“Le palle”, di Curzio Malaparte

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di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

lepalleCurzio Malaparte pubblicò nel 1949 il romanzo La pelle, che suscitò immediato scandalo per il modo tutt’altro che edulcorato nel quale presentava le relazioni tra le truppe alleate e la popolazione nell’Italia occupata. Tanto violento e tanto estremo era il quadro, che addirittura il romanzo fu subitamente messo all’indice dalla chiesa (allora, va detto, di vedute assai meno larghe rispetto all’oggidì). E’ questa è storia nota. Ma pochi sanno che tra le carte dello scrittore-giornalista pratese, deceduto nel 1957, fu ritrovato un dattiloscritto di terrea visionarietà, che riprendeva e riscriveva il precedente capolavoro collocandolo in un immaginario futuro (di soli tre anni posteriore a quello immaginato da Orwell) e in tutt’altro luogo: non più la grande, popolana, magmatica città di Napoli ma in una borghesemente grassa e ricca cittadina dell’hinterland milanese. E se La pelle è un romanzo terribile, altrettanto terribile è Le palle.

Una terribile peste dilaga a Cologno Monzese dal giorno in cui, nel gennaio del 1987, i primi camorristi vi entrarono in qualità di condannati al soggiorno obbligato: una peste che corrompe non il corpo ma l’anima, spingendo gli uomini a farsi sudditi e le donne a farsi serve. Trasformata in un inferno di abiezione, la ridente cittadina brianzola offre visioni di un osceno, straziante orrore: la ragazzina che in una tabaccheria, aprendo «lentamente la rosea e ancora tenera manina», fa cadere un grammo di coca nella mano ansiosa e sudata di un giovane dipendente di società finanziaria in bancarotta; la maschera di untuoso rispetto che tutti gli abitanti si applicano in faccia nel momento in cui incrociano le macchinone dalle quali, ininterrottamente attaccati al telefono, i boss locali decidono appalti e assunzioni, licenze edilizie e commerciali; i bambini che con addosso il vestito migliore si mettono in fila per ricevere, alla festa scolastica di Natale, il panettone gentilmente offerto a tutti, a titolo personale, dal candidato sindaco don Ciccio Ingravallo. La peste – è questa l’innominabile verità – è tutta nella mano falsamente benevola, sudata e aggressivamente tesa di coloro che si sono presentati come i salvatori della cittadina dal degrado, dall’amministrazione postcomunista e dagli immigrati. Null’altro rimane allora se non la lotta per salvare le palle: non l’anima, come un tempo, o l’onore, la libertà, la giustizia, ma le palle: per le quali vengono, e non metaforicamente, appesi coloro che tentano di sottrarsi al contagio.

Che dire? Di profeti inascoltati l’Italia, da Machiavelli in qua, abbonda e sovrabbonda; e fin troppo facile sarebbe accostare questo romanzo futuristico, se non distopico, senz’altro postumo, all’opera stranitamente futuristica e distopica e anch’essa (ma totalmente) postuma del povero Guido Morselli. Fattostà che la fortuna che ironicamente arrise alle pubblicazioni post mortem di Morselli a questo romanzo ultimo di Malaparte non è stata concessa: pubblicato da Vallecchi in un’edizione scorretta e dimessa, velocissimamente sparì dalle librerie e financo dalle bancarelle del reso e dell’usato, forse oggetto d’incetta da parte di quegli stessi soggetti criminali e organizzati oggetto della feroce, tremenda, apocalittica satira malapartiana.

Al lettore d’oggi che abbia la buona sorte d’imbattercisi, Le palle può insegnare molto sull’Italia d’oggi e forse, ahimè, di domani e di dopodomani. Purtroppo non risulta accolto in alcuna biblioteca: l’attuale dirigenza della casa editrice Vallecchi (la cui proprietà è nel frattempo passata di mano tante di quelle volte da dissipare completamente la memoria aziendale) nega addirittura che sia stato mai pubblicato. Sic transit gloria mundi.

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5 Risposte to ““Le palle”, di Curzio Malaparte”

  1. acabarra59 Says:

    “ Castiglioncello (LI), 8 luglio 1962, pomeriggio – L’aspetto ma ancora non si è fatta vedere. Intanto guardo il paese. La mamma ci veniva quarant’anni fa. Allora non doveva esserci niente. Mi ha sempre detto di una spiaggia che si chiamava « Chioma ». È quella che ora si chiama « Chioma beach », e con questo nuovo nome ha perso quasi tutto del misterioso fascino che ho sempre trovato in quella parola. Se molto è cambiato da allora, molto deve essere rimasto lo stesso. Penso a quelle foto che ho visto tante volte: la mamma, giovanissima, su una barca, fra i ciottoli di una spiaggetta, qualche « fusto », negli anni Venti, in muscolosa maglietta a righe. Sorridono, come sorride la gente in vacanza. Come sorride la gente nelle fotografie. Penso a un’altra foto: il nonno e la mamma, bambina, lui alto, con i baffi, e il cappello: stanno insieme ma hanno l’aria un po’ impacciata. Soprattutto l’uomo. Anch’io mi sento sempre un po’ in imbarazzo con lei. Come se ci fotografassero. “ (Francesco Ingravallo, Il diario di uno spaesato) [*]
    [*] Lsds / 669

  2. Sergio Pasquandrea Says:

    la recensione è talmente bella che il romanzo bisognerebbe scriverlo sul serio

  3. RobySan Says:

    Questa credenza, che i romanzi recensiti dal Bissolati non siano mai stati scritti e cha la loro realtà sia bensì frutto di fantasia, deve essere dissipata: si tratta semplicemente di romanzi pubblicati in tirature rimaste alla prima edizione e per questo difficilmente reperibili oggi. Tutto qui. Anche il pensiero che il Bissolati non esista è del tutto privo di fondamento. Bissolati c’è.

  4. acabarra59 Says:

    “ Domenica 17 gennaio 2016 – Dice Gigi Proietti – che è l’unico « comico » che mi piace veramente, per cui ho stima, e anche una specie di affetto, o forse qualcosa di più – che, sotto una di quelle scritte « Dio c’è », qualcuno, a Roma, ha scritto: « O ci fa ». Mi sembra molto bello. Soprattutto l’idea che Dio sia un gran comico, un super-comico. Un capocomico? “ [*] [**]
    [*] Sostituire “ Dio “ con “ Bissolati “.
    [**] Lsds / 670

  5. acabarra59 Says:

    “ 22 luglio 1994 – Che cosa dice la copertina di questo Diario di Morselli edito da Adelphi nell’’88? Che Morselli aveva la macchina quando ce l’avevano pochi, anzi, a guardare meglio, che era un « lancista », dunque che era un « borghese », negli anni Cinquanta. E dopotutto è la verità. (A patto di sapere come erano veramente gli anni Cinquanta). (Però, dato che consiste di una fotografia di Morselli appoggiato alla sua Lancia, targata VA 22707, che guarda cautamente sorridendo verso l’obbiettivo, si può affermare che la copertina di Adelphi dice anche un’altra cosa e cioè che i morti ci guardano, cautamente sorridendo, da qualche parte. E anche questo, in un certo senso, è vero). “ [*]
    [*] Lsds / 671

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