“La donna è il proletario del sesso”

by

di Elisabetta Rasy

[Questa recensione del romanzo Cella di Gilda Policastro è apparsa nel supplemento domenicale del quotidiano Il Sole 24 ore domenica 6 dicembre 2015].

GildaPolicastro_CellaIl lamento femminile d’amore appartiene a una lunga e nobile tradizione letteraria, dalle Heroides di Ovidio alle seicentesche Lettere di una monaca portoghese fino a La voce umana di Jean Cocteau, un genere letterario in cui, nella lontananza crudele dall’amato, si intrecciano recriminazione e risentimento con ricordi appassionati e rimpianto della felicità perduta.

Ma nel nuovo romanzo di Gilda Policastro, il terzo di questa autrice che è anche poeta e saggista, tale tradizione subisce una radicale metamorfosi: una donna abbandonata piange il suo abbandono, ma se l’assenza dell’uomo è desolante e mortifera, la sua presenza è stata devastante e mortificante. Siamo negli anni Ottanta in un Sud che sceglie della modernità il lato peggiore, passando dalla sottomissione ai potenti alle connivenze col malaffare. Cella, la protagonista alla quale la figlia e il figliastro hanno affibbiato questo soprannome di cui solo alla fine si capirà il significato, è una donna ancora giovane, non ha che trentanove anni, ma ognuno di essi pesa come un macigno su spalle che la vita ha precocemente piegato. Vive in una grande casa in un piccolo paese con la figlia diciottenne con cui, le sembra, non c’è che odio e reciproca vergogna. Entrambe hanno «un fantasma con cui fare i conti, un padre distante». Quello della madre è morto dopo una vita problematica e di discontinua presenza familiare, quello della ragazza, l’uomo di Cella, è lontano, latitante agli occhi della legge ma soprattutto a quelli della sua famiglia: prima del codice penale ha infranto sistematicamente e ripetutamente il codice degli affetti.

Il sempre assente Giovanni è «un seduttore ostinato», uno di quelli che «spargono nel mondo figli e infelicità». Cella non ne è stata conquistata quanto violentemente sedotta, acquisita: povera e ignara, già preda, da ragazzina, di un piacere maschile che esclude quello femminile se non per lampi violenti e dolorosi. In questo drammatico monologo costruito come un’incalzante recita sacra, nelle parole di Cella che inseguono allo stesso tempo brandelli di realtà e frammenti di un personale delirio, la donna è il proletario del sesso: ha a che fare con un padrone maschile che esercita il suo potere in tre forme diverse, il possesso, l’umiliazione, l’abbandono. La sessualità, e più in generale tutto ciò che tocca il corpo femminile, non è che atto traumatico, una pratica nemica. Le pene che gli uomini subiscono sono differenti: il seduttore Giovanni, medico stimato e riverito in un Sud dove l’adulazione si allea alla corruzione, finirà travolto da scandali politici che incrociano affari sporchi e terrorismo. Sullo sfondo dei quali è radicata una diffusa manomissione delle donne di cui Cella è vittima incapace di difendersi, preda di amplessi che, desiderati o meno, hanno sempre la violenza di abusi. Anche le altre donne sono distanti e ostili, la misteriosa ex terrorista che la sfrutta per suoi personali fini e soprattutto la figlia. Con Elena, la ragazza che studia e fa progetti emancipati per il suo avvenire, siamo in tempi nuovi e diversi. Ma nella sua anaffettività, nella sua durezza c’è forse, come in un negativo fotografico, la traccia di un’antica umiliazione femminile che una laurea e una brillante professione non riescono a cancellare.

Leggi l’intervista a Gilda Policastro pubblicata in vibrisse.

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