“La conservazione delle cose impalpabili”, di Matteo Bussola

by

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri dei quali sostiene di essere pressoché l’unico lettore. gm]

ocabussolaMatteo Bussola è un (ancor) giovane e (molto) stimato disegnatore di fumetti. Lavora per l’editore italiano Bonelli e per editori francesi. Il popolo del web lo conosce soprattutto per le brevi storie (ma a volte sono solo noterelle, immagini, riflessioni) che da tempo pubblica in Facebook: nelle quali (pressoché quotidianamente) racconta (con delicatezza, umorismo, affetto, nonché acuto senso morale e civico) le avventure della sua bella famiglia (tre bimbe splendide e tremende, un uomo e una donna innamorati come se essere innamorati fosse la cosa più naturale del mondo). Ma il piccolo, prezioso libro del quale qui parliamo (La conservazione delle cose impalpabili, Edizioni dell’Oca, tiratura limitata) non è (come qualcuno potrebbe temere) una raccolta di quelle fortunate storielle. E’ un libricino che ricorda piuttosto, ma a un livello di raffinatezza e sensibilità assai più alto, un’opera come La première gorgée de bière et autres plaisirs minuscules di Philippe Delerm.

La nostra vita, dice Bussola (ed è una grande banalità, questa, ma la virtù di Bussola sta proprio nel rendere interessante ciò che ci appare banale), è piena di cose impalpabili che non sappiamo come conservare, se non nella memoria e nel racconto. Il pulviscolo nell’aria in cucina, una mattinata fredda ma ancora senza neve, il canterellare di una bambina mentre disegna, un’ombra che spaventa all’improvviso, lo sguardo d’un cane, la spossatezza che ti prende quando tutti hanno mangiato e ti tocca lavare i piatti, l’odore delle case degli altri, la carezza inaspettata, e così via. Roba da sdilinquirsi, penserà il lettore scafato. Romanticume della peggiore specie, penserà la lettrice navigata. Ebbene sì: ma ebbene no. Perché Bussola è capace di parlare di queste cose con tanta naturalezza, con una lingua così convinta e cordiale, con tanta trasognata precisione, da scansare senza nemmeno (apparentemente) accorgersene tutti i pericoli. La cattiva letteratura (anzi: la pessima letteratura) è appena al di là del bordo del racconto, ma Bussola non oltrepassa mai (ripeto: mai) quel bordo. E in questo, mi si permetta di dirlo, in questo c’è del genio.

E quindi? Un felice capolavoro minore, direi. Minore, perché ci sono cose ben più importanti nella vita che il pulviscolo nell’aria in cucina eccetera. Ma un capolavoro, perché (udite, udite) questo piccolo libro è capace di cambiare la vostra sensibilità. Dopo averlo letto il pulviscolo nell’aria in cucina non sarà più per voi ciò che era prima, eccetera. La vostra vita (la parte minima della vostra vita, quella che regola i bàttiti del cuore) cambierà.

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7 Risposte to ““La conservazione delle cose impalpabili”, di Matteo Bussola”

  1. acabarra59 Says:

    “ Martedì 5 gennaio 1999 – Ho sognato Fanfani. Aveva più di novant’anni e stava benissimo. Forse c’entra con il fatto che ho sentito dire che il 1999 è stato proclamato « anno mondiale della terza età ». La « terza età » non è la vecchiaia. La vecchiaia può essere anche brutta, triste, dolorosa; oppure precoce; oppure « lunga »; oppure bella, anzi splendida. Si può essere « grandi vecchi », si può essere « poveri vecchi », dipende da come va: la vecchiaia è un rischio, un colpo di dadi, un’incognita. E poi è personale, cioè dipende dalle persone: io sono vecchio, lui è vecchio, anche lei lo è, anche se non vorrebbe esserlo. Si diventa vecchi. Si muore vecchi. Ci si sente (o non ci si sente) vecchi. La « terza età » invece è sicura e impalpabile, anonima e implacabile come una definizione sociologica, come un titolo di giornale, come una formula di governo. Come una nuova malattia, come una finanziaria, come una statistica, come un sondaggio. La « terza età » fa rima con « società », con « normalità », e, dopotutto – soprattutto – con « felicità ». Per essere uno della « terza età » bisogna essere stato un « giovane », oppure un quarantenne (meglio se « splendido »). Forse la « terza età » fa rima soprattutto con « comicità »: per essere della « terza età » bisogna essere sempre stati comici. Oppure bassi, anzi nani. Oppure pittori. Oppure democristiani. Come Fanfani. Questo lo dico alle 5 di mattina, quando sono già sveglio da un’ora, e francamente mi sembra un po’ troppo. « Troppo sveglio? » No, troppo presto « Forse dipende dalla “ terza età “… » Facciamo vecchiaia, che è meglio. “ [*]
    [*] Lsds / 643

  2. amandamelling Says:

    Io adoro la capacità di alcuni scrittori di mostrare i dettagli in una forma vibrazionale seppur statica degli oggetti e dei corpi. Per questo ho amato i film La grande bellezza e American beauty. È facile tirare fuori grandi temi che già di per sé fanno buon brodo, invece trovo molto difficile insegnare agli altri a soffermarsi sulle piccole incredibili sfumature che il cervello per una strana forma di masochismo non recepisce. Eppure servirebbe proprio per vivere intensamente. Sembra un libro interessantissimo!

  3. Non Cogito, Ego Sum Says:

    Bussola non ha scoperto nulla di nuovo, ma la roba vecchia (o banale) è quella più dimenticata e/o nascosta, il che la rende più nuova del nuovo che è già vecchio. Perciò, lode a chi si prende il disturbo di andarla a prendere in cantina, o dagli occhi di un cane, per farcela vedere.

    A proposito, American Beauty è il più bel film degli ultimi quindici anni di storia del cinema e degli ultimi trentasei della mia storia biologica.

  4. amandamelling Says:

    Sicuramente è un capolavoro, nonostante utilizzi mezzi semplici per arrivare al senso della vita: la foglia spazzata dal vento, sentirsi vivi per uno sbandamento erotico, ricominciare ad essere giovani e morire. Il tutto impregnandosi totalmente di bellezza con una pioggia di petali di rose.

  5. Donatella Says:

    Quale sarà la prossima (ed eccellente) recensione di Ennio Bissolati? Probabilmente uno dei libri presenti nella “Grande storia della letteratura inedita in Italia” di Giulio Mozzi, un volume imprescindibile per chi si occupa di letteratura e critica.

  6. Ennio Bissolati Says:

    Divorciados!, di Alejandro Manzon.

  7. acabarra59 Says:

    “ 18 luglio 1987 – Perché in quel nome « regolizia » così spesso udito usare da Omodée, in circostanze è vero diverse, ma non di rado con l’intenzione di offrirmene, presentando con un’indocilità tuttavia carica di determinazione il povero prodotto, il piacere infimo, infantile dopotutto, un godimento a buon mercato che proprio perciò appunto era sfida volermene partecipare, superando d’un balzo, nel bastoncino nero gommoso, abissi di differenza sociale nonché il tempo anagrafico ricondotti in quel ciucciare a un’ora preadulta naturalmente promiscua, scuola, giardino, oratorio, estate – accettare un dono è sempre accettare il donatore, un atto di riconoscimento dell’altro, ed è per questo che i greci vanno temuti essendo risaputo che portano doni e ogni cavallo si ha un bel non guardarlo in bocca prima o poi si rivela sempre di Troia -, in quel nome che storpiava nella bocca triviale di Omodée il corretto, prezioso quasi di un esotismo settecentesco « liquirizia », sostituendo con un moto brutale un qualche odore di questura o di convento (o di fisiologia muliebre) un sentore d’ordine al tenue impalpabile bouquet di fragranze e letterarie e musicali e mistiche che sprigionava il termine proprio, in quel « regolizia » sembrava dunque a me in quell’epoca condensarsi più efficacemente che in ogni perorazione l’elenco dei torti che soffrivo o presumevo di soffrire o temevo che in un tempo più o meno futuro avrei sofferto da parte di Omodée, questo grazioso persecutore « donatomi » è il caso di dirlo in circostanze di cui solo più tardi avrei saputo decifrare a fondo l’ordito da qualcosa che ancora in quel tempo non avrei potuto chiamare altrimenti che con il nome ovvio e abusato di Destino. Fu così una rivelazione, ennesima purtuttavia della serie delle scoperte che andavo facendo ma non per questo meno capace di sovvertire in un attimo il sistema dei miei convincimenti aprendo un varco attraverso il quale non avrei più potuto evitare che si precipitasse la folla di tutte le altre verità misconosciute ognuna avendo, già lo sapevo, le fattezze di Omodée, elementi di un puzzle che, se mi ero ostinato a tenere disperso, ormai stava ormai per ricomporsi in un ritratto, quel volto conosciuto e negato sempre guardato di sbieco, ecco da me, il genuino storpiatore se non di nomi certo di facce, fu una rivelazione scoprire che il plebeo « regolizia » era legato da parentela strettissima evidente all’occhio e all’orecchio con il francese « réglisse », era il legittimo erede anzi, di quella nobile lingua meritando così di conservarne il fascino e l’autorità, da me sempre avvertita, riconosciuta come emblema del suo potere. – Giacché una lingua è come una donna che seduce e domina assai più con il bastone che non con la carota, essendo anche questa capace di nuocere se mantenuta cruda fatta indigesta al mangiatore comunque bastone alla digestione. E così Omodée e la sua « regolizia » riscattati dal disprezzo che tanto a lungo gli avevo riservato, brutti anatroccoli, principi rospi, sorgevano in una maestà inusitata e letteraria e musicale e mistica e politica come quella della lingua rivelatasi madre, di fronte a me fatto di un colpo orfano nudo e grosso e stupido come il vocabolario in cui avevo fatto la mia scoperta. La « regolizia », pensai allora, non è sempre vero che fa digerire. “ [*]
    [*] Lsds / 645

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