“Quello che verrà”, di Michela Fregona / 18

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Leggi il capitolo 18 di Quello che verrà di Michela Fregona

Leggi il capitolo 18 di Quello che verrà di Michela Fregona

[Continua la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Ogni lunedì un capitolo. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Vai al capitolo precedente].

Quando gli elicotteri tornano indietro per la terza volta, tagliando davanti alle montagne, la sensazione diventa evidenza: sta succedendo qualcosa di grosso. Non è il Soccorso Alpino. E neanche un Suem di volata verso gli ospedali della pianura, oltre il passo Fadalto.
Questi, scuri lunghi e troppo radenti, sono nuovi per il cielo basso di questa periferia della periferia d’Italia.
È un mattino secco di ottobre. Siamo usciti che le campane di Santo Stefano cominciano appena a suonare il mezzogiorno: tra noi, scivolati fuori dall’ultimo portone di ferro del carcere, e l’acropoli del centro storico, c’è la valletta verde aperta dal torrente Ardo. Il giardino del carcere di Baldenich è un posto assurdo, fermo nel tempo, incoerente con il dolore dei muri tirati su dai Gesuiti. C’è perfino un gazebo di ferro battuto, gentile, con le rose che gli crescono in primavera a godersi lo spettacolo in anfiteatro delle montagne appena oltre la città.
Il tempo che Cecco si accenda la sigaretta (il pollice destro che sfrega sul meccanismo della piastrina, l’altra mano curva, a riparo della fiamma), e i tre bestioni blu ci passano davanti.
«E questi?»
farfuglia il fumatore, tra le nebbie in uscita dal naso.
«Boh».
«Ma sono gli stessi di stamattina?»
«Pare».
Effettivamente, il rumore che torna indietro e riempie tutta la valle, amplificato dalle pareti delle montagne in semicerchio, è lo stesso di due ore e mezzo prima, quando, all’entrata, abbiamo preso la stessa infilata di porte al contrario: attesa ed elicotteri in porta due, attesa ed elicotteri in porta tre, poi il doppio klank del blindo. Corridoio con odore di cipolle e il neon, stinto: sala polivalente; enorme, gelidina, sporca. Come sempre. E gli elicotteri solo un pelo attutiti sopra le nostre teste.
«Sembra la polizia, no?»

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