Esperimento di poesia lavando i piatti (post partecipativo)

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Ecco i piatti. Per l'esperimento di poesia, leggi l'articolo

Ecco i piatti. Per l’esperimento di poesia, leggi l’articolo

di giuliomozzi

Delle varie forme di questa poesiola senza alcuna pretesa, qual è la più opportuna? E, soprattutto, perché una forma vi pare più opportuna di un’altra? Perché un a capo così è meglio o peggio di un a capo cosà? Si possono ovviamente proporre altre forme – la regola è che le parole sono quelle e quello è il loro ordine: si intervenga sulla punteggiatura e sulla spezzatura in versi.

1.
E quindi: lavò i piatti e fu
felice, avendoli
lavati bene. Così
morì, e si conservi la memoria
di un’azione compiuta come
andava compiuta.

2.
e quindi lavò i piatti
e fu felice
avendoli lavati bene.
Così morì
e si conservi la memoria
di un’azione compiuta
come andava compiuta

3.
e quindi lavò i piatti e fu
felice avendoli
lavati bene. Così
morì, e si conservi la memoria
di un’azione compiuta
come andava compiuta

4.
e quindi lavò i piatti e fu
felice, avendoli lavati bene.
Così
morì, e si conservi la memoria
di un’azione compiuta
come andava compiuta

5.
e quindi lavò i piatti
e fu felice, avendoli
lavati bene. Così morì
e si conservi la memoria
di un’azione compiuta
come andava compiuta

53 Risposte to “Esperimento di poesia lavando i piatti (post partecipativo)”

  1. Alessandra Carloni Carnaroli Says:

    e quindi lavò
    i piatti e fu felice avendoli
    lavati bene.
    Così morì
    e si conservi
    la memoria
    di un’azione compiuta
    come
    andava compiuta.

    il perché, in effetti, mboh.

  2. Morena Silingardi Says:

    Per il mio orecchio poetico, spesso stonato secondo canoni condivisi, la prima è di gran lunga la migliore. Soprattutto per la punteggiatura, che avrei usato nell’identico modo.
    Mi si confà la prima riga: atto conclusivo compiuto, potrebbe quasi finire lì (diede un senso a se stesso nell’atto del lavare i piatti, ma forse sarebbe difficile pensarlo possibile).
    Secondo il mio senso logico, in un susseguirsi di azioni che poco ha a che vedere con la poesia, io l’avrei scritta così, con l’aggiunta di una virgola:

    E quindi: lavò i piatti e fu felice,
    avendoli lavati bene.
    Così morì,
    e si conservi la memoria
    di un’azione compiuta
    come andava compiuta.

  3. Giulio Mozzi Says:

    Eh, ma se non provate a dire il perché (dire “per il mio orecchio” non è un dire perché), non possiamo riflettere e quindi non possiamo imparare niente.

    Provo a dire io: l’orecchio di Morena, totalmente sordo alla poesia, (😉 ) preferisce la forma più prossima alla prosa: cioè quella in cui gli a capo coincidono con l’andamento sintattico. Per questo elimina le inarcature e mette una virgola davanti al gerundio.

    Alessandra, invece, nel tentativo disperato di ottenere un “effetto poesia” da una materia di per sé così poco “poetica”, aumenta il numero degli a capo e produce dei versicoli simil-ungarettiani, infallibile marchio di poesia.

    Due soluzioni, per così dire, opposte. Ma queste (sui perché) sono ipotesi mie. Morena, Alessandra: se non vi garbano, proponete le vostre.

  4. Cristian Says:

    siccome il testo nella sua brevità punta ad una certa icasticità epigrammatica (in senso originario), epigrafica, epitaffica, punteggiatura e versificazione dovrebbero conformarsi sottolineare questo carattere del testo. Per cui ad esempio bene il punto le maiuscole quei due punti iniziali. Forse si potrebbero isolare le diverse azioni verso per verso … Allora:
    E quindi:
    lavò i piatti,
    e fu felice
    avendoli lavati bene.
    Così morì,
    e si conservi la memoria.
    Di un’azione compiuta
    come andava compiuta.

  5. Camilla Kamy Costa Says:

    La scriverei più o meno così:

    E quindi:
    lavò i piatti
    e
    fu felice,
    avendoli lavati bene.
    Così morì,
    e
    si conservi
    la memoria
    di un’azione
    compiuta
    come andava
    compiuta.

    Semplicemente perché nel mio intendere, la poesia oltreché parole è molto altro. Il linguaggio della poesia ha una forza estrema, molto maggiore e totalmente differente dalla prosa. Chi scrive poesia e chi ama leggerla è reattivo a questo tipo di connessione. Non basta la parola, non basta il verso. Occorre un tutt’uno che può essere presente anche in una parola sola. Una singola parola incasellata al posto giusto che sia per in grado di evocare proprio quel significato, e solo quello soltanto. Nella poesia c’è un legame fortissimo che da alle parole un peso altrimenti inimmaginabile. Un peso racchiuso nell’insorgere di sensazioni visive, uditive, tattili e finanche olfattive. La poesia è anche musica, le parole danzano proprio come le note su uno spartito. Per questa ragione il poeta sente il bisogno di scomporre in versi. Le pause, tra un parola e l’altra, sono fondamentali proprio a questo scopo. Poi, la sensibilità poetica è cosa di ognuno. In fondo non sono moltissimi i suoi cultori. La poesia, come da sempre si dice, è per pochi.

  6. Morena Silingardi Says:

    Sì, sì, è proprio come dici, Giulio! D’altronde, chi meglio di te sa del mio orecchio totalmente sordo alla poesia? (😉 )
    Voglio dire: senza teorizzarlo consapevolmente, preferisco la forma più prossima alla prosa, per questo inserisco la virgola prima del gerundio. D’altronde, gli enjambements della versione 1, quella a me più consona, sono troppi, a me sembrano di maniera (un po’ come i versi simil-ungarettiani resi dal verso breve):

    E quindi: lavò i piatti e fu
    felice, avendoli
    lavati bene. Così
    morì, e si conservi la memoria
    di un’azione compiuta come
    andava compiuta.

  7. Cristian Says:

    Mi stavo proprio interrogando dopo l’invio sul carattere troppo ungarettiano della mia versificazione. Allora così:

    E quindi:
    lavò i piatti,
    e fu felice
    avendoli lavati bene.
    Così morì,
    e si conservi la memoria.
    Di un’azione compiuta
    come andava compiuta.

    Ma allora è proprio una epigrafe e non una poesie e proprio un’epigrafe per uno che lava i piatti … Allora magari conversione a U e qualcosa invece più antologia di Spoon River :
    E quindi lavò i piatti e fu felice avendoli lavati bene.
    Così morì e si conservi la memoria di una azione compiuta
    come andava compiuta

  8. Stefania Says:

    La 2. Perchè gli a capo, e l’unico punto, mi pare diano risalto alle due parole chiave della poesia (felicità e morte).

  9. Giulio Mozzi Says:

    Ma uno “stile Spon River“, Cristian, temo richiederebbe una sintassi un po’ diversa, del tipo:

    E quindi lavò i piatti, e fu felice
    perchè li aveva lavati bene.
    Poi morì.
    Si conservi la memoria di un’azione compiuta
    come andava compiuta.

    O addirittura la prima persona:

    E quindi lavai i piatti, e fui felice
    perché li avevo lavati bene.
    Poi morii.
    Conserva la memoria, viandante,
    di un’azione compiuta
    come andava compiuta.

  10. Ma.Ma. Says:

    Quindi, restando coerente con quanto già detto, provo a dire la mia secondo la “pancia“.
    La 1 mi sta simpatica perché mi è parso di riconoscere la tua andatura? (Ci sono i 2 punti!).
    La 3 e la 5 non mi piacciono per niente, perché mentre la prima parte è spezzata bloccando la frase a casaccio (così pare a me), la seconda va via liscia liscia. La 2 è coesa (si può dire?), anche se il ritmo è parecchio piatto, un po’ da prosa, da sms. La 4 a dire il vero è quella che preferisco. Perché anche se le frasi si spezzano, in punti meno prevedibili, hanno una specie di senso compiuto, che cambia rispetto a quello che potrebbe essere, lasciandole sulla stessa riga.

  11. Franca Figliolini Says:

    e quindi lavò i piatti e fu
                                  felice
    avendoli lavati bene.
                                  Così morì
    e
    si conservi la memoria di un’azione
    compiuta come andava compiuta

    Farei così, per dare risalto alla felicità e alla morte e far rotolar via veloce il siparietto conclusivo…🙂

  12. Franca Figliolini Says:

    ah non così… felice era sotto a fu e così morì sotto a bene….

  13. Giulio Mozzi Says:

    Ho aggiustato la disposizione del testo, Franca. Avvìsami se non va bene.

  14. Cristina Natale Says:

    E quindi
    lavò i piatti e fu
    felice
    avendoli lavati bene.
    Così morì. E si conservi
    la memoria di un’azione
    compiuta
    come andava compiuta.

    Ho provato a sottolineare il fatto che morì felice per aver compiuto bene un’azione e quello è ciò che va conservato. Però non so se ci sono riuscita.
    A te i dettagli tecnici; Giulio.

  15. Giulio Mozzi Says:

    Ma.Ma.: ma nella mia terza versione il primo verso,

    e quindi lavò i piatti e fu

    è simile al

    attraversò la strada e non

    dell’altro giorno: un novenario tronco. (Ha però l’accento in quinta sillaba, e quindi è – per così dire – più propriamente un novenario e meno un endecasillabo tagliato: è uno di quei novenari che piacevano tanto a Pascoli – “il cielo fu pieno di lampi”, ec.)..

    E anche nel testo dell’altro giorno a una parte iniziale con inarcature più forti

    attraversò la strada e non
    s’accorse; fu
    più tardi ricomposto. Ne

    seguiva una seconda parte che “fila via” relativamente “liscia liscia”

    dispose la riesumazione
    un magistrato, qualche mese
    più tardi e il camionista
    andò libero essendo state trovate
    tracce di eroina

    Più che di “casaccio”, forse si potrebbe parlare di “tic”, o di “maniera” – o, se proprio si vuole, di “andatura”.

  16. silvano forte Says:

    e quindi
    lavò i piatti

    e fu

    felice
    avendoli lavati

    bene
    così

    morì

    e si conservi
    la memoria

    di un’azione
    compiuta
    come andava
    compiuta

    il focus è l’ineluttabile. di qualcosa che deve necesseriamente avvenire, senza rimedio, tramite azioni cronologiche. fossero i piatti, fosse la morte. perché è sempre di morte che parla la poesia. anche se in veste di felicità che infatti non prosegue, è limitata al tempo della fine del lavaggio dei piatti. ode alla scomparsa. ma non della memoria, non della qualità.

    e quindi (finalmente la decisione)
    lavò i piatti (azione)

    e fu (fine delle azioni)

    felice
    avendoli lavati (già trascorso)

    bene (il solo modo di farlo)
    così (un solo modo di farlo)

    morì (fine dell’azione)

    e si conservi
    la memoria

    di un’azione
    compiuta
    come andava
    compiuta

    (lode del gesto e della sua qualità, non della persona che l’ha compiuto)

  17. Ma.Ma. Says:

    Uhm… Sì, ma anche la 4 (che dico di preferire) comincia proprio con “e quindi lavò i piatti e fu”… e infatti mi piace molto (forse mi piace pure di più quella della numero 1, con il due punti dopo quindi). Mentre a me, al mio orecchio (stonato, credimi) non sembra liscia la seconda parte del testo che riprendi. Sarebbe stato liscio se fossero rimasti insieme “mese – più tardi” e soprattutto “camionista – andò”. (Scusa per il termine “casaccio”, che visto così è brutto). Sì, l’andatura: ci sta.

    Credo che la differenza tra la 4 e le altre stia soprattutto nella seconda frase. Mi serviva qualcosa in più al “felice avendoli”. Comunque più ci penso e più mi piace la prima. Sai perché? È quella più diversa. Me ne accorgo perché per vedere le differenze tra le altre devo continuare a rileggerle, non le memorizzo. La prima invece è chiara. Non mi serve rivederla. E il diverso, alla fine attrae. Spesso.
    (Giulio, ti ho già detto vero che non capisco nulla di poesia?).

  18. RobySan Says:

    Marcia bersagliera, fuori tema:

    Giulio Mozzi fu felice
    fu felice a lava’ i piatti,
    a lava’ per bene i piatti
    Giulio Mozzi poi schiattò.

    Si conservi la memoria
    d’un’azione ben compiuta,
    di ‘sti piatti ben lavati
    dal buon Mozzi che schiattò.

    [sull’aria di “Garibaldi fu ferito”]

  19. Valentina Durante Says:

    Nella mi assoluta ignoranza poetica dico: punteggiatura e a capo devono farmi vedere cose che altrimenti non vedrei. Dunque scelgo la prima, con una modifica agli ultimi due versi. Così:

    E quindi: lavò i piatti e fu
    felice, avendoli
    lavati bene. Così
    morì, e si conservi la memoria
    di un’azione compiuta
    come andava compiuta.

    Cosa ci ho visto io:

    E quindi: lavò i piatti e fu – I due punti introducono alla constatazione: fare qualcosa (ad esempio: lavare i piatti) equivale a esserci. Noi siamo quello che facciamo, le nostre azioni.

    felice, avendoli – Ma se il fare equivale all’esserci, la felicità, per come la vediamo noi (cioè: lui, non la voce narrante), è data dal possedere.

    lavati bene. Così – Ci si focalizza sul così, sul “in questo modo”: la felicità sta nell’illusione che questo modo (esserci attraverso il fare, essere felici attraverso il possedere) sia intrinseco al vivere.

    morì, e si conservi la memoria – Eppure questo modo porta alla morte, al non esserci più: l’unica cosa che resta, e che possiamo conservare, è la memoria.

    di un’azione compiuta – si conserva la memoria delle azioni, non le azioni stesse, né la persona che le ha compiute, né le cose che sono state possedute.

    come andava compiuta. – ma, in fin dei conti, questo è quello che facciamo noi esseri umani. Il nostro destino è questo: cercare illusoriamente la felicità, il nostro esserci, nel fare e nel possedere. Non possiamo fare altro.

    Però non so: mi sa che ho scritte solo sciocchezze.

  20. stefaniazan8 Says:

    E quindi lavo’ i piatti
    e fu felice,
    avendoli lavati
    bene. Cosi
    morì, e si
    conservi la memoria
    di un’azione compiuta
    come andava compiuta.

  21. rmammaro Says:

    divertente:

    E quindi lavò
    e fu felice,
    i piatti bene
    avendoli lavati.
    Cosi mori,
    e conservasi memoria
    di azione compiuta
    compiuta
    come andava

  22. Elianto Says:

    E quindi lavò i piatti.
    E fu.
    Felice, avendoli
    lavati bene.
    Così.
    Morì.
    E si conservi la memoria
    di un’azione
    compiuta.
    Come andava compiuta?

  23. Elianto Says:

    M’è partito un pagò. Era un lavò. Chissà che ne direbbe, il Freud dei lavapiatti…

    [Ma ho corretto, Elianto. gm]

  24. Cetti Petrillo Says:

    E quindi:
    lavò i piatti.
    E
    fu felice
    avendoli lavati
    bene.
    Così morì.
    E
    si conservi
    la memoria di un’azione,
    compiuta
    come andava
    compiuta.

    io l’ho già detto nel primo di questi post “sono ignorante”, di metrica non so niente, inoltre sono stonata come una campana, ma ho sempre creduto di avere orecchio. Quando scrivo cerco di seguire “il tempo” che sento dentro di me (quando canto senza voce, cioè solo nella mia testa, sono intonatissima!).

  25. manu Says:

    e quindi
    lavò i piatti e
    fu felice, avendoli lavati.
    bene così.
    morì.
    e, si.
    conservi la memoria
    di un’azione compiuta come andava.

    compiuta.

    (non so commentare)

  26. danieladelcore Says:

    E quindi lavò i piatti e
    fu felice,
    avendoli lavati bene.
    Così morì e
    si conservi la memoria
    di un’azione compiuta
    come andava compiuta.

    La scriverei così, perché se ricorro all’enjambement, tanto vale che utilizzi la frattura della sintassi in uno dei suoi modi soliti, e quindi o tra soggetto e predicato, tra predicato e complemento oggetto, tra sostantivo e complemento di specificazione o come in questo caso, tra la copula “e” e il predicato nominale “fu felice”, a prolungare il senso logico e a incuriosire.
    Cosa potrà mai fare il soggetto della poesia dopo aver lavato i piatti?
    Quella “e” alla fine del verso crea la giusta suspance e prolunga il periodo logico. Non metterei i due punti, perché questi servono a introdurre una spiegazione del periodo precedente. Cosa succede nel periodo precedente? Nulla! “E quindi” non è nemmeno una frase ma semplicemente una congiunzione e un avverbio, non meritano di stare soli e creano un’inutile cesura.
    Il verso “fu felice” può rimanere solo a dare risalto allo stato d’animo conseguente all’azione precedente e alla precisazione successiva. “Così morì e” ripete il pathos di cui alla prima enjambement, inoltre risulta corto come il secondo verso, si crea una bella alternanza nella prima parte del testo: verso lungo, verso corto, verso lungo, verso corto.
    La seconda parte del testo che s’incentra quasi su una prescrizione, un comando, la concepirei così come l’ho scritta, apparentemente più prosaica, apparentemente perché quel “compiuta” alla fine del penultimo verso, viene ripetuta nella stessa posizione dell’ultimo verso, si tratta di un’epifora, la figura speculare dell’anafora, a dare maggiore enfasi al concetto.

  27. acabarra59 Says:

    “ Torino, novembre-dicembre [1973] – Lei chiese: « Hai lavato i piatti? ». Lui rispose: « Sì ». Lei commentò giuliva: « Che bravo! ». Lui pensò: « In certe cose non mi batte nessuno ». Poi si alzò, la raggiunse – ella scriveva e la sua figura era dolce e serena nella quiete dell’ultima sera -, e, stringendole le piccole mani, le disse: « Amore… » « Sì? » « Amore, vuoi essere la madre dei tuoi figli? ». “ [*] [**]
    [*] Lsds / 625
    [**] Torno subito dietro la lavagna…

  28. Cetti Petrillo Says:

    Io vorrei imparare, la pregherei Sig. Mozzi di spiegarmi che versione ho dato. grazie.

  29. danieladelcore Says:

    Ps. Vorrei specificare che trasgredire alle regole in funzione di un effetto musicale e poetico migliore, si può e si deve fare.

  30. Giulio Mozzi Says:

    Danielatiprego. “Suspense”, non “suspance”.

  31. danieladelcore Says:

    Scusate che orrore!

  32. amandamelling Says:

    e quindi lavò
    i piatti e
    fu felice avendoli
    lavati bene.
    Così morì e
    si conservi la memoria di
    un’azione compiuta come
    andava compiuta

    Il perché non lo so…

  33. Donatella Says:

    Mi piace la numero 3. Gli enjambements sottolineano la rapidità del quotidiano che nei gesti consueti della donna scorre via, apparentemente banale e ripetitivo. Il verso finale è il sigillo della dignità dei suoi gesti. Trovo che le parole chiave della poesia (ovviamente secondo la mia soggettivissima interpretazione), “felice”, “lavate bene”, all’inizio del verso e “memoria” alla fine, suggeriscano il valore dell’azione. L’epifora finale “compiuta”, la intendo proprio come “portare a termine”, quasi il senso della vita del personaggio risiedesse nell’umiltà di quello che faceva e nella sacralità con cui lo ha fatto.

  34. Stefano Serri Says:

    E. quindi lavò i piatti.
    E. fu felice avendoli.

    “Lavati”.
    Bene: così.

    Morì.

    E.

    “Si conservi la memoria di un’azione
    compiuta come andava compiuta”.

  35. GiuseppeC Says:

    E quindi
    Lavo’ i piatti e fu felice
    Avendoli lavati bene.
    Cosi’ mori’
    E si conservi la memoria di un’azione
    Compiuta come andava compiuta.

  36. Alessandra Celano Says:

    E quindi lavò i piatti, e fu felice
    avendoli lavati bene.
    Così morì
    e si conservi la memoria
    di un’azione compiuta
    come andava compiuta.

    Per il primo verso scelgo l’endecasillabo che, a prescindere dalla mia personale passione, mi pare adatto a raccontare un fatto in maniera piana, ordinata.
    “Avendoli lavati bene” mi procura qualche difficoltà, forse perché non mi piace molto, forse perché ”avendoli lavati” sembrerebbe introdurre un secondo endecasillabo che, però, muore sul nascere. Il secondo verso lo eliminerei addirittura, anche perché il fatto che i piatti siano stati lavati bene lo si dirà comunque alla fine.
    Scelgo l’a capo, la pausa dopo “Così morì”, perché la notizia è inaspettata, non prevedibile alla lettura dei primi due versi, e quindi ci fermiamo, un po’ sbigottiti. Gli ultimi tre versi mi pare che determinino un ritmo coerente con il contenuto, compiuto come andava compiuto.

  37. GiuseppeC Says:

    Ok un minimo di poetica sulla mia: nascondere la voce autoriale, esporre il minimo stato di energia o riposo delle strutture prendendo il verso come unita’ di misura, fare in modo che ogni verso sia autonomo e possibilmente indipendente, una sottopoesia. Le altre versioni sono egualmente possibili e tutte di pari valore, se sono anche riuscite dipendera’ dall’intenzione a priori dell’autore. Con queste poche parole, peraltro, e’ gia’ possibile imitare il ritmo di tutti i poeti maggiori di questi anni, tanto per ribadire che i modi ed i valori letterari sono una pratica sociale invece che la tendenza a qualche metafisica. Tutto questo per me, ovviamente, che di letteratura ho fatto la scorpacciata fino a trent’anni e poi sono guarito uscendo dalla voce autoriale, un processo fisico di guarigione, diventando un monatto che guarda il mondo e lo compara a quello visto con la voce.

  38. GiuseppeC Says:

    E’ interessante notare che la struttura di minimo dispendio della materia o di equilibrio ha una sua forma ma di tutto questo e di piu’ lascio dire al collega Carpina eheh.

  39. Bandini Says:

    Io voto la seconda versione. Provo a dire perché: non ha enjambements, e quindi mi sembra molto piana e scorrevole (mi scuso per l’uso di aggettivi così poco tecnici), ed è così che nel mio cuore immagino la felicità di cui si parla qui: semplice, dimessa, quasi sfacciata, e senza virgole.

  40. Bandini Says:

    Donatella: perché dici “donna”? Nella poesia non è specificato.

  41. Attanasio Grunto Says:

    Scelgo la 2, perché privilegia l’aspetto della narrazione (e in questa poesia la narrazione, credo, è l’aspetto principale) e la 5, perché è quella che più si avvicina a un’idea di ritmo.

    Il mio contributo è il seguente:

    E quindi lavò i piatti e fu felice
    avendoli lavati
    bene, così.
    Morì.
    E si conservi la memoria
    di un’azione compiuta
    come andava compiuta.

    Si parte da un endecasillabo e lo si diminuisce sempre più, arrivando fino alla morte; così come il protagonista che, nella mia visione, si assottiglia sempre più consumandosi nell’atto ultimo del lavaggio dei piatti. Gli ultimi tre versi, più o meno regolari, servono da epitaffio.

    In ogni caso, il fatto che non sia possibile tirare fuori una metrica convincente (o almeno: io non ci riesco) mi infastidisce non poco, perché per me la poesia è fatta di tante cose, tutte importanti, e tra queste c’è la metrica, e dunque deve esserci una struttura ritmica del verso ben precisa, con gli accenti e le lunghezze giuste. In questo senso, modificando un po’ le parole, una versione potrebbe essere questa (in endecasillabi):

    E quindi lavò i piatti e fu felice
    avendoli lavati così bene.
    Morì. Se ne conserva la memoria
    per quell’azione ultima compiuta
    come doveva essere compiuta.

    Non è dato sapere se “l’azione ultima” ben fatta sia stata lavare i piatti o morire.

  42. Donatella Says:

    Hai ragione Bandini, non è specificato, potrebbe benissimo essere un uomo, è che mi piaceva immaginarla così, anche perchè mi sembra una figura molto nobile nella convenzione del suo ruolo.

  43. dm Says:

    La mia soluzione è questa.

    E quindi lavò
    i piatti.
    E fu
    felice (avendoli lavati bene): così
    morì e
    si conservi
    la memoria di un’azione compiuta come andava compiuta

    (lavò / i piatti, perché mi pare che così dicendo all’azione si restituisca la giusta innaturalezza.
    Il “così” al terzo verso è, a una prima lettura, ambiguo: sembra inizialmente significare “[e fu felice … così]”, un’ostensione; il verso successivo trasforma l’ostensione in una conseguenza – mi pare che in questo passaggio di senso, nella semiosi ad altalena che dice e smentisce ci sia qualcosa di interessante. E questo è ovviamente un procedimento – che tra l’altro uso spesso – più utile in prosa che in poesia, dal momento che la poesia vive di continue riletture, mentre la prosa si consuma in fretta, diciamo.
    La chiusa ha quella sfumatura per così dire burocratica per cui mi pare abbia un certo effetto senza gli accapo… Ecco.
    Non dico nulla di metrica per evitare di dir castronerie. Pur avendo letto tonnellate di versi nella mia vita, ho conservato un orecchio da prosatore prosastico, e a volte prosaico. Fine.)

  44. Cristian Says:

    eh sì Giulio Mozzi d’accordo (su Spoon River): qui c’è una misura … classicista? per cui insomma è vera la versione 1, e chiusa lì

  45. Giulio Mozzi Says:

    Alessandra, Attanasio: ma l’endecasillabo

    E quindi lavò i piatti, e fu felice

    come lo accentate? In quinta? (“lavò“).

  46. Alessandra Celano Says:

    No, Giulio, non in quinta. Io lo sento accentato in sesta: e quìndi lavò i piàtti e fu felìce, come *nel mezzo del cammìn*, e come se l’accento di lavò scomparisse: lavoipiàtti. Insomma c’è una sinalefe tra *lavò* e *i piatti*, nonostante lavò sia parola tronca. Probabilmente è poco corretto, poco canonico, ma io lo sento così

  47. Attanasio Grunto Says:

    In seconda, in sesta e (ovviamente) in decima:

    e qu >IALI> ce

    L’accento di “lavò” si deve sentire, ma non tra quelli principali.
    La differenza con un verso sostanzialmente identico ma con il termine “lavo” (senza accento):

    e quindi lavo i piatti e son felice

    consiste nel fatto che la “o” di “lavò” è appena un po’ più lunga, mentre con “lavo” è la “a” a essere più lunga. Ma sono variazioni minime.

    Almeno, io lo sento così.

  48. Attanasio Grunto Says:

    Ops, il commento è venuto fuori male (non dovevo usare i caporali). Volevo evidenziare le sillabe accentate, ci riprovo con le maiuscole:

    e quIndi lavò i piAtti e fu feLIce.

  49. francafi Says:

    va benissimo, Giulio🙂

  50. DANTE TORRIERI Says:

    Io la preferirei una con più punteggiatura:

    1- Punto interrogativo;
    2- Puntini di sospensione;
    3- Due punti;
    4- Punto esclamativo;
    5- E parentesi.

    Giusto per dare più incisività, al senso delle parole della poesia, tipo quella che segue…per l’appunto:

    E quindi? Lavò i piatti…
    E fu felice? Avendoli lavati bene…
    Così morì: e si conservi la memoria
    (di un’azione compiuta come
    andava compiuta!)

  51. Mimmo Pugliese Says:

    Quoto silvano forte.
    Anch’io avevo pensato di proporre una forma molto simile alla sua e per gli stessi motivi:

    E quindi:
    lavò i piatti
    e fu
    felice,
    avendoli
    lavati
    bene.
    Così
    morì.
    E si
    conservi
    la memoria
    di un’azione
    compiuta
    come
    andava
    compiuta.

    I versi in questo modo hanno una musicalità più funerea.
    Ho immaginato il componimento come conclusivo di una silloge di poesie aventi come oggetto ricette o liste di pasti (magari postate sui social🙂 )

  52. Maria rosa Says:

    Questa è la mia proposta di versificazione:

    E quindi lavò
    i piatti
    e
    fu felice
    avendoli lavati bene.

    Così morì

    e
    si conservi la memoria
    di un’azione
    compiuta
    come
    andava compiuta.

    L’a capo dopo il verbo “lavò” crea una sospensione sull’azione che viene completata semanticamente dal sostantivo che segue nel verso successivo. La congiunzione l’ho isolata in modo da creare una forte cesura tra l’azione di lavare i piatti e il sentimento di felicità che ne consegue. Il gerundio successivo ne spiega la causa e conclude la prima parte dei versi.
    Tra questa prima serie di versi e la seconda, ho introdotto uno spazio per creare una cesura netta tra soggetto poetico e sfondo sociale, inserendo al centro “così morì” : il verbo perfettivo marca l’ineluttabilità della morte. E ancora la seconda congiunzione “e” , isolata in un versicolo, lega, nell’ultima parte di versi, ciò che si deve tributare al soggetto poetico, cioè “la memoria” dell’azione ecc. ecc. I tre enjambement finali creano la coesione formale tra gli ultimi versi e marcano semanticament la durata dell’azione.

  53. Bruno Chiaranti Says:

    E quindi:
    lavò i piatti e fu felice,
    avendoli lavati bene.
    Così morì,
    e si conservi la memoria
    di un’azione compiuta
    come andava
    compiuta.

    No

    Ma,
    non lavò i piatti
    ed ebbe disgusto
    di tutta la sporcizia nell’acquaio.
    E continuò a vivere
    e nessuno ricordi
    un’azione sospesa
    che non poteva essere
    sospesa.

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