Note di lettura sui racconti di Marino Magliani

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Marino-Magliani

di Luigi Preziosi

La misura breve del racconto pare particolarmente consona alle esigenze espressive di Marino Magliani, e lo si intuisce anche nelle sue opere di respiro più vasto, come, tra le più recenti, Soggiorno a Zeewijk (Amos edizioni, 2014) e Il canale bracco (Fusta editore, 2015). Qui il serrato monologare, la pratica assidua dell’osservazione attenta delle cose, il riannodare ricordi minimi alla attualità quotidiana per trarne significati non effimeri per le azioni del presente, se non possiedono il respiro largo del romanzo, possono però servire come fondamento ad una scrittura che si perfeziona nella brevità della descrizione perfetta, nell’emozione che è evento in se stessa, nel dipanarsi lento di impressioni che di colpo rivelano, trasfigurandola, una realtà diversa da quella apparente.

Le ultime prove di Magliani rendono espliciti alcuni caratteri di questa propensione al racconto. A fine 2015 è uscito Liguria Spagna e altre scritture nomadi (Pellegrini editore, 2015), raccolta firmata insieme a Riccardo Ferrazzi. Il libro, come annota Giuseppe Panella nella premessa, riunisce racconti che enucleano spunti e visioni non del tutto riconducibili alla narrativa di viaggio, intesa nella sua accezione più classica. In particolare, per Ferrazzi, (al quale si devono Sul nomadismo e I miei luoghi dell’anima, su alcuni aspetti dei quali sarebbe interessante ritornare) il viaggio è ricerca e identificazione di paesaggi dello spirito, di terre e città che corrispondano a stati d’animo, o che costituiscano materiale sul quale uno stato d’animo possa delinearsi. La mutevolezza delle sensazioni che si alternano nelle stagioni della vita è come figuralmente rappresentata dal viaggio, che rende a chi viaggia sensazioni sempre diverse: ciò consente a Ferrazzi di affermare che “ciò che ha segnato la mia vita non è mai stato il posto dove andavo, ma il viaggio in se stesso”.

Dell’alternarsi tra partire e tornare, tra andare e restare, tratta invece Magliani, in via mediata, nello splendido Il bradipo gigante di Mary Susanne, attraversando con ciglio asciutto percorsi della memoria che paiono fatti per causare sommovimenti interiori. Se ne ricava una prima conferma di un tema a lui caro, dei cui ulteriori diversificati svolgimenti si arricchisce il suo ultimo libro, Carlos Paz e altre mitologie private (Amos editore, 2016), in libreria da poco più di un mese (sul quale, tra gli altri interventi, anche qui). In esso, con maggiore ampiezza rispetto alla raccolta precedente, si declinano le più diverse forme della distanza, esistenziale, emotiva e (anche, perché no) fisica, che si possano misurare nello spazio, nel tempo ed anche nelle menti di ognuno di noi. Così si rende ragione della minuziosa auscultazione di sé in confronto con il tema (o mito, suggerirebbe il titolo) dell’esilio, che in sé potrebbe rischiare di parere un’astrazione retorica, un prestito da situazioni esistenziali diverse da quelle narrate. Il narratore (io narrante, protagonista in prima persona o memorialista della propria biografia, chissà, e questo sarebbe di per sé un itinerario di indagine autonomo sull’opera di Magliani) di più di un racconto, indipendentemente dalla storia raccontata, situa la propria condizione nel pencolare tra le proprie origini di bambino nato a Dolcedo, piccolo paese dell’entroterra ligure, e l’adulto approdo, dopo un lungo vagabondaggio per tanti paesi del mondo, dalla Spagna all’Argentina, ad una cittadina sulla costa olandese. Non si sfugge alla sensazione, che promana dalle pagine di questi racconti, di continua ed inesausta nostalgia di un altrove, che è (o pare?) sempre là dove non si è: l’Olanda durante le lunghe estati liguri, l’aspro entroterra della riviera di ponente, quando si guarda il mare scuro dalla spiagge del Nord. L’esilio è anzitutto allora esilio da se stesso, la nostalgia un anelito a trovare qualcosa, che, si sa, non è perduto del tutto. La distanza si può misurare sia nello spazio sia nel tempo, come nel racconto Le notti di Sorba, il più lungo ed il più rappresentativo di questa condizione psicologica, in cui il protagonista riannoda i legami con se stesso quale è stato durante stagioni diverse, gli anni del collegio, il periodo del servizio militare, accomunate da una condizione di reclusione che pare figura del senso del limite che affligge ognuno di noi a certe svolte della vita. Per farlo, ritorna dall’Olanda a Dolcedo e Prino, i due paesi dell’entroterra ligure dove ha vissuto durante l’infanzia, turbato per non ricordare più in quale punto della camerata del collegio fosse la branda nella quale passò le notti della quinta elementare: particolare in apparenza insignificante, ma essenziale per il riconoscimento di sé nel ragazzo di allora, per dare una continuità, quale che sia, al tempo, perché gli anni trascorsi non siano in definitiva un susseguirsi di frammenti incongruenti. A Sorba, paese al confine tra Liguria e Piemonte, dov’era e più non c’è il collegio, troverà una inaspettata (forse) risposta al suo interrogare i ricordi, materiale in fondo indispensabile all’armonia del presente.

Da ogni particolare del mondo su cui posa lo sguardo, Magliani trae occasione per ricavare tracce diverse da quelle apparenti, scalfitture dell’anima si generano dalla meticolosa attenzione alle cose. Non necessariamente questa particolare attitudine si esaurisce in un descrittivismo realistico: proprio in Le notti di Sorba la narrazione sul finale vira verso un improvviso esito visionario, con inversione e sovrapposizione di piani temporali diversi, in una sorta di realismo magico, dalle ascendenze non tanto bontempelliane, quanto più verosimilmente ascrivibili a certa narrativa latino americana del secondo Novecento, dall’autore amata e tradotta. Con ciò, Magliani conferma, anche in questa raccolta, un’attitudine già presente nella sua produzione, sia in romanzi (Il collezionista di tempo, Sironi editore, 2006), sia in racconti (come Il bradipo gigante di Mary Susanne, di cui si è già detto).

In parecchi casi, la concisione a cui il racconto costringe l’autore favorisce la linearità della trama. Paradossalmente, nei racconti è presente uno sviluppo narrativo maggiore di quanto non avvenga nei libri immediatamente precedenti, più ragionanti e meno carichi di storie da raccontare. Così Il braccio narra del momento in cui un campione di bocce si accorge del suo decadere, avverte l’imminenza della fine di qualcosa. Scene dal buio è una storia della resistenza, uno dei tanti ragazzi dell’epoca in età militare si dà alla macchia, e viene assistito dal padre durante la sua permanenza in certe grotte dell’Appennino ligure particolarmente affollate di uomini in fuga. In La pozzanghera è invece un padre a dar conto al figlio della propria esistenza raminga di marinaio sui pescherecci di altura; anche qui una lontananza, dalla famiglia, anzitutto, ma anche dal mondo, lontananza obbligata dalla condizione di semiclandestinità in cui vive chi fa questo mestiere, un esilio da se stessi, da una esistenza che somigli a quella degli altri, in cui la lettera al figlio non sia l’unica occasione di non sentire la propria esclusione dal mondo.

La pratica del racconto evidenzia inoltre quella densità di intenzioni che è tipica della prosa di Magliani. La sua scrittura è scabra, attenta al dettaglio, scava in esso significati che ne superino il mero aspetto esteriore. Si inquadra in pieno nella domanda di senso che caratterizza la narrativa (e non solo) dei nostri anni: capace di suggestioni che prescindono dall’episodio narrato o dall’oggetto della descrizione, impregnate di vita autonoma, in cui risalta costante una straordinaria intensità espressiva. La misura breve incide appunto su questa caratteristica, presente in ciascun racconto, con un effetto di continuità che dà coerenza alle diverse occasioni narrative in cui si articola la raccolta.

Uno specifico rilievo assumono così alcuni brani, come Le arance, in cui la trepidazione di una madre in attesa di rivedere il figlio in cielo ricorda il pathos della madre ungarettiana. Una particolare tensione emotiva percorre sottotraccia Soggiorno in Liguria, delicato idillio fuori stagione e fuori tempo per i due protagonisti; ancora una volta, sullo sfondo, l’idea di estraneità al proprio destino, il segno di un desiderio, anche non consapevole o non espresso, di altro. Ancora distanze, interiori e geografiche, sono la sostanza di Sabbia, in cui si contemplano i mari che formano la vita del protagonista, i mari da cui di volta in volta si parte ma mai per sempre, perché nel giro degli anni della vita di un uomo si avvicendano apparentemente a caso partenze e ritorni: “l’unica cosa su cui si poteva contare, forse, era che si poteva tornare: questo sì, era consentito, sembrava addirittura una cosa che si cominciava a fare dal momento da cui si partiva”.

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Una Risposta to “Note di lettura sui racconti di Marino Magliani”

  1. manu Says:

    interessante, ne leggerò. grazie.

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