“Quello che verrà”, di Michela Fregona / 12

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Leggi il dodicesimo capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

Leggi il dodicesimo capitolo di Quello che verrà di Michela Fregona

[Continua la pubblicazione del romanzo di Michela Fregona Quello che verrà. Ogni lunedì un capitolo. Immagini a cura di Albergo Bogo]. [Vai al capitolo precedente].

Il preside si chiama Remigio Battaglia. Nonostante il cognome, non l’ho mai visto con le armi in mano. Piuttosto, preferisce la schermaglia sotterranea: la sua vera arte è la guerriglia psicologica. E la sua strategia più raffinata resta l’esercizio del senso di colpa.
Da giovane, è stato prete. Poi ha vinto l’amore.
Dicono fosse anche molto bello.
Ha dei figli bellissimi, in effetti.
Quanto a lui oggi – il dolcevita grigio sotto la giacca, gli occhiali fumè, certe maglie sempre color frate, la faccia giallo-pallida, una stempiatura alta e una cerega rotonda che ricorda la tonsura – sembra quello che è: un ex prete. Che non ha dimenticato: la carità, il prossimo, la volontà di ascoltare, la capacità di intessere rapporti, il senso della gerarchia. E l’importanza della politica.
Con gli umili è sensibile (quasi sempre). Con i forti sta ben attento a non pestare nessun callo. Crede nella persuasione, nel peso del silenzio – che però non sempre viene percepito, soprattutto da chi non ha nessuna intenzione di percepire. E allora si impermalisce.
È il suo ultimo anno di presidenza. Che cosa potrà farsene, dopo, di tutto il tempo di una giornata, senza la scuola, nessuno se lo immagina.
È un uomo all’antica: che crede nel valore dell’istruzione, nel senso formativo dello studio, nell’istituzione scolastica. Cose che non vanno più molto di moda.
All’educazione degli adulti tiene molto. E per questo pretende molto. Sa di pretendere. Nonostante questo, a volte, pretende ancora di più. È allora che, nella riunione del lunedì mattina, ci si scanna. Le posizioni estreme sono due: quella di Alessandro, che dice sempre di sì soffrendo e sapendo che si soffrirà ancora di più, ma che, nonostante tutto, si arrende sempre, rosicando.
E la mia.
Espressa per dritto.

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