“Quello che verrà”, di Michela Fregona / 17

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Leggi il capitolo 17 di Quello che verrà di Michela Fregona

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[Continua la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Ogni lunedì un capitolo. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Vai al capitolo precedente].

Il primo di settembre è un giorno di sole. Guardarlo, e farsi venire lo struggimento da laguna, da Venezia, da lido, è tutt’uno. Errore. Non c’è inganno più perfido della luce di settembre sulle montagne. Tempo un paio di settimane, e l’aria diventerà cruda, le giornate brevi: si sa benissimo, ma non ci si vuole credere.
In segreteria Francesca è già sotto assedio: con una mano risponde al telefono, con l’altra consulta il computer, con la faccia fa segno di aspettare. Pile di carte alte mezzo metro si stanno mangiando la stanza, dal tavolino alla scrivania, dalla sedia al davanzale.
A inizio anno, gran parte del lavoro del Ctp pesa tutto sulle sue spalle: iscrizioni, liste, classi di lingue, di italiano e di informatica, laboratori prendono forma e sostanza, tutti quanti, attraverso un traffico telefonico spaventoso. Io, il centralino della Nasa, me lo immagino proprio così, il giorno dell’invasione degli extraterrestri. Senza contare gli affezionati: un plotone di inossidabili nonnetti che, ormai, hanno fatto qualsiasi corso ma, pur di non mollare, rifanno tutto daccapo, e si presentano sulla porta della segreteria facendo cucù, serafici:
«A-la vist?»
dicono a Francesca, con un’arietta a metà tra l’orgoglio e la sfida:
«Son ancora qua: vecio, ma son ancora qua!»

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Una Risposta to ““Quello che verrà”, di Michela Fregona / 17”

  1. Pensieri Oziosi Says:

    Testo molto bello, letto tutto con piacere.

    Faccio notare soltanto un punto che forse potrebbe essere migliorato: l’inizio dell’incontro con la direttrice del carcere mi ha tratto in inganno, facendomi pensare che fosse da sola. Il carattere della Gina viene introdotto ma non viene detto che all’incontro c’è anche lei, così che l’enunciato «Perché poi potreste anche sentire la nuova professoressa
    volontaria…», l’avevo attribuito alla direttrice, impressione rafforzata dal commento successivo [Che già
    l’educatrice chiami una “professoressa”, è sorprendente] che io avevo supposto fosse dovuto al fatto che l’io narrante si aspettasse l’utilizzo di professore, al maschile, tipico della direttrice. Quel “educatrice” mi era sembrato un errore di battitura.

    Mezza pagina più sotto, quando Gina viene menzionata esplicitamente mi ha sorpreso.

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