Dieci libri indispensabili per capire gli Stati Uniti d’America

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Un'opera di Roy Lichtenstein

Un’opera di Roy Lichtenstein

di Stefano Trucco

Prima cosa: esiste per ogni letterato o artista italiano – ma vale per qualsiasi altro paese europeo e democratico – un problema spinoso, il confronto con gli Stati Uniti d’America e il loro predominio culturale. Quelli economico e politico potrebbero essere in declino, a dar retta a molte persone intelligenti e competenti: nel campo dell’immaginario, narrativa compresa, il sole del Washingon Consensus è ancora sul mezzogiorno e le ombre sono dannatamente corte.

Per molti il problema non esiste proprio. Un giovane e simpatico letterato italiano, discutendo l’ennesima discutibile scelta dell’Accademia svedese, mi confessa che per lui il Nobel non conta: “Il mio Nobel è il National Book Award”, americano, cioè un premio che lui per principio non potrebbe mai vincere. Del resto, per fare un esempio inventato ma non tanto, “Io non leggo solo scrittori americani! Leggo un mucchio di Inglesi, scozzesi, canadesi, australiani, giamaicani…”.

Il problema esiste. Gli scrittori americani (e in linea generale di lingua inglese) possono tranquillamente radicare la loro opera nella loro realtà, sapendo di poter contare sui lettori di tutto il mondo in grado di capire (o credere di capire) al volo i riferimenti. Gli scrittori europei, al contrario, non possono, dato che i lettori hanno già da tempo votato con le loro carte di credito. Come fa notare Tim Parks, commentando gli effetti del predominio anglofono, “oggi in Europa scarseggiano le letture che riguardano la società in cui si vive”. Non che gli scrittori italiani ed europei non scrivano più romanzo sul loro paese e che questi non abbiano, occasionalmente, un certo successo: ma partono con un pesante handicap e se va bene possono aspirare alla medaglia di bronzo.

Così, tanti lettori e ancor più letterati vivono come esuli interiori nel proprio paese, fiammeggianti anime americane in mediocri corpi indigeni che anelano, anelano, anelano… Vorrebbero vivere dove si vive davvero, nel mondo reale, non sopravvivere fra le ombre, costretti a scrivere in una specie di italiano doppiato che non parla nessuno. Lo so bene come ci si sente, io che fino almeno a trent’anni non leggevo libri italiani, non ascoltavo musica italiana e non guardavo film italiani (cioè, poteva capitare, ma un po’ per caso, occasionali curiosità che si esaurivano presto).

Certo, la cura è semplice: diventare americani. Si può acquisire la cittadinanza francese o tedesca ma non si diventa francesi o tedeschi. All’America invece ci si converte. Gli Stati Uniti, come suggerì il sinologo
Stefano Cammelli, sono in questo più simili alla Chiesa Cattolica Romana di qualsiasi altro impero della storia, a parte forse quello romano – appunto.

Già visitare gli Stati Uniti per una vacanza può essere un’esperienza desacralizzante, per chi mantiene un minimo di spirito critico: malgrado gli occhi del turista facciano piacere tutto, è impossibile non notare come gli americani siano un po’ più brutti, inarticolati e malvestiti di come li ricordavamo. Anche loro soffrono il confronto con la loro immagine, dato che gli Usa, come diceva De Amicis di Parigi, “non si vedono mai per la prima volta; li si vede sempre di nuovo”. Se poi si riesce a compiere il grande passo e ci si va a vivere, allora la desacralizzazione è completa. Non ci si vive male, ci dicono gli amici che l’hanno fatto. Tante cose sono meglio che in Italia; altre no – le scuole sono un disastro, per dire. Ci si vive, come in un paese ricco qualsiasi. Ormai non c’è nemmeno il vantaggio di vedere prima i film e le serie tivù.

Ma al dunque. Ho sempre letto più storia che narrativa e da tempo mi spaccio come esperto di storia degli Stati Uniti. Uno dei meschini piaceri che mi concedo da anni è, leggendo recensioni e commenti a romanzi americani, quello di registrare gli strafalcioni di entusiasti lettori e letterati che ignorano il contesto politico e storico dei loro idoli del momento. Il caso classico, per esempio, è la fama controculturale di un efferato reazionario repubblicano come il giornalista Tom Wolfe o, peggio ancora, la sorpresa di alcuni quando Clint Eastwood appoggiò pubblicamente il candidato repubblicano alla Presidenza. Un devoto cattolico di solito conosce ben poco la storia della Chiesa; lo stesso un devoto americanista che conosce gli Usa solo attraverso romanzi, film e fumetti. “Ho letto McCarthy, Lansdale, McMurtry e Kinky Friedmann – so tutto sul Texas!”. Ehm, probabilmente no.

Quindi ecco una lista di dieci libri, tutti belli pesanti, che servano a un minimo di inquadramento storico e culturale. Libri SUGLI Stati Uniti, anche se per alcuni la definizione non è precisa e dovrebbero stare fra i documenti di base, se non addirittura costitutivi. Lista, lo ammetto, estremamente soggettiva.

Dieci, ho detto, ma baro subito suggerendovi la lettura di una storia degli Stati Uniti. Un testo base, anche molto breve, che serva da inquadramento cronologico. Sulle bancarelle non è difficile trovare il vecchio Nevins e Commager della Pbe Einaudi. Una volta saputo cos’è stato il Louisiana Purchase, chi era Andrew Jackson, i perché del Proibizionismo e che conseguenze ebbe la sentenza Roe vs. Wade, si può cominciare.

Ultima cosa: in questo tipo di liste i dieci titoli proposti potrebbero facilmente essere sostituiti da dieci altrettanto indispensabili. Perciò non ha molto senso discutere le esclusioni. Una però è piuttosto lampante: non ho messo La democrazia in America di Alexis De Tocqueville, di solito indicato come il miglior libro sugli Usa di sempre. Un grande testo sulla democrazia e un classico del pensiero politico e sociale, oltre che incredibilmente percettivo sul comportamento umano in generale, nella grande tradizione dei moralisti francesi; è proprio la parte sugli Stati Uniti, pur piena di commenti acuti e anche geniali, a essere discutibile. Insomma, ho preferito indicarne altri, meno noti.

Ultimissima: dovete sapere l’inglese. Punto. Se c’è una traduzione italiana, bene, la indico; se non c’è e non sapete l’inglese – no excuses.

1. Costituzione degli Stati Uniti d’America (1787)

Il testo costituzionale in vigore più antico del mondo; l’unica costituzione che possa reggere il confronto è quella britannica che però, notoriamente, non è scritta. Dove quella si sviluppò gradualmente, l’americana fu scritta durante una singola estate a Philadelphia da una Convenzione appositamente convocata, un gruppo di uomini politici scelti un po’ a caso. E caso volle che quel gruppo comprendesse alcune delle più brillanti menti politiche di sempre. La Dichiarazione d’Indipendenza è importante, come importante fu la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino in Francia qualche anno dopo. Ma dove i francesi fallirono, gli americani trionfarono, fondando una polis duratura: dal 1788 ogni quattro anni si elegge un Presidente e ogni due si rinnova il Congresso, senza interruzioni (e dal 1856 gli stessi due partiti si alternano alla Casa Bianca). La mia opinione è che questo successo istituzionale sia il vero grande successo degli Stati Uniti – almeno finora. La lettura diretta del testo, poi, è un’esperienza curiosa, un po’ come quella dei Vangeli: si rimane perplessi, non trovando cose che ci si aspetterebbe di trovare e trovandone altre che non ci aspetta affatto. Precise istruzioni a fianco di sconcertanti vaghezze; certi piccole frasi che diventano decisive e controverse solo dopo decenni o secoli dopo. La Costituzione funziona in parte da testo sacro, cioè un testo in cui anche le virgole contano, specie in una cultura politica legalista come quella statunitense. Questo varrebbe anche se fosse vero quel che diceva E.E. Schattschneider nel 1941, che gli americani non conoscono né capiscono la loro Costituzione. La venerano, appunto come un testo sacro. In più è scritta bene; non per niente uno dei comitati della Convenzione fu il Comitee on Style.

Per chi ha proprio bisogno di commenti, consiglio 1787. The Grand Convention di Clinton Rossiter (1966), Sulla rivoluzione di Hannah Arendt, che è in gran parte un commento alla Costituzione americana, e La politica in America di D.W. Brogan, tradotto in italiano nel 1957 per Neri Pozza. Se volete qualcosa di più aggiornato, ci sono i vari volumetti delle Very Short Introduction della Oxford University Press (the Presidency, the U.S. Supreme Court, the U.S. Congress, etc)

2. Ralph Waldo Emerson, Essays (1841; 1844)

Ne approfitto per segnalare un piccolo scandalo: non c’è oggi un’edizione italiana completa degli Essays di Emerson, cioè la pietra angolare del pensiero americano, quanto di meglio, insieme alla Costituzione, lo spirito americano abbia offerto al mondo. Solo saggi sparsi qua e là (tre dei più famosi – Fiducia in sé stessi, Compensazione e Leggi Spirituali – sono raccolti per Donzelli nel libro Diventa chi sei). Non ci sono scuse, visto che non ci sono nemmeno problemi di diritti. L’individualismo ottimista ma intensamente pratico di Emerson, la sua generale fiducia nella possibilità umane, la convinzione dell’identità trascendente fra le leggi dello spirito e quelle della natura, non ha mercato oggi, nemmeno negli Usa, dove il saggio di Concord è eclissato dal suo dotato ma decisamente minore discepolo Thoreau. Emerson, poi, fa a pieno titolo parte del piccolo gruppo di grandi filosofi che furono anche grandi scrittori – non per niente ammirato da Nietzsche – e si sente che i suoi saggi furono scritti per essere letti in pubblico, ad alta voce, per un pubblico di cittadini americani interessati, e non rivolti ad altri filosofi universitari perché li commentino. A differenza dei suoi provinciali discendenti, Emerson, come gli autori della Costituzione, fu sì un intenso nazionalista ma parte della più vasta cultura europea e mondiale (fu un grande cultore delle tradizioni asiatiche), compreso il dibattito scientifico. L’America, per lui, era la grande speranza del mondo ma ne faceva pur sempre parte. Come disse quel geniale cialtrone di Egon Friedell, Emerson apparve in un momento “in cui l’America già si confrontava con il pericolo di diventare completamente americanizzata”.

Splendida la biografia, Mind on fire, di Robert D. Richardson, che scrisse anche quelle di Thoreau e William James. Ecco, l’unica vera alternativa a Emerson sarebbe stata il fratello di Henry James, e con lui tutta la galassia pragmatista, da Charles Sanders Pierce a John Dewey. Anche James oggi in Italia è disperso e poco tradotto; qualche anno fa sui pragmatisti era in commercio Il Circolo Metafisico di Louis Menand (Neri Pozza) ma non c’è più. Bummer.

3. Leslie Fiedler, Amore e morte nel romanzo americano (1960)

La Costituzione e Emerson oggi appaiono in qualche modo fuori sintonia con lo spirito del tempo americano. Il perché ce lo spiega Leslie Fiedler in Love and Death in the American Novel, la più radicale e completa anatomia dello spirito americano mai scritta. Un testo stancante: non perché sia noioso, anzi. Pochi testi di critica sono così eccitanti e pieni di punti esclamativi. Stanca perché è troppo eccitante, la quantità di idee per pagina è eccessiva; si finisce anestetizzati. Perché il grande romanzo americano è sempre gotico e adolescenziale; perché gli scrittori americani sono terrorizzati dalle donne; perché la fantasia primaria è la fuga dalla civiltà, soprattutto, appunto, dalle donne; perché il tabù dell’incesto si confonde con il tabù razziale in un nodo mortale (veramente, empiricamente mortale); perché i neri americani, insieme agli indiani, sono, per loro sfortuna, così centrali per la psiche americana. Perché, in definitiva, l’esperienza americana è americana e non la si può spacciare per l’intera esperienza umana, valida per tutto il mondo e tranquillamente applicabile all’Italia al resto dell’umanità. Cioè, si può fingere che lo sia, ma non è proprio la stessa cosa. Il ritratto del lato oscuro. Per questo Fiedler è il grande antidoto.

Solito problema: niente traduzione italiana disponibile al momento; ce n’è una di Longanesi del 1963 [che nel mercato del “fuori catalogo” si trova però facilmente, gm]. In compenso di Fiedler si trova parecchio altro, tipo i suoi saggi sull’Italia (per Donzelli) ma sopratttutto il suo fantastico libro sui mostri umani, Freaks. Miti e immagini dell’Io segreto (1978, Garzanti) – gotico e adolescenziale, eh, Mr. Fiedler?

4. David Thomson, The Whole Equation. A History of Hollywood (2004)

O la musica (blues, jazz, pop, rock, hip hop…) o i fumetti o il cinema. Credo sia più importante il cinema, magari per gusto personale, ma che sia lo sia, importante, non ne dubiterà nessuno. L’immagine americana nel mondo è quella e si può sostenere che in effetti il predominio della letteratura Usa dipenda da quello del cinema e che i romanzi e racconti americani ci appaiano più reali dei nostri dipenda non da loro qualità specifiche ma da quel predominio visivo ed emotivo. Le ombre sulla parete della caverna sono più interessanti e entertaining di quel che appare alla luce del sole, anche se sappiamo chi è che muove i pupazzi e alimenta il fuoco. Qui, veramente, c’è solo l’imbarazzo della scelta e sono sicuro che tutti potreste suggerire libri indispensabili. Se vogliamo andare un po’ sul tecnico consiglierei David Bordwell e Kristin Thompson – Cinema come arte (il Castoro), oppure The classic Hollywood cinema – , ma se volete l’intera equazione, ci vuole David Thomson e, fra i tanti suoi libri, questo del 2004. Inglese che vive a Los Angeles, fradicio di cinema, è uno dei critici più eterosessuali che abbia mai letto: si innamora delle attrici, ma sul serio, non in stile camp. Per anni ha cercato ha cercato di convincere il mondo della grandezza di Angie Dickinson; casualmente, l’unico suo libro tradotto in italiano è una adorante biografia di Nicole Kidman. Un amante perso ma tutt’altro che cieco: pochi critici e storici sono stati così impietosi nel descrivere tutto il male che il cinema, specie quello hollywoodiano, ci ha fatto, di come abbia distorto il nostro senso della realtà e non per il meglio. E lo abbia distorto più di tutti per gli americani stessi. Come spesso capita, ci siamo innamorati della donna sbagliata, lo sappiamo ma non possiamo farci niente.

5. John Gunther, Inside U.S.A. (1947)

John Gunther (1901-1970) fu uno dei giornalisti più popolari del suo tempo, soprattutto come corrispondente dall’estero e per la sua serie Inside: Inside Europe (1936; 1940), Inside Asia (1939), Inside Latin America (1941) e così via, a coprire tutto il globo. Gunther non è un grande scrittore né tantomeno un importante pensatore: è un giornalista, con tutti i vizi e, nel suo caso, le virtù del giornalista, e un giornalista intensamente americano. Nel 1947 rivolse la sua attenzione agli Stati Uniti e descrisse in dettaglio tutti i 48 Stati come un tempo aveva descritto l’Italia fascista o l’India britannica. Non riesco a pensare a un libro che renda così in dettaglio la ricchezza umana, culturale, geografica degli USA al loro zenith. Pur senza risparmiare una sola magagna dell’Unione (dai corrotti boss delle metropoli alla segregazione razziale nel Sud) è un libro di un ottimismo travolgente; non per niente ne fecero un musical a Broadway. In fondo all’epoca gli Usa da soli facevano quasi la metà dell’intera economia mondiale, e questo dopo aver superato la loro peggior crisi economica e vinto una guerra mondiale. La ricchezza e soprattutto la diversità: una chicca è, per esempio, la descrizione di North e South Dakota, due Stati praticamente identici e selvaggiamente opposti nel carattere. Il capitolo su Detroit e l’industria automobilistica, la giornata, narrata minuto per minuto, del Sindaco di New York Fiorello La Guardia, tutti i tre capitoli sul Texas – uno legge e sente che gli Stati Uniti d’oggi sono molto più, come dire, “uniformi”, nel bene come nel male. In parte si tratta anche di un instant book sulle elezioni presidenziali del 1948: ci sono centinaia di ritratti di uomini politici – ma perché no? Politicians are people too.
Tradotto per Bompiani nel 1951.

6. John Hope Franklin, From Slavery to Freedom (1947-2010)

A volte mi infastidisce un po’ la tendenza a considerare l’intera esperienza Americana come un epifenomeno di quella nera. La cosa può avere effetti collaterali imprevisti, come nel recente musical di successo a Broadway, Hamilton: per renderli nuovamente “rilevanti” per un pubblico moderno, Alexander Hamilton e gli altri Padri Fondatori sono interpretati da attori neri, mentre gli inglesi sono odiosamente bianchi. Funziona, al prezzo di cancellare praticamente la schiavitù, un tema che creò non pochi problemi a Philadelphia durante la stesura della Costituzione, visto il gran numero di proprietari di schiavi che vi presero parte… Ma non si può girare attorno al gigantesco fatto, l’importanza dell’esperienza nera entro la più generale esperienza americana. Basti dire questo: i migranti che oggi arrivano in Europa, proprio come i migranti italiani negli Stati Uniti nell’Ottocento, possono essere stati costretti dalle circostanze, ma in realtà mantengono ancora la loro libertà d’azione nel farlo. I neri africani vennero catturati con la violenza e portati a forza nelle Americhe. I migranti d’oggi, come quelli dell’Ottocento, una volta arrivati godono (almeno, finora hanno goduto) di un discreto numero di diritti umani e civili, oltre che di maggior sicurezza e possibilità economiche. I neri americani furono schiavi e, una volta liberi, segregati e linciati. Non sorprende che il panico razziale, misto di spirito castale, ripugnanza, paura e senso di colpa, scorra lungo tutta la storia dell’America bianca: otto anni fa l’elezione di Barack Obama sembrò segnare uno spartiacque definitivo; oggi sappiamo che così non è stato, anzi.

Il libro di Franklin, uscito per la prima volta nel 1947 e da allora costantemente aggiornato, da lui fino al 2000 e poi da altri, è un gran libro, che comincia dalla civiltà africana e giunge fino ai dilemmi odierni. E’ anche però un testo base, molto istituzionale, specie ora che la lotta per i Diritti Civili è diventata parte integrante dell’auto-narrazione americana. Se volete opinioni più personali potete recuperare il vecchio James Baldwin, La prossima volta – il fuoco (1963) o il recente Fra me e il mondo di Ta-Nehisi Coates (2015). E come dimenticare Radici?

7. James McPherson, Battle Cry of Freedom. The Civil War Era (1988)

“The past is never dead. It’s not even past”. La famosa citazione di William Faulkner viene confermata tutti i giorni, dappertutto, anche negli Stati Uniti, e proprio riguardo a un evento che pesa su ogni pagina scritta da Faulkner e dagli altri autori del Sud: la Guerra Civile. Guerra Civile è una definizione convenuta di quella che un tempo era chiamata “Guerra fra gli Stati” al Sud e “Guerra di Secessione” o “Ribellione” al Nord. E’ l’evento strutturante del sistema partitico americano – infatti coincide con la nascita del sistema bipartitico ancora esistente – ed è anche l’unica crisi che la Costituzione non riuscì a gestire: sì, la Costituzione e gli Stati Uniti sopravvissero – al prezzo di seicentomila morti e un’eredità d’odio ancora vitale, come dimostra la politica americana di questi ultimi anni. C’entrano i neri, naturalmente: nulla è più frustrante, per chi è interessato all’argomento, come sentir dire che la Guerra Civile non fu combattuta sulla schiavitù. Ma è vero che c’entra anche tutto il resto, dalla conquista del West (che aprì ufficialmente la crisi) allo sviluppo economico e industriale.

La storia della Guerra Civile migliore è quella di James McPherson – per completezza, chiarezza e stile. Ha soprattutto il pregio di partire dal 1846, cioè dalla guerra contro il Messico che mise in moto la serie di eventi che portò a Fort Sumter ed Appomatox. Non tradotta. Forse anche perché da noi il campo è occupata dal 1966 dalla monumentale Storia della guerra civile americana di Raimondo Luraghi. Non mi sento di consigliarla. Se il vostro interesse principale è la storia militare allora bene, Luraghi qui è un maestro (ma McPherson non è molto da meno). Per il resto, Luraghi in buona sostanza è un propagandista per il Sud, con tutte le conseguenze del caso. Alla fine dà pure credito a certe teorie complottiste secondo cui Lincoln fu ucciso dagli abolizionisti radicali…

8. Marco D’Eramo, Il maiale e il grattacielo (1995)

Forse perché ha meno turisti di New York o Los Angeles, la terza metropoli americana, Chicago, la capitale dei “flyover States”, spesso è considerata più “americana” delle prime due (più americani di tutti, poi, sono considerati i posti che i turisti evitano del tutto, come il Kansas o l’Alabama). Ma Chicago è una città altrettanto cosmopolita delle due metropoli sulle coste e Marco D’Eramo la usa per un’anatomia favolosamente dettagliata della realtà americana, strato su strato, epitome di una intera civilizzazione industriale e urbana. C’è veramente tutto, il miglior libro che conosca sul tessuto fine della vita americana, almeno quella urbana. Come con Fiedler, si finisce per essere storditi dalla quantità di idee e fatti che ci vengono lanciati contro a ogni pagina su ogni aspetto della vita americana – con particolare enfasi sui mattatoi. Il libro di D’Eramo (ma che fine ha fatto?) si inserisce in una grande tradizione di narrazioni italiane degli Usa, soprattutto metropolitani, da Mario Maffi su New York e Mississippi ad Alberto Arbasino sulle Muse a Los Angeles, da America primo amore di Mario Soldati alla stupefacente Lehman Trilogy di Stefano Massini o l’Impero irresistibile dell’italo-americana Victoria De Grazia.

9. Marc Fumaroli, Parigi-New York e ritorno (2011)

La pubblicità, ma anche gli Stati Uniti e soprattutto l’arte contemporanea. Questi i bersagli dell’agile pamphlet di 700 pagine (ehm…) di Marc Fumaroli, una delle più deliziose penne reazionarie della vecchia Europea e dell’ancor più vecchia Francia. Pubblicato, guarda caso, da Adelphi. La penso come Goethe: non si devono scrivere libri semplicemente “contro”. Ma se uno vuole proprio farlo allora che si scelga dei bersagli belli grossi, di quelli che nessuno ha il coraggio di affrontare. In fondo, quand’è l’ultima volta che avete letto qualcosa di seriamente anti-americano che non usasse l’immaginario, il linguaggio e i concetti degli americani stessi? Che non fosse impacchettato nei vecchi luoghi comuni della “controcultura”? Del resto Fumaroli, un uomo dall’erudizione quasi spaventosa, sugli Stati Uniti come su tutto il resto, è tutt’altro che stupido e quindi è tutt’altro che “anti-americano”: vuole solo considerare gli Stati Uniti come una nazione fra altre nazioni altrettanto degne di rispetto, Francia in testa. Invidia perché gli Stati Uniti hanno usurpato la preminenza francese nelle arti? Può darsi, ma quanto è liberatorio sentirsi dire che forse – forse! – tutta o quasi l’arte moderna è un “con job” epocale. Del resto la Cia ha volentieri ammesso di aver fatto discretamente pressione perché l’espressionismo astratto divenisse una specie di arte ufficiale della Guerra Fredda…

Per una storia brillante ma più convenzionale delle belle arti americane, Robert Hughes, American Visions (no, niente traduzione. Però in compenso è illustrato). Una visione estremamente originale della storia della pubblicità, il genere artistico che Michael Schudson definì “realismo capitalista”, è quella di Thomas Frank in The conquest of cool. Business culture, counterculture and the rise of hip consumerism di Thomas Frank (1997) – il libro dietro la serie televisiva Mad men.

10. Robert Caro, The Years of Lyndon Johnson (1982; 1990; 2002; 2012)

Una continua lamentela sulle traduzioni mancate o fuori commercio, direte voi. Giustificata, penso io. Però che non ci sia una traduzione italiana di quest’opera mostruosa lo posso capire. Chi mai potrebbe assumersene il rischio? Robert Caro la sta scrivendo da più di quarant’anni, ne sono usciti quattro volumi, tutti best seller, per un totale di 2650 pagine, note escluse, vincendo ben due Premi Pulitzer. Ha, praticamente da solo, riscattato il nome di Lyndon B. Johnson, che oggi è riconosciuto come uno dei pochi Presidenti veramente decisivi della storia americana, ben più dei suoi più noti vicini, Kennedy e Nixon. Tanto che persino Hollywood se n’è accorta: negli ultimi anni è stato interpretato da Bryan Cranston, Liev Schreiber e Tom Wilkinson; il prossimo anno toccherà a Woody Harrelson (il cui padre si è autoaccusato di aver ucciso John F. Kennedy e quindi portato LBJ alla Casa Bianca…). Grande storia, certo, ma quello di Caro è il vero Grande Romanzo Americano che da tanto tempo si attende, guardando nella direzione sbagliata. Emerson aveva detto che se potessimo conoscere la vita di un uomo in ogni singolo particolare allora potremmo conoscere la vita di tutti gli uomini. Il Johnson di Caro non sarà forse l’epitome di ogni uomo, anche se a tratti lo sembra, ma certo lo è dell’uomo di potere e, in senso più generale, dell’America imperiale del XX secolo, un personaggio fra Balzac e Dostoevsky la cui inesausta sete di potere, di prestigio, di denaro, di donne, di cibo, di tutto è uno specchio perfetto del suo tempo, un genio del male che diventa suo malgrado una forza per il bene (forse non per i Vietnamiti, d’accordo). Come tanti, prego ogni giorno che Caro, non più giovanissimo, riesca a completare la sua opera: finora è arrivato ai primi due mesi della Presidenza. Uno di questi anni dovrebbe uscire il quinto e ultimo (?) volume…

L’unico altro libro di Caro si intitola The Power Broker (1974), una biografia di 1200 pagine di Robert Moses, un funzionario pubblico newyorkese che fu per decenni l’eminenza grigia della politica di Gotham City, così che il libro è anche una biografia della città e, come quello su Johnson, un grande manuale per politici.
Beh, ci siamo. Niente o quasi sul West. Niente sugli indiani. Niente o quasi storia economica. Niente televisione. Niente sport. Si poteva fare una lista completamente diversa, d’accordo. Pazienza. Speriamo che qualcuno si occupi dei dieci romanzi americani indispensabili (lì scorrerà il sangue, credo. Mi sa che l’unico sicuro sia Moby-Dick, notoriamente poco apprezzato dai contemporanei di Melville). “I’m off duty for ever, and am going to sleep”.

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23 Risposte to “Dieci libri indispensabili per capire gli Stati Uniti d’America”

  1. Maurizio Paolucci Says:

    Buongiorno.
    Senza nulla togliere a Mcpherson, trovo la STORIA DELLA GUERRA CIVILE AMERICANA del nostro Luraghi l’opera fondamentale per capire gli Stati Uniti d’America, e conoscere storia e fatti in maniera completa con punti di vista anche anticonvenzionali. Luraghi ha avuto il merito di rompere con le convenzioni e La narrazione dei vincitori nordisti, e la sua opera rappresenta per gli USA, a mio avviso, un po’ quello che Pansa con il Sangue Dei Vinti rappresenta per l’Italia. Non è che da credito a teorie complottiste, le riporta per averne raccolto testimonianze in 20 anni di ricerche sul campo. E non fa propaganda sudista, analizza con occhio oggettivo le ragioni del sud e riporta anche dati, fatti e punti di vista solitamente omessi nei libri Americani, che celebrano solo il Nord: il vincitore. Come fonti, documenti, completezza, è quella di Luraghi l’opera fondamentale, e questo è riconosciuto anche da molti studiosi europei e americani.
    Mi spiace ma sono in disaccordo completo con i vostri commenti riduttivi e quasi dispregiativi nei suoi confronti.
    Invito i lettori di Vibrisse a leggersi i due testi e a farsi un’opinione in merito da soli.
    M.Paolucci

  2. Stefano Trucco Says:

    Come volevasi dimostrare. Con tanto di parallelo fra CSA e RSI. All’anima dei propagandisti…
    Fra l’altro, a parte il libro di McPherson, uscito dopo, quali sarebbero le storie della guerra civile scritte dal punto di vista dei ‘vincitori’ pubblicate prima di Luraghi? Nota bene, si richiedono foto di libri di proprietà personale, che di postare link a libri non letti siamo capaci tutti.
    Uno degli aspetti più curiosi della storiografia della guerra civile è proprio il fatto che sia stata quasi lasciata agli sconfitti. Lo schema classico consisteva nell’ammettere che il Sud non avrebbe dovuto uscire dall’Unione (‘siamo tutti americani’) e che Lincoln era un grand’uomo che avrebbe riconciliato la nazione se non fosse stato ucciso, ma poi raccontare tutto dal punto di vista sudista, difendendone le ragioni e la ‘civiltà’ e la nobiltà nella sconfitta. Uno schema che poi è quello delle maggiori narrative sull’argomento, da ‘Nascita di una nazione’ a ‘Via col vento’. Giusto per la censura, eh?

  3. Andrea Says:

    Ognuno ha le sue certezze, ma io questa propaganda per il sud nel libro di Luraghi non l’ho vista.

    Comunque si fa facile a farsi un opinione. Su wikipedia è presente la biografia, il libro è stato scritto nel 1966, ognuno può farsi un idea da se di quanto possa essere “propagandista del sud” Raimondo Luraghi: e senza necessità di “foto di libri di proprietà” e amenità simili.

  4. Stefano Trucco Says:

    Ah, sì, Wikipedia.

  5. Alessandro Guerra Says:

    Luraghi è uno storico, Pansa un giornalista. Due mestieri diversi.

  6. Alessandro Guerra Says:

    Forse già te lo chiesi, hai letto Dynamite: The Story of Class Violence In America di Louis Adamic? Che ne pensi? Mi fu consigliato da un professore di storia moderna mio omonimo ed è stato il punto di svolta nella mia concezione degli USA. Quello e l’autobiografia di William D. Haywood.

  7. Andrea Says:

    Ahhh, wikipedia: orrore!

  8. Stefano Trucco Says:

    @ Alessandro

    Adamic non l’ho letto ma altre cose sul tema. La violenza dei conflitti sociali e sindacali negli Usa fra XIX e XX secolo è poco nota e sottovalutata. Però resto della vecchia idea, alla Werner Sombart, che la repressione non basti a spiegare l’allergia americana a movimenti e partiti classisti come quelli che a quel tempo fiorivano in Europa, e che vi sia una spiegazione socio-culturale più generale, un po’ come l’allergia asiatica al Cristianesimo.

  9. Stefano Trucco Says:

    @ Andrea
    Perchè ‘Ahhh, wikipedia: orrore!’? Ci sono dei link all’interno dell’articolo: ti disturbano?

  10. Giulio Mozzi Says:

    Ma, io direi: Luraghi è un esperto di storia militare, qualificatissimo, più che qualificatissimo. Del suo libro (che lessi tanto tempo fa, vado a memoria) conservo appunto il ricordo di un libro sostanzialmente di storia militare (che all’epoca, e non ricordo più perché, mi appassionava).

    Il McPherson, che ho cominciato a leggere in questo giorni (l’ho ordinato quando Stefano mi ha mandato l’articolo…), mi pare un’opera di respiro più ampio.

  11. Stefano Trucco Says:

    Ti voglio bene.

  12. acabarra59 Says:

    “ 6 maggio 1995 – Italo Americano, Obesità.“ [*]
    [*] Lsds / 73..

  13. dm Says:

    Molto interessante, utile, chiarissimo.

  14. Stefano Trucco Says:

    Ah, già che ci siete:
    https://bookabook.it/projects/la-politica-americana-spiegata-semplice/

  15. C.P. Says:

    Grazie per questa miniera di informazioni. Spero che segua la lista di testi letterari sullo stesso argomento.

  16. Andrea Says:

    @Stefano Trucco: A me non hanno disturbato i link, ma le opinioni spacciate per verità assodate, che hai espresso tu. Con in più l’arronganza del “Nota bene, si richiedono foto di libri di proprietà personale, che di postare link a libri non letti siamo capaci tutti.”

    Ognuno la vede come vuole,ma non è vero che “Luraghi in buona sostanza è un propagandista per il Sud, con tutte le conseguenze del caso.”

    E’ ribadisco l’invito di Paolucci a “leggersi i due testi e a farsi un’opinione in merito da soli.”

  17. Stefano Trucco Says:

    “I libri di proprietà” si riferisce alla tipica manovra internettiana di postare link a libri o articoli che non si è letto e che non si conosceva fino a un minuto prima.
    In particolare: dalle vostre polemiche si direbbe che abbiate letto il libro di MacPherson e l’abbiate trovato mancante, ma non si capisce in cosa. Dire che Luraghi “riporta anche dati, fatti e punti di vista solitamente omessi nei libri Americani, che celebrano solo il Nord: il vincitore”, dimostra una notevole ignoranza della storiografia sull’argomento. Oltretutto dimostra anche di non aver visto né ‘Nascita di una Nazione’ (un film popolarissimo ai suoi tempi, il 1915, che glorifica il Sud e il KKK, molto apprezzato dall’allora Presidente Woodrow Wilson) né ‘Via col Vento’, uno dei film più famosi di tutti i tempi. E nemmeno ‘Il Generale’, il miglior film di Buster Keaton, in cui i buoni sono i sudisti.

  18. Andrea Says:

    Da quello che affermo io si capisce solo che ho letto Luraghi. Tutto il resto ce lo stai aggiungendo tu, a capocchia nel mio caso. Io non consiglio nulla. Dico solo che se la propoganda è “attività di disseminazione di idee e informazioni con lo scopo di indurre a specifici atteggiamenti e azioni” ovvero il “conscio, metodico e pianificato utilizzo di tecniche di persuasione per raggiungere specifici obiettivi atti a beneficiare coloro che organizzano il processo”[wikipedia].” allora non è vero che il libro di Luraghi è propaganda.

    Poi che tu consigli di leggere MacPherson ci sta. E’ una tua opinione e non mi sembra neppure sbagliata. Ma un conto è dire che MacPherson ha scritto un gran libro, altro è dire che Luraghi è fa l’agit-prop.

  19. gian marco griffi Says:

    Potreste fare la pace leggendo questo racconto qui:
    https://en.m.wikipedia.org/wiki/CivilWarLand_in_Bad_Decline

  20. gian marco griffi Says:

    Ps per Stefano: naturalmente fino a un minuto fa, Saunders non sapevo manco chi fosse. 😂. Scherzo, lo sapevo.

  21. acabarra59 Says:

    “ 26 ottobre 1994 – Commuove nella didascalia d’apertura di Via col vento (Gone with the wind, Fleming, 1939) leggere scritto: « cavalleres-ca ». Nell’inimitabile inconfondibile incidente ortografico c’è tutta la goffa stralunata grandezza del cinema, la sua affamata generosità, la sua sgangherata irresistibile vocazione cavalleres-ca. (Tè capì?) “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  22. Maria Fonzino Says:

    Buonasera a tutti. Mi permetto di segnalare anche “La democrazia in America”di Alexis de Tocqueville, scritto negli anni 1830. Grazie per questo bel post! A presto, Maria

  23. Giulio Mozzi Says:

    Maria, Trucco ne parla nel penultimo capoverso dell’introduzione.

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