Note di lettura: “Il canale bracco” di Marino Magliani.

by

di Luigi Preziosi

 Si può raccontare un canale? Un fiume può avere una sua storia, un inizio e una fine, tante vicende collaterali che affluiscono in quella principale, una tensione ad evolvere verso una dimensione maggiore, altro fiume o mare che sia, con tutti i simbolismi che ad una simile condizione si possono annettere, uno scorrere che può essere trama ed intreccio, partenza ed approdo. Il mare è avventura, prima di tutto interiore, figura dell’infinito, mutevolezza inesauribile di forme. Ma un canale potrebbe anche non avere una storia, un senso da restituire a chi ne accerta la natura di mero tramite, possibile non luogo nel suo connettere posti che sì hanno una loro identità, fatta di relazioni, di commerci, di attività: al massimo, nella sua mancanza di inizio e di fine mostra la relatività dei rapporti, la variabilità delle prospettive a seconda delle distanze. Occorre una singolare finezza di sguardo, che oltrepassi l’ovviamente visibile per cogliere in un canale vita che meriti di essere raccontata, ed è proprio ciò che dimostra di possedere in abbondanza Marino Magliani in Il canale bracco (Fusta editore, 2015).

Uno straordinario nitore espressivo rivela la profondità dell’indagine psicologica che anima il libro, seconda anta di un dittico iniziato un anno fa con Soggiorno a Zeewijk (Amos edizioni, 2014). Non ne è tanto una continuazione (che presupporrebbe uno svolgimento lineare di entrambi i testi, il che non è): rispetto al primo, qui c’è piuttosto un ulteriore ampliamento d’orizzonte, pensieri e nostalgie nascono nell’ininterrotto flusso di spunti che l’osservazione acuta del mondo fornisce spesso a chi sa guardare. In Soggiorno a Zeewijk, uno scrittore italiano in Olanda studia con curiosità la vita dei suoi concittadini, soprattutto guardando attraverso le vetrate delle loro case, e immagina corrispondenze tra paesaggi e luoghi dell’anima, stabilendo insospettabili paralleli tra la verticalità ligure e l’orizzontalità olandese. Il Canale bracco è il Noordzeekanaal, che unisce il porto di Ijmuiden sul mare del Nord ad Amsterdam. Il protagonista (in Soggiorno un certo marinomagliani, alter ego dell’autore, qui invece non più citato come tale, quasi a significare una definitiva identificazione tra autore ed io narrante), dopo averla lungamente pianificata e spesso rimandata, un’esplorazione lenta e circospetta. Si riversa in Il canale bracco il gusto per la flânerie, perfezionato forse grazie alla frequentazione di uno dei maestri del genere, quel Roberto Arlt di cui Magliani ha recentemente tradotto Acqueforti di Buenos Aires (Delvecchio Editore, 2014). Ma a differenza dell’argentino, Magliani non indulge al bozzetto, né alla deduzione di una morale dal singolo squarcio di vita osservata durante i vagabondaggi nel cuore profondo della città: c’è invece in lui piuttosto la tendenza all’attenzione curiosa originata da ogni minima increspatura del flusso della quotidianità più feriale. Diverso è anche il suo andare rispetto a quello di altri, come il Morelli del Racconto del fiume Sangro, richiamato da Magliani anche in esergo, nel quale risalta maggiormente l’ascolto umile ed attento delle diverse voci della natura. Magliani esplora invece un canale, un territorio profondamente segnato dall’opera umana, ed è singolarmente aperto a qualunque sensazione il viaggio a piedi gli evochi, senza finalità predeterminate. L’indagine sul canale ha tempi lunghi, è ricca di divagazioni, di momenti di preparazione, di riflessioni sullo scrivere, che si giocano sulla singolare propensione dell’autore all’identificazione tra l’oggetto della narrazione e l’atto del narrare: “Il canale…è come un nastro d’acqua che scorre e passa, ma la ruota narrativa è sempre la stessa, a volte s’incanta, slitta, perde aderenza…il canale vuol farti credere che è un nastro e intanto fa camminare te”. E l’io che narra indugia ancora, si prepara al confronto con l’oggetto che ha scelto con un minuziosità che sembra tradire un fondo, se non di neghittosità, almeno di incertezza sulla strada da imboccare. A ben rifletterci, “un canale inizia con una frontiera vera. E una frontiera la determina la vita che passa.” E’ anche, ovviamente un corridoio che separa ed unisce allo stesso tempo, soprattutto genera attese: “il cielo ci ha messo un giorno a preparare il tramonto, ma lo spettacolo più bello non era già nella premessa?”. La premessa fa parte dell’esito, la pianificazione fa parte del viaggio, ma ne fa parte anche il pregustarne visioni e stupori. Fanno parte del viaggio anche i colloqui con l’amico Piet, pure lui maestro di flânerie, già presente in Soggiorno a Zeewijk. Però il dialogo tra i due non fluisce più come in passato: Piet desidera per sé l’inapparenza, ed in ciò è fin troppo simile all’io narrante, e l’essere stato raccontato (di nuovo, anche per il deuteragonista, la voluta mescolanza tra persona e personaggio) ne ha frustrato il “lavoro di sottrazione” di sé ai rapporti con gli altri, una sorta di abbandono verso l’impermanenza, (che “il nulla dimenticato sia poco più del nulla trascorso”) e ne ha attivato nei confronti dell’amico un atteggiamento reticente, combattuto com’è tra l’aspirazione ad influenzarne l’opera (“il desiderio di farmi scrivere il suo, di libro”), e l’intento “di non bruciarsi come era accaduto per Soggiorno”. L’esplorazione del canale richiede lunghe passeggiate a piedi, chilometri e chilometri lungo gli argini, e l’osservazione del gioco delle chiuse, con frequenti deviazioni, incontri con uomini e animali. Soprattutto consente di accatastare immagini che rimandano ad altri immagini, reminiscenze che si rispecchiano nelle occasioni di memoria che il canale offre. E confronti, e mappature ideali che facilitano comparazioni tra le sinuosità dei profili dell’entroterra ligure e i panorami percorsi passo dopo passo lungo il canale: “il canale …piega leggermente a sud, per poi deviare di nuovo verso nord, che nella mia sovrapposizione un po’ patetica dovrebbe corrispondere alla dolce calata verso il passo dell’Arietta cui segue la risalita a Monte Moro”. In queste sovrapposizioni si saldano paesaggio e stato d’animo: dopo la pioggia, “dagli orti sale l’odore della verdura e del presente, ed è come se sulla Liguria scivolasse la patina dell’Olanda, il respiro di questo fango”. Ma che cos’è un canale bracco? Brak water, spiega l’autore, in olandese è l’acqua salmastra, l’acqua in cui la dose di salinità è inferiore a quella marina, ma superiore a quella di un fiume. Nel canale bracco si confondono le acque del mare e quelle dei canali interni che se ne dipartono, e la sua particolare condizione consente la vita a specie che altrimenti non sopravvivrebbero né nell’acqua salata né in quella dolce. E’ il caso di un esserino che solo lì può vivere, l’Anableps anableps, un piccolo pesce “con le branchie come zampette, che nuota nell’acqua bracca e quando sale a riva si sposta come un pinguino pancia a terra”, che il protagonista casualmente scopre nel suo vagabondare sugli argini del canale. Ciò che incuriosisce l’io narrante è la trasformazione genetica subita nelle tenebre del canale dall’anableps, che, proveniente chissà come dalla foce del Rio delle Amazzoni, si è trasformato nelle nordiche acque del canale in anfibio, capace di saltare sull’erba della riva e rimanerci a lungo. Un canale è un confine, certo, se confine “è una terra vasta, non un solco, dentro o fuori … uno stato delle cose, prende un po’ di qua e un po’ di là di due mondi”: anche l’anableps ha una natura doppia, prende da due mondi diversi, e di queste due appartenenze è il prodotto ed il simbolo vivente. Un canale si può raccontare dunque nel suo essere senza meta, senza inizio e senza fine, tramite tra opposti, ma anche soprattutto luogo di commistione per eccellenza, dove le acque si mescolano, prosperano creature dalla duplice identità, percorrendone gli argini i ricordi si confondono con il presente. Magliani pratica felicemente una sua personale flânerie dell’anima, lo svagato bighellonare del suo protagonista non è fine a se stesso, come lui stesso finge di credere, ma scava, approfondisce, esplora l’ordinario e ne trae spunti non solo per indagare ricordi ed emozioni che i ricordi agitano, ma anche per riconoscere connessioni, intuire significati disseminati tra le piccole cose che scruta. E soprattutto per scoprire stagioni che ad ognuno tocca di attraversare in cui maggiormente si avvertono scissure, divisioni tra passato e presente, e contemporaneamente una sorta di ambivalenza emotiva pare rendere attuale la sensazione di appartenenza a due luoghi e a due tempi interiori diversi: dagli uni non ci si riesce a staccare, agli altri si fatica anche troppo ad arrivare.

Tag: , , ,

2 Risposte to “Note di lettura: “Il canale bracco” di Marino Magliani.”

  1. marcocandida Says:

    Da leggere. Grazie, Luigi!

  2. luigi preziosi Says:

    Grazie a te, Marco.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...