Dieci cose che un autore deve o non deve fare in occasione della presentazione di un proprio libro (vale anche per le autrici)

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Un autore presenta la propria opera

Un autore presenta la propria opera

di giuliomozzi

1. Non deve arrivare in ritardo. Anzi: se arriva un po’ in anticipo, girella per la libreria, si presenta a chi ci lavora, prende confidenza con l’ambiente, sta nella stanza o nell’angolo dedicato alla presentazione per presentarsi alle persone che man mano arrivano – è molto meglio.

2. Non deve fare osservazioni sul modo in cui è esposto il suo libro e sulla quantità delle copie. Il libraio sa fare il suo lavoro o non lo sa fare: nel primo caso, avrà sicuramente ragione lui; nel secondo caso, comunque le cose non cambiano.

3. Non deve protestare perché non ha trovato nel quotidiano locale la notizia dell’appuntamento: potrebbe essere uscita il giorno prima, e comunque far uscire la notizia è lavoro dell’editore.

4. Deve fare quattro chiacchiere con il presentatore o la presentatrice prima dell’inizio dell’incontro. Si tratta di decidere il punto d’attacco e due o tre punti per i quali passare. E magari anche la pagina da leggere.

5. Deve preparare la lettura. Se non ha una specifica preparazione o un particolare talento, è bene che legga alla come viene viene, con un po’ di lentezza, senza pretendere di fare il fine dicitore.

6. Non deve usare l’incontro per polemizzare con chi ha recensito negativamente il suo libro. Se chi ha recensito negativamente il suo libro è presente in sala, lo inviti (dopo la metà dell’incontro) a dire le sue ragioni.

7. Deve rispettare il presentatore o la presentatrice.

8. C’è un’eccezione al punto 7: quando il presentatore o la presentatrice tenta di strumentalizzare l’incontro per scopri suoi personali (per esibirsi, per accattivarsi l’autore, per provare davanti al mondo la propria superiorità sull’autore e sul pubblico presente, eccetera). In quel caso ogni aggressività è lecita.

9. Deve essere contento, se almeno una persona si presenta. E se nessuna persona si presenta, si goda la serata libera.

10. Se si trova costretto a disdire, dica perché e autorizzi gli organizzatori a dire il perché al pubblico presente.

15 Risposte to “Dieci cose che un autore deve o non deve fare in occasione della presentazione di un proprio libro (vale anche per le autrici)”

  1. amnerisdicesare Says:

    direi che sono il minimo sindacale anche della buona creanza… ma è sempre bene elencare. non si sa mai…

  2. francesca Says:

    D’accordo su tutto. In particolar modo sul punto 8. Cazzotti, verbali o no.

  3. Luan Says:

    Decalogo piuttosto anodino e inane, come dite voi a Padova.

  4. Monica Bauletti Says:

    Già, non solo non si sa mai, ma si sa spesso che l’autore, soprattutto se è famoso, arriva tardi e spesso non chiede nemmeno scusa. Non saluta quando arriva, aspetta di essere presentato e poi saluta e ringrazia, ma si vede che recita e che tutto è preparato, a me è capitato e mi ha dato anche fasidio. Il Mozzi no. Lui arrva prima e accoglie gli ospiti come fanno i bravi padroni di casa. Tutto il resto oltre che educazione è buongusto. Avere una scaletta da seguire serve a dare corpo all’incontro, ci vuole organizzazione per la serenità di chi parla e di chi ascolta. Mi è anche capitato di assistere a interventi da parte del pubblico che miravano a rubare la scena all’autore e a mettere in mostra conoscenze e capacità a mio avviso dubbie, tuttavia sufficienti a impressionare il pubblico presente. Anche questo è biasimevole, e ancora di più quando i vicini di sedia dell’intervenuto/a fanno i complimenti per l’intervento; pietoso e stomachevole, anche questo mi è capitato e mi ha dato fastidio.

  5. Ma.Ma. Says:

    È vero Monica, a volte il problema si nasconde tra il pubblico. Purtroppo (e per fortuna) non è però un fattore controllabile. Il peggio che ho visto durante una presentazione riguarda l’intervento di un’autrice camuffata da spettatrice. Era accompagnata da un complice. In pratica, quest’ultimo approfittando dello spazio per le domande ha attirato l’attenzione su di sé per portare poi a conoscenza dei presenti l’esistenza della signora tal dei tali, che è stata poi invitata dallo stesso complice ad alzarsi per farsi vedere: «Anche lei ha scritto un romanzo molto bello: posso confermarlo io che l’ho letto.». Nell’imbarazzo di tutti e in particolare dell’ospite d’onore che era allibito, l’autrice ha poi confermato spiegando il titolo e il contenuto del suo «capolavoro».

  6. Giulio Mozzi Says:

    Ma.Ma., il tuo aneddoto mi ricorda una scena di “Ecce Bombo”. Quella dell’esame di maturità (la battuta è al minuto 4.45).

  7. Ma.Ma. Says:

    Che ridere, Giulio: è preciso, preciso! Non il contesto, ovvio, ma quel che conta in entrambe le scene è il serio convincimento dei protagonisti, secondo me. Cioè: pure la “grande autrice” della presentazione ci credeva davvero. Non un filo di ironia, di sdrammatizzazione… Ecco, invertendo le parti, anche quando assisto a una presentazione non mi dispiace se l’autore ogni tanto non si prende troppo sul serio.

  8. RobySan Says:

    Caro R.,

    che magnifica giornata di lettere. Potrei quasi cominciare con un settenario sdrucciolo, ma non lo farò. Alle ore 17 la sala appariva deserta. Un’avvenente quarantenne con voce d’angelo e lineamenti belluini, i lunghi lisci capelli corvini rifluenti sulle spalle ben proporzionate mi accoglie freddamente, come s’i fossi lo scocciatore di turno. “Non c’è ancora nessuno”. Di una tale perspicacia il più integerrimo e duro degli uomini potevasi innamorare, ma non io. In compagnia di Paola esco dalla “sala della poesia”, un bugigattolo parso uscir dall’incipit di Finale di Partita, quando Clov medita su Zenone e monologando attacca con un “tre metri per tre metri per tre metri”. Qui i metri son financo due, e l’aria, che innaturalmente puzza di libracci marci e di deodorante per capelli, va contesa a tutti gli altri, quando ci saranno. Usciamo e giù fino alla miracolata chiesa di San Lorenzo, scampata al bombardamento inglese del ’41 e fatta santa nel ’79. Osservo attentamente la bomba inesplosa e rimugino sulla possibilità di riutilizzarla qualche centinaia di metri più a nord. Ritorniamo su, sono le 17.20, noto movimento all’interno dello stambugio. Entro in compagnia di Paola, mi accoglie C., che mi scambia per qualcuno a cui doveva dei soldi e fugge via. Poi ritorna, “Son io, C., un tuo autore!”. Ritorna! Mi riconosce, mi stringe la mano, ci sediamo. L’avvenente quarantenne sfodera la voce d’angelo per introdurre un giovin poeta inedito c’avrebbe preceduto l’altrettanto giovin (?) poeta edito: io. Ora la memoria non mi sorregge ma dovevano esserci tre o quattro casalinghe (due casalinghe e due da casa di riposo per l’onor del vero), due ragazzine, un tale alto e brutto, A. B., una ragazza che invece d’entrare nell’attiguo bar è entrata nella stanza della Poesia e non osa uscirne. Non ricordo altri. Attacca il giovin poeta inedito, e tale resterà in eterno, se non vogliamo sperare nella pazzia d’un editore. C’è un palco con un microfono, sembra un qualche festival o una manifestazione. Sale il giovine. Giovine è giovine, sui vent’anni, e già m’attacca l’invidia. Ma si ferma lì. Legge con foga, il turgidello, con entusiasmo gioviale anziché giovanile. Spiega le sue poesie. Scopriamo così che è un vero corteggiatore, uno spiaggiajolo notturno di quelli che co’ costumi di fiori s’accendono fochi in riva al mare e ‘un vorresti mai trovartelo sulla tu’ strada manco per sbaglio, perché son quelli che a le ragazzette piacciono, un po’ tenebrosi, co’ capelli zozzi ma lisci come bisce e un filo lunghi. Insomma, per farla breve un tizio che poteva essere uscito da Altri Libertini di Tondelli, un po’ meno frocio e tossico, quello pur ammettiamolo, ma sempre appartenente a quella varia gioventù che ahimè detesto (non detestando invero Tondelli, affatto). E questo, sia detto con una vena di rimpianto, potrebbe riguardare invece la mia vecchiaia incipiente, che s’assurge a decrepitezza in ispirito, sebbene l’istinto alla conservazione della specie, e di più quello alla piacevolezza della penetrazione, ancora mi sorregga. S’arrabatta, l’autostoppista, tra fogli e foglietti e trojate da sussurrare al massimo alle sedicenti quindicenni del XXI secolo, e legge, neppur male tutto sommato, raccontando questo e quello, perché scrive e perché non scrive, perché legge e perché non legge, costringendo le mie stanche palpebre a un peripatetico sonno moderatore. A Paola piace, chissà perché. Del resto non lo ascolta quasi. Non mi pongo il problema e resto fisso nella tensione prestazionale. Quasi rapito, inebriato dalla Circe presentatrice o avvenente quarantenne per convenzione, mi faccio suino e le domando se possa mettere al servigio della mia poesia quell’allodolesca voce tratta da un grammofono de’ la seconda guerra. Acconsente tra dubbi e maledizioni, la troja maga. E sia. Orbene tocca a me. Dopo quaranta interminabili minuti (sui quindici, massimo venti che aveva a disposizione), il surfista ha terminato. De jà terminao? ‘Catroia avevo già pensato di uscire per comprare viveri di prima necessità, almeno assorbenti, lucidalabbra e rimmel per donne, garze, tappi per le orecchie e una bottiglia di Sansimone per i maschi. Ma fa niente, tocca a me. Io presento “J.”, il mio libercolo. Siore e siori buonasera. Non so più cosa dire. Partiamo dal titolo. No. Se ci fosse il mio amico R. introdurrebbe lui. Racconto du’ baggianate sul titolo e sto per cedere la parola alla voce usignolesca della mia lettrice, quando il mio editore irrompe sul palco, uscito da un mondo di donne volanti, razzi animati e prati illuni sui quali si rincorrono vergini ignude. E’ un brav’uomo, C., non ho dubbi. Inoltre spiega che l’Editore crede in me: “Crediamo in lui”. Se ne va, mi ripassa il microfono. Il microfono c’è affinché le nostre tonanti voci si diffondano contro li muri de la stanza, e con un gran rimbalzare d’avverbi, pronomi e congiuntivi, queste forino il cerume delle orecchie facendo impazzire tutti. Ho il microfono in mano. Presento me stesso letto da cotal femmina brunita. Sale ella, io scendo. La sua voce è figlia d’Hypnos e della Notte, sorella de’ zufoli e cuculi, parente stretta della Sybilla. Legge bene, cioè orribilmente. E qui non starò a dilungarmi. Legge bene, anzi benissimo, e più andiamo oltre co’ superlativi più inorridisco. Finisce di leggere e mi ricede ancora il microfono. Ma che il cul ti faccia trombetta, angelica donna, e che un foco di sant’Antonio s’affacci negli angoli meno nobili ma non meno belli del tuo corpo mezzo vecchio. Cosa me ne faccio di questo microfono? Faccio cadere una orripilante fotografia con poesia appesa dietro la mia testa, e subito una bionda decrepita, fors’uscita anzitempo dal negozio di parrucche di Via del Campo per venir ad ascoltare le mie poesie, fors’anche cacciata da un qualunque parrucchiere per africani, s’avvicina preoccupata per la fotografia, parendo una vecchia preoccupata per la sorte del vaso di porcellana regalatole settant’anni prima dal parente di uno zio di suo marito. Ma la foto è integra, benanche scivolata sotto la suola delle mie scarpe. Impiastricciarla non sarebbe stato delittuoso, ma l’ho restituita alle mani della decrepita biondona, c’ha subito preso a rigenerare globuli rossi e bianchi e tutta contenta se n’è andata così com’era venuta. C. non ha venduto un libro, tranne a B., costretto a comprarlo dal sottoscritto, salvo poi esser costretto a pagare aperitivo e cena. Le due giovani troje sedute dietro a Paola sono uscite, incuranti delle buone maniere ma asfissiate dal turbinio del giovine inedito, non appena s’è cominciata la letture delle poesie edite. Una silenziosa ragazza in fondo alla sala s’è dileguata mentre salutavo la folla. Le casalinghe discutono animatamente di una recita, e a quel punto l’autostima già precaria è fulminata. Il tizio alto e brutto mi saluta e se ne va. Io Paola e B. salutiamo C. e prendiamo a passeggiare per le vie di Genova. Aperitivo, cena da Ugo e Uga o Uto e Ughi dove bevendo un pigato ho mangiato stinco con patate al forno. Non male. Passeggiamo sul ponte monumentale, scorgo Genova dall’alto, sono con Paola e B., la presentazione del mio libro (non brutta, non tragica, semplicemente nulla), l’ho già dimenticata da un pezzo. Mi restano nelle orecchie le mie poesie lette da quell’angelo bruno che avrei strozzato dopo i primi tre versi.

    Tuo G.

  9. Giulio Mozzi Says:

    Ma.Ma.: secondo me bisogna prendersi sempre sul serio. E quindi riconoscere, innanzitutto, che siamo solo servi inutili, granelli di sabbia portati dal vento, umili fibre dell’universo.

  10. Nicola Gallino Says:

    Ne aggiungerei almeno altrettante sul rapporto che deve tenere con il pubblico, le diverse tipologie-fenomenologie di mostri che tra esso si annidano e relative domande-standard. Rimando alla lettura dell’aureo libriccino “E così vorresti fare lo scrittore” di Giuseppe Culicchia.

  11. Giulio Mozzi Says:

    I mostri sono pochi. Pochissimi.

  12. Ma.Ma. Says:

    Giulio: è vero, non siamo nessuno… ma, cavoli, detto come lo dici tu sembra meraviglioso. Ad ogni modo, alla fine di questa presa di coscienza seriosa, mi piace pensare che un sorriso ci starebbe comunque bene…

  13. Giulio Mozzi Says:

    Volevo dire, con un po’ di enfasi scherzosa, che tra “prendersi sul serio” e “prendersi troppo sul serio” c’è un abisso.

  14. Ma.Ma. Says:

    😀

    (PS: e io che per un attimo avevo intravisto un pizzico di romanticismo, in quell’enfasi scherzosa; mi sembrava strano…)

  15. Daniela Nardi Says:

    Sempre saggio, anche nell’ironia.🙂

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