“La vera Zona è il romanzo stesso”

by

di Daniele Giglioli

[Questo articolo di Daniele Giglioli è apparso in “La Lettura”, supplemento del “Corriere della sera”, domenica 22 maggio 2016. L’articolo è disponibile in pdf qui].

7228419_1572657Era una notte buia e tempestosa. No, sul serio, comincia proprio così La ragazza selvaggia (Marsilio) di Laura Pugno, anche se non con queste parole. Ciò non per insinuare che si tratti di una sfilza di luoghi comuni di scrittura e di invenzione: al contrario. Chi ha letto le sue cose precedenti sa che l’autrice ha un mondo narrativo tutto suo, riconoscibile all’istante nei temi e nel modo di porgerli, un insieme finito e ricorrente di elementi che si combinano in maniera ogni volta diversa e sorprendente. Vero però che ora, per la prima volta, quel mondo corre il rischio di apparire chiuso, fisso, non passibile di sviluppi, il che ne rappresenta insieme il fascino e il limite.

Quali sono questi elementi? Ecco la configurazione con cui si presentano qui. Ci sono la città e il bosco, natura e cultura sempre colte nelle faglie in cui entrano in frizione: la ragazza selvaggia di cui al titolo, Dasha, perdutasi una decina di anni prima perché abbandonata dalla gemella Nina (entrambe orfane di Chernobyl adottate da Giorgio Held, imprenditore andato a fare affari in Ucraina), viene ritrovata da Tessa, nipote di una strega di paese, biologa precaria e ultima abitatrice di Stellaria, riserva naturale creata per un esperimento universitario ora in via di smantellamento e sul cui sfondo si staglia una selva di pale eoliche (simbolo di energia pulita, fragile alleanza tra bisogni umani e risorse ambientali, bosco rassicurante).

C’è il tema dei fratelli legati da un nesso misterioso che si nega al linguaggio (Nina estroversa, Dasha forse autistica; Nina finita in coma nell’imminenza del ritrovamento di Dasha quando un test le rivela di essere irrimediabilmente sterile). C’è il tema del lutto, una vera trenodia che attraversa tutto il romanzo, cui è promesso Giorgio Held e da cui è segnato Nicola Varriale, innamorato di Nina, da quando suo padre, solare e ottimista socio di Held, è precipitato ubriaco da un balcone; e con loro molti altri personaggi. C’è il tentativo tracotante e pietoso – tracotante perché pietoso? non sarà la pietà la più orgogliosa forma umana di ubris, a petto dell’innocente spietatezza della natura? – di Held che usa la sua ricchezza per convocare la scienza al capezzale delle sorelle, Dasha da rieducare, Nina da strappare al coma nella convinzione che il ritorno della sorella possa scuoterla dal suo sonno neurovegetativo.

C’è il tema della Zona interdetta dove accadono cose inquietanti e inesplicabili e dove Stellaria, contraddittorio proposito di ricreare con la manipolazione tecnica uno spazio incontaminato, fa da contraltare a Chernobyl, avvelenata dall’errore umano ma prima ancora dalla sua pretesa di scindere la sostanza ultima della materia per sfruttarla. E c’è il tema dell’analogia ma anche della non coincidenza dei destini, il gioco allusivo ma sempre sviato delle loro simmetrie e dei loro scarti ingovernabili, tra la scienziata e la strega, tra lo speculatore e il filantropo, tra la genitorialità naturale e quella artificiale, tra le buone intenzioni e le cattive, tutte deluse, frustrate, o destinate a un successo più crudele del fallimento. Peggior sorte tocca senz’altro a chi incarna l’aspirazione all’ordine umano; l’ultima parola spetta al bosco, anche se, vedrà il lettore, in modo ambiguo e con sviluppi futuri alquanto incerti.

Favola nera, allegoria, romanzo filosofico e romanzo familiare: La ragazza selvaggia è tutto questo, e tutto è reso in una costruzione articolata, con flashback e anticipazioni ben governati, un accorto equilibrio tra il discorso dei personaggi e quello del narratore onnisciente ma anch’esso brancolante, una scrittura meno apodittica di quella dei libri precedenti eppure sempre tesa, contratta, guardinga, attenta a non concedere nulla in commento, spiegazione, razionalizzazione.

Tutto funziona come deve, le frange d’ombra e quelle in piena luce, le promesse di felicità e le disillusioni, senza scompensi ma anche senza che al lettore sia data la possibilità di tracciare vie di fuga, traiettorie impreviste, sentieri che lo ricongiungano a un ignoto in cui aggirarsi senza bussola. La vera Zona è il romanzo stesso. E la sensazione è che anche l’autrice non saprebbe come uscirne – come uscire cioè dal suo immaginario, per questo condannato a ripetersi. Bel risultato in sé, che però genera, oltre a una sensazione di claustrofobia, anche un sospetto di claustrofilia, mostrando forse la corda dell’artificio laddove si pretende di enunciare una necessità. Se è giusto che i suoi personaggi non ne vengano fuori, sarebbe vitale se Laura Pugno in futuro ci provasse.

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Una Risposta to ““La vera Zona è il romanzo stesso””

  1. “Quel confine innominato ci attrae e ci atterrisce” | vibrisse, bollettino Says:

    […] «per questa via ogni volta / ogni volta l’inizio». Molti dei temi di quest’autrice così ossessiva – ancorché a loro volta addomesticati nella struttura romanzesca – splendono qui col […]

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