“L’amore ai tempi della deindustrializzazione”, di Gianni Dezanni

by

giannidezanni_lamoreaitempi

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

Se questo romanzo non venderà un accidente (come presumo), benché in libreria ci sia effettivamente andato (come so per certo), sia pure in pochissime copie (come inevitabile): be’, credo che l’editore possa pendersela solo con sé stesso. Già le fotografie di Bernd e Hilla Becher, pur essendo dei capolavori universalmente riconosciuti dalla comunità dei fotografi, risultano al pubblico di massa del tutto indigeribili; poi la grafica è da catalogo d’arte, non da romanzo (e infatti nello scaffale di fotografia l’ha trovato, questo romanzo, il vostro bibliofilo); le diciture di copertina sono così minute da risultare indistinguibili già a un metro di distanza; eccetera eccetera. Non spariamo ulteriormente sulla Croce rossa. Detto questo, il libro (dico: il libro; del romanzo parlerò poi) è veramente bello; la grafica sarà da catalogo ma è molto raffinata (soprattutto gli interni, con giochi di trasparenze e di inclusioni; per tacer dei pieni e dei vuoti); il rapporto tra testo e immagini, slegato da ogni significanza narrativa, è di una suggestione potentissima. Per pochi, naturalmente. Pochissimi. Voi (e su, pensàtelo: che culo!) potreste essere tra quei pochi.

L’autore, Gianni Dezanni, a me era noto solo come autore di una sorta di romanzo (e dico: una sorta; non per caso) intitolato Il suicidio di Angela B., pubblicato (nel 2001, da Monopolio Editore) come “romanzo nel romanzo” all’interno dell’omonimo Il suicidio di Angela B. di Umberto Casadei (Sironi 2003 – ovviamente fuori commercio). All’epoca la critica (che, in sostanza, approvò il romanzo pur trovandolo faticoso e imperfetto; quanto al pubblico, lo ignorò) fu in massa propensa a considerare “Umberto Casadei” come la persona reale e “Gianni Dezanni” come l’autore fittizio. Per parte nostra, e considerata l’ormai inoppugnabile esistenza di questo secondo romanzo, il cui autore (non serve un’analisi stilistica raffinata: è evidente alla terza pagina) è indubbiamente il medesimo autore del Suicidio, saremmo più propensi a pensare il contrario. D’altra parte, né il Casadei né il Dezanni risultano aver frequentato granché la società letteraria. In un articolo che non riusciamo a ritrovare (ma che ricordiamo perfettamente), Marco Candida avanzava l’ipotesi che il vero autore del Suicidio fosse il curatore della collana che lo ospitava, e nostro ospite qui in vibrisse, Giulio Mozzi; ma c’era pure chi sosteneva, come per esempio Lucio Angelini, Marco Candida non essere altro che un nom de plume di Giulio Mozzi (o, come ipotesi di riserva, che il Candida sia il ghost writer del Mozzi); e così via, in un moltiplicarsi di ipotesi, finzioni, sovrapposizioni, nascondimenti. Insomma: un guazzabuglio, di fronte al quale forse vale la pena di attenersi ai meri fatti materiali: Gianni Dezanni è indicato inequivocabilmente, in copertina e in frontespizio, come autore del romanzo L’amore ai tempi della deindustrializzazione. E qui mi fermo, onde evitar di dubitare della mia stessa identità (o che qualcuno, tra chi gentilmente mi legge, ne dubiti).

E veniamo dunque, finalmente, al romanzo. Le possibili letture di L’amore ai tempi della deindustrializzazione sono molteplici e richiederebbero pagine attente e dettagliate di analisi; il vostro bibliofilo, che non vuole tediarvi scrivendo un libro per parlar d’un libro, dirà solo che non ha potuto non restare ammirato dalla strenua volontà di omaggiare la letteratura scandagliandone le più remote potenzialità, con quel dar vita a un romanzo nato come ricordo privato e dilatato a conflitto generazionale, visione critica dell’opportunismo dei media, fino all’azzardo di costruire una fiction totalizzante – globale – che incamera cronaca e creatività, psicanalisi e diario privato, nel virtuosismo del romanzo assoluto. E’ difficile da amare, questo romanzo, lento nell’evoluzione narrativa, forse affaticato da un insitito reiterare di concetti, affermazioni, fobie, tradimenti, equivoci, paure relegate nella bassa umanità di una borghesia provinciale (ma assolutamente “italiana”); eppure il romanzo stratificato di Dezanni ottiene la promozione, se non il bacio accademico, per una strenua e genuina capacità di destabilizzare i canoni narrativi consueti; senza cadere nei vecchi riti e nei vecchi miti del romanzo antiromanzo sperimentale o d’avanguardia, ma con la capacità di spezzettare e ricostruire quella forma nella quale (secondo Milan Kundera) “si rispecchia lo spirito dell’Europa” attraverso le pieghe di un’oggettività strutturale moderna, attenta all’evoluzione dei tempi e al vuoto di valori della società.

Quanto alla storia, è semplicissima: un uomo, chiamato nel romanzo semplicemente “Gianni”, ed evidente alter ego (o idem ego?) dell’autore, s’innamora di Franca, una fabbrica di bambole di Monselice (Pd). Quando l’azienda chiude (a causa della crudele concorrenza cinese) e il capannone rimane vuoto e nudo (venduti macchinari, arredi, tutto) Gianni decide di trasferirvisi. Lì, quasi novello Robinson, s’ingegnerà a campare creando un piccolo orto e un allevamento di conigli, intrattenendo attraverso la recinzione (in buona parte scassata o divelta: ma Gianni non la varca mai) scambi con la popolazione del vicinato. Finché, in un 3 febbraio d’anno imprecisato, morirà di freddo. La vita di Gianni prima dell’innamoramento ci è raccontata per mezzo di un incastro di testimonianze funebri.

Un’edizione arrischiata, un autore proteiforme, una storia bizzarra, un’ingegnosità narrativa inusitata, uno stile metamorfico. Che dire? Un capolavoro, maybe

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6 Risposte to ““L’amore ai tempi della deindustrializzazione”, di Gianni Dezanni”

  1. Ma.Ma. Says:

    È come una scatola cinese, e non mi riferisco al romanzo…. Un giorno mi leggerò Fiction che ancora non l’ho fatto, magari ci troverò qualche personaggio di questi che mi aiuterà a sbrogliare per bene ‘sta matassa. O forse no e andrà bene lo stesso. Perché un pizzico di mistero non fa mai male. Giusto? ☺️

  2. acabarra59 Says:

    “ 28 gennaio 1994 – Vorrei farti capire come, nonostante le condizioni non proprio favorevoli: tutta quella gente, gli amici, la caciara, fra me e la signora che di recente ha perduto il marito, si fosse stabilita una silenziosa, promettente intesa. É ancora giovane, l’ho capito da un paio di sguardi sfuggiti alla conversazione, scoccati dai due accesi occhi neri, troppo accesi, troppo neri, per essere quelli di una sepolta viva. Così, vorrei che tu lo capissi, la mia sorpresa, la delusione, è stata notevole quando, andandosene, mi ha chiamato « Gianni ». Perché io, che mi ero convinto di aver stabilito un malizioso avventuroso feeling con la curiosa sconosciuta, assolutamente non mi chiamo « Gianni ». E tu lo sai. “ [*]
    [*] Lsds / 700

  3. RobySan Says:

    Più che ghost writer è guest writer. Candida, dico. Sul Dezanni e, via, sul Casadei, opero sospensione di giudizio: non li trovo sulla Treccani, su Wikipedia e nemmanco sul Chiaravalle. Forse, Bissolati, ha riportato erroneamente nomi e cognomi (eppoi, come diceva il vecchio prete del mio paese: “Se il dentro e il fuori non fanno pace, di giudicare non sono capace”[*]).

    [*]: be’, l’ho alterata un po’; lui diceva “Se il bianco e il nero non fanno pace, di predicare…”, ma transeat.

  4. enrico ernst Says:

    … la fabbrica di Monselice si chiama (oppure è) Franca? (si nota una certa sintonia con tanto cinema di Marco Ferreri, sbaglio?)

  5. Cristian Says:

    ho avuto in mano anni fa Il suicidio di Angela B., un bel tomo, che ho leggiucchiato qua e là, ho sfogliato, ho cercato di vedere come era fatto, non capivo dove l’autore voleva andare a parare … Non mi attirava – ci sarebbe voluta troppa buona volontà – quindi non l’ho letto.

  6. Ennio Bissolati Says:

    Gentile Enrico, lei evidentemente non ha l’età per ricordare le Bambole Franca.

    Gentile Cristian, le consiglierei un approccio diverso al romanzone di Casadei: cominciare dal principio e viaggiare verso la fine. Poi, se si stuferà, pazienza.

    Gentile RobySan, il suo modo di fare il finto tonto è delizioso.

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