“L’angoscia dell’incontinenza”, di Roldah M’Bolo

by

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

roldahmboloNon c’è manuale o prontuario o ricettario di scrittura creativa che non dedichi un capitolo o paragrafo o capoverso al temuto temibile temibilissimo blocco dello scrittore: a quella condizione, cioè, piuttosto curiosa, nella quale si trova chi vorrebbe tanto scrivere, ma davvero tanto, eppure si ritrova davanti alla pagina bianca (che ormai è una pagina digitale, si sa: ma fa tanto nobile, fa tanto colto e cult, fa tanto Mallarmé parlare di “pagina bianca” ed eventualmente scrivere di nient’altro che della pagina bianca, fare riferimento alla “scrittura del silenzio”, eccetera) e lì si ferma, incapace di scrivere una sola riga – o una sola riga soddisfacente. Per carità: il più delle volte tale “blocco” (come spiega assai felicemente in questo articolo Amleto De Silva – fratello del più celebre Diego, e noto collezionista di boules à neige) non è altro che un blocco sociale: c’è chi s’immagina che scrivere (verbo usato intransitivamente, mai – è ovvio – nella locuzione “scrivere una certa cosa”, che dissolverebbe all’istante ogni qualsivoglia possibilità di compiacersi del “blocco”: rem tene, verba sequentur, ovvero: hai voluto la bicicletta, ora pedala) sia un’attività spiritualmente elevata, il cui puro e semplice esercizio dovrebbe portare lo scrittore in un empireo socioculturale inimmaginabile: e così, davanti alla pagina bianca, si blocca come si bloccherebbe sulla soglia un Bissolati qualsiasi, invitato a una festa, nel momento in cui si accorge di aver sbagliato l’abito (troppo formale per una festa che è più che altro una rimpatriata di vecchi amici del college, troppo poco formale per una festa alla quale sono invitati anche i futuri e magnati suoceri dell’invitante, ecc.).

E dunque: ben venga questo acuto saggio di Roldah M’Bolo, docente di Letterature del Corno d’Africa nel Dipartimento di studi culturali dell’università di Yalelock, Ohio, dedicato all’esatto contrario del “blocco dello scrittore”: ovvero alle scritture torrenziali, incontenibili, interminabili, irrefrenabili, e chi più ne ha più ne metta. Se la caratteristica fondativa di un’opera è la sua perfezione, ovvero la sua finitezza e autosufficienza, vi sono scrittori che agiscono come se mai una loro opera fosse davvero un’opera: finito e pubblicato un libro, subito si affrettano a gettarsi nella composizione d’un altro che lo corregge, amplia, smentisce, rifà, ripropone, rielabora da cima a fondo, articola diversamente, ripete convulsamente, riproduce pari pari con minime variazioni, riciccia ecolalicamente – eccetera. E così, di libro in libro, in un’instancabile e angosciosa progressione verso un Tutto che forse è un Nulla, incrementano il numero delle pagine pubblicate senza mai sentirsi da qualche parte arrivati, senza mai mettere alla fine di un volume un punto fermo che sia davvero, anche esistenzialmente, un punto fermo.

Se tale “angoscia dell’incontinenza”, spiega M’Bolo – e a nessuno, spero, sfuggirà l’arguzia del titolo -, è tipica dello scrittore post-realista (o modernista, secondo la definizione che si preferisce) della prima metà del Novecento (non per nulla alcuni capolavori come Alla ricerca del tempo perduto e L’uomo senza qualità trovarono un termine – per quanto “aperto” – solo quando terminò la vita dei rispettivi autori), non si può dire che al giorno d’oggi l’epidemia si sia dissolta: il case study di M’Bolo è nientemeno che il celebre poligrafo Harold Bloom, il quale dopo il successo mondiale (tra furibonde polemiche, che squassarono le aule accademiche da New York a Bombay, da Arcavacata a Sidney, da San Pietroburgo a Grand Forks) della sua opera maggiore ha continuato a ripetere e ripetere e argomentare e riargomentare, in un crescendo anche volumetrico di volumi, sempre le stesse stessissime medesime affermazioni (e in volumi via via più corposi come Il genio, La grandezza letteraria ecc.).

Ci auguriamo quindi che il minuscolo editore Canone (eroicamente fondato e guidato dall’italoamericana Barbarella Fonda, un passato un po’ da hippy e un po’ da filologa, un presente da editrice d’altri tempi) riesca a trovare un’agenzia di distribuzione, e che un po’ di aspiranti scrittori (e qui strizzo l’occhiolino al generoso ospite di questi articoli) possano accedere a queste sagge pagine. Dalle quali s’impara, se non altro, che il contenersi è una virtù.

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5 Risposte to ““L’angoscia dell’incontinenza”, di Roldah M’Bolo”

  1. Ma.Ma. Says:

    …un fiume in piena, anzi un’esondazione di più laghi, un po’ come la sua esuberanza signor Bissolati. Libro interessante. Ci tenga aggiornati sull’eventuale distribuzione😀

  2. Giulio Mozzi Says:

    Però, Bissolati: “…un presente da editrice d’altri tempi…”. Ma si riguardi la mia noterella sulle frasi fatte.

  3. RobySan Says:

    Sì, Giulio, ma il passato un po’ da hippy un po’ da filologa riscatta.

  4. ipoiper Says:

    Scrivere, una lunga pisciata intermittente, compreso la morte, anche l’amore.

    Io, e non un altro, scrivendo in modo e non significando altro, come fosse più che una metafora, una pizza fritta spacciata per una pizza al forno o un bel piatto di penne con sugo alla genovese o tutt’al più l’alter ego o uno pseudonimo o un eteronimo in atteggiamento laterale e, qui, tra l’altro non c’entrano né Geronimo e né il Gerundio micro o in generale; potete anche non crederci, eppure mi chiamo proprio Gerundio, quando si dice che all’anagrafe degli impiegati stolti, sordi e analfabeti, e non tiro in ballo né l’asino e nemmeno la capra, ho scritto un libro che ha scelto e ha spinto di chiamarsi: Cinquemila pagine, addirittura dopo la sfuriata iniziale dell’incipit, della parte centrale e quella finale, ambigua, perché nonostante fosse finito, potenzialmente e praticamente potrebbe continuare in un altro libro o il suo prosieguo, intitolato: Il libro che non finisce mai. Nel senso di andare a rompere e mandare in frantumi se non il concetto, l’atteggiamento posturale del millenario libro più famoso al mondo eppure meno scritto in senso lato: Il blocco dello scrittore.

    Comunque sia, così come viene o come va, il libro che ho scritto, scimmiottando o scopiazzando nessun celebre scrittore, si chiama: Una lunga pisciata intermittente, a prescindere, dall’incontinenza vescicale di tipo artigianale, compresa la morte, persino l’amore. Una lunga pisciata intermittente non è un offesa allo scrivere e tanto meno a pisciare: è semplicemente un momento di raccoglimento, un bisogno fisiologico che va coltivato come un sogno, un utopia, un desiderio di nessuno arricchimento materiale.

    Questo perché quando uno scrive, con tutto il trasporto possibile e romantico o proveniente dalla trance poetica o mefistofelica, nel senso di scrittore e poeta maledetto, che è in noi è più una cosa artigianale che chi sa quale sfaccimma di cosa è scrivere o che maronna incredibile e imperdibile sta facendo, ma solo il bisogno, la necessità di una pratica che emancipa, confrontandosi, se stessi.

    Artigianale e pisciare, sicuramente combattono dal basso, con tutti gli annessi e connessi con i ferri del mestiere che si fatica a riconoscere tale, ma se vogliamo pure dall’alto, sia il blocco dello scrittore o dello scrivente, ma anche il disagio di esistere, vivere e viversi tra l’alto e il basso, di lato e di sguincio. E perpendicolare.

  5. RobySan Says:

    Non si deve pisciare[*] perpendicolare. Nemmeno artigianalmente. Per non dir del controvento. E propongo di sostituire il blocco dello scrittore con il bloc-notes dello scrittore. Torna meglio utile.

    [*]: epperò la pipì può pure essere argomento poetico, come questo breve esempio mostra:

    Buena orina y buen color
    y tres higas al doctor

    Cierto doctor medio almud
    llamar solìa, y no mal,
    al vidrio del orinal
    espejo de la salud,
    porque el vicio o la virtud
    del humor que predomina
    nos lo demuestra la orina
    con clemencia o con rigor.

    Buena orina y buen color
    y tres higas al doctor

    [Luis de Góngora, Letrillas, 5 – 1591]

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