La voce di Gilda Policastro

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Bologna, 5 aprile 2016. Si parla di Cella, romanzo di Gilda Policastro pubblicato da Marsilio

Bologna, 5 aprile 2016

Martedì 5 aprile 2016 Gilda Policastro ha presentato il proprio terzo romanzo Cella, pubblicato da Marsilio, a Bologna presso la bella libreria Modo Infoshop Interno 4. Con lei Vincenzo Bagnoli e il sottoscritto. Pubblico attento, partecipe, e addirittura numeroso (notati tra i presenti: Gianluca Di Dio, Niva Lorenzini, Loredana Magazzeni, Piero Pieri, Simona Vinci). Cliccando sulla fotografia qui sopra potete ascoltare (in .mp3) la conversazione avvenuta, comprensiva di lettura di due capitoli del romanzo e di una poesia da parte di Gilda.

95 Risposte to “La voce di Gilda Policastro”

  1. laserta Says:

    il terzo tentativo illeggibile della Policastro. Mozzi, ma ci spiega cortesemente perché si presta a diffondere roba di questo livello? Tra l’altro con un editore non di secondo piano…

  2. Maria rosa Says:

    Laserta: forse , prima di porsi questa domanda, potrebbe ascoltare PER INTERO la registrazione della presentazione. Probabilmente qualche risposta a questo perchè, potrebbe trovarla da sè.

  3. Giulio Mozzi Says:

    Laserta, tu usi come presupposto ciò che dovresti – semmai – mettere come conclusione.

  4. Cristian Says:

    be’ Maria rosa non è che da una presentazione si possa dedurre molto su un libro: il presentatore fa il suo discorso, i suoi accostamenti, e tante cose belle si possono dire in una presentazione di un testo scadente come di uno valido. Poi, certo, c’è Mozzi che con semplicità con schiettezza propone la sua esperienza di lettore che conosce il mestiere. Può essere una garanzia. Poi ci sono i brani letti, ma sono pezzi … (non mi hanno entusiasmato … E poi quando leggi, leggi, non senti). Ci sarebbe solo da prendersi il libro e leggerselo. Poi naturalmente ognuno ha i suoi gusti, cioè ha la sua storia e il suo percorso.

  5. GiuseppeC Says:

    Ho ascoltato dodici minuti: sarebbe perfetto se fossimo nel 1956.

  6. Cristian Says:

    ecco sì Giuseppe, qualcosa così. sapresti spiegarti meglio (cioè di più)?

  7. marcocandida Says:

    GiuseppeC, credo che la questione come la poni tu vada messa diversamente. Il problema non è che ci sono romanzi che sarebbero perfetti se fossimo in un’altra epoca. Il punto è che esistono romanzi gastronomici che vengono presentati (e presumibilmente scritti) come se non fossero d’intrattenimento. E, invece, lo sono.

    Penso che vengano presentati così anzitutto per una questione di alone. Alcuni autori si portano con sé un vento di serietà, preparazione, ottime frequentazioni, un certo giusto grado di affettazione. Questa aura si trasmette all’editore. Sicché, un editore può arrivare a intitolare un romanzo rosa “Cella” anziché “Cercami nel vento”. Benché “Cercami nel vento” sia uno stupendo titolo dagli echi dylaniani (Dylan Bob; non Dylan Thomas), un titolo del genere orienta il lettore verso una lettura d’intrattenimento, rosa. “Cella”, invece, non va certo in questa direzione. “Cella d’amore” o “Cuori in cella” andrebbero, forse, in questa direzione.

    Non ho letto “Cella” e non ho letto “Il farmaco”. Ho letto però i vari interventi di Gilda Policastro e mi sono parsi di un’autrice conforme alla gloria, non certo al conformismo. Tuttavia, so che la narrativa è qualcosa di parecchio insidioso e che i migliori intelletti difontre a essa possono capitolare – o, meno enfaticamente, sentirsi dire che l’esito del loro lavoro poteva andare bene nel 1956.

    Ma voglio esprimere gratitudine a Giulio Mozzi per aver postato questo intervento. Che bell’intervento, ricco di parole e concetti, di narrazioni e spiegazioni, di parallelismi e simmetrie. E’ incredibile per me constatare quanto Giulio riesca a essere grande quando parla in pubblico. Quando si siede e scrive, invece, subisce una metamorfosi. Se Mozzi si sedesse e scrivesse come racconta a voce, con quella ricchezza, attraverso quello che, presumo soltanto, lui considera midcult, potrebbe darci, a mio parere, un romanzo bellissimo.😉

  8. GiuseppeC Says:

    Be’, Marco in quel che scrivi il romanzo è irrilevante, infatti non lo legge nessuno, neanche chi lo riceve gratis e neanche tu. Sarebbe allora stato più attuale fare la presentazione in stile 1976, con la Policastro con un cartello al collo tipo i radical d’antan, magari con su scritto “disoccupata abilitata”, che trasforma l’occasione pubblica in un momento di rivendicazione generazionale di lavoro, come la lettera che ha scritto a Renzi qualche settimana fa. Pianta un bel casino nell’occasione pubblica a lei concessa, di fronte ai fantasmi seduti e a qualche web reporter, e vediamo se non fa notizia. Così invece restano fumisterie moralmente risarcitorie (cito da te: ottima preparazione, serietà, alone, ecc. ecc.) che alimentano l’equivoco.

  9. Marco Candida Says:

    GiuseppeC, chiaro. Volevo solo dire che se Giulio scrivesse come quando racconta a voce (adottando lo stile, ad esempio, di (non) Un corso di narrazione delle Edizioni Terredimezzo) potrebbe darci un romanzo bellissimo. Fermo restando che gli scritti già pubblicati sono importanti e comunque belli, anche se non in senso immediatamente comprensibile e fruibile. Capisco che fra cinquant’anni tutti scriveranno come Mozzi (o come Moresco), ma nel frattempo Giulio potrebbe provarsi a scrivere come tutti quelli che ci sono qui oggi. E lo sa fare. Lo dimostra quando racconta a voce o quando scrive testi che per lui sono divulgativi e invece per me sono testi semplicemente bellissimi – come Parole Private dette in pubblico.

    Ho ribadito il concetto perché mi sono accorto di aver scritto nel commento precedente: “E’ incredibile per me constatare quanto Giulio riesca a essere grande quando parla in pubblico. Quando si siede e scrive, invece, subisce una metamorfosi.”. Il che potrebbe far pensare che quando si siede e scrive Mozzi subisce una metamorfosi di segno opposto. Be’, non era questo il senso. Giulio è troppo bravo, troppo avanti… dovrebbe peggiorarsi un po’!😀

  10. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 6 settembre 1996 – Se mi chiedessero: « Ma quello che hai scritto è vero o falso? », potrei sempre rispondere: « Falsetto », e non direi una bugia. “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  11. la Matta del cortile Says:

    Io ho ascoltato l’MP3 quasi per intero, Mariarosa, e mi sono fermata asolo a metà dell’intervento ” lungo ” della Policastro perché più andava avanti e meno ci capivo. Devo dire che nella Cella mi ci sono sentita io. Credo che la scrittrice nell’ansia di mostrarsi ( o di sentirsi, in buona fede ) all’ avanguardia , nella cella ci sia chiusa lei. Ma andiamo a Giulio, perché è di lui che vorrei parlare. Al di là di ogni giudizio che sembra positivo ( letto fino all’ultima pagina, ma con pausa pranzo, cosa che non fa mai se un romanzo non gli piace, l’ha detto mille volte ) lo ha definito un romanzo “rosa”. E’ stato poi chiesto all”autrice di leggere una poesia come nota a margine ( e dàlli, che nota…) Potrei risentire la registrazione altre cento volte ma in genere prendo per buona la mia prima sensazione. Ho avuto l’impressione che il discorso di Giulio corresse sul filo di.. ” ma Bruto è uomo d’onore…” Hai ragione, Laserta, la Marsilio è una grossa Editrice; forse, un’aquila bicipite, per Giulio. Quanto alla scrittrice, probabilmente andrà sempre più avanti, di cella in cella. Oppure, ” Speremo de no ” alla Nereo Rocco. Giulio, ti voglio bene. Matta

  12. Giulio Mozzi Says:

    No, Matta. Quello che ho detto, in sintesi, è che la voce narrante appartiene a un personaggio che organizza in un certo modo gli eventi che racconta, e che il modello soggiacente al suo modo di organizzare gli eventi è quello del romanzo rosa (lieto fine escluso, ma comunque cercato). E questa logica romanzesca elementare finisce col coinvolgere anche chi legge. Questo non significa che il romanzo di Gilda Policastro sia un romanzo rosa. Tutt’altro.

    Gilda propose il romanzo a me, io senza esitazioni lo proposi all’editore, l’editore lo accolse senza esitazioni.

  13. La matta Says:

    Se mi dici così non mi resta che augurarti di trovare romanzi del genere e altrettanta accoglienza da parte dell’ editore; non so, dei lettori. Io credo fermamente nel valore della semplcità come linguaggio universale, come manifestazione di amore verso gli altri e verso noi stessi, soprattutto. Un augurio particolare per te, Giulio : vorrei che ti volessi più bene. E non mi dire che mi sbaglio perchè non vale. aff.ma Matta

  14. Giulio Mozzi Says:

    Matta, non c’è niente di complicato. Se scrivo una storia in cui la voce narrante è un bambino di quattro anni, è chiaro che non solo la percezione del mondo ma anche il modo di organizzare la storia potranno essere da bambino di quattro anni. O anche no. Dipende da come funziona l’intenzione realistica dell’opera (che può anche non avere nessuna intenzione realistica).

  15. lucio71 Says:

    Chiedo scusa se mi intrometto. Condivido l’affermazione della signora Matta quando dice:
    “Io credo fermamente nel valore della semplcità come linguaggio universale, come manifestazione di amore verso gli altri e verso noi stessi, soprattutto.”
    Riuscire a raggiungere una scrittura semplice che sappia andare a fondo è sempre stato uno dei miei pallini.
    Signor Mozzi, le dispiacerebbe chiarire meglio quando scrive
    ” Dipende da come funziona l’intenzione realistica dell’opera (che può anche non avere nessuna intenzione realistica)”.
    Questo argomento mi interessa molto. Grazie.

  16. Lucia Astrobello Says:

    Ho avuto più o meno la stessa impressione di Matta: l’entusiasmo di Giulio, tutto di pancia, non mi è sembrato convincente fino in fondo. Naturalmente di fronte a una smentita così categorica (ah, la chiasmica perentorietà di quel “senza esitazioni”!) sono obbligata a ammettere di avere avuto un’impressione sbagliata.
    Per il resto, come faceva notare giustamente Cristian, da una presentazione (se pure doverosamente ascoltata fino – quasi – in fondo) non ci si può aspettare più di tanto. Lo dice, giustamente, la stessa Gilda Policastro in una delle dieci interviste (o dieci puntate di un’unica intervista) che Giulio Mozzi le ha dedicato su Vibrisse: il guaio delle presentazioni è che normalmente la gente che ci va non ha ancora letto il libro, quindi il dibattito non può essere sul libro, quindi non si sa bene quale sia il senso della cosa, a parte di essere un evento cultural-mondano (che va bene, eh, per carità, mica voglio fare il Savonarola delle lettere).
    E in effetti l’unica cosa che emerge con sicurezza dal post è che le gambe di Policastro sono più belle di quelle di Mozzi.
    Bisogna leggere il romanzo di Gilda e lo leggerò, anzi, leggerò tutta la trilogia. (A proposito di trilogie, qualcuno ha notato che in Italia, ultimamente, le trilogie vanno forte? Un autore scrive tre romanzi di fila e si accorge che ha scritto una trilogia. Ci sono trilogie di opere tripartite, tre per tre nove, siamo tutti in piena Vita Nuova; oppure Hegel non ci ha ancora mollato, oppure è l’ombra lunga del padre Dante, non saprei.)
    Comunque, tornando a Policastro e al suo scrivere ( e parlare) difficile come l’Europa quando piove, posto che a me il parlare e lo scrivere difficile in sé non spaventano né disturbano, noto nell’intervista sopracitata la seguente frase: “Io una visione
    negativa delle cose me la porto nel dna chiamiamolo culturale, dalla
    scoperta di autori come Leopardi o dello stesso Dostoevskij.”. Ecco, da quello che di lei ho letto e da lei ho sentito mi verrebbe da pensare che il problema sia lì: che l’origine della sua letteratura sia in un dna troppo esclusivamente culturale. (Oltretutto: rozza espressione da parte di una così colta, e aggiungerci “chiamiamolo” non migliora le cose.)

  17. laserta Says:

    nel primo intervento (forse non si capiva, e mi scuso) intendevo semplicemente sottolineare la clamorosa, palese bruttezza della scrittura della Policastro. Reiterata per ben tre volte in altrettanti volumi. Non ne faccio un discorso di avanguardia, semplicità, punto di vista: è una roba che non sta in piedi, punto. Si può scrivere un romanzo (o un anti-romanzo) in migliaia di modi diversi, tutti leciti. Il problema è che bisognerebbe esserne capaci. Forse la Policastro potrebbe proseguire più felicemente nel suo percorso critico. Non c’è niente di male a non saper scrivere. Succede, basta prenderne atto e fare il meglio che si può (in un altro ambito delle humanae litterae).🙂

  18. La matta Says:

    Quando mi parli di “intenzione” più o meno realistica, Giulio, secondo la mia angolazione un’opera già traballa. Mi pare che nella massima semplicità e chiarezza si siano espressi i veri grandi . Se la scrittrice in questione, poi, fa parte di un’avanguardia coraggiosa, questo vorrei sentirlo da te. Io rimango sempre nella favola di Aladino, vecchia e illuminata ( la favola ). Sempre aff.ma signora Matta

  19. Giulio Mozzi Says:

    Matta, scrivi rivolgendoti a me:

    Quando mi parli di “intenzione” più o meno realistica, Giulio, secondo la mia angolazione un’opera già traballa.

    E io dico: non ho capito. Come fa un’opera a “traballare” se io parlo di una certa cosa?

    Scrivi ancora:

    Mi pare che nella massima semplicità e chiarezza si siano espressi i veri grandi.

    Questo è un argomento tipicamente truffaldino. Perché io potrei dirti, che so, che Rabelais e Alighieri hanno fatto scelte non proprio di semplicità e chiarezza, e tu potresti rispondermi che i “veri” grandi sono altri, eccetera.

    Laserta: ti rispondo sottolineando la palese, eclatante bellezza della prosa narrativa di Gilda Policastro; e così il discorso è chiuso. [Il giochino di prendere un proprio giudizio di valore, metterlo lì come se fosse una verità evidente a tutti e da tutti condivisa (mentre così non è; e nel caso specifico basta dare un’occhiata alle recensioni), e domandare come mai “ci si presti” a certe cose – mostra la corda nel giro di trenta secondi].

    Lucio71: a me pare ovvio che l’intenzione realistica funziona in modo diverso in Se questo è un uomo e in Pinocchio.

    Lucia: quando in casa editrice si trattò di discutere se pubblicare l’opera di Policastro, ci fu una discussione non più lunga di quattro minuti. Questo intendo con: “senza esitazioni”.

  20. Lucia Astrobello Says:

    Be’, certo, sono i vantaggi di possedere una prosa di eclatante bellezza.
    Come qui per esempio:
    “Quella clinica l’aveva voluta il vecchio, ma era stato il figlio, poi, finiti a tempo di record gli studi, a edificarla; e ora la vedevi tiranneggiare il paesaggio come una maggiorata, se si fosse trattato di donne.”
    Ma anche “il groviglio dei vestiti strappati a morsi sul parquet” non è male.
    Per non parlare dell’eclatante bellezza della frase “Cosa rappresentava più, quando ho incontrato Giovanni, una terra di conquista in cui era pedina o parte attiva, lui, se non altro incontrandoci o portandoci le sue donne.”, in cui nel tentativo di individuare le funzioni logiche delle varie parti ti si incrocia il cervello.
    Ci nega beffarda ogni certezza, diavola d’una scrittrice!

  21. Giulio Mozzi Says:

    Lucia, è ovviamente possibile e lecito trovar brutta la prosa di Gilda Policastro. Ma Laserta parla di “clamorosa, palese bruttezza”: e mette giù la cosa senza nessun argomento, senza neanche (diversamente da te) un esempio. E – ripeto – mi pare non si possa sostenere che tale “bruttezza” è “palese”, a fronte del fatto che la critica ha accolto l’opera di Policastro sostanzialmente bene.

  22. marcocandida Says:

    Intervengo perché non mi va di far parte della concertino Laserta, Matte nel Cortile etc… Una persona del cui giudizio mi fido (oltre a Giulio; ma è stato lui a sviare un po’ parlando di romanzo “rosa”) mi ha detto che “Cella” di Gilda Policastro è un libro da leggere. Non ha nulla che non va. E’ un buon libro.

  23. laserta Says:

    Ma è ovvio che si tratta di un giudizio di valore. La critica non può prescindere da esso. Perché non stiamo affrontando un tema “canonico”, ma un testo prodotto “oggi”, dunque suscettibile e criticabile innanzi tutto a partire dall’impressione soggettiva di chi legge. Dopo di che, va beh, le recensioni: quelle positive sono tutte riconducibili ad amici dello scrittore/scrittrice; è pratica diffusa e non credo possa essere portata come “prova a carico della difesa”😉. Se Lei Mozzi andasse a leggere un po’ di giudizi di semplici lettori, si accorgerebbe che il 90% ritiene impubblicabile, letteralmente, i libri della Policastro. Che piacciano agli addetti ai lavori, è abbastanza scontato e fa parte del gioco. Detto questo, non metto in dubbio che la sua valutazione sia sincera ed è naturalmente insidacabile. Ma posso dire almeno che un po’ mi stupisce? Cordialità🙂

  24. la Matta Says:

    Intanto, sottolineo il “concertino”e “le matte dei cortili” di Marco Candida, che si commenta da sè. Nessuno ha formato un sindacato anti-Policastro. Si fa parte di un blog per esprimere con chiarezza le proprie idee. Se poi accade che qualcuno dica : – Il Re è nudo! – non mi pare che sia da ghettizzare. Confermo stima e simpatia e affettonei confronti di Giulio (che non conosco ma è come se così fosse )e la speranza che come Aladino scenda nello stretto passaggio e ritrovi la lampada magica che lo aspetta perché è sua. la Matta ( esemplare unico, Candida )

  25. GiuseppeC Says:

    A fronte delle difficoltà economiche e di prestigio della filiera, la risposta letteraria è regressiva invece che progressiva. Boh.

  26. Lucia Astrobello Says:

    Una persona del cui giudizio mi fido (oltre a Giulio; ma è stato lui a sviare un po’ parlando di romanzo “rosa”) mi ha detto che “Cella” di Gilda Policastro è un libro da leggere. Non ha nulla che non va. E’ un buon libro.

    Cioè.
    Qualcuno mi spiega qual è il senso del commento di Candida, a parte essere un commento di Candida?
    Matta, fai senz’altro bene a confermare stima nei confronti di Giulio; ma se si pensa che Candida l’ha scoperto lui, francamente…

  27. marcocandida Says:

    Lucia, Mozzi non c’entra! Mi sono scoperto da solo. Per questo ho preso il raffreddore. (Cavolo mi è venuto in mente di intervenire nella discussione…)

  28. Lucia Astrobello Says:

    Ciao Marco!
    Quando scrivi queste cose mi sento una vecchia stronza cattiva e ti voglio tanto bene. Mi sa che io e te nell’aldilà potremmo veramente andare d’accordo.
    Besos

    Lucia

  29. La matta Says:

    Che carrellata , gente! Verrebbe fuori un affresco con quattro pennellate,quasi gestuale. Un bel parterre-de -roi senza “roi “. E Candida,con il suo ” ma chi mi ci porta… ” (qua in dialetto si dice così ) mi ha rimesso di buonumore.Giulio, ma dove la trovi una compagnia del genere? Davvero,un racconto ci esce come niente. Così, alla pirandello. Un punto a favore della Cella. la Matta

  30. lucio71 Says:

    La ringrazio per la risposta. In effetti ha ragione: esiste una notevole differenza tra le due opere. E’ bastato un esempio per rendere tutto più chiaro.
    Aggiungo che, stuzzicato dalla presentazione e dalla discussione che ne è seguita, ieri sono passato in libreria a prenotare Cella. Le farò sapere.

    Devo dire che pare proprio una simpatica combriccola quella che bazzica qua dentro. Saluti a tutti.

  31. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 15 aprile 1998 – « Combriccola s. f. Gruppo di persone equivoche; scherz. Compagnia, brigata di buontemponi o di amici. [Etimo incerto] » (Giacomo Devoto – Gian Carlo Oli, Il dizionario della lingua italiana, 1990) “ [*] [**]
    [*] Lsds / 73…
    [**] Quando, dieci minuti fa, sono passato davanti a Bicity, il grazioso negozio dove riparano biciclette e qualcuna la vendono anche, ho avuto voglia di fermarmi e mi sono fermato. Perché è un po’ di tempo che mi domando se non sarebbe il caso di comprarsi una bicicletta, per pedalare un po’, ora che è venuta la bella stagione, che le giornate si sono allungate etc. A gentile richiesta me ne hanno mostrata una, piuttosto carina, adatta a me, e anche poco costosa. Ho detto che voglio pensarci, ma so di avere mentito. Perché ho già deciso che non la comprerò, per tutto un amplesso di cose, come direbbe quel mio antico collega ex carabiniere etc., ma soprattutto perché io penso che la bici è come l’amore: viene una sola volta nella vita, e a me è già venuta, tanti anni fa, tante primavere fa… Ma forse la verità è che più invecchio e meno mi piace spendere…

  32. lucio71 Says:

    Signor Acabarra, grazie della precisazione. Avevo usato la parola senza approfondirne il significato. Ovviamente intendevo l’aspetto familiare e giocoso dello stare insieme.
    Scusi se mi permetto, ma perché rinunciare alla bici? Io proprio lo scorso weekend ho tirato la mia fuori dal garage. A dire il vero ho faticato un po’ a rimetterla in sesto, ma adesso mi sembra a posto. E’ vero che le prime pedalate dopo l’inverno sono sempre un po’ faticose, ma poi diventa tutto più piacevole.
    Ci pensi ancora, sta facendo delle giornate così belle, almeno qui dove abito io.

    Scusate, forse mi sto facendo una tampa. Ho letto solo ora che c’era una data riferita al 1998.
    Vabbè, io mi sono buttato.

  33. Giulio Mozzi Says:

    Laserta, scrivi:

    Ma è ovvio che si tratta di un giudizio di valore.

    Perché, qualcuno ha sostenuto che il tuo non è un giudizio di valore?

    Quanto all’argomento secondo cui tutti coloro che esprimono un’opinione diversa dalla tua sono corrotti, mi pare un tantinello abusato.

    Sull’antinomia “semplici lettori” / “addetti ai lavori”, rimando al mio vecchio articolo Il dominio dell’incompetenza.

  34. gian marco griffi Says:

    Giulio, sei un po’ ingrassato. Anch’io. Oggi ho comperato il libro di Gilda Policastro. Non perché ha delle belle gambe. Sembra che le abbia, non dico no. Ma sono andato per comprare il libro coi racconti di Daniele Del Giudice e già che c’ero ho comperato Cella. Non so cosa potrebbe fregarvene a voi, ma tant’è. Almeno vedo se scrive così male, oppure no.

  35. gian marco griffi Says:

    Ps: comunque i racconti di Del Giudice li avevo già (quasi) tutti. Pazienza, li rileggo dopo che avrò letto Cella.

  36. Angastorman Says:

    Darei qualcosa per sentire quella discussione non più lunga di quattro minuti, in casa editrice, quando si trattò di pubblicare l’opera di Policastro.

  37. acabarra59 Says:

    “ Giovedì 26 febbraio 2009 – Imperdonabile essere arrivato a sessantacinque anni senza sapere che Gilda, prima di essere Rita Hayworth (Vidor, 1946), è la figlia di Rigoletto (Verdi, 1851) “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  38. La matta Says:

    Ma dài, signor acabarra, sei davvero un”Anima Candida ! Il tuo “amplesso “di colpa si riduce al non conoscere Gilda figliia di Rigoletto e ad avere dubbi sul ritorno alla bicicletta. Sei ben messo per il Cielo, acabarra. E per di piú , nessuno potrà dirti : – Hai voluto la bicicletta? E allora, pedala ! – Quasi, t’invidio. Matta

  39. laserta Says:

    Gentile Mozzi, guardi che non c’era alcuna allusione a metodi “corruttivi”. Per corrompere qualcuno ci vogliono i soldi, elemento base che manca all’industria culturale italiana. Il “gioco”, semmai, è quello di dare una mano alle persone con cui si ha un rapporto più o meno solido, occasionale, di appartenenza editoriale, etc. Siccome ho la massima stima nei suoi confronti, ne ho dedotto che l’unica ragione valida per promuovere un testo così tremendo sia stata forse, la conoscenza diretta dell’autrice. Dopo di che, parliamo anche di dominio dell’incompetenza, va bene: diamolo per buono, e tuttavia, se uno va a guardare l’orizzonte di ricezione di “Stoner” e quello di “Cella”, riesce ad avere un’idea – chissà forse troppo empirica e meschina – di ciò che vuol dire fare letteratura. (p.s.: sì ho voluto appositamente mettere a raffronto un capolavoro con un “testo scritto”, che letteratura non è).

  40. GiuseppeC Says:

    laserta non hai torto ma in genere si spera che qualche testo comunque emerga… poi vedi che Moresco si è intrippato con un plot uguale al videogioco Grim Fandango e capisci che da queste parti è notte fonda, rimangono solo le importazioni mainstream.

  41. gian marco griffi Says:

    Grim Fandango è il mio gioco preferito. Manny Calavera il mio idolo.

  42. Giulio Mozzi Says:

    Laserta: che si tratti di soldi o di favori, sempre corruzione è.

    Il romanzo di Gilda Policastro a me sembra bello. Punto. Non ho avuto altre ragioni per proporlo all’editore. L’editore (Marsilio, ossia Cesare De Michelis) l’ha trovato bello. Punto.

    Possiamo sbagliarci? Sì. Puoi sbagliarti tu? Sì.

  43. fred flinston Says:

    Discussione interessante! Da quello che ho capito io il fatto che Gilda Policastro abbia delle belle gambe assume una certa importanza

  44. stefano Says:

    Di fronte alla meraviglia persino Guerra e Pace esce di scena.

    Grim Fandango nostalgia infinita.

    Sulla bellezza non ci si può sbagliare. Ed essendo i criteri per pubblicare o meno arbitrari, neanche in questo caso ci si può sbagliare. Poi ci sono tanti fattori che condizionano il nostro gusto e può essere interessante andarli a conoscere, però…

    Anche io ho trovato bello Cella.

  45. Lucia Astrobello Says:

    “Sulla bellezza non ci si può sbagliare.”
    “Poi ci sono tanti fattori che condizionano il nostro gusto.”
    Queste due affermazioni sembrerebbero contraddittorie. Da un lato si dice che il giudizio estetico è immediato e evidente; dall’altro questa evidenza e immediatezza parrebbero puramente soggettive (“ci sono tanti fattori che condizionano il nostro gusto”), quindi ogni discussione in merito risulterebbe priva di senso: a me piacciono i cavoletti di Bruxelles, a te no, fine della discussione. Eppure sulla qualità estetica di un romanzo – diversamente che sulla qualità estetica dei cavoletti di Bruxelles – si può discutere: de gustibus est disputandum, dice Kant, che sarà un po’ vecchio ma è pur sempre Kant.
    Io credo che la questione del gusto sia simile a quella della coscienza: l’azione morale non è l’azione secondo un precetto ma secondo coscienza. Però ognuno è responsabile del livello di sensibilità raggiunto della propria coscienza (es.: avere tanto di pelo sulla coscienza non va tanto bene).

  46. dm Says:

    Lucia Astrobello, non ho capito: hai letto “Cella”?

  47. stefano Says:

    Io non intendo dire che sia immediato, nel suo pieno significato. Immediato come veloce sì, ma il nostro gusto non è privo di mediazioni. La stessa pagina letta in circostanze diverse ci dà sensazioni diverse. Ma rimane il fatto che la bellezza è un fatto che si prova, non un concetto o un’idea che si dimostra e tantomeno una proprietà intrinseca a una qualche opera, sebbene Giulio molto tempo fa scrisse di qualcosa a proposito delle opere che hanno questa bellezza in loro. Per questo non ci si può sbagliare. Al massimo si può ricordare male. Càpita di rileggere, o ascoltare o rivedere qualcosa che ci ricordavamo come bello e poi notare come non lo sia più. Quindi ritengo prive di senso le discussioni in merito (prive di senso tanto quanto appassionanti), mentre ritengo interessanti le discussioni introrno al merito, come mi pare di ricordare ne aveva iniziata una Macioci tempo fa. E pure Kant non è più lo stesso…

  48. stefano Says:

    Poi ci può stare l’accostamento con la coscienza, che è anche quella una questione pure di pancia, e sulla quale non ci si può sbagliare.

  49. Lucia Astrobello Says:

    @dm: No, ho letto soltanto gli estratti pubblicati su Le parole e le cose. Il libro dovrebbe arrivarmi in questi giorni. Perché? Da qualche parte in quel che dico si suppone che lo abbia letto?

    @stefano: Non ho capito “le discussioni in merito” … “le discussioni intorno al merito”.

    Non mi piacciono tanto le cose di pancia, preferisco quelle di testa.

  50. La matta Says:

    Sinceramente,non capisco nemmeno una frase del commento di stefano data 16 ore 21,26. Non c’è nulla da capire , o è preferibile non capire? Tante cose care. Matta

  51. stefano Says:

    Lucia, il merito è la bellezza, in questo caso. Tu puoi trasformare la bellezza in una categoria estetica (poi non so cosa dicesse Kant o cosa sia stato detto in merito), ma questo non ti porta in alcun modo a poter negare che qualsiasi opera sia stata trovata bella da qualcuno. Da ciò mi pare più sensato ammettere che la bellezza è un evento che si prova, e non una caratteristica di un’opera. Ciò che sta intorno al merito è il resto: perché ci piace questo e non quello, come è fatto un libro, eccetera. Ma non ti puoi sbagliare nel trovare bella una qualche opera. Poi non esistono questioni di pancia e questioni di testa in questo ambito.

    Matta, non è possibile che non hai capito nulla del mio commento.

  52. Lucia Astrobello Says:

    – No che non posso trasformare la bellezza in una categoria estetica, la bellezza è una categoria estetica.

    – Non mi sognerei mai di negare che “qualsiasi opera sia stata trovata bella da qualcuno” (che in buon italiano vuol dire, credo, che qualsiasi opera può essere trovata bella da qualcuno).

    – E’ dai tempi di Kant che nessuno direbbe più che la bellezza è una caratteristica di un’opera: la bellezza è un effetto dell’opera su un soggetto.

    – Credo invece che si possa sbagliare nel trovare bella (o brutta) questa o quell’opera. Era quello che intendevo quando dicevo che si è responsabili del livello raggiunto dal proprio gusto.

    – Per affermare così categoricamente che non esistono questioni di pancia e questioni di testa in questo ambito bisognerebbe almeno sapere cosa è stato detto (da Kant e da altri) in questo ambito.

  53. La matta Says:

    In effetti, a pensarci bene comincio ad intravvedere ma lo tengo per me, stefano . Quello che vorrei dire a tutta la “combriccola” , me compresa, è che rileggendo tout de suite i commenti alla supervisionata Cella, mi appare una singolare “pièce “del tipo La Cantatrice Calva. Io un pensierino ce lo farei, Giulio… Matta

  54. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 2 ottobre 1996 – Bollati Boringhieri pubblica un libro di Perec: Cantatrix sopranica. Pare che siano exercises de style sulle diverse maniere di tirare pomodori a una donna che canta. “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  55. dm Says:

    Lucia, rilassa la tensione interrogativa.
    (Il 13 aprile hai scritto che avresti letto “Cella”, il 14 hai riportato tre frasi ed espresso un giudizio. La mia è una domanda sensata).

  56. Lucia Astrobello Says:

    dm, a me veramente sembrava che anche la mia risposta fosse sensata. Comunque vai tra, sono perfettamente rilassata. Ho appena letto, nella discussione sulla formazione della scrittrice di Policastro, la seguente frase della stessa: “Perciò senza schermirmi con inutile falsa modestia, certamente mi giudico da sola, e so di scrivere libri che possono essere ritenuti volgarmente *belli* o *brutti*, ma sulla cui caratura letteraria non ci possono essere discussioni di sorta”.
    Non so tu, io la trovo una frase molto rilassante.

    P.S.: La cosa più notevole è il “volgarmente”.

  57. dm Says:

    A me non stupisce che chi scrive metta sotto chiave secondo proprio stile e temperamento il valore dei propri testi, è legittimo. Mi stupisce chi giudica il valore dei testi partendo da quel gesto, ripeto, legittimo (o dal tenore, o dallo stile di quel mettere sotto chiave). Non so se è il tuo caso, non è che mi importi molto. Mi stupisce (sempre stupore) che tu che, almeno per me, sei una persona molto colta, ti faccia spazio con il sistema di stroncare una parte per il tutto; perché una frase non dice nulla, così come un mezzo centimetro di grumo prelevato da una tela (e bisogna vedere come la parte viene risolta nell’insieme, come in un romanzo la lingua si giustifichi nel clima morale e nella tensione drammatica); quella di lapidar le frasi, di solito, è tipo una reazione nervosa, secondo me.

  58. Lucia Astrobello Says:

    Non so se mi faccio spazio. Mi faccio spazio come tutti quelli che commentano qui sopra, mi pare.
    Quanto al “lapidar le frasi”, il commento era partito dalla “prosa di eclatante bellezza”, il che, scusami, è proprio un fatto di frasi. Una brutta metafora o una frase senza ricostruibile senso logico rimangono tali indipendentemente dal clima morale ecc. E mi pare, per esempio, che per attribuire a un autore un quadro di paternità incerta si lavori anche sul mezzo centimetro di grumo di tela (come Leo Spitzer lavorava sulle micro-unità di testo). Quando vado in libreria e apro un’opera di narrativa, quello che guardo e che mi convince o non mi convince è, diciamo, la sua prosa. Faccio fatica a decidere l’acquisto sulla base del clima morale e della tensione narrativa. Ovviamente a questo livello il giudizio, per quanto a mio avviso significativo, rimane parziale, infatti leggerò il romanzo per intero.
    Per l’altra cosa – mettere sotto chiave secondo il proprio stile e temperamento (a proposito, perché il temperamento di Policastro va bene e il mio no?) il valore dei propri testi -, io credo che l’autore sia, costitutivamente, preso fra la certezza di aver prodotto qualcosa di valore e l’altrettanto granitica certezza che non potrà mai saperlo con certezza. Per questo la frase di Policastro mi fa morire dal ridere
    (e poi, insomma, non si dice che chi si loda s’imbroda?).
    Non so cosa sia una reazione nervosa. Direi che una reazione è una reazione. E il suo contrario un’assenza di reazioni.

    Non so se è il tuo caso, non è che mi importi molto.

    La seconda parte della frase contiene un’osservazione inutile, a meno di supporre nel destinatario una delusione perché allo scrivente “non importa molto”.

  59. gian marco griffi Says:

    Dovrei invitare Lucia Astrobello a teatro per vedere La cantatrice calva (se esiste ancora una compagnia nel mondo che la porta in scena), invece di mia moglie che si addormenta dopo sei minuti a vedere Finale di partita.
    Il libro Cella l’ho iniziato e non sono scioccato dal fatto che sia stato pubblicato da Marsilio, che Mozzi l’abbia trovato bello, eccetera.

  60. GiuseppeC Says:

    Il problema è che si crede ancora che la pubblicazione sia una sorta di laurea o di validazione della voce, quando nella miriade di proposte culturali odierne e qualche volta artistiche l’unica cosa che fa la differenza è vendere. Un’opera andrebbe quindi pensata a priori per un mercato globale, tradotta subito nelle lingue più diffuse e ricche (inglese e cinese) e trattata come una merce qualsiasi da piazzare. Se la merce non è “bella” o non reca “elevazione morale” è tutto da vedere. Il bello non è assoluto: in una catacomba pentecostale del Veneto si ha una esperienza del bello diversa che in un grattacielo di New York o nei sobborghi di Pechino. Che qui si discutano un testo ed una autrice molto connotati localmente è darsi la zappa sui piedi, non capire nulla di mercato né avere l’idea di dove vada il genere umano. E’ retroguardia a perdere.

  61. RobySan Says:

    Un’opera andrebbe quindi pensata a priori per un mercato globale, tradotta subito nelle lingue più diffuse e ricche (inglese e cinese)…

    Dunque per i miei “Avventure tra Robassomero e Ciriè”, “Passa a La Cassa” e “Cronache di San Gillio” non c’è speranza.

    Ho chiesto poi lumi al vecchio Bonini, il solo immigrato toscano rimasto in paese, a proposito di avere l’idea di dove vada il genere umano e mi ha dato una risposta così pregnante che “Il Vernacoliere”, al confronto, è lettura mattutina per novizie carmelitane.

  62. Lucia Astrobello Says:

    Che vuoi che ti dica, Giuseppe: avrai anche ragione. Il fatto è che siamo una nazione e parliamo una lingua molto localmente connotate. Ma avremo pur diritto di esistere. E di passare il tempo.
    La riflessione sul bello e sui giudizi estetici mi ha portato a rileggere la pagina in cui Proust dice che è l’opera a creare la propria posterità. Mi sono gasata. Queste cose mi piacciono. Del cinese invece non me ne frega niente. Essere retroguardia a perdere ha anche i suoi vantaggi.
    (Avevo aggiunto qualcosa sul Busto di Lenin ma l’ho cancellato, che dopo mi dicono che mi faccio spazio).

  63. dm Says:

    (Lucia, ti aggrappi al senso generale delle obiezioni e svicoli dal senso specifico. Che tu ti faccia spazio in un ambito come questo è normale. Che tu porti tre frasi e pretendi che la tua critica sia credibile ed efficace, no. Considerando la raffinatezza di altri tuoi commenti qui. E non è vero, non dirmi che ci credi: una frase non è bella da sé, o meglio: sì, può esserlo ma ciò non dice nulla sull’opera. Ti faccio un esempio puerile, e me ne vergogno un po’: il personaggio di un’opera di finzione che si esprime per grezze metafore o attraverso disconnessioni logiche può funzionar bene, se la narrazione grazie a questo si avvicina al proprio vero; se il personaggio è quel che appare; se il linguaggio è coerente con l’anima, diciamo (esagerando); e quelle frasi che estratte col bisturi appaiono in un certo modo – all’esterno – sono invece belle all’interno; perché, come giustamente hai scritto, la bellezza è nell’effetto (e l’effetto della sola frasetta non dice nulla). Ma poi dipende anche dalla temperie linguistica che è stata preparata prima, nel testo. Prendi una qualsiasi delle brutte frasi di Faulkner fuori dal movimento di parole che le fa funzionare, e vedi un po’. Insomma, è più complicato di come la scodelli tu. E la critica delle frasette fa girare una retorica che non convince nessuno. Magari solo qualche creatura di primo novecento, sopravvissuta… Ma va be’. E la reazione nervosa; per reazione nervosa intendo reazione irriflessa. Ma se mi sono sbagliato scusa e mi dispiace.
    Ho scritto “non è che mi importi molto” perché è così: non mi importa molto del motivo per cui dici quel che dici; ma sospettare che sia questo specifico mi sembrava retoricamente efficace. Ciao.)

  64. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 12 marzo 2001 – Al ritorno dal supermercato PAM, Alberto Magneti Marelli pensò che non sarebbe mai riuscito a scrivere quel libro che aveva in mente. Sapeva solo il titolo: Che cosa era la letteratura? Ma, pensò mentre accendeva la prima sigaretta del pomeriggio, per dire che cosa era la letteratura bisognerebbe averla conosciuta davvero. Ma la verità era che lui la letteratura la conosceva soltanto di vista. Era finita troppo presto, prima che lui avesse il tempo di leggerla, era finita subito, ecco la triste verità. “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  65. Lucia Astrobello Says:

    Ok ok ok, dm, facciamo che le tre fottutissime frasi non le ho mai estrapolate né commentate (ma commentate le ho commentate pochissimo, per la verità, trovo che si commentano da sole).
    Sul generale, naturalmente, hai ragione tu; ma nel caso particolare qualche ragione penso di avercela anch’io. A esempio (come scrive Mozzi. Io scriverei “ad esempio”, ma mi sento intimidita), non sono frasi di un personaggio. E la temperie linguistica – è proprio quella che mi preoccupa. L’impressione che si ricava dagli estratti è di una temperie linguistica apparentemente sorvegliatissima ma in fondo sciatta. Arbitraria – dove l’arbitrario è ciò che in letteratura è massimamente da fuggire. (Come fare però. Un bel problema.)
    Assez delle tre frasi, che a momenti ci abbiamo fatto scorrere più inchiostro virtuale che sulla petite phrase di Vinteuil.
    E’ stata l’ eclatante bellezza che mi ha fatto girare le scatole, e a dir la verità non si capiva neanche se Mozzi affermava che la prosa di Policastro è di un’eclatante bellezza, o se lo presentava come possibile ripartita a Laserta. Io, perfidamente, ho scelto di leggerla come un’affermazione e ho dato via libera al giramento. Perché? Perché da quello che ho letto di lei (qualche estratto, ma soprattutto interventi sul web), Policastro non mi convince. La trovo “costruita”. Costruita sul niente sotto, intendo.
    Sono disposta a cambiare idea dopo lettura?
    Assolutamente sì. Mi preoccupa il fatto di avere un pregiudizio? Assolutamente no. Non si dà conoscenza senza pregiudizio.

  66. Giulio Mozzi Says:

    Lucia, scrivi:

    …non sono frasi di un personaggio

    Non è vero.

    Quanto all’ “eclatante bellezza”, mi limitavo a fare il verso alla “clamorosa bruttezza” di Laserta. E mi pareva fosse evidente.

  67. Lucia Astrobello Says:

    E mi pareva fosse evidente.

    Mica tanto.

  68. Giulio Mozzi Says:

    Lucia, Laserta scrisse:

    intendevo semplicemente sottolineare la clamorosa, palese bruttezza della scrittura della Policastro.

    Io scrissi, due commenti sotto:

    Laserta: ti rispondo sottolineando la palese, eclatante bellezza della prosa narrativa di Gilda Policastro; e così il discorso è chiuso. [Il giochino di prendere un proprio giudizio di valore, metterlo lì come se fosse una verità evidente a tutti e da tutti condivisa (mentre così non è; e nel caso specifico basta dare un’occhiata alle recensioni), e domandare come mai “ci si presti” a certe cose – mostra la corda nel giro di trenta secondi].

    Quindi non solo ho fatto la mia battuta (“palese”…), ma ci ho messo pure la spiegazione.

    Resta il fatto che le frasi che tu citi sono appunto “frasi di un personaggio”. Le scrive (nella finzione) Giovanni Principe, che tenta di imitare la voce di Cella (che è una donna peraltro poco acculturata, piuttosto nevrotica ec.).

  69. Lucia Astrobello Says:

    Ribadisco che per me (sarò stupida, non dico) non era affatto chiaro come la intendevi. E comunque c’era (perfidamente) la possibilità di intenderla come ho fatto io.
    Sul personaggio, dammi il tempo di leggere il libro (che mi è arrivato un’ora fa) e poi ti dirò. Mi sa che anche questa è un’interpretazione tua. O al massimo un’ipotesi.

  70. Giulio Mozzi Says:

    Ragioni per essere perfidi?

  71. Lucia Astrobello Says:

    Mi riferivo naturalmente alla mia, di perfidie, e le ragioni le ho dette nella risposta a dm, sopra.
    Sto leggendo, Giulio. Con sgomento.

  72. Giulio Mozzi Says:

    No, Lucia. Hai fornito una buona ragione per essere sospettosa nei confronti dell’opera di Policastro [“da quello che ho letto di lei (qualche estratto, ma soprattutto interventi sul web), Policastro non mi convince. La trovo “costruita”. Costruita sul niente sotto, intendo”], ma non una buona ragione per essere perfida nel leggere ciò che scrivo io.

    Comunque, se stai leggendo, dovresti aver notato che c’è un personaggio che parla; e che quindi l’affermazione “non sono frasi di un personaggio” è errata (anche a prescindere dall’ipotesi dell’ultima pagina).

  73. Lucia Astrobello Says:

    Che stress Giulio. La perfidia sta nell’interpretare quello che scrivi tu in modo da poter mettere ironicamente in evidenza, a partire da una possibile ma non esclusiva interpretazione di una tua affermazione, una qualità estetica opposta (eclatante bruttezza) a quella che tu nella mia intrepretazione della tua affermazione le attribuisci (eclatante bellezza). E’ abbastanza preciso? Probabilmente no, perché qui non si tratta di capirsi, Giulio, e questo lo sai tu meglio di me.

    Il personaggio che parla. Quindi il narratore è un personaggio della Recherche? E l’autore caratterizza stilisticamente le frasi del narratore in modo analogo a quello in cui caratterizza stilisticamente le frasi di Bloch o di Charlus o di Legrandin?

  74. Marco Bertoli Says:

    Lucia Astrobello, il carisma della prosa di Gilda Policastro dev’essere così forte che, dopo aver letto solo poche pagine del suo romanzo, nel tuo ultimo messaggio tu scrivi in modo irto ed attorto come neanche Gilda Policastro stessa, nelle combattute frasi che citavi.

  75. Giulio Mozzi Says:

    Lucia: quando una narrazione di finzione è in prima persona, c’è un personaggio che parla (in questo caso, la donna chiamata “Cella”). Se vuoi negare questo, fa’ pure.

    Per di più l’ultimo capitolo del romanzo Cella attribuisce, “per ipotesi” la narrazione a Giovanni Principe.

    Quindi le possibilità sono:

    (a) durante tutto il testo parla Giovanni Principe, simulando (fin quasi alla fine) di essere Cella;

    (b) durante tutto il testo parla Cella, che nell’ultima pagina tenta di attribuire il testo a Giovanni Principe.

    Non mi pare che ci siano altre possibilità. E mi pare che attribuire alla signora Gilda Policastro, esistente nel mondo, ciò che questi personaggi dicono (e il modo in cui lo dicono) sia cosa piuttosto ardua. Né l’uno né l’altro mi pare abbiano i tratti del “personaggio portavoce” (pur essendo, inevitabilmente e come sempre, entrambi proiezioni di un qualcosa che sarà nella mente dell’autrice).

    Quanto alla perfidia: non è che non abbia capito come funziona. Mi domando a che serva esercitarla. Mi par più pratico cercar di capire cosa uno dice, piuttosto che stracapirlo deliberatamente (a meno che non si stia scherzando).

  76. Lucia Astrobello Says:

    Sull’opportunità o praticità di esercitare la perfidia ognuno può pensarla come crede, naturalmente. A parte che il mio “perfidamente” era poco più di una battuta.

    L’altra questione. In questo testo ci sono tre voci narranti: una narra dall’inizio a p. 169, con un’interruzione da p. 113 a p. 125. La seconda narra da p. 173 a p. 174. Queste due voci, che chiameremo a e b, potrebbero essere anche una sola: a che finge anche di essere b o b che finge anche di essere a.
    L’interruzione è dovuta all’ingresso di una terza voce: il diario di una terrorista.
    Le tre voci sono esattamente identiche. Quindi non ci sono tre voci. C’è un’unica voce e un unico stile dall’inizio alla fine. Mi sembra si possa affermare che questo stile è riconducibile all’autore; che, almeno limitatamente a questo romanzo, è lo stile dell’autore.
    Lo stile dell’autore in questo romanzo, di cui le tre famose frasi sono perfettamente rappresentative, mi pare di eclatante bruttezza.

    Ho terminato la lettura di Cella.
    Probabilmente l’unica tanto pirla da farlo.

    Saluti al blog.

  77. Giulio Mozzi Says:

    Ma: se attribuiamo la compilazione del testo (magari solo per ipotesi) a Giovanni Principe, niente ci impedisce di immaginare che anche il “diario della terrorista” sia da considerarsi non un “documento” bensì un’ulteriore invenzione di Principe. Dal quale dipende tutta la “realtà” della storia.

    Quanto all’identificazione dello “stile del personaggio” con lo “stile dell’autore”, basta vedere come scrive l’Ennio Bissolati.

    Dei giudizi di valore, come noto, tendo a non discutere. A me, all’editore e a qualche recensore Cella è sembrato un bel romanzo. Ringrazio Lucia per averlo letto non come colui che cerca conferma a ciò che già pensava, bensì con spirito libero e bendisposto.

  78. Lucia Astrobello Says:

    Non ho parlato di stile del personaggio, che infatti non c’è, ho parlato di stile dell’autore in quel romanzo.
    Mi rendo conto che parlare dello stile dell’autore in un romanzo è cosa inaudita e mai fatta, ma bisognerà pur che qualcuno cominci.

    Quanto all’identificazione dello “stile del personaggio” con lo “stile dell’autore”, basta vedere come scrive l’Ennio Bissolati.

    Ah, ma allora Policastro ha voluto fare una bissolata!
    Bon, bastava dirlo, allora cambia tutto.
    Soprattutto, se qualcuno me l’avesse detto, mi sarei risparmiata la fatica di leggerlo.

  79. Giulio Mozzi Says:

    Certo, Lucia, non hai parlato di “stile del personaggio”, ma di “voci”. Che appartegono ai personaggi.

    No, Policastro non ha “voluto fare una bissolata”. Ho solo offerto un esempio – particolarmente a portata di mano, qui – di un personaggio che ha una voce che non è quella dell’autore. (In realtà, la voce di Bissolati è una parodia della voce mia: presi alcuni miei tic dei quali perfino io mi rendo conto, li ho esasperati oltre ogni buon senso; poi gli ho aggiunto qualcosa, come un certo uso degli avverbi ecc.).

    …se qualcuno me l’avesse detto, mi sarei risparmiata la fatica di leggerlo.

    Ma io l’avevo detto, che nel romanzo parla un personaggio! C’era una certa Lucia Astrobello che lo negava…

    Ho scritto infatti:

    …la voce narrante appartiene a un personaggio che organizza in un certo modo gli eventi che racconta, e […] il modello soggiacente al suo modo di organizzare gli eventi è quello del romanzo rosa (lieto fine escluso, ma comunque cercato).

    Lucia Astrobello:

    …non sono frasi di un personaggio…

    E così via.

  80. Angastorman Says:

    Vediamo, provo a ricapitolare la situazione: “Cella” (che ho, ahimè, letto) è un romanzo (ah sì?) che procede per 173 pagine senza offrire alcun motivo per sospettare che il narratore non sia attendibile o che ci sia sotto qualcosa (come accade per esempio, in modi diversi, in “Lamento di Portnoy” o in “Antichi Maestri” o in “Fight Club”), per poi uscirsene con una paginetta e mezzo, indistinguibile, come nota giustamente Lucia, a livello stilistico dalle precedenti 173, con una rivelazione che sta in piedi appunto solo “per ipotesi”, che dovrebbe fulminarci in clausola e costringerci a riconsiderare le 173 pagine di cui sopra e a prenderle come la voce di un personaggio inventato all’interno di una finzione narrativa di cui non c’è mai stata ragione di sospettare leggendo il testo, e il cui senso sfugge in ogni caso.
    Complimenti Giulio: se sei bravo a insegnare a inventare storie quanto lo sei a negare l’evidenza, prossimo corso sono in prima fila.

    Lucia, perdonami, mi sembra di capire che hai qualche anno più di me e molta più cultura, ma mi permetto lo stesso: ” Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.

  81. Giulio Mozzi Says:

    No, Angastorman: il capitoletto intitolato Per ipotesi non “costringe” a nulla: tant’è che s’intitola Per ipotesi.

    Quanto al fatto che lungo tutto il romanzo parli un personaggio – che sia esso la povera Cella o il terribile Giovanni Principe – questo mi sembra indubitabile.

    Quali evidenze ho negate?

  82. Lucia Astrobello Says:

    Lascia perdere, Angastorman. Mozzi non nega l’evidenza, non potrebbe. Lui fa un’altra cosa: ci gira intorno. Lui prende una cosa marginale, che non è quella il punto, e la mette al centro, te la contesta, se cerchi di precisarla e di spiegarti meglio te la rigira e te la contesta da un’altra parte, e via così. Si chiama il gioco delle tre carte.
    Lascia perdere Angastorman, non vale la pena. Io mi ci metto qualche volta quando mi sembra che si esageri un po’ (quando mi sembra che il re sia proprio ma proprio nudo, come diceva la Matta), ma tu hai senz’altro di meglio da fare.

    Grazie per la solidarietà e buona fortuna per la tua vita.

    Lucia

  83. Giulio Mozzi Says:

    Il punto, secondo me, è il giudizio di valore. E sono da sempre convinto (l’ho scritto più volte) che i giudizi di valore non si possano argomentare. Quindi non ne discuto.

    Ho letto il romanzo e mi è parso bello; l’ha letto l’editore e gli è parso bello: dovevamo sì o no agire di conseguenza, cioè pubblicarlo? Direi di sì.

    Come tutti, possiamo sbagliare. Anch’io e anche l’editore.

    Dopodiché, se uno dice una cosa che mi pare non sia vera, lo faccio notare. Se qualcuno fa insinuazioni (tipo: pubblicazione per interesse, per amicizia ec.), cerco di mostrarne la vanità.

    Tutto qui.

  84. Angastorman Says:

    Cara Lucia, perfetto il tuo riferimento al gioco delle tre carte, infatti mi ricordava qualcosa, poi ho capito: ho fatto elementari e medie dai salesiani, il gioco delle tre carte era la norma. Fortunatamente ero già illuminista all’epoca e lo sono rimasto, quindi ti dico: giochiamoci la quarta carta, l’uscita di emergenza. Sperando di non essere intrappolati in un qualche circolo di piani narrativi che ci riporti da capo. In ogni caso ti capisco, se ti diverti fai bene, è un passatempo come un altro. Ti saluto!
    P.S. è un peccato che non ci conosciamo, sai? potremmo riderne lungamente, chessò, tipo la domenica a pranzo.

  85. marcocandida Says:

    “Cella” è il nome della protagonista del romanzo oltre che il titolo del romanzo – che, così com’è, fa subito pensare a una cella. Mi viene in mente “Impronte di Pioggia” il primo romanzo, se non erro, di Christian Mascheroni. Anche in quel caso, Pioggia è il nome del protagonista del romanzo.

  86. Kommen Tatore Says:

    Mozzi,ma lei prende soldi per far vedere che ha paziezna? ma non vede che quetsi qua la prendono per il culo? vuole fare l’angello sacrificalea tutti i csoti?

  87. fred flinston Says:

    Perché i giudizi di valore non si possono argomentare? Ci sono delle ragioni per cui una cosa piace o no ed è solo argomentandole che ha senso discutere

  88. Giulio Mozzi Says:

    Fred: il giorno in cui qualcuno saprà spiegarmi perché è innamorato della persona di cui è innamorato, allora crederò che i giudizi di valore si possono argomentare.

  89. stefano Says:

    è quello che ripeto sempre alla mia ragazza, ma non ci sono santi. Mi è concesso inventare, ma non il silenzio

  90. fred flinston Says:

    Allora non ha più senso scrivere recensioni di film o spettacoli o libri. Basta scrivere mi piace o no, senza spiegare il motivo, perché non si può farlo. Mi sembra un’idea un po’ strana

  91. Giulio Mozzi Says:

    No, Fred. Si può spiegare, con i dovuti argomenti, che una certa opera è tecnicamente buona o scarsa o eccellente; si può spiegare, con i dovuti argomenti, che una certa opera è interessante o per nulla interessante o interessantissima; si può spiegare, con i dovuti argomenti, che una certa opera è originale o deteriore o delirante; si può spiegare, con dovuti argomenti, che una certa opera sta in una certa linea o tradizione; si può raccontare (ma non fino in fondo) che storia racconta; si può descrivere il suo stile, l’organizzazione narrativa, eccetera.

    Si possono fare tante cose, nelle recensioni.

  92. GiuseppeC Says:

    Basterebbe come prima prova d’esordio un rimario, tipo i solfeggi del conservatorio: non tutti saranno Frasca (e nemmeno Mariella Prestante), ma si vedrebbe il talento puro, anche detto orecchio. Dopo di che uno/a col talento, se ne ha, ci fa quello che vuole.

  93. acabarra59 Says:

    “ Senza data [1981] – Debiti: fa rima con pèntiti. “ [*]
    [*] Lsds / 73…

  94. Pensieri Oziosi Says:

    Ho finalmente trovato il tempo per ascoltare la presentazione. Devo dire che mi è piaciuto il riferimento a Louise Bourgeois, che ho trovato utile per capire il tipo di atmosfera che si ritrova nel romanzo.

    A fronte di una presentazione di cento minuti tondi torni, avrei però tagliato qualche divagazione — secondo me un’ora è un limite accettabile per mantenere l’attenzione di chi ascolta.

  95. Giulio Mozzi Says:

    In effetti, P.O., l’incontro doveva (nei miei piani) terminare a un certo punto. Esattamente in quel punto è partito il discorso su Henry James e il senso di colpa.

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