Differenze tra ciò che è importante nella scrittura e ciò che è importante nella lettura di un’opera letteraria (appunto)

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fedora

di giuliomozzi

Quando, ormai ventiquattro anni fa, scrissi il mio primo racconto (senza rendermi conto che stavo scrivendo un racconto; ma questa è un’altra storia, per la quale vedi qui), ci infilai dentro delle frasi – una dozzina, credo – prese di peso dai saggi di Thomas S. Eliot. Non c’era un’intenzione precisa: li stavo leggendo in quelle settimane, e per la scrittura di quel racconto lì – che poi è un racconto sui generis – quelle frasi mi facevano comodo. Molti anni dopo, leggendo in non so più quale articolo o libro che una caratteristica dello stile di Eliot come saggista era l’uso di figure di esitazione (come per esempio l’autocorrezione nelle sue varie forme, la frequenza dei “direi”, dei “quasi” e simili, un certo modo ricorsivo e inanellante – per successive messe a fuoco – di costruire il discorso), mi resi conto che ciò che avevo preso da quei saggi (non solo per mezzo dei furti testuali, ma in generale per l’andamento del tutto) era appunto quello: l’esitazione.

La domanda è dunque: per un lettore di quel racconto, ha una qualche importanza sapere questa cosa? Un lettore sufficientemente istruito da riconoscere quella dozzina di frasi, o almeno parte di esse, goderebbe di più della lettura di quel racconto? Un lavoro critico o interpretativo sul quel racconto (posto, e ne dubito, che lo meriti) si gioverebbe di un prospetto indicante le frasi rubate e il loro uso nel racconto?

Allora: io mi sento di dire che, se non avessi avuto in testa la prosa (letta peraltro in traduzione) di Eliot, probabilmente il racconto sarebbe uscito un po’ diverso. Ma allo stesso modo mi sento di dire che se non avessi letto, poco prima della scrittura, Grande raccordo di Marco Lodoli, quel racconto semplicemente non l’avrei scritto o l’avrei scritto non in un modo un po’ diverso ma in un modo completamente diverso.

(Mettiamo tra parentesi il fatto che se non avessi letto fin da bambino, se non fossi stato allevato in una certa famiglia, eccetera eccetera, avrei potuto non scriver proprio niente).

Un lettore che nel 1993, anno di pubblicazione del racconto in libro, fosse fresco di letture di autori contemporanei: be’, probabilmente avrebbe sentito “odore di Lodoli” in quel racconto (e soprattutto in un altro del volume, che è praticamente un racconto di Lodoli scritto – meno bene – da me). D’altra parte Lodoli firmava la lunga, e generosa, quarta di copertina: difficile, per un lettore dell’epoca, trascurare la cosa.

(E d’altra parte fu Lodoli, quando lesse quel primo racconto che gli inviai a casa, a darsi disinteressatamente da fare perché qualche editore lo prendesse in considerazione).

Per uno storico della letteratura dei nostri tempi che volesse, bontà sua, occuparsi di quel mio libro, la relazione Lodoli-Mozzi è cosa da notare. Mozzi comincia la sua “carriera” di scrittore come epigono di Lodoli: di quel primo Lodoli, abbastanza diverso da quello degli anni successivi (da Grande circo invalido in poi, diciamo: vedere ciò che scrivevo già nel 1996). Questo è un dato di fatto. Può essere utile per “inquadrare” il mio lavoro nell’opera comune di quegli anni. Per lo stesso storico della letteratura, il mio uso (occulto) di Eliot è altrettanto notevole? Io penso di no. Il lettore che in rapida successione si leggesse Grande raccordo di Lodoli (libro che, a distanza di tanti anni, a me sembra ancora belissimo) e il mio libretto d’esordio, credo potrebbe ragionevolmene concludere: “Se tanto mi dà tanto, meglio leggere l’originale”. Non potrebbe – credo – tirare la medesima conclusione il lettore che si leggesse in rapida successione i saggi di Eliot e il mio libretto d’esordio (potrebbe concludere che il mio libretto non vale nulla, o che è meglio leggere i Grandi Scrittori piuttosto che i miseri contemporanei: ma non è la stessa cosa).

Ma un lettore a cui non venissero in mente né Lodoli né Eliot, o che non avesse mai letto né Lodoli né Eliot, sarebbe da ciò impedito nel godimento del mio racconto? Credo proprio di no. Peraltro: se lo trovasse bello, il suo giudizio non cambierebbe certo nello scoprire l’uso di Eliot e la “filiazione” da Lodoli (al massimo, potrebbe decidere di leggersi Lodoli provando la bizzarra sensazione che “somigli a Mozzi”, o potrebbe decidere di leggersi Eliot trovando che sia bellissimo ma che non c’entri niente con Mozzi); se lo trovasse brutto, idem con patate (al massimo, potrebbe decidere di non leggersi neanche Lodoli; mentre Eliot, per fortuna, è indiscutibile).

Tutto questo ragionamento per proporre un grappolo di opinioni. E cioè:

– che esistono diversi tipi di letture di un’opera;

– che esistendo diversi dipi di letture esistono diversi tipi di lettori (e ciascuno di noi può essere un lettore diverso in diversi momenti);

– che il godimento di un’opera è cosa un po’, sebbene non del tutto, diversa dalla sua comprensione;

– che un’opera può essere goduta, e perfino compresa, anche senza conoscere i procedimenti e i mezzi usati per costruirla;

– che chiedere al lettore comune ciò che è legittimo chiedere allo specialista è bizzarro; mentre non è bizzarro chiedere allo specialista di essere anche un lettore comune;

– che i procedimenti e i mezzi usati per costruire un’opera sono un’altra cosa rispetto all’opera;

– ecc.

53 Risposte to “Differenze tra ciò che è importante nella scrittura e ciò che è importante nella lettura di un’opera letteraria (appunto)”

  1. Loris Giuseppe Navoni Says:

    Concordo .sono considerazioni che valgono per tutte le arti,non solo per la scrittura. Ci può essere un godimento istintivo dell’opera, che si può poi integrare , o completare, attraverso approfondimenti di tipo critico o esperienziale ( se ho provato la fatica nel trovare una figura retorica che non sia banale, apprezzerò di più l’autore che ne trova una).

  2. Lorenzo Marchese Says:

    “Grande raccordo” resta un libro molto interessante, concordo: il migliore di Lodoli, il suo vero esordio (è di composizione anteriore al primo libro edito, “Diario di un millennio che fugge”, e secondo me meno pretenzioso, più riuscito). Azzardo: nell’entusiasmo collettivo dei critici, in larga parte giustificato, per Bolaño, si potrebbe provare a vedere quanto “Grande raccordo” abbia in comune con i racconti dello scrittore cileno, da “Puttane assassine” al “Gaucho insostenibile”. Io ci vedo delle affinità nel tono, nell’andamento studiato e casuale … che ne dici, Giulio?

  3. gian marco griffi Says:

    Un’opera DEVE essere goduta, e perfino compresa, anche senza conoscere i procedimenti e i mezzi usati per costruirla.
    Però il lettore (non addetto ai lavori) che riesce anche a comprendere i collegamenti, le eventuali citazioni, eccetera, gode sempre un po’ di più.

  4. Monica Bauletti Says:

    Che un’opera piace al lettore quando la sensibilità dello scrittore si avvicina alla sua.

  5. enrico ernst Says:

    filiazioni, prestiti, citazioni più o meno mascherate… ma in definitiva un’opera letteraria è quasi sempre un’opera “medievale”, costruita su “frammenti” di altre opere, amate, lette, compulsate… e tuttavia, penso che la grande “eccellenza” di una lettura intertestuale (esclusa tuttavia per gli assoluti esordienti) sia non tanto quella volta all’identificazione dell “parentele” (qualche volta, anche, sotto il segno di una arbitrarietà sospetta) ma quella che si inoltra attraverso i testi di uno stesso autore, per tracciare un cammino e una mappa, degli scarti e delle iterazioni, dei temi e delle soluzioni, dei desideri e delle ossessioni… tutti cresciamo alla lingua perché Altri ci parla, e tuttavia a un certo punto la differenza della “parole” nella condivisa “langue” diventa una cifra personale, inimitabile, che compie un tragitto originale, degno della massima considerazione, protetta da un suo proprio mondo idiosincratico…

  6. Ma.Ma. Says:

    Purtroppo, però, non sempre, vero? Mi spiego (se ci riesco). Reggono il grappolo di considerazioni, secondo me, quasi solo quelle opere che hanno la capacità di reggere senza sfruttare l’origine degli innesti. Il tuo racconto è bello a prescindere (lo è per me, che non ho letto né Eliot né Lodoli). Però devo ammettere di aver già cambiato un po’ l’opinione rispetto a racconti e anche a film, quando qualcuno mi ha spiegato certi retroscena. Citazioni da altri film, che io non conoscevo, prendevano senso quando poco prima invece non ne avevano. Anche in bottega, quando hai spiegato alcuni riferimenti ad altre opere in merito al testo newyorkese, beh, ho apprezzato di più. Ma significa che il godimento dell’opera si rifà a qualcosa di diverso… Cioè “non mi piace l’opera in sé ma l’idea del puzzle, o la tecnica, o la conoscenza letteraria dell’autore… ” o peggio: “L’opera mi piace perché riconoscendo le varie citazioni significa che sono uno colto come lo stesso autore”. Una forma di compiacimento che non ha nulla a che vedere con l’opera. Mi pare. Cose che a un lettore semplice potrebbero tra l’altro non interessare. In ogni caso un autore così pratico di molte opere, che ne costruisca una che si regge sul riconoscimento di mille innesti, rischia di fregare il lettore sprovveduto come me.
    Non so se sono riuscita a spiegare il mio ragionamento. Aggiungo comunque una provocazione (non è necessariamente il mio pensiero). Perché dovrebbe essere un valore aggiunto il fatto che un autore si rifaccia a testi preesistenti? In altri contesti – come quello giornalistico, che non è proprio un’arte d’inivenzione – verrebbero chiamati plagi…

  7. enrico ernst Says:

    se ho ben capito, Ma.Ma., sono d’accordo con te: arida è la letteratura che è letteratura che è letteratura che è letteratura… tanto che ci si può chiedere “romanticamente”: e la vita?

  8. gian marco griffi Says:

    Ma.Ma: non so se rifarsi ad altri testi sia un valore aggiunto (per me: sì, se riesci a tirare fuori qualcosa di nuovo e valido; poiché è quasi impossibile creare storie completamente nuove dopo Omero, allora per uno scrittore tanto vale rifarsi consapevolmente a chi lo ha preceduto), ma plagio non direi proprio. Per intenderci: a chi verrebbe in mente di definire un plagio The waste land o la Commedia? Spero a nessuno.

  9. gian marco griffi Says:

    Enrico: la penso esattamente al tuo opposto. Sostituisci la parola “arida” del tuo commento con la parola “fertile” ed ecco come la vedo io.

  10. deborahdonato Says:

    E se ci fossero letture in cui questa ricerca del rimando, della citazione, è ininfluente alla fruizione del testo medesimo, e altre in cui è quasi necessario? (Penso a Borges, Eco o a un certo Calvino). In linea di massima sono d’accordo con te, pur godendo mattamente per i rimandi, però mi domando se in certe opere sia possibile in tenerne conto senza perdere anche il messaggio (“un messaggio”) dell’opera.

  11. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 9 novembre 2007 – « Certo che a Roma se ne vedono di tutti i colori », dice Marco Lodoli. E se ne leggono anche di peggio, dico io. Che tutto sono stato nella vita, ma giovanescrittore, quello mai. “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  12. Ma.Ma. Says:

    Anche, Enrico.

    Gian Marco, il fatto che sia quasi “impossibile creare storie completamente nuove dopo Omero”, non significa che un autore sia consapevole di quel che sta facendo… Ma quando c’è la consapevolezza del non “inventare”, ma “prendere da…” è un’altra cosa. Mi spiego? Cioè se io non ho mai letto l’Iliade e scrivessi una storia simile, non potrebbe di certo essere plagio, diversamente se invece lo facessi di proposito (fa sempre parte della provocazione, perché mi piacerebbe capire esattamente dove sta il valore aggiunto).

  13. Antonella Says:

    Ma.Ma., adesso io ti faccio un esempio e dico un nome a caso: Perec (mi perdonerai?).
    Il suo “romanzi” più importante e famoso, “La vita istruzioni per l’uso”, è composto da talmente tanti livelli di scrittura, e dunque di lettura, che più ti addentri più riconosci citazioni e riferimenti a opere di altri scrittori; più riconosci citazioni e riferimenti più ne cerchi altri, e così via fino ad avvicinarti a diventare il lettore modello di Eco, il lettore ideale cioè, quello per cui Perec avrebbe, più o meno esattamente, scritto il suo “romanzi”. E questo è intenzionale, da parte sua, sotto un duplice aspetto: quello della relazione con il lettore (che ovviamente, come abbiamo detto, si può instaurare su vari livelli) e quello della relazione con gli altri scrittori (il puzzle della letteratura).
    Non so se si capisce quello che voglio dire.

  14. gian marco griffi Says:

    Ma.ma: se scrivessi una storia simile all’Iliade senza aver mai letto l’Iliade faresti una cosa molto peggiore del plagio: scriveresti una storia già scritta un milione di volte. È per questo che chiunque si metta lì a scrivere una qualunque storia (al fine di farla leggere ad altri, ovviamente) dovrebbe prima aver letto l’Iliade.

  15. gian marco griffi Says:

    Poi ti posso fare un esempio che mi riguarda, ma.ma: le stupidaggini che scrivo sono ambientate in una città che si chiama Sabbione.
    Ora, credo che tutti quelli che sanno leggere l’italiano conoscano Dante Alighieri, la Commedia, l’Inferno. Forse non tutti sanno cos’è, nella Commedia, l’orribil sabbione, ma qualcuno sì, e chi non lo sa può trovarlo su Google in tre secondi. Io, anziché stare lì a spiegare in venti pagine che la mia città di Sabbione non è propriamente Topolinia, ho fatto prima a darle quel nome lì, che è un rimando a qualcosa che si dà per scontato. Non so se mi sono spiegato bene.

  16. Ma.Ma. Says:

    Antonella, sì, sì (ti perdono😉 e capisco) mi sembra si tratti però di un lavoro svolto proprio con quell’intento,in tutto e per tutto, dal titolo in poi. Diventa quasi un “saggio” e allora così ci sta eccome. Ma poi alla fine del libro li cita i titoli dei libri che usa? (ironizzo)

    Gian Marco, uh!, non ti starai contraddicendo? Pochi post prima affermi che è praticamente impossibile scrivere qualcosa di totalmente nuovo, quindi… È ovvio che chiunque provi a scrivere un libro riprodurrà parte di queste storie, che abbia letto o no gli scritti di Omero. Quindi non può essere più grave… O no?

  17. Ma.Ma. Says:

    Sì, Gian Marco, ti sei spiegato. Ma io non avrei capito. Non so se mi sono spiegata.

  18. Ma.Ma. Says:

    …ma forse quel che scrivi potrebbe piacermi comunque. O no?

  19. gian marco griffi Says:

    Non mi sto contraddicendo ma non riesco a spiegarti il perché senza scrivere un trattato, che comunque non sarei capace di scrivere.
    Potrebbe piacerti comunque, quello che scrivo, certo che sì. Specialmente se restiamo nell’esempio terra terra che ho portato. Anzi, affinché lo scritto sia come intendo io, ti DOVREBBE piacere comunque.

  20. Cristian Says:

    sì, è così (mi riferisco ai sei punti di GM).

  21. dm Says:

    “Diventato irriconoscibile, il godimento si traveste nel disinteresse kantiano. Ciò che la coscienza generale e un’estetica condiscendente si immaginano come godimento artistico secondo il modello del godere reale, probabilmente non esiste affatto. All’esperienza artistica tel quel il soggetto empirico prende parte solo in misura limitata e modificata; tale parte potrebbe diminuire quanto più alta è la qualità della creazione. Chi gode delle opere d’arte in modo fattualmente concreto è un filisteo; espressioni come ‘delizia per gli orecchi’ ne provano la colpevolezza. Ma se l’ultima traccia di godimento fosse estirpata, la domanda su perché ci sono in generale le opere d’arte creerebbe imbarazzo. (…) Se si chiede a un musicista se la musica gli procura gioia, egli dirà piuttosto, come nell’aneddoto americano del violoncellista che faceva smorfie mentre Toscanini lo dirigeva: I just hate music. Per chi ha con l’arte quella relazione genuina in cui egli estingue se stesso, l’arte non è oggetto; gli sarebbe insopportabile la sottrazione dell’arte benché le sue singole espressioni non siano per lui fonte di piacere.” (da Teoria estetica, di Theodor W. Adorno).

  22. Valentina Durante Says:

    Ma.Ma. io la vedo così: la scaturigine di ciò che scriviamo è il nostro immaginario. E il nostro immaginario è alimentato da parecchie cose, tra cui anche (si spera) ciò che leggiamo. Se dal panettiere, la mattina, mi capita di ascoltare una frase interessante, potrò decidere di utilizzarla nel mio testo (almeno: io, questo, lo faccio in continuazione). Se all’interno di un libro che sto leggendo m’imbatto in un punto che ritengo interessante potrò decidere, parimenti, di utilizzarlo. Perché il secondo comportamento dovrebbe essere etichettato come sfoggio gratuito di erudizione mentre il primo come prassi comprensibile e normale? Si dice: il mio testo deve però “stare in piedi”, essere intellegibile, a prescindere dalla capacità del lettore di cogliere e decodificare la citazione. Qui do atto che, a meno che fra i nostri lettori non ci siano venusiani, la probabilità che la battuta rubata dal panettiere venga correttamente decodificata è massima, laddove invece la possibilità che venga correttamente decodificata la citazione letteraria può essere variabile. Dunque, si dice, la cosa importante è che il testo risulti comprensibile e godibile a prescindere dalla corretta decodifica della citazione, decodifica che può, eventualmente, fungere da “amplificatore” dell’esperienza di lettura (così come, secondo lo stesso principio, il godimento derivato dalla lettura di un romanzo storico può essere accresciuta dalla conoscenza che, per nostro conto, di quel periodo storico abbiamo sviluppato). Però qui s’inserisce, secondo me, un ulteriore punto: chi è il nostro lettore? Cosa presumibilmente conosce e cosa presumibilmente non conosce? Un esempio: leggere “Il piccolo manoscritto nella bisaccia” di Bashô Matsuo è, se non siamo nipponisti o grandi amanti di letteratura giapponese, un’esperienza a dir poco frustrante. Ogni (e sottolineo: ogni) parola degli haiku di Bashô necessita di note esplicative perché contiene riferimenti a componimenti di altri poeti coevi o precedenti. Questo rende Bashô un poeta che fa sfoggio di erudizione? Un sadico? No: semplicemente Bashô scriveva per la sua cerchia di amici letterati, che condividevano con lui il medesimo bagaglio culturale. I suoi testi sono così: prendere o lasciare. I problemi che mi pongo io, quando scrivo, sono semmai questi: quanto sono maldestra nel citare? Quanto sono degna di emulare? Quanto bello o quanto brutto è il testo che da questi sforzi risulta? Alla fin fine, siamo nani sulle spalle di giganti: la mia paura è che questi giganti un po’ si scoccino di tenermi su😉

  23. maria Says:

    Ho letto con estremo piacere le considerazioni di Giulio Mozzi. Ha descritto con obiettività e rispetto la categoria dei lettori comuni a cui io sento di appartenere. Sono felice di leggere ciò che mi affascina,e dopotutto mi affascinano notevoli scrittori,e se mi manca la capacità di valutazione letteraria, mi vien da dire che ho ugualmente la possibilità di volare alto insieme al mio amato scrittore.

  24. Ma.Ma. Says:

    Ahahah, bella quella dei nani. Ma davvero Valentina useresti la frase del panettiere? A me quando capita di sentirne una che mi piace, penso: cavoli, l’avessi pensata io e ora non ho più nemmeno la possibilità di farlo, perché me l’ha fregata. Penso sempre che alla fine anche “il panettiere” potrebbe essere impegnato con la stesura di un suo romanzo e forse c’ha lavorato un sacco a quella frase. A meno che non gli chieda il permesso, oppure è lui a rilasciarti un’intervista da usare per il tuo libro, s’intende. (Tanto poi comunque non me la ricorderei😉 )
    Matsuo conferma quanto dicevo all’inizio: il punto quattro, ad esempio, non sarebbe facilmente applicabile alle sue opere, da quel che mi dici. Poi se il suo scopo è scrivere solo per i suoi amici letterati, buon per loro, ma perché fai un parallelismo (mi sembra di capire) tra “sfoggio di erudizione” e “sadico”? (Sei certa che un lettore qualunque trovandosi tra le mani una sua opera non possa rischiare di pensare che l’autore stia mettendo in mostra tutte le sue conoscenze?). E ancora: la sfida di uno scrittore non è creare qualcosa di tutto suo? (In realtà credo di aver portato il discorso un po’ al limite, per cui mi scuso, perché un conto solo le citazioni pari pari e un conto è l’assimilazione di un’andatura, un suono, un ritmo di scrittura, un pensiero che diventa tuo, un punto di vista) e ricordo che sono ancora nella fase “provocazione”. (Nel senso che non sto dicendo che non apprezzo e che è di certo plagio, sto sollevando solo la questione). Per ora la risposta che si avvicina di più al mio pensiero è un frammento scritto da Gian Marco: “per me: sì, se riesci a tirare fuori qualcosa di nuovo e valido”.

  25. Giulio Mozzi Says:

    Lo sfoggio di erudizione può essere anche un invito alle giostre.

  26. gian marco griffi Says:

    Marie, Marie, hold on tight. And down we went.

  27. gian marco griffi Says:

    Ecco, Ma.Ma: la cosa dei nani non è un’invenzione di Valentina Durante: l’ha scritta Giovanni di Salisbury, citando a sua volta il proprio maestro Bernardo di Chartres. Poi chissà quanti altri.
    Ora, chiedo a Ma.Ma: quello di Valentina è stato un plagio, una citazione, o cosa?

  28. acabarra59 Says:

    “ 13 dicembre 1984 – Che secolo di nani! “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  29. RobySan Says:

    Se è vero che la letteratura
    è l’eterna ruminazione
    del ratto di Elena
    e della contesa che ne scaturì,
    allora io-vacca non scrivo altro
    che di questo, omerico:
    della mia umile libido sessuale,
    del mio essere tutto un tallone.
    Semplice, no?

    [giovane poeta nord-occidentale, inizi XXI sec.]

  30. enrico ernst Says:

    Sono estasiato! ho scoperto che il nome del protagonista del romanzo di Foer, “Molto forte, incredibilmente vicino”, Oskar, è tratto da “Tamburo di latta” di Gunter Grass (senza leggerlo da nessuna parte), era come aver fatto un punto alto alle freccette… c’era una poesia di Baudelaire che parlava della fiaccola degli artisti, che passa di mano in mano. Omero, si sa, non esiste, ma esistevano i cantastorie, e quelli “copiavano” sempre… ma da chi? E il panettiere può essere più creativo di… T.S. Eliot, per esempio, o Pound… Si scrive sempre nella storia di una tradizione artistica, fuori però ci sono degli scrittori naif (ci sono?), mi pare però che nessuno sia molto grande ma poi forse mi sbaglio… avevo letto un bel romanzo di una specie di illetterato radicale contadino (edito da Einaudi), avevo detto “fischia!”… i bambini che non leggono (ancora) poesia sono i più grandi e sconvolgenti poeti, si sa (si legga il libro curato da Chandra Livia Candiani: “Dove sono le parole?”)… e tuttavia quando si cresce di solito se non si legge poesia si diventa dei poeti dilettanti, bolsi, stereotipati… questa è una bella contraddizione, no? Come mai? I bambini scrivono anche delle fiabe goduriose (lo sapeva Rodari Gianni). Ma che scrivano dei bei romanzi o delle belle short stories è più difficile. Riscrivere il Don Chisciotte e cambiare anche un solo termine è un atto rivoluzionario. La nascita di una stella. lo spostamento irrevocabile di un granello di sabbia nel deserto del Sahara (dedicato a Borges).

  31. Ma.Ma. Says:

    Non conta quello che penso io. Le mie – ricordi? – erano domande un po’ provocatorie per capire se potessero entrare in tema altri punti di vista. Dimmi tu, invece: il suo riutilizzo “ha tirato fuori qualcosa di nuovo e valido”? E il fatto che io abbia notato (senza saperlo) che era una bella espressione, siccome non è davvero una sua “creazione” non potrei averla messa a disagio facendole un complimento proprio per quel passaggio? (Lo chiedo anche a Valentina). Perché ora io, forse, un po’ mi sento in imbarazzo, sia per aver dimostrato una volta in più di non essere in grado di riconosce una citazione, sia per quel “complimento sbagliato”.

  32. acabarra59 Says:

    “ 13 dicembre 1984 – « Che secolo di mani! » (Rimbaud, Une saison en enfer) “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  33. RobySan Says:

    Ma.Ma, secondo me ti stai facendo problemi inesistenti. La citazione è pienamente lecita, che sia riconosciuta o meno, deve solo essere “al suo posto”. Come, del resto, tutte le altre parti di un testo. Nessun autore si sente a disagio se qualcuno riconosce le citazioni o i calchi che riprende da altri. Ce li mette APPOSTA perché siano riconosciuti (anche se non deve essere indispensabile che lo siano) e suppone, l’autore, che saranno riconoscibili perché non ritiene, sempre l’autore, che il lettore sia uno sciocco o uno sprovveduto. Sto parlando di autori “seri”, naturalmente.

  34. Ma.Ma. Says:

    Naturalmente. Non parlavo però del riconoscimento (io sono una sciocca e infatti non l’ho riconosciuta, la citazione), ma del complimento. Comunque non mi faccio di certo dei problemi per queste sciocchezze, ci mancherebbe.🙂 i problemi sono ben altro.

  35. gian marco griffi Says:

    Ma.Ma: l’ultima cosa che mi verrebbe in mente è credere che tu sia una sciocca perché non hai riconosciuto una citazione. Questa è la premessa fondamentale, perché altrimenti mi sentirei uno che vuol dare lezioni, mentre invece in questo campo non posso dare lezioni a nessuno. Posso però scrivere mie opinioni e impressioni.
    Per quanto concerne la tua domanda: il suo riutilizzo “ha tirato fuori qualcosa di nuovo e valido”? La mia risposta è: in questo caso no. Perché non era intenzione di Valentina (credo), tirare fuori qualcosa di nuovo e valido, in questa circostanza. Quella era una semplice citazione che lei ha utilizzato per rafforzare ciò che aveva appena scritto.
    Del resto una citazione può essere utilizzata in milleseicentosette modi diversi.

  36. gian marco griffi Says:

    Quello che voglio dire in conclusione è che: il rimando deve essere funzionale alla storia, alla lingua, eccetera, ma il mancato riconoscimento del rimando da parte del lettore non dovrebbe precludere al lettore il piacere della lettura. Il primo esempio di questa cosa che mi viene in mente è Eliot. Tutto lì.

  37. Ma.Ma. Says:

    Siamo d’accordo Gian Marco🙂
    Infatti il mio primo post iniziava con: “Purtroppo però non sempre”… è così.
    Poi un giorno mi piacerebbe capire che cosa rende un testo o una parte dello stesso meritevole di una citazione. Ma se poi in tanti usano la stessa citazione, potrebbe diventare un cliché? No dai, basta. La smetto. Mi sono “divertita” ed è stato anche interessante. Grazie!

    A proposito. Io adoro le citazioni, sopratutto se le riconosco. Perché quando mi capita mi sento un pochino più colta, lo dico senza vergogna. Non sopporto i testi che basano il significato di quel che vogliono dire a una citazione che non conosco, perché poi non godo del testo stesso. Ma se quando non capisco la citazione, mi viene spiegata e scopro un autore nuovo e quindi un consiglio di lettura gioisco alla grande.

  38. gian marco griffi Says:

    E dunque, buone letture! (Sto sicuramente citando qualcuno, ma non so chi).

  39. verabas Says:

    i libri parlano di altri libri, e i lettori lo sanno. si può leggere senza essere consapevoli di molte cose intorno alla lettura alla scrittura all’autore alla genesi del testo. ma quando si è consapevoli di qualcosa si legge con più godimento. siamo lettori diversi noi stessi ad ogni nuovo libro, oppure a diverse riletture dello stesso.

  40. RobySan Says:

    Io Tarzan, tu cita!

  41. acabarra59 Says:

    “ Sabato 20 maggio 2000 – Poi accendo la radio e sento una che dice che « Big Brother » – il nome di un sito Internet – è « una citazione dal romanzo di Orwell del 1984 », e mi sento un po’ Grande Fratello, ma in versione sfigata, perché sentire tutto, con tutte le cazzate che si sentono, qualche volta è troppo. “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  42. Valentina Durante Says:

    Ma.Ma. non mi hai creato alcun disagio con il tuo complimento così come non è indice di sprovvedutezza il tuo non aver riconosciuto la citazione: alcune cose si sanno, altre non si sanno: il mio bagaglio culturale, a essere onesti, è fatto più di buchi che di ciambelle (vedi che sto citando una nostra compagna di Bottega? ;)) Ha peraltro ragione Gian Marco: quella citazione fa parte del mio vissuto, era coerente con quanto volevo esprimere, dunque mi sono sentita libera di utilizzarla, senza nessuna pretesa artistica. Non solo: quella citazione (ma questo potevo saperlo solo io) è particolarmente opportuna in questo contesto: l’espressione “siamo nani sulle spalle di giganti” l’ha usata Giulio Mozzi, la prima volta che ci siamo visti (la frase sua è stata, nello specifico: «Siamo nani sulle spalle di giganti: iniziamo preoccupandoci dei giganti». Seguivano suggerimenti di lettura di classici proprio per riempire i buchi di cui sopra). La scelta di usare questa citazione in questo blog aveva, pertanto, una sua giustificazione interna. Ma allora, ti chiedi, dove sta la novità? l’originalità? Qualcuno ha detto, forse esagerando (e qui cito Bice Mortara Garavelli) che la lingua non figurata è un cimitero di metafore. Parimenti, credo che la letteratura sia anche, parzialmente, un cimitero di storie. Ciò che altri autori hanno scritto ci fornisce, assieme a tutto ciò che compone il nostro vissuto, i mattoncini da utilizzare per la nostra personale costruzione del testo (e anche qui sto citando il Mozzi). L’originalità sta, per l’appunto, nella scelta di combinare i mattoncini in un modo piuttosto che in un altro. Il panettiere, qualora stesse scrivendo un libro, userà la sua frase in un certo modo. Io la userò in un altro modo: la *sua* frase, a quel punto, diventerà la *mia* frase. Non mi domando mai se e quanto sto “plagiando”. Mi domando sempre se e quanto la mia opera è bella o brutta.

  43. Ma.Ma. Says:

    Grande Valentina! (Ma tanto già lo sapevo, che lo sei) La tua risposta piace un sacco! 😊

  44. GiuseppeC Says:

    Epperò il passo ulteriore, dopo aver letto molto e digerito altrettanto, dovrebbe essere dimenticarsene e far sembrare nella propria scrittura di non aver letto niente eheheh.

  45. Valentina Durante Says:

    Ma.Ma.🙂

  46. Giulio Mozzi Says:

    “Nani sulle spalle di giganti”: metafora con cui si esprime un rapporto di dipendenza della cultura moderna rispetto all’antica. Essa s’incontra per la prima volta (1159 ca.) nel “Metalogicon” (III, 4) di Giovanni di Salisbury, che ne attribuisce la paternità al suo maestro Bernardo di Chartres: «dicebat Bernardus Carnotensis nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes»; possiamo, cioè, vedere più lontano non per l’acutezza della nostra vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo portati in alto dalla grandezza dei giganti. La frase fu ripetuta spesso fino alla querelle des anciens et des modernes”, sempre per rilevare il debito dei moderni verso gli antichi.

    Dalla Treccani.

  47. manolev Says:

    ahimè chi mangia la mela trasforma l’Eden in un’area edificabile

  48. Ego Says:

    Sarò pure un esecrabile sempliciotto, ma a me, come lettore, interessa solo il godimento (come per un film, una canzone, un’escursione, un viaggio, un rapporto sessuale, etc). Anche perché non ho ben chiaro cosa significhi esattamente “comprendere” un testo letterario. Di recente ho provato a leggere “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Kundera: forse non ho colto i collegamenti, i simboli, i rimandi letterari, gli autori ispiranti etc, ma non credo che la comprensione di tutto ciò avrebbe dissipato la Noia che mi ha portato a mollare la lettura dopo una cinquantina di pagine.

  49. maria rosa Says:

    Riprendo per un momento “il grappolo di opinioni” di Mozzi per introdurmi nella discussione. Io penso che una lettura sia un godimento di per se stessa a prescindere dal fatto che si comprendano o no le citazioni. Le quali, quando sono inserite perfettamente nel contesto narrativo, possono passare inosservate sia ad un lettore esperto che inesperto. Chi legge è talmente preso dal godimento che spesso non se ne accorge neppure. Questo per le letture “facili”. Ci sono invece testi più complessi che richiedono più esperienza da un lettore avvertito.Qui allora il discorso cambia, perchè se il lettore è sintonizzato sulla stessa lunghezza d’onda dell’autore, ne riconosce il linguaggio e la “langue” (giusto per citare una citazione presente in uno di questi post). Magari non riconosce subito “quella” citazione, ma non importa, ci potrà tornare in seguito, magari ad una seconda rilettura del segmento di testo. Indubbiamente il lettore gode molto di più di un testo di cui riconosce al volo le citazioni perchè tra sè e l’autore si instaura una specie di affinità elettiva ( giusto per citare) data evidentemente dall’apprezzamento delle stesse pregresse letture. Accade però anche il contrario: quando le citazioni non si percepiscono perchè si ignorano del tutto, il testo può anche non dare alcun godimento. E il lettore chiude il libro definitivamente relegandolo tra i libri “che non leggerà mai” o tra quelli ” che leggerà dopo”. Per la poesia è ancora più complicato. Quando lessi, in gioventù, da Galateo in bosco “Rivolgersi agli ossari” di Zanzotto , ricordo che provai una sensazione sgradevolississima, pensando che quel poeta di certo non poteva parlarmi. Solo dopo un certo numero di anni, tornando a quel testo, evidentemente più attrezzata culturalmente per comprenderne la portata,lo apprezzai moltissimo, ma non a livello analitico, ma emotivo. Dunque a me sembra che i testi ci parlino nella misura in cui ( e qui i più vecchi riconosceranno la citazione sessantottina) non solo siamo attrezzati alla loro comprensione, ma siamo disponibili emotivamente ad accoglierne le piacevolezze. E , dunque, la conoscenza degli aspetti tecnici, sia per la poesia che per la prosa, è condizione indispensabile per la comprensione, quando un testo si analizza, ma anche quando si legge per puro piacere, perchè questa stessa conoscenza, rimanendo nel sottofondo è condizione essenziale per il godimento estetico.

  50. Giulio Mozzi Says:

    Ecco il testo di Rivolgersi agli ossari di Andrea Zanzotto (con breve presentazione, breve autocommento di Z., note).

  51. maria rosa Says:

    Grazie, Giulio, per il link alla poesia di Zanzotto. Questo rimando alla rivista online dell’ADI “Griselda online”non l’avevo proprio visto. Io non so mettere i link ai testi reperibili in internet nelle risposte a Vibrisse.
    Per inciso, quando lessi la poesia per la prima volta, non avevo ottusamente messo in relazione il titolo “Galateo in bosco” con il riferimento al Galateo di Giovanni della Casa. Questo testo, resta per me un’illuminazione : su tutto ciò che si può dire in prosa o in versi dell’inutilità della guerra , è questo , dopo averlo ben compreso, che è rimasto per me il prototipo del dicibile.

  52. gian marco griffi Says:

    Ogni volta che penso a Zanzotto penso che undici anni fa sono partito da Asti con un mio amico perché volevo conoscerlo: volevo andare a Pieve di Soligo, cercare casa sua, suonare e stringergli la mano, dirgli che per me era un po’ come Vasco Rossi o come Elvis, John Lennon o come Van Basten. E poi sono arrivato a Pieve di Soligo e mi hanno detto dove abitava eccetera e quando ero lì mi è mancato il coraggio. E così non ho stretto la mano al più grande di tutti.

  53. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 19 ottobre 2011 – Non compra mai il giornale, ma oggi l’ha comprato. Perché è morto Zanzotto. « Per un ricordo », dice. Io dico: per scaramanzia, per necrologia. La verità è che mi hanno fatto diventare cattivo, e stupido, soprattutto stupido. “ [*]
    [*] Lsds / 73…

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