Dieci libri italiani di poesia veramente indispensabili (fino al Novecento)

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Jacopo Chimenti, 1551-1640. Interno di dispensa con cibarie

Jacopo Chimenti, 1551-1640. Interno di dispensa con cibarie

di giuliomozzi

Come si può immaginare, quotidianamente mi vengono chiesti consigli di lettura. Una forma particolare della richiesta – e che mi imbarazza molto – è quella di segnalare opere letterarie “indispensabili”. Sinceramente non credo che vi siano opere letterarie indispensabili. Comunque mi ci provo. Questo è un primo elenco, dedicato a quella forma della letteratura che mi pare meno dispensabile: la poesia. Limitato a quella italiana, e con arresto alle soglie del Novecento (per il quale si vedrà).

Vedi anche: Dieci romanzi indispensabili per chi voglia scrivere un romanzo (fino al Novecento).

1. Il primo libro indispensabile non è un libro: le rime di Dante. Dico che non è un libro perché il “libro di poesia”, come idea e progetto di raccolta organica e organizzata, nasce all’incirca (per la poesia in volgare) con Francesco Petrarca. Dante fa un libro con La vita nova, mischiando prose e versi, ma non raccoglie mai (nemmeno ci prova) le poesie che va scrivendo negli anni. Le raccoglieranno altri, e i criteri di inclusione ed esclusione nonché di ordinamento sono spesso assai diversi da edizione a edizione. Tra le edizioni disponibili, consiglio quella recentemente curata da Claudio Giunta (nei Meridiani Mondadori, ma anche negli Oscar): commento ottimo e chiaro, introduzione didatticamente perfetta.

2. Il secondo libro indispensabile viene a ruota, ed è ovviamente il Rerum vulgarium fragmenta, volgarmente detto Canzoniere, di Francesco Petrarca. Diciamo che da Petrarca in poi, e fino alla torsione barocca, pressoché tutta la poesia – mica solo italiana – o è stata petrarchista o è stata antipetrarchista. Tanto basta, vi vada o non vi vada a genio Petrarca, perché vi tocchi leggerlo accuratamente. Il commento di Marco Santagata (Meridiani e Oscar) è sovrabbondante per il lettore ai primi passi: andrà bene una qualunque edizione sobriamente annotata.

3. Il terzo libro indispensabile è tutt’altro che indispensabile, ed è La bella mano di Giusto de’ Conti. Che cosa rende indispensabile questo libro tutt’altro che indispensabile? Be’: è un eccellente esempio di imitazione. In sostanza, Giusto “estrae” da Petrarca un limitato numero di temi (e già il libro di Petrarca si svolge tutto attorno a ben pochi temi) e un’ulteriore scelta di lessico (e già Petrarca usa in tutto solo 3.275 parole – contro, tanto per dare un’idea, alle 12.831 che usa Dante nella Commedia). Poiché la storia della produzione poetica è tutta una storia di imitazioni, filiazioni, respingimenti, superamenti, e così via, un’occhiata alla Bella mano potrebbe essere assai istruttiva. Edizioni correnti non ce ne sono, potete prelevare qui un ottimo pdf dell’edizione curata nel 1916 da Giuseppe Gigli. Giusto è un poeta discreto, piacevole: non aspettatevi un capolavoro.

4. Il quarto libro indispensabile è invece davvero indispensabile, ed è la raccolta delle Rime di Giovanni della Casa: un libro che è ancora petrarchista e già non lo è più; e questa, si sarà capito, è una buona ragione per leggerlo. Tanto più che contiene alcuni sonetti che, questa volta sì, sono dei capolavori. Andrà bene l’edizione a cura di Roberto Fedi nella Bur.

5. Il quinto libro indispensabile è il terzo e ultimo per fare i conti col petrarchismo: le Rime di Gaspara Stampa. Dove si vede come un codificatissimo codice (amoroso, letterario, artistico, etico ec.) tutto maschile può essere (non senza sforzo visibile, e con un successo che è più nell’opera complessiva che nel singolo testo) adoperato da una donna. Non mi risultano edizioni in carta attualmente disponibili (ce n’è una per Kindle, derivata dall’edizione Bur), ma è un libro che ha continue nuove edizioni e comunque non è difficile da trovare usato.

6. Tasso, Aminta. E’ un dramma pastorale (o boschereccio, secondo alcuni). Se il genere pastorale ha dominato l’immaginario poetico italiano (e non solo) per una quantità di decenni, ci sarà una ragione: che a me, nel profondo, è sempre sfuggita. Tra i tanti prodotti, spesso tutt’altro che spregevoli (ma per goderli bisogna, per così dire, abituarsi all’idea di un codice tutto ninfe, boschetti, laghetti, bacetti, e via così), spicca altissima l’Aminta. Bella senza alcuna asperità. L’edizione Bur a cura di Marco Corradini, molto recente, mi pare bella: forse un po’ esagerato il commento, assai istruttiva l’introduzione (dove si racconta ampiamente l’importanza che questa opericciuola ebbe a suo tempo e nei tempi successivi).

7. Per il lettore medio, oggi, la poesia barocca è spesso indigeribile. Conviene affidarsi alle antologie. Di quella classica (Lirici marinisti) curata da Benedetto Croce si può prelevare un buonissimo pdf qui. Non c’è ombra di commento, ma ormai sarete diventati dei lettori esperti. Se invece volete un libro-libro, posso consigliare solo (ma qui siamo alle manie personali): Ciro Di Pers, Poesie. L’edizione einaudiana curata molto bene da Michele Rak si trova facilmente di seconda mano o nelle (ultime) librerie a metà prezzo; tra le scansioni disponibili in Google Books questa mi pare la meno illeggibile; una buona scelta è comunque in Wikisource.

8. Leopardi, Canti. Obiezioni? (Se i primi componimenti vi stufano, o vi irritano per la loro complicazione, partite dal mezzo del libro; o, meglio ancora, dalla fine).

9. D’Annunzio, Alcyone. Non si accettano obiezioni. L’edizione negli Oscar, a cura di Federico Roncoroni, è comodissima. Senza D’Annunzio non si capisce una cippa del Novecento, e non capire una cippa del Novecento è grave.

10. Per l’accesso al Novecento, resiste assai bene al tempo (per la scelta) ed è strepitosa negli apparati l’antologia a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, Poeti italiani del Novecento. Ma del Novecento riparleremo.

15 Risposte to “Dieci libri italiani di poesia veramente indispensabili (fino al Novecento)”

  1. manu Says:

    grazie

  2. Bartolomeo Di Monaco (@bdimonaco) Says:

    Bel lavoro, Giulio.

  3. anna maer Says:

    Grazie, per chi ama la poesia, una lezione indispensabile (la Scuola non fa altrettanto)

  4. Giulio Mozzi Says:

    Anna: la scuola fa molto di più.

  5. laserta Says:

    cioè, Giusto de Conti e Della Casa tengono fuori Ariosto e Foscolo? santi numi.

  6. Giulio Mozzi Says:

    Ariosto va in un’altra rubrica (quella dei “poemi”: nella quale entreranno il la “Gerusalemme” e il “Giorno” del Parini, e financo il Tansillo) (che le rime dell’Ariosto siano oggidì irrilevanti spero sia giudizio grossolano ma condivisibile). Foscolo non ha fatto un “libro”, neanche sparso: “I sepolcri” è un capolavoro, ma è un poemetto (altra rubrica) e non un “libro”; “Le Grazie” è incompiutissimo; dei sonetti sopravvive “A Zacinto”. L’ “Aminta” entra qui perché – opinione come sempre discutibilissima – mi par più poesia lirica che teatro.

    Poi spero sempre che si apprezzi un po’ il gusto del paradosso. Ovviamente l’indice di qualunque antologia scolastica è più completo e standardizzato di questa mia lista.

  7. acabarra59 Says:

    “ Sabato 17 dicembre 2005 – Stamani ero a via del Quartaccio, in cerca degli zingari, che non c’erano, c’era uno slargo con pochi banchetti, forse era via George Sand, un po’ prima di via Thomas Mann, di via Gustave Flaubert, era uno strano quartiere, insomma ho comprato dei libri. Fra questi c’era anche un Tasso, Teatro, nell’edizione tascabile Garzanti – la collezione si chiama « I grandi libri », ma il formato non c’entra. Comunque mi è bastato sfogliarlo per accorgermi che « Tasso, Teatro » voleva dire L’Aminta. Già, l’Aminta. Si trattava, era chiaro, della solita coincidenza – più che una coincidenza è stata un’immensa disgrazia. [*] “ [**]
    [*] Ma questa è un’altra storia.
    [**] Lsds / 73…

  8. laserta Says:

    ah ok, non sapevo di altri canoni/classifiche in via di costruzione…
    Allora potremmo azzardare che gli “Amorum Libri Tres” di Boiardo siano di carne e sangue più sinceri di un Della Casa? (sul vincolo della “forma-libro”, non sarei stato così fiscale: è tutto sommato un concetto fortemente vincolato a Petrarca et similia, mentre come contenitore programmatico di un’opera poetica è di affermazione più moderna, dal romanticismo in avanti, via; e rischia quindi di tagliar fuori molte cose buone).

  9. Giulio Mozzi Says:

    Ah, Laserta bastava leggere il cappello: “Questo è un primo elenco…”; nonché prendere sul serio la parola “libro”.

    La “sincerità” mi pare una categoria che non pertiene né all’estetica né alla storiografia.

    Sul vincolo della “forma-libro” sono stato così fiscale che ho incluso le rime di Dante, che non sono (se non per tradizione) un libro; nonché due antologie (Croce, Mengaldo) e due libri postumi dei quali non è certo che rispecchino (o che rispecchino del tutto) la volontà dell’autore (Stampa, Della Casa): cinque su dieci.

  10. Bandini Says:

    Grazie Giulio.
    E le laude di Jacopone da Todi?

  11. laserta Says:

    “Questo è un primo elenco, dedicato a quella forma della letteratura che mi pare meno dispensabile: la poesia. Limitato a quella italiana, e con arresto alle soglie del Novecento”.

    Uno prova a capirci, poi riceve risposte come quelle sopra… Vabbè. Rileggendo bene Mozzi, in italiano *sembra/pare/ che:
    1) l’elenco esaurisse il genere poetico;
    2) dalla precisazione successiva, si desume che la restrizione della forma-libro avesse portato a escludere calibri come Ariosto e Foscolo (e invece no);
    3) mi pare che uno come Boiardo sia notevolmente superiore a *chiaviche colossali come Della Casa o Giusto de’ Conti;
    4) se uno deve indicare 10 libri indispensabili su 600 anni di storia e mette in due posizioni figure non minori, addirittura minime, allora Houston abbiamo un prolema🙂

    p.s.: la letteratura non sarà *sincerità, ma non si esaurisce nemmeno negli epigoni e nello sfrangimento di cosiddetti dei lettori… (Giusto de’ Conti ??!!!).

  12. Giulio Mozzi Says:

    Sulla “morfologia dei libri di poesia” c’è un bell’articolo di Claudio Giunta.

    Ah, Laserta, non discuto il giudizio di valore su Della Casa e de’ Conti (“chiaviche colossali”). E nemmeno quelli su Boiardo, Ariosto o Foscolo. Faccio solo notare che ho motivato, sia pur brevemente, le mie proposte; e che non ho tentato di spacciare Giusto de’ Conti per quello che non è (“…tutt’altro che indispensabile…”, “…discreto, piacevole; non aspettatevi un capolavoro”), mentre del libro di Della Casa ho scritto che “contiene alcuni sonetti… che sono capolavori” (alcuni, quindi, non certo tutti).

    Una scelta sostanzialmente a scopo introduttivo non può non contenere una qualche provocazione: altrimenti, come già detto, uno può andarsi a guardare una qualsiasi antologia scolastica.

    La letteratura c’entra assai poco con la sincerità: mentre la storia della letteratura ha molto che fare con gli epigoni (così come coi precursori, ec.). E nella storia della letteratura può capitare che abbiano una qualche rilevanza certe opere la cui bellezza oggi – oggi – appare piuttosto dubbia.

    Faccio un esempio che ho già fatto altre volte. Un bel giorno il conte Alessandro Manzoni, volendo fare un’opera che propagandasse una certa sua idea politica (e anche di politica della lingua), decise che le tragedie e le odi alle quali si era fin allora dedicato non adavano bene; e si mise a scrivere un romanzo, cioè – secondo il concetto di molti, a quell’epoca – letteratura di bassissimo rango. Ora: uno non può capire la portata e la potenza innovative de I promessi sposi se non ha dato almeno un’occhiata a qualche romanzo italiano di quei tempi. E questo fa, paradossalmente dell’Ettore Fieramosca di D’Azeglio o dell’Assedio di Firenze di Guerrazzi (due esempi al volo) due romanzi “indispensabili” tanto quanto I promessi sposi.

    Infine:

    – se con l’espressione “libro di poesia” sono stato poco chiaro, mi scuso. Dopo questa discussione, credo che sia tutto chiaro.

    (Ah: la mia copia degli Amorum libri del Boiardo – un umile Grande Libro Garzanti – è sfasciata a forza di letture, riletture, annotazioni, sottolineature, bigliettini eccetera).

    Bandini: Jacopone, certo, ma anche i madrigali del Tasso o l’Iliade del Monti, e appunto Boiardo, e così via. Ma allora non facevo dieci: facevo minimo quarantasette.

  13. acabarra59 Says:

    “ 11 marzo 1994 – « 23 ottobre 1891 – […] Ieri guardando a caso tra i libri di un bancherottolo vedo: Matteo Maria Boiardo, Sonetti e canzoni. Apro, ecco l’arme dipinta, ecco la prefazione del Panizzi, proprio la rarissima edizione di lusso dei classici italiani. La vista mi si rabbuiò, mi sentii come un’onda di sangue al capo e un sudor freddo per tutto il corpo. Ho desiderato tanto tempo quel libro, disperando di trovarlo mai! Quando a diciott’anni lo leggevo in biblioteca, ero acceso di sua freschezza bonaria e amorosa, della soavità gustosa delle rime non scolastiche. Io l’avevo scovato per caso nei miei furori amorosi per i lirici del quattrocento. Mi parve in quel tumulto dei sensi di rivivere un’ora della mia giovinezza. Allora lo avrei comprato per qualunque prezzo: ieri lo lasciai. Chissà che non abbia a rimpiangere quelle quattro lire e mezza che non ho avuto cuore di spendere… » (Enrico Thovez, Diario) “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  14. laserta Says:

    tutto molto più chiaro, grazie. la nota conclusiva sul Boiardo sfasciato illumina retrospettivamente il post… grazie e buona giornata!🙂

  15. L'esageratore Says:

    grandissimo il punto nove🙂

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