Dieci indispensabili romanzi dell’orrore

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di Danilo Arona

Capisaldi dell’orrore? Dieci?
Mannaggia, alla seconda riga credo a spanne che siano di più, colpa anche dell’omone del Maine.
Cominciamo da quelli non si può prescindere, i fondamentali. E, siccome Dracula di Stoker stava nell’elenco dei vittoriani, lo diamo per acquisito, giusto per far spazio a un titolo in più tra i moderni. Sarebbe superfluo raccontare il perché di Dracula che di sicuro non è il primo vampiro sulla carta (il Lord Ruthwen di John Polidori e l’omonimo di Charles Nodier, più il Varney di Prest e Rymer, quest’ultimo pubblicato nei famosi Penny Dreadful, lo hanno anticipato di decenni), però il conte transilvanico è il più famoso, carismatico nonché il più coniugato sino a oggi da cinema, fumetti, saggistica e persino canzonette (Dracula Cha Cha Cha e Soul Dracula). Lui è il Vampiro, punto.

Al che cominciamo con un altro pilastro.

1. Frankenstein di Mary W. Shelley, apparso per la prima volta nel 1818, nasce per tradizione dalla mitica sfida di Villa Diodati (Lago Lemano, Svizzera), una scommessa letteraria risalente alla notte del 16 giugno del 1816 tra Lord Byron, John Polidori, Percy Shelley e la moglie Mary, con presenza molesta di Claire Clairmont. Leggenda (ma mica tanto…) vuole che da qui nascano Frankenstein e Il vampiro. Mentre il secondo, scritto da Polidori, avrà un infausto percorso al punto tale da essere attribuito in prima uscita a Byron, il primo, opera di Mary, raggiungerà l’immortalità grazie alla perfetta disposizione dei suoi elementi narrativi: la gravidanza oscura, lo scienziato-Prometeo che oltrepassa confini proibiti, il galvanismo e la creatura che non è affatto satanica, ma forse ha un cuore. Il mito con più versioni cinematografiche al mondo.

2. I racconti del terrore di Edgar Allan Poe. La prima edizione risale al 1845 ma in giro per le librerie fornite non avete che l’imbarazzo della scelta. Poe è basico. Senza di lui non si va da nessuna parte se volete percorrere i sentieri del gotico. Ci sono decine di suoi racconti da menzionare, ma ne basta uno: Il crollo della casa degli Usher, modello inalienabile sull’osmosi energetica tra una casa “vivente” e il suo abitatore, Roderick Usher, la cui degenerazione psichica e fisica procede di pari passo con l’avanzante rovina della magione. Senza casa Usher non avremmo avuto capolavori come Hill House (L’incubo di Hill House o La casa degli invasati di Shirley Jackson del 1959) e Shining di Stephen King.

3. Di un altro indispensabile, Howard Phillips Lovecraft, che ha scritto tantissimo e benissimo nei primi decenni del secolo scorso, consiglio l’ultima antologia curata da Giuseppe Lippi, Tutti i racconti. Mondi quantici in collisione, orrori venuti dallo spazio, l’apocalisse incombente, creature indescrivibili, l’orrore gotico di HPL anticipa la cosmica angoscia del genere umano post 11 settembre. Da leggere di notte in soffitta, mentre il vento ulula di fuori in modo forsennato, Il richiamo di Cthulhu, Il colore venuto dallo spazio e La maschera di Innsmouth. E, se sentite odori di pesce marcio, tagliate la corda. I portali sono stati aperti e i mostri di HPL amano le soffitte.

4. Giro di vite di Henry James, pubblicato nel 1898, non è un romanzo ma un racconto lungo, però così denso e ambiguo da illuminare ancora oggi tanta narrativa e cinematografia che alla diabolica storia dell’istitutrice disturbata alle prese con i pestiferi Flora e Miles (e i fantasmi, chissà quanto immaginati o realmente presenti, del giardiniere Quint e l’ex istitutrice Jessel) si è ispirata e continua a ispirarsi. Da romanzieri di classe assoluta come Peter Straub e Michael Hastings a registi come Mario Bava e Alejandro Amenabar, la lezione del fantastico “per esitazione” di Henry James – che non era soltanto uno scrittore di ghost stories, come penso tutto il mondo sappia… – è ancora uno straordinario viatico per i fantasmi di ogni dove. Giappone compreso, infatti nella mitologia di Ringu di Koji Suzuki viaggiano frammenti di Flora e Miles.

5. I figli dell’invasione di John Wyndham (1957). Non mi sfiora neppure il dibattito se sia o non sia horror perché in superficie si vende come storia di fantascienza (e in effetti in Italia l’ha pubblicato a più riprese Urania). La mitica parabola dei bambini “dannati”, capelli biondo platino e occhi bianchi all’occorrenza, è una profonda e disturbante discesa agli inferi dell’inconscio planetario, dentro i meandri di una sessualità femminile fortemente azzerata nel decennio di riferimento – pensate che Wolf Rilla, il regista del film che ne fu tratto, Il villaggio dei dannati, dovette andare a girarlo in Inghilterra, perché i dirigenti della Metro Goldwyn Mayer che ne avevano acquisiti i diritti sin dal ‘57 li avevano subito congelati in quanto vedevano nella nota vicenda delle donne di Midwich fecondate dal “seme spaziale” un attacco al dogma dell’immacolata concezione. Archetipo con tre versioni filmiche ufficiali, e molte altre graficamente clonate. Uno dei miei traumi infantili.

6. Rosemary’s Baby di Ira Levin. Risale al 1967 e mai una data fu più presaga. Il diavolo, la rottura delle regole, la gravidanza diabolica, l’orrore nella metropoli, il Dakota Building che da allora è il condominio maledetto per definizione. Ira Levin in forma splendida e il film di Polanski, altrettanto efficace nella sua cinica diversità. Ma soprattutto un altro modello che ancora fa scuola, tra femmine gravide di futuri diavoletti, apocalissi alle porte e bambinetti satanici in odor di Anticristo. Esiste anche un miniserial TV, delocalizzato a Parigi, dove Rosemary è la mulatta Zoe Saldana. Cornucopia per tutto il filone satanico a venire.

7. L’esorcista di William Peter Blatty del ‘71. La domanda, sempiterna: ci azzecca più il libro o l’immortale capolavoro di Friedkin? Il libro di Blatty è teso, gelido, strutturato alla perfezione, una sceneggiatura perfetta che Friedkin visualizza da maestro (un capolavoro insuperato, il preambolo in Iraq che racconta a suo modo quel che ancora sta accadendo laggiù…) e costruisce un ponte dell’orrore quotidiano, quello che si insinua invisibile tra le mura domestiche, che ancora oggi nessuno riesce a percorrere con tanta consapevolezza del Male (con la maiuscola). Sarà che Blatty ha studiato dai gesuiti e qualcosa di proibito lo ha di sicuro visto…

8. Carrie di King, 1974. Perché è il primo libro dell’omone. Non è il più bello, ma l’evoluzione del Re andrebbe seguita cronologicamente altrimenti si scivola nelle banalità critiche. La storia è arcinota, un archetipo di riscatto e di vendetta al femminile che ha seminato in America piccoli fenomeni di costume (tesi di laurea, versioni teatrali, dibattiti post-femministi) nonché tre film e un miniserial TV che forse è quello che rispecchia più fedelmente ciò che aveva in testa King. E poi il libro, a differenza di quel che abbiamo visto al cinema, è un vero e proprio trattato pseudo-scientifico di parapsicologia, telecinesi e altri fenomeni ai confini del reale. Stephen lo scrisse allora sbirciando con un occhio solo la struttura a incastro (lettere, documenti, interventi di più narratori) del Dracula di Stoker.

9. La casa dei fantasmi (Ghost Story) di Peter Straub del 1979. Assoluto capolavoro di uno scrittore condannato dal marketing a rappresentare l’anti-King. Ma Straub sul problema del Male affonda il bisturi con più spaventosa efficacia del Re e forse questo gli preclude una certa fetta di grande pubblico, almeno qui da noi. Ghost Story è un appassionante manifesto sulla colpa, la vecchiaia, l’innocenza perduta e l’orrore dell’inconscio, la cui versione filmica Storie di fantasmi ha reso poca giustizia. Ci sarebbero altri titoli di Straub altamente consigliabili. Due per tutti, Koko e La cosa oscura. Il primo racconta il Vietnam, sul suolo americano, meglio di un documentario dal fronte.

10. It. E che altro dire? It è It, la summa del Re e la summa di tutto il genere horror moderno. È il super-mega-arci mostro che naviga nella melma inconscia di ogni bambino cresciuto male e che emerge ciclicamente a reclamare le sue vittime. 1200 pagine che, quando le finisci, ne vorresti ancora. Se non leggi It evita il genere e vai a giocare a bocce. Un libro che attende ancora il suo Kubrick. Adesso arrivano notizie dagli USA che forse se ne occuperà Fukunaga, quello di True Detective, e allora ci assale un minimo di eccitazione.

Adesso, però non è finita… Dobbiamo per poche righe illuderci che la matematica sia un’opinione. Perché, a mio parere, Daphne Du Maurier, Shirley Jackson, Ray Bradbury e Richard Matheson non possono e non devono restar fuori da cotanto elenco. Della prima leggetevi, per favore, il racconto originale di cui Hitch comprò i diritti per il suo capolavoro del ‘63, Gli uccelli, e scoprirete che è qualcosa di molto diverso e altrettanto efficace. La Cornovaglia al posto di Bodega Bay. Della Jackson, ovvio, Hill House, uno degli archetipi sulle case infestate (non casupole, quasi castelli…). Ray, accidenti, senza di lui non avremmo il terrore delle tre di notte con “qualcosa di sinistro che sta per accadere…” (Il popolo dell’autunno, la bibbia del Dark Circus itinerante…). E Richard Matheson, altra colonna portante, con racconti taglienti, essenziali (il cofanetto Shock, ancora curato da Giuseppe Lippi, è una perla, anzi una collana di gioielli) e il romanzo ancora oggi definitivo sul vampirismo moderno, Io sono leggenda.

Ah, per favore, non c’è più posto. Lo so, ne mancano. Clive Barker, Joe Lansdale, il reverendo Montague R. James, James Herbert, Dan Simmons, Robert Mc Cammon, e un sacco d’altri ancora… Compresi un paio di italiani contemporanei. Magari ne riparliamo, vibrisse permettendo.

10 Risposte to “Dieci indispensabili romanzi dell’orrore”

  1. marcocandida Says:

    Ecco il mio elenco personale:

    1) La bara, di Richard Laymon;
    2) La notte del drive-in, di Joe Landsdale;
    3) Ossessione, di Richard Bachman;
    4) La lunga marcia, di Richard Bachman;
    5) Uscite per l’inferno, di Richard Bachman;
    6) Il luna park degli orrori, di Richard Laymon;
    7) La notte del drive-in 2, di Joe Landsdale;
    8) Sogni di resurrezione, di Richard Laymon;
    9) Julia, di Peter Straub;
    10) L’implacabile, di Richard Bachman.

    Direi che se si leggono Poe, Lovecraft o King s’impara che cos’è letteratura. Ma per il genere dell’orrore, se si leggono questi libri, si può diventare scrittori anche a sedici anni. Un saluto a Danilo Arona, superscrittore horror doc;-)

  2. Simone Says:

    Niente è indispensabile, niente è importante
    (Film Blu)
    Simone (quello di blowing in the wind)

  3. Bandini Says:

    Bellissima, grazie. questi cataloghi sono stupendi, grazie Vibrisse.

  4. Bandini Says:

    Volevo dire: decaloghi!

  5. enricomacioci Says:

    Non so se Arona segue il dibattito; se sì, ho una domanda: perché “l’evoluzione del Re [di King] andrebbe seguita cronologicamente altrimenti si scivola nelle banalità critiche” ? E’ una questione che m’interessa molto, dato che leggo, ammiro e studio King. Quanto ai grandi horror, io inserirei I demoni di Dostoevskij. Fa davvero paura sia a livello profondo sia a livello più immediato e superficiale – pensiamo alle varie scene notturne con gli omicidi, al terrificante suicidio di Kirillov ecc

  6. Giulioelle Says:

    Non trascurerei tutta l opera di Arthur Machen, anche se poco conosciuta in Italia. Alcuni racconti come “I tre impostori” o “The great god Pan” sono dei veri capolavori.

  7. Simone Says:

    …a proposito, ora ho capito a cosa servono alcuni blog come questo..puro marketing libresco, ok mi cancello anche se naturalmente continuerò a leggere e in ogni caso ho già la mia lunga lista di fondamentali e irrinunciabili

  8. In che senso un libro è “indispensabile”? | vibrisse, bollettino Says:

    […] uno scopo. A me pare evidente, per esempio, che la lista di indispensabili libri horror proposta da Danilo Arona e quella proposta da Alberto Cristofori, benché in buona misura sovrapposte (Mary Shelley, Poe, […]

  9. amandamelling Says:

    Finalmente un elenco con libri che ho letto anch’io. Uno di quelli che mi ha cambiato la vita è Il talismano, ricordo ancora la mia testa che si friggeva sotto l’ombrellone per una strana ossessione di non mollare la presa, mentre gli altri ragazzini giocavano a palla nell’acqua. Approfitto per salutare Danilo Arona, che oltre ad essere un grande scrittore è una meravigliosa persona, sul serio🙂

  10. Quando cadono le stelle, di Gian Paolo Serino | vibrisse, bollettino Says:

    […] romanzo è bello. Come giustamente ha rilevato Danilo Arona, presente in sala, la qualità della scrittura è “clamorosa”. Ossia è alta. E’ una roba che […]

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