi Says:

    Enrico: mi è parso appunto opportuno dire qualcosa di diverso da ciò che sento ripetere da vent’anni. (Per integrazione, non per opposizione).

  7. enrico ernst Says:

    … e secondo me questo va benissimo. E senz’altro hai più esperienza di me… forse però dopo l’enfasi “settantesca” sulla vita mentale degli allievi si rischia (mi sembra a naso: come sai non sono un docente) di cadere nella padella opposta: un “nuovo/vecchio” efficientismo, un nuovo vecchio distacco dalle parti più difficilmente razionalizzabili del rapporto formativo, una nuova rigidità insomma…

  8. Giulio Mozzi Says:

    Enrico: dimmi dov’è quel rischio, in ciò che ho scritto.

  9. enrico ernst Says:

    … direi che questo rischio non si legge nella tua intervista, se non nella specie della “mancanza”…

    forse nell’ultima domanda dell’intervistatore si avverte tutta la paura della ripulsa della scuola italiana per “sperimentazioni” come quella della scrittura creativa (la richiesta della indicazione di una “pista operativa concreta”, si noti la ridondanza degli aggettivi; il riferimento agli “insegnanti scettici”).

    Qui, al punto due, indichi una scrittura descrittiva tout court (priva di connotazioni sentimentali ecc.), anche se dici “per iniziare” (che mi pare una impostazione bada bene interessantissima: avrei voluto averti al liceo come docente o “docente aggiunto”…).

    Eppure. Io vedo qui, in questo punto/risposta (oltre che una tua impostazione) anche un tentativo di “non spaventare” un contesto rigido rispetto alla vita immaginativa affettiva degli allievi. E qui secondo me, al di là di tutto, va detto chiaro e tondo: che la scuola si interessi non solo (e forse meno) degli aspetti valutativi e delle abilità, e torni (non demandando allo psicologo, ad altri compartimenti) a interrogare le persone-allievi nel complesso della loro vita psichica… in questo ambito la scrittura creativa ha da dire la sua…

    PS le mie riflessioni sulla ripulsa della creatività a scuola deriva da una osservazione di un anno, con allievi di diverse classi, al Liceo Manzoni di Milano, dove ho lavorato… devo dire anche che la situazione non mi è parsa drammatica… ci sono tante forze, e persone, che guardano a una scuola più “inclusiva”…

  10. enrico ernst Says:

    … mi è sorta una domanda abissale: si può dare oggi nella scuola italiana un momento (un tempo, uno spazio) a-valutativo e non focalizzato esclusivamente sulle abilità, ma solo “di percorso”, di invia ad un percorso di ricerca? Non sarebbe necessario ipotizzarlo?

  11. Giulio Mozzi Says:

    Enrico, non volevo evitar di spaventare nessuno.

  12. marisasalabelle Says:

    Ho insegnato alle medie (che oggi si chiamano secondarie di primo grado) al biennio e al triennio delle superiori (o secondarie di secondo grado). Sia alla scuola media che al biennio ho lavorato sulla scrittura creativa, ma cercando di arginare lo spontaneismo eccessivo, dando regole, più che altro facendo lavorare per imitazione. Se leggono una fiaba, un racconto fantastico, una poesia, devono anche poterlo scrivere, prendendo a modello il testo che hanno letto, dandosi le stesse regole. Sulla fiaba, per esempio, si può lavorare in modo molto divertente, assegnando ai ragazzi alcune delle classiche “funzioni” e lasciando che le utilizzino per creare una storia. Io usavo a questo scopo delle particolari “carte”, che erano a corredo di un’antologia che avevo all’epoca. Anche i divertenti giochi linguistici suggeriti da Ersilia Zamponi (I draghi locopei) o da Umberto Eco o addirittura da Raymond Queneau erano piacevoli da fare e molto fruttuosi.
    Nel triennio, giocoforza, lo spazio per la creatività diminuisce… Ho puntato le mie energie sul tentativo di insegnare a svolgere l’argomentazione, che mi pare importante (molte persone le proprie idee le difendono a vanvera, senza saper usare argomenti convincenti) e forme di scrittura più “utile”, tipo relazioni, analisi e commenti di testi letterari,o teatrali, o cinematografici… etc. Tuttavia un piccolo spazio per la creatività ho cercato di lasciarlo anche per i più grandi. Un esempio è: scrivere il proprio autoritratto, possibilmente in versi, dopo aver letto l’autoritratto di Alfieri e quello di Foscolo. Nella mia quarta di quest’anno sono venute fuori delle cose curiose…

  13. Giulio Mozzi Says:

    Però, Marisa: da quando in qua una scrittura “utile” non ha bisogno di “creatività”?

    Faccio un esempio terra terra. L’intervista a partire dalla quale stiamo conversando è stata fatta per iscritto. Il testo è andato avanti e indietro tre volte, sono state riformulate le domande, le risposte sono state riscritte. Ordinaria amministrazione.

    Ora: io mi rifiuto di pensare che questo non sia lavoro “creativo”.

    E non solo perché c’è qualche lazzo (“l’agile acronimo Ttctandpso”), o perché qualche modo di dire è usato con variazioni (“parlar di sapone in casa dell’impiccato” – anziché di corda), o perché le traduzioni dal latino sono libere (“Come tirar su un buon rétore”), o perché compare qualche quasi-neologismo (“panottizzazione”), o perché si usa qualche espressione di stile basso (“il guaio è”, “ci ho un canone fatto a modo mio”), o perché si fa il verso a Leopardi (“avendo per indubitato”) o si cita Manzoni ( «discreta, fine, di buon gusto»), eccetera.

    Non solo per tutto questo, cioè per i dettagli al limite liquidabili come meramente esornativi; ma per l’impianto del discorso, per tutta la scrittura.

    (Che poi: che questo sia lavoro “creativo”, sia chiaro, non garantisce che sia un “buon” lavoro. Potrei aver scritto creativamente sciocchezze).

    Come ho cercato di suggerire nell’intervista: credo che la “creatività” non dovrebbe essere rinchiusa nella prigione-stanza-dei-giochi dei “testi inutili”.

    (Mi sono permesso di integrare nel testo le tue autocorrezioni).

  14. marisasalabelle Says:

    Giulio, ti ringrazio per aver editato il mio post…
    C’è spazio per la creatività dappertutto, e ho avuto alunni che riuscivano ad essere molto brillanti anche sul classico, palloso “saggio breve”. Una buona palestra di creatività sono i titoli, per esempio, sui quali però devo confessare di non aver lavorato quanto avrei voluto, per ragioni di tempo ladro…
    Tuttavia, quando si tratta di testo argomentativo o informativo, ho sempre preferito cercare di insegnare ai ragazzi come costruire una buona scaletta, come usare i documenti, come costruire frasi semplici, chiare, leggibili. Perché questo è un obiettivo importante e forse raggiungibile da (quasi) tutti. Penso, per esempio, che una relazione presentata al proprio superiore sul lavoro si avvantaggi più di chiarezza e semplicità (e magari mettiamoci anche un po’ di correttezza ortografica…) che non di giochi di parole o battute divertenti.

  15. Giulio Mozzi Says:

    Appunto per questo, Marisa, toglievo di mezzo i “dettagli esornativi” e mi riferivo all’ “impianto del discorso”.

  16. enrico ernst Says:

    … m veniva da dire: fate entrare lo spontaneismo nelle scuole, ne avete un’eccessiva paura (chiosa a Marisa, e ad altri professori) e quando si ha paura di qualcosa… ecco il vostro rimosso, il vostro bau-bau… cosa ripudiate con lo “spontaneismo”, che cosa vi urta e spaventa dietro questa parola? di cosa avete così maledettamente paura, docenti? tanto più che un testo “tecnico” risulta “non creativo”!… ma che diavolo idea avete della creatività?… queste sono le domanda che vi dovete rivolgere… mostrate il volto delle vostre fragilità…

  17. marisasalabelle Says:

    No, ti sbagli, Enrico, io non ho paura di nulla… solo che la scuola è scuola, e della scuola fa parte una certa disciplina, non solo nel comportamento, ma in tutto quello che si fa. Io per esempio non sono nemmeno d’accordo con quegli insegnanti della scuola primaria che dicono “poiché l’ha scritto il bambino, il testo è bellissimo comunque”. Con questo non intendo dire che non debba essere valorizzato ciò che il bambino o il ragazzo fa spontaneamente, ma la scuola serve proprio a insegnare… o no?

  18. enrico ernst Says:

    Ma secondo me Marisa, sì. La scuola deve insegnare, e formare. Un insegnante non deve solo insegnare deve entrare in relazione con un gran numero di persone, che passano tra le mura scolastiche un gran numero di ore, di vita, e deve dunque con-vivere; la con-vivenza sotto l’aspetto della relazione educativa formativa (o se si preferisce pedagogica) coinvolge le persone nel profondo, a tanti livelli. La scuola è dimensione di apprendimento ma anche di espressività, continua. Di “valori”, quindi, di simboli. La lezione frontale ex cathedra è “un valore”, un modus di condivisione di un certo tipo ecc. i luoghi deputati alla libera espressione degli studenti, qualora ci siano, sono “valori”… idee, educative, anche se non riguardano l’insegnamento… la scuola è sporca, vecchia, malconcia, non c’è un manifestino che riguardi la vita intellettuale degli studenti? Sono valori, significati, che non riguardano direttamente l’insegnamento, ma penetrano il momento scolastico da capo a fondo… fai scrivere delle poesie ai tuoi allievi, ma per farlo hai bisogno di indicargli sempre e comunque dei modelli di eccellenza?… non pensi che la scuola debba far scrivere delle poesie ai suoi allievi perché respirino, perché sentano concretamente che cosa “fa” la poesia a chi la fa?… non fai scrivere poesie ai tuoi allievi perché… non ne sono capaci, sono pigri, sono superficiali?… non fai scrivere poesia ai tuoi allievi perché solo “i poeti” (quelli che loro devono studiare, e venerare) sanno scrivere poesia, e l’hanno scritta eccellentemente, e quasi “una volta per tutte”?… valori, significati, intenzioni, limiti, potenzialità… perché gli allievi possano parlare di sé devono “imitare” qualche mostro sacro? non esiste più il tema libero… mai più… “ragazzi lasciate la creatività, o voi che entrate”?
    Ma la filosofia, la letteratura, la matematica, non sono fenomeni della multiforme creatività umana?
    Perché non fare raccontare, agli allievi, con la scrittura perché CI INTERESSANO? perché ci interessa la loro vita spirituale? Ma loro devono imparare, e basta… come noi dobbiamo insegnare, e basta… ah sì, Marisa?

  19. Maria Luisa Mozzi Says:

    In medio stat virtus. Credo che i ragazzi si debbano guidare con un percorso a spirale, facilitandoli in momenti di libera espressione, proponendo dei modelli, poi ancora ascoltandoli, proponendo esperienze, poi di nuovo ascoltandoli e così via.
    Per decidere alla fine se il proprio lavoro di insegnanti sia stato buono, occorre guardare come e quanto siano cresciuti i ragazzi, quanto siano diventati sicuri, curiosi, autonomi oltre che colti, non la fatica che abbiamo fatto noi e neppure la qualità (organicità, completezza, elevatezza) della nostra proposta.

  20. enrico ernst Says:

    Maria Luisa, trovo l’immagine che usi della “spirale” assolutamente adeguata, bella, interessante… grazie!

  21. marisasalabelle Says:

    caro Enrico, quello che non mi spiego è la tua aggressività… tu non mi conosci, non sai che insegnante sono, che tipo di persona sono. Ho scritto qualcosa su un aspetto del mio lavoro, credo con molta semplicità e senza pretendere di insegnare nulla a nessuno, e mi sono vista piombare addosso da parte tua l’accusa di aver paura di chissà cosa, o di pretendere che i ragazzi debbano “imparare e basta”, con quel “ah sì, Marisa” finale che proprio…

  22. enrico ernst Says:

    Perdona Marisa… l’aggressività che leggi è forse solo parte di un’appassionata riflessione, ma non c’era nulla di personale, e nemmeno nulla contro di te in nessun senso.
    Se sono risultato aggressivo però, e a volte nel fuoco dell’argomentazione può succedere, me ne dispiace proprio.
    A volte scegliere un argomentazione come “bersaglio polemico” serve a chiarirsi le idee; a volte però anche si esagera (esagero)… Quindi oltre a scusarmi, ti ringrazio perché ho potuto misurarmi… un caro saluto…

  23. donatella Says:

    Scusate se torno a una riflessione più “tecnica”: mi ha colpito molto quello che Giulio fa con i suoi studenti, i classici come…breviario. Ecco, spesso a scuola gli insegnanti (parlo di superiori) si concentrano soprattutto sul manuale, sulle idee-chiave dell’autore e ritengono i testi un aspetto quasi secondario. Invece, a mio parere, è l’analisi di un testo a offrire ai ragazzi gli strumenti fondamentali per leggere e produrre a loro volta.

  24. Giulio Mozzi Says:

    Enrico, ti invito a prestare attenzione ai luoghi comuni, e in particolare al luoghi comuni vaghi e abusati: sia quelli che adoperi per dire ciò che pensi, sia quelli con i quali rappresenti le opinioni degli interlocutori.

    A leggere i tuoi interventi qui, ci si può solo persuadere che lo “spontaneismo” sia un disvalore (o quantomeno uno scivolo verso il “luogocomunismo”).

  25. Giulio Mozzi Says:

    Donatella: il guaio – se guaio è – è che nel triennio della scuola secondaria superiore si deve fare “storia della letteratura”. E lì c’è poco da fare: per ciò che le indicazioni nazionali chiedono agli insegnanti, il manuale è indispensabile (e oggi esistono manuali molto belli) e la lettura antologica inevitabile.
    Ciò non toglie che anche in quei tre fatidici anni gli insegnanti spingano ad abbondanti letture autonome o condivise. Al di là di alcuni titoli ineludibili (come Se questo è un uomo di Levi, libro che giustamente ogni anno viene somministrato a una nuova coorte di ragazzi, o Il fu Mattia Pascal, eccetera), già ai miei tempi (e parlo di più di trent’anni fa) la pratica del “libro mensile” era assai diffusa.

    Peraltro, un conto è lavorare (come faccio io) con adulti volontari e paganti, cioè con persone che hanno fatto un consapevole e meditato investimento; e un conto è lavorare con i ragazzi in quell’età in cui sono interessati quasi esclusivamente alle ragazze e al calcio, e con le ragazze in quell’età in cui sono interessate soprattutto ai ragazzi e alle proprie unghie.🙂

    E tuttavia, anche nelle teste degli adulti vlontari e paganti è difficile far entrare l’idea che certe opere letterarie vanno non solo lette ma frequentate

  26. enrico ernst Says:

    Non ho capito Giulio. Può anche essere che non pensi, io, di usare luoghi comuni. Quindi come faccio a “fare attenzione” ai luoghi comuni? Oppure si dà il caso che quello che tu reputi luogo comune, io non lo reputi luogo comune. E se ne può discutere.
    Cioè, può anche essere, che io usi luoghi comuni.
    Ma: “parli con luoghi comuni, attento” può essere uno stigma.
    Sullo spontaneismo; termine che non ho usato io; è pur vero; forse bisognerebbe intendersi; devo dire che questo termine non è nel mio “bagaglio”. Forse occorrerebbe – più che una definizione – un esempio. Io ho dedotto – nel contesto in cui era stato usato – il significato di “libera espressione” senza modelli. Per esempio: “scrivi una poesia sulla neve” potrebbe essere un invito allo “spontaneismo”. Mentre “scrivi una poesia sulla pioggia al modo di Verlaine” sarebbe invece una direzione più consona alla “missione” scolastica. Ho cercato di articolare una posizione al riguardo. Può essere che abbia misinterpretato. Un discorso intorno allo “spontaneismo” a scuola potrebbe essere di qualche utilità – forse.

  27. donatella Says:

    Sì Giulio, hai colto il punto, gli insegnanti hanno un programma ministeriale che, nel trienno, è molto rigido e quattro ore di italiano alla settimana sono davvero poche (non dimentichiamo la Divina Commedia col Paradiso nell’ultimo anno, è difficile avere un’idea di quanto sia difficile spiegarlo e farlo comprendere, anche solo a livello basilare). Però nel biennio si è più liberi di scegliere il percorso didattico, eppure trovo molta rigidità tra i colleghi. L’anno scorso ho proposto un corso di aggiornamento per noi insegnanti (di liceo) sulla scrittura creativa e un collega (persona competente e preparata) mi ha risposto che è una cosa da elementari…forse dovevo proporre un corso di aggiornamento sui pregiudizi e sui luoghi comuni.

  28. enrico ernst Says:

    @ donatella. L’insegnante che pensa “da elementari” la scrittura creativa evidenzia un pregiudizio pervicace, che forse occorrerebbe discutere con categorie ed elementi intellettuali non esclusivamente “interni” al discorso scolastico, ma “esterni”, più ampiamente pedagogici, e antropologici, e persino di storia e teoria dell’educazione (della cultura: il pervicace romanticismo/idealismo ecc.) in Italia… senza evidentemente la speranza che “gli scettici” – presenti anche nell’intervista a Giulio – possano mettere in discussione le loro idee, immagino…
    Quando mi sono avvicinato al lavoro, per esempio, di Livia Chandra Candiani con i bambini delle scuole elementari (testimoniato dall’incredibile libro “Ma dove sono le parole?”) mi sono anche chiesto se la tipologia dei suoi interventi potessero essere utilmente traghettati nella scuola media e superiore (perdonate la terminologia – che so arcaica…). E mi sono detto che sarebbe una vera “rivoluzione”… che definirei auspicabile… ma che parrebbe però un “vulnus”, o una assurdità per molti docenti, forse anche per molti allievi…
    mi sembra che il tentativo di Giulio, testimoniato dal grande importante lavoro de “Il diario di tutti” con l’Iprase, di colloquiare con la scuola per introdurre elementi di scrittura creativa tra le mura scolastiche sia un momento interessante e denso, un segnale che un cambiamento di “paradigma” possa essere possibile…

  29. donatella Says:

    Grazie Enrico, non conoscevo il testo della Candiani. Approfitterò delle vacanze estive per leggermelo.

  30. Pensieri Oziosi Says:

    Giulio:

    Molti ragazzi fanno sport. Tutti sanno che non s’impara a giocare a calcio o a pallavolo o a pallacanestro guardando le partite in televisione o allo stadio o al palazzetto. Tutti sanno che il fatto di giocare effettivamente a calcio o a pallavolo o a pallacanestro con un minimo d’impegno (a es. in una società sportiva parrocchiale o di quartiere) porta a guardare le partite in televisione o allo stadio o al palazzetto con occhi diversi: con maggiore comprensione tecnica, maggiore capacità di memorizzare, e soprattutto con un pensiero in mente: «Questa giocata qui, appena ho un pallone tra i piedi provo a rifarla anch’io».

    Sarei tentata di riassumere questa diversa prospettiva con il termine consapevolezza. E’ lo stesso meccanismo che ti porta ad ascoltare la musica con orecchi diversi se sai suonare uno strumento, e a gustare i piatti in maniera diversa se sai cucinare. E a questa consapevolezza si accompagna da un lato la rielaborazione degli stimoli creativi («ed io potrei fare così») dall’altro l’apprezzamento per l’efficacia del gesto creativo (io non sarei mai riuscita a mandare la pallina dove l’ha messa Federer).

    Ma forse, il punto più importante è che il piacere della lettura consapevole, (ascolto consapevole, ecc.) è di gran lunga superiore.

    P.S. Mi è capitato di leggere prima prima i commenti e poi l’intervista. Trovandomi di fronte a panottizzazione nei commenti mi sono domandata chevvordì, nel contesto dell’intervista il riferimento è risultato invece ovvio.

  31. Giulio Mozzi Says:

    E’ una variante lirica di una parola tipica del vecchio gergo paninaro (anni Ottanta), panozzittazione: “l’atto di zittire qualcuno ficcandogli in bocca un intero panozzo”.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...