Saggio su Giulio Mozzi

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di Marco Candida

[Questo articolo dal titolo Mutazioni senza storia appare già su Pupi di Zuccaro Cronache contro lo svanire. Finalmente mi sono deciso a scriverlo dopo anni di articoletti scherzosi. Qui non scherzo].

Per quanto deludente, quando arriva un cambiamento del modo di percepire la vita, la maggior parte di noi non ha alcuna storia da raccontare. Il mutamento arriva e basta. Un giorno ci alziamo persone diverse e non sappiamo dire perché. Percepiamo le cose in maniera differente da prima, ma non sappiamo rintracciare il percorso che ci ha condotto a quella mutazione. Il fatto è che succede e basta. Giulio Mozzi, nei suoi racconti, sembra proprio voler porgere all’attenzione del lettore questo aspetto. Il desiderio di Mozzi sembra, in primo luogo, quello di fermare e raccontare l’istante di crescita senza storia.

La ragazza Ruota va in pizzeria con amici. Mentre aspetta con gli amici le pizze, è piena di pensieri. Immagini, riflessioni, ricordi. In particolare la giovane donna pensa a che cosa sia passare dall’adolescenza all’età adulta. Anzi, c’è una parola più adatta: in quel momento, in pizzeria, avviene in Ruota una presa di coscienza. Pagina 35 da Il male naturale, edizione Mondadori.

Djuna si è trovata questo Carlo e per due mesi ha fatto tutto da sola senza mai parlare […] Questo è un tradimento, pensa Ruota. Non staremo più una accanto all’altra, tremanti nella tana buia, aspettando le belve. Ci tratteremo con dignità. Provocheremo ciascuna il buon giudizio dell’altra. Se ci ricorderemo per caso di quando ci amavamo e ci odiavamo senza schermi penseremo: oh, che stupide: eravamo bambine, e proseguiremo immutate, ormai immutabili. Tutto questo per Ruota non sarebbe mai dovuto accadere e non lo aveva mai nemmeno immaginato: ora è accaduto e non si può cambiare. Djuna è diventata adulta irrimediabilmente e per la prima volta oggi Ruota pensa all’adultità come a una cosa che non si può evitare ma alla quale si devono trovare dei rimedi o dei sollievi; per non morire, semplicemente.

Marco il giorno di Natale apre i pacchi regalo e, mentre lo fa, si accorge che il pacco della nonna non c’è. Il regalo manca perché la nonna è morta. Marco corre in camera. Si mette a piangere. La madre va a consolarlo. Marco prende coscienza, in quel momento, di che cosa significhi la mancanza di una persona cara. Pagina 80 da La felicità terrena, edizione Einaudi:

Un giorno la mamma è venuta a prenderci alla colonia con l’automobile e ci ha detto che la nonna non c’era più. […] Il papà era molto triste. Noi siamo stati mandati a letto nella nostra stanza. La nostra stanza nella casa della nonna ha una tappezzeria con dipinte tante farfalle. Mi è sempre piaciuto guardare le farfalle ma quella sera, prima che prendessi sonno, mi facevano paura. Mi sembrava di vedere le ombre e i fantasmi. Che le farfalle volassero nella stanza, e io sentissi sul viso il piccolo vento delle loro ali”.

Giulio ha perso Lucia. Sente la sua mancanza al punto che arriva a vedere frammenti di Lucia in tutte le donne che conosce dopo di lei. Lucia è sempre presente. Anche se Giulio non usa questa parola, Lucia è un fantasma. Un giorno Giulio va in vacanza con amici a pochi chilometri da dove Lucia ha preso male una curva, è sbandata e morta. Giulio prende i mezzi e ritorna dove è avvenuto l’incidente. Sta lì, si fuma una sigaretta. Poi torna nel residence e chiede solo agli amici di stare un po’ per conto suo. Dopo quella visita, Giulio si accorge di non pensare più a Lucia. Il fantasma è svanito.

la nuova edizione de “Il male naturale”

La lente di Mozzi, come si vede da questi esempi, ingrandisce il momento di purificazione o chiarificazione o liberazione dei suoi personaggi. L’autore di Padova cerca di cogliere e raccontare precisamente quel momento: quei minuti in cui una cosa si manifesta sotto una luce diversa o un sentimento subisce una trasformazione. Precisamente quello scorcio. Il resto, nelle storie di Mozzi, conta quel che conta. Chi siano i personaggi. Il lavoro. Questo è sullo sfondo. Raramente Mozzi racconta per esteso una vita e quando lo fa, si concentra soprattutto sul profilo più spiccatamente etico. È il caso di «Morte di Richesse» ouverture della raccolta Il male naturale e di «Una vita felice» start della raccolta La felicità terrena. Richesse e Severo sono ritratti come persone che si sforzano entrambe di comportarsi secondo giustizia.

Credo che poche persone come Severo percepissero la santità del ministero sacerdotale. Un altro allievo dell’Istituto della stessa generazione di Severo, diventò poi sacerdote. Non ho conosciuta nessun’altra persona ripiena della virtù dell’obbedienza, altrettanto incondizionatamente obbediente alla voce divina, vero servo dei servi. Il sacerdote che trasforma il pane e perdona i peccati è un uomo che non esiste quasi più come uomo: è come il letto di un fiume, è il luogo che lascia passare la corrente e non è né il fiume né la corrente. Credo che Severo non sarebbe stato capace di una simile arrendevolezza.

Severo, come il compagno d’Istituto, si sforza, pur non riuscendo, di essere servo dei servi; ed esattamente questo è Richesse: un servitore. E il resoconto della sua vita offerto dal suo affezionato aiutante, così si conchiude:

Credo che si possa dire così: che Richesse desiderava così tanto essere un uomo giusto, che a volte si dimenticava di salvarsi la pelle.

In ogni caso, a parte qualche eccezione, e oltre a quel che abbiamo già detto, nei racconti di Giulio Mozzi le storie rimangono decisamente sullo sfondo. Le mutazioni dei personaggi non sono mai il risultato di un accadimento singolare, men che meno eccezionale o spettacolare. A Mozzi importa solo porgere al lettore la fotografia di un palpito di crescita.

Un uomo scrive una lettera a tutti i direttori dei giornali. Minaccia di darsi fuoco se nessun giornale pubblicherà interamente la lettera. Perché compie un gesto simile? Perché l’uomo si è reso conto, parole sue, di essere una nullità e che nessuno sborserebbe un soldo per salvarlo, nessuno lo degnerebbe di attenzione. Ecco che ritroviamo ancora, in forma più drammatica e perciò assai più evidente, l’attimo di presa di coscienza. Pagina 57 da Fiction, edizione Einaudi:

Io vivo solo, non ho mai avuto una donna, ho un reddito che mi permette di stare bene, non bevo e non fumo, non ho mai patito particolari frustrazioni o depressioni: sono un uomo molto lucido, privo di illusioni, estremamente razionale; e proprio grazie a questa mia quasi spaventosa chiaroveggenza mi sono reso conto, circa all’inizio di questo mese, che la mia vita è stata finora ed è ora del tutto priva di valore e di interesse. Chi darebbe un soldo per la mia vita?, mi sono domandato; e mi sono risposto: nessuno darebbe un soldo per la mia vita.

Una madre pur essendole morto il bambino all’età di quattro anni si comporta come se fosse ancora vivo. Gli fa da mangiare, disfa e rifà i letti. Fino a quando prende consapevolezza che il figlio morto non tornerà, e si toglie la vita. Pagina 26 di La felicità terrena, edizione Einaudi:

Ma il marito di Maria Annunziata non si fece vivo, né nessuno dei parenti da quella parte, che in effetti si erano visti solo al matrimonio, e il funerale del bambino andò benissimo, con Maria Annunziata che restò seria e dura fino alla fine, senza dare neanche segni di stanchezza, senza una sola lacrima: la gente capì, e capì che quello era un dolore che era diventato una cosa, come un organo interno del ventre che all’improvviso diventa duro come una pietra, da morbido che era, e pesa senza quasi fare male: ma pesa, e lo si sente sempre, nel movimento come nella quiete.

Presa di coscienza, dunque. E in questa espressione abbiamo la parola «presa» e abbiamo la parola «coscienza». Usualmente diciamo «Ho preso coscienza della tal cosa». Ma concentrandoci sul cammino che ci ha condotto a questa «presa di coscienza», ci rendiamo conto che, almeno in quel momento, è la coscienza a prenderci, afferrarci, catturarci. Nei baluginii di presa di coscienza, insomma, è la coscienza stessa a essere di scena. Perciò, nel raccontarci una metamorfosi, Mozzi è costretto quasi inevitabilmente a far parlare la voce di quella coscienza che sta catturando un pezzo di realtà per trascinarlo via in basso con sé. E che voce ha questa cosiddetta coscienza? La coscienza è espressione di un io sotterraneo, nascosto, un io abitato dalle contraddizioni e senza morale. Quando balza fuori, parla un linguaggio intimo: il linguaggio dei desideri e delle paure, il linguaggio dei sentimenti. È un linguaggio elaborato e fanciullesco al tempo stesso, analitico e immaginifico. Si esprime per lo più a immagini, ma le analizza e scompone al dettaglio. Leggiamo a pagina 43 dalla raccolta Il male naturale:

Ora Ruota desidera un abbraccio completo, un abbraccio che ricopra tutta la superficie della sua pelle, che la riscaldi come un’immersione in un liquido caldo, che riempia tutte le aperture del corpo con una materia morbida, fino a fare di Ruota e dell’abbracciante un blocco unico, senza interstizi, solido.

Pagina 44 ancora da Il male naturale.

Ruota guarda Mario accanto a sé e vede la pelle che si arrossa, diventa paonazza, si gonfia, i pori si allargano e mostrano le cavità interne, rosee; le mani di Mario si agitano nell’aria incontrollate, sembrano impazzire nell’aria per la mancanza di un corpo da afferrare, ciascun dito si muove indipendentemente, Ruota ha paura che si disarticolino. […] Mario si sta trasformando in quella cosa morbida avvolgente, che lei ha vista in sogno pochi minuti prima. Ora Mario è schifoso, il suo corpo trasformato dice solo avidità, fame.

Questo modo di esprimersi proviene direttamente dal ribollio della coscienza. Non è atto di conoscenza. L’atto di conoscenza si tradurrebbe in un linguaggio realistico, oggettivo, fattuale. Si tratta, invece, ripetiamolo, di un’emersione del brodo primordiale della comprensione: un fenomeno più profondo, penetrante, intimo, sconvolgente; una rappresentazione destinata a depositarsi nel fondo dell’anima; una spiegazione tra sé e sé, inaccessibile, bambina, folle, ma al tempo stessa stupendamente chiara, salda, vera.

La narrazione mozziana è pienamente intessuta da immagini come quelle riportate negli esempi. E le immagini sono la voce della coscienza che parla, si manifesta. Ecco che la voce si fa sentire mentre si pensa a che cos’è la morte. Pagina 76 da Il male naturale.

A volte finisco di lavorare molto tardi e mentre torno a casa vedo, dalla rotatoria fuori dal casello dell’autostrada, dei fasci di luce, forse quattro o cinque, che vengono dal basso all’alto e si muovono, potentissimi. Sono le luci di una discoteca e mi sembrano dei grandi pennelli lattei che dipingono e ridipingono il cielo di nero, sempre più nero: non si vedono le stelle, solo i pennelli bianchi e il cielo nero. Quando muoio mi piacerebbe essere portato al cielo da una luce bianca, e poi nel cielo nero disperdermi lentamente come una goccia di nafta in una grande vasca.

Ma la coscienza non si accontenta: e va più a fondo analizzando anche questa similitudine. Sentiamo:

Mi ricordo quando il riscaldamento di casa andava a nafta e ogni qualche mese venivano i signori con l’autobotte a riempire la vasca che stava sotto il cortile (e ci sta tuttora). Spalancavano la grande botola, facevano passare un grosso tubo fino al cortile attraverso tutto il pianoterra della casa e attraverso il tubo e la botola versavano nella vasca una grande quantità di nafta. Era un liquido nero che a me sembrava denso e grumoso, anche se non me lo lasciavano mai toccare. Aveva un odore forte che rimaneva in casa e nel cortile per giorni interi. Io ogni tanto m’immaginavo, stando in cortile, che cosa potesse succedere dentro la vasca piena di liquido nero. M’immaginavo popolazioni, gente prigioniera… […] Molte notti me ne stavo inginocchiato sopra il letto, a guardare il cortile per la finestra, sperando di vedere aprirsi la grande botola, uscirne un animale grondante di nafta nera, brillante sotto le luci della luna e dell’illuminazione stradale.

Poco dopo dalle rappresentazioni per immagini di morte e anima si passa alla sepoltura dei corpi. Il narratore vorrebbe che i corpi venissero sepolti sotto i pioppi e paragona i pioppi e le loro radici alle chele di un ragno crociato…

Sotto ogni pioppo seppellirei un morto e le radici dell’albero avvolgerebbero lentissimamente il corpo come fa il ragno crociato quando si butta sulla preda e la stringe a sé con tutte le sue otto zampe e poi la morde iniettando il veleno che non uccide ma paralizza: allo stesso modo le radici dell’albero mi avvolgerebbero e poi una, con lentezza vegetale, mi avvolgerebbe sottraendomi quel tanto di vita che serve per la vita dell’albero.

Tecnicamente, queste sono, in tutto e per tutto, similitudini; ma la similitudine, di solito, aiuta il lettore nella figurazione di un evento già noto. C’è un evento noto (che è già immagine) al quale si affianca un’altra immagine per qualche verso affine che serve a chiarirla meglio o a farla riconsiderare al lettore sotto una prospettiva rinnovata. In questo caso, però, le similitudini si agganciano a concetti astratti. Perciò, nella mente del lettore, rimane solo il secondo termine di paragone. L’ascensione al cielo dopo la morte, pertanto, non è “come” quel fascio di luce proiettato la notte dalle discoteche, ma è un fascio di luce proiettato la notte dalle discoteche. L’anima non è “come” una goccia di nafta, ma è una goccia di nafta. Sembrano similitudini e paragoni, e invece sono spiegazioni: e provengono da quella matassa oscura e impenetrabile che è la coscienza. Difatti ognuna delle spiegazioni travestite da similitudine e metafora che imperlano il tessuto narrativo mozziano sono inaccessibili. Di sicuro sono comprensibili; tuttavia, non contengono una verità che sentiamo appartenerci. Non le sentiamo vibrare nelle corde delle nostre coscienze. Sono lì, e le ammiriamo. Già, perché, pur essendo inaccessibili, pur non riguardandoci fino in fondo (e il fondo è quello della nostra matassa oscura e impenetrabile: la nostra coscienza), queste immagini sono innegabilmente belle. Questo è il giardino, La felicità terrena, Il male naturale, Fiction sono raccolte di racconti piene e ripiene di immagini come queste: perle scintillanti che si inanellato al filo dorato della narrazione arricchendola, rendendola tesoro. Immagini che, come detto, mascherano, in realtà, autentici tentativi di spiegazione.

Anche la moltiplicazione delle identità è mascheratura. Mettere a nudo l’Io senza pudori non è operazione facile. E il pudore ritorna continuamente nelle raccolte mozziane. La vergogna. La voglia di nascondersi. Il desiderio di rimescolare le carte. Confondere i ruoli. Nulla è ciò che sembra. Ciò che sembra è tutto. In questo senso è assai gustoso quanto nelle raccolte di Mozzi di quando in quando i personaggi tornino. Mario. Giulio. Michele. Santiago. Bianca. Renata. C’è una sorta di vero e proprio intreccio, interno a ciascuna raccolta e tra le raccolte medesime.

Il protagonista del racconto «Corsa» nella raccolta La felicità terrena si chiama Michele. Michele è anche il nome del bambino di Maria Annunziata nel racconto «Il bambino morto» nella stessa raccolta. Il lettore è ancora straziato da quel racconto ed ecco che una quarantina di pagine più tardi compare un personaggio che ha lo stesso nome del bambino di Maria Annunziata: e non è possibile non fare un collegamento, non è possibile non pensare, almeno per un istante, che quel Michele sia lo stesso Michele di Maria Annunziata morto a quattro anni. E che cosa fa Michele? Michele corre. Corre! Esiste un gesto di maggiore vitalità? Questa coincidenza, se di concomitanza può parlarsi, è lancinante; e spezza il cuore. Michele ha trent’anni. Ha un amico. Si chiama Marco. Marco è il nome del protagonista del racconto appena precedente «Ti ricordi quanta neve, l’anno scorso?». In quel racconto Marco, piccolo, prende coscienza degli effetti reali della scomparsa della nonna non trovando alcun dono da parte sua sotto l’albero di Natale. «Corsa» si apre con Michele che sta pensando alla morte del nonno. Michele corre assieme a Marco. Marco adesso ha vent’anni. Dieci anni in meno di Michele. Marco è uno che con le donne si butta. Michele riflette di essere solo in grado di tornare al punto di partenza: con le donne come col resto, corsa compresa. Michele corre attraversando un paesaggio nebbioso. Tanti pensieri gli affollano la mente. Sta riflettendo su Serena. Sul rapporto con lei. Mentre corre, prende improvvisamente coscienza di essere ancora soltanto una creatura senza senso. E lo stesso vale per Serena. Pagina 96:

Il ponte della ferrovia si presenta all’improvviso. È una gabbia di travi di ferro verniciate di azzurro. Senza perdere il passo Michele sale gli scalini, corre sulla passerella appesa in fianco al ponte. In quel momento arriva un treno fischiando fortissimo. Il ponte trema, la passerella ondeggia.

Certo, il ponte. Il ponte potrebbe rappresentare il momento di congiuntura tra l’inconsapevolezza e l’istante d’illuminazione: la vita di Michele non ha ancora senso. Un’avvertenza che arriva fischiando e sferragliando come un treno.

Michele si ferma per tenersi alla ringhiera. Il treno fa un rumore assordante. È un merci, non finisce più. Michele si tiene stretto alla ringhiera, guarda il treno, è beato nel rumore, si sente tutte le vibrazioni del corpo, gli sembra di essere in balìa di un potere enormemente più forte di lui.

Certo!, e questo potere è la consapevolezza! Sta sgorgando, manifestandosi, ghermendo quanto più possibile, per poi ritirarsi nelle torbide fognature dell’inconscio.

Ma ecco un altro intreccio. Nella raccolta Il male naturale si narra che Lucia venga investita da un automobilista ubriaco e muoia. Giulio prende a soffrire tremendamente. Comincia a vedere Lucia in tutte le altre donne. Scrive un racconto su una madre che pur essendole morto un figlio all’età di quattro anni, si comporta come se fosse ancora vivo: gli rifà i letti, prepara la colazione. Dietro quel racconto c’è la mancanza che Giulio prova ancora per Lucia. Solo che Giulio, a quanto pare, comincia a vedere anche un’altra donna in altre donne: questa donna si chiama Bianca. Giulio vede Bianca anche in Santiago. Pagina 109, da Il male naturale.

Santiago è somigliantissimo a Bianca: Bianca aveva il seno piccolissimo, era quasi piatta, e poteva passare per un ragazzino, tant’era minuta e tanto poco dimostrava i suoi trent’anni.

E a pagina 67 Giulio s’innamora di una misteriosa ragazza-ragazzo. Saltiamo a pagina 115:

Una volta Santiago mi disse che non sopportava che io [chi parla è Giulio, ndr] stessi con lui solo perché mi ricordava un’altra persona; e naturalmente intendeva dire Bianca, della quale gli avevo parlato, e gli avevo detto che le somigliava moltissimo. Tuttavia non credo che Santiago abbia mai sospettato che la somiglianza marcante non fosse quella di lui con Bianca, ma quella di lui e Bianca con Miro.

Miro è Miroslav: un minorenne dell’Istituto degli abbandonati nella casa a Milies, sopra Segusino, vicino a Valdobbiadene. Se Santiago e Bianca assomigliano a Miroslav il quale è nulla più di un ragazzino, allora Bianca è senza ombra di dubbio la ragazza-ragazzo di cui si parla, senza descrizioni fisiche e senza renderne noto il nome, in un altro racconto una cinquantina di pagine prima. Solo ora, e prestando massima attenzione, siamo in grado di accorgerci di questo particolare. Bianca compare in alcuni racconti: e di solito si accompagna a un uomo di nome Mario. Tuttavia, nei racconti dove Mario e Bianca compaiono, Giulio non viene mai neppure menzionato. Perciò, Mario potrebbe non essere un alter-ego di Giulio (cosa che è quantomeno lecito sospettare dal momento che Giulio è anche il nome dell’autore dei racconti: Giulio Mozzi, appunto): ma potrebbe essere semplicemente un altro uomo di Bianca. Il problema è che nella raccolta Questo è il giardino, nel racconto intitolato Treni ritroviamo proprio Mario e salta fuori che Mario fa il lavoro di fattorino, consegna a domicilio di libri e riviste; e questo è lo stesso lavoro dell’uomo che in diversi racconti delle varie raccolte porta il nome Giulio. Sembrerà una cosa da poco, ma se Mario è Giulio, allora la percezione di alcuni racconti presenti nelle diverse raccolte, come vedremo più avanti, cambia radicalmente. Ma anche altri personaggi hanno contorni umbratili. Bisogna prestare attenzione. Non lasciarsi ingannare. Letizia, Lucia e Renata sono personaggi dalla consistenza così esile che quasi quasi viene da credere siano fantasmi prodotti dalla mente ottenebrata di Giulio. Pagina 144 da Il male naturale:

Devi affrontare le persone vere, mi dice Renata mentre dai cinesi io mangio maiale piccante e lei pollo fritto, non puoi pensare di aver a che fare solo con i fantasmi. Io sto zitto, continuo a mangiare […] Devi telefonare a Bianca, insiste Renata. […] Penso, mentre ascolto Renata, che dovrei fare i conti non solo con Bianca, ma anche con Letizia, con Santiago… E con Miro (che è introvabile), con Lucia (che è morta)… E con chi altri? Anche le terapie che fai non servono a niente se non ti confronti con i vivi.

Giulio è in terapia; perché non dovrebbe vedere fantasmi, costruirsi relazioni e amicizie immaginarie? Sospetto più che legittimo. Solo che nella raccolta intitolata Fiction nel racconto «Lettera di conforto» (pubblicata ben tre anni più tardi al dopo Il male naturale) troviamo a pagina 89 questo attacco:

Caro Mario, ho saputo solo oggi quello che è successo a Bianca. Me ne ha scritto Renata.

Dunque, Renata non può essere un fantasma: ma è viva e reale.

Come si vede, una sorta d’intreccio c’è, ed è gustoso, anche se stiamo solo parlando di raccolte di racconti. Il fatto è che questi intrecci, una volta individuati, procurano brividi. Una linea malefica percorre e tiene assieme le quattro raccolte mozziane principali intrecciandosi al filo dorato che abbiamo individuato prima. Il male si presenta in punta di piedi. Basta un nome, un cenno, un piccolo antefatto. Se si chiude su questi particolari, una mente può persino prendere a vacillare a causa dell’oscenità e dell’orrore di certe allusioni. Nel caso di Michele può provare, invece, un sentimento a metà tra strazio e desiderio di consolazione: comunque, se si è in grado di percepire simili traiettorie, si prova un’emozione violenta, quasi insopportabile. Non male, per raccolte di racconti dove, come abbiamo detto, non accade pressoché nulla, e si cerca di descrivere solo istantanee di metamorfosi senza storie.

* * *

Giulio e Mario. Bianca e Lucia. Marco e Marco. Michele e Michele. Il prete che viene assassinato nel racconto d’apertura di Fiction si chiama Don Mario. Pagina 25:

«Vedi come sono poco solide le tue opere… vedi come è poco solida la tua fede… vedi quanto poco basta perché il nulla ti avvolga, ti leghi, ti prenda… eppure tu dovresti amarlo questo nulla, accoglierlo, uccidere il vitello grasso per lui…» Scappai. Corsi via, letteralmente, tappandomi le orecchie con le mani, benché sapessi benissimo che quelle parole non venivano da fuori.

La chiesa dove si svolgono i funerali della madre del protagonista del quarto racconto di Fiction «Di mio padre» si chiama chiesa dell’Annunziata e la madre di Michele nel secondo racconto della raccolta La felicità terrena e dal titolo «Il bambino morto» si chiama Maria Annunziata. Anche qui esistono corrispondenze che danno i brividi. Maria Annunziata si sposa con un uomo che la prende completamente in giro. Ha l’amante. Si fa dare soldi per aprire delle attività. Maria Annunziata lavora e passa tutto al marito, amandolo di un amore sacrificale uguale identico a quello che la porterà a immolarsi per il figlio morto a quattro anni. Nel quarto racconto di Fiction il marito della madre del protagonista rimane sullo sfondo, compare poche volte, mantiene le distanze. Si capisce bene che quell’uomo ha smesso presto di occuparsi della sua famiglia – tanto del figlio quanto della moglie. Scosso dalla perdita della madre e incastrato in una vita del tutto sbandata e senza senso, il figlio si riprende, allora, la rivincita nei confronti del padre, andandolo ad ammazzare. Se teniamo presente «Il bambino morto», quel racconto contiene le premesse di questo gesto di assoluta follia: come se quella chiesa Annunziata preannunciasse una sorta di nemesi ultraterrena. Così come «Lettera di conforto», quinto racconto di Fiction, è una missiva scritta da Regina (una cugina che vive in America) a Mario per consolarlo della tragica scomparsa di Bianca – si è tolta la vita. Senza aver letto i precedenti racconti che vedono coinvolti Mario e Bianca (e Giulio) non è possibile gustare a fondo ogni sfumatura delle parole di Regina. Se si è a conoscenza degli antefatti, al contrario, ogni parola prende a suonare in modo sinistramente ambiguo. Pagina 94:

Caro Mario, io non so bene che cosa sia, che cosa sia stato, ciò che è e ciò che è stato tra te e Bianca. Mi ricordo che sembravate inseparabili. Mi ricordo che quella sera, per tutto il tempo, mentre si cenava, mentre parlavamo, voi continuamente – e senza accorgervi, credo – amoreggiavate. Le mani si carezzavano, la testa si appoggiava sulla spalla, il braccio cingeva il fianco, lo sguardo si appuntava allo sguardo. Era difficile, guardandovi all’improvviso, non sorprendervi a sfiorarvi: tuttavia non sembrava che questo fosse un bisogno, sembrava che fosse una felicità goduta con la naturalezza dell’abitudine. La verità è che eravate molto teneri…

E, invece, quanto sbaglia, Regina, dato che è proprio Mario ad aver forse spinto Bianca a togliersi la vita! A meno che non sia stato Giulio. Pagina 101:

Renata mi scrive che tu ti domandi continuamente quale sia stato il tuo errore, quale sia stata la cosa che non hai vista, la cosa che potevi evitare, la cosa che potevi tenere lontana da Bianca. […] Voi eravate inseparabili perché desideravate essere inseparabili, tuttavia questo è un desiderio che a quarant’anni, con mogli e mariti e figli e figlie alle spalle, con separazioni e avvocati alle spalle, con alle spalle amori tramutatisi in odi, può essere vissuto solo se si ha l’assoluta certezza, cioè se si è sciocchi in un certo modo, o se si è capaci di cedere completamente all’illusione, cioè se si è sciocchi in un modo diverso. Tu, Mario, non sei sciocco, non era sciocca Bianca, eppure avete ceduto alla lusinga, avete desiderato di essere inseparabili, di essere venuti al mondo l’uno per l’altra e l’altra per l’uno, come se tutti i quarant’anni che siete stati al mondo – e che avete vissuti in altri luoghi, accanto ad altre persone, con altri sogni nella mente – non fossero mai esistiti.

Ecco qui. Di nuovo la presa di coscienza. Questa lettera stessa rappresenta la presa di coscienza per Mario. Mario, ricevendola, vedrà che cosa ha orrendamente fatto. Ha spinto una donna a mettersi con lui sottoponendola, inoltre, ad angherie rivoltanti. Fino a portarla al suicidio.

Se si sta attenti, il male si annida ovunque, nei racconti di Mozzi. In «Ti ricordi quanta neve, l’anno scorso?» nella raccolta La felicità terrena (e così come Il male naturale suona espressione leggermente artificiosa, La felicità terrena potrebbe essere un ossimoro poiché non è data vera felicità terrena, specialmente poi se esiste un male naturale, inestirpabile e ineludibile) nell’edizione Einaudi a pagina 83 si legge:

Poi papà è andato dalla mamma, che stava lavorando in cucina perché mi sta accorciando un paio di calzoni che non vanno più bene a mio fratello, e le ha detto: «Ti ricordi l’anno scorso? Mentre eravamo lì è cominciato a nevicare, avevamo paura di non riuscire più a tornare indietro». La mamma ha detto qualcosa che non ho sentito, ma ho sentito il papà che diceva: «Sì, hai ragione. Vado a fare un giro». Poi il papà è uscito con l’automobile, salutandoci appena, e l’abbiamo sentito rientrare solo tardi, quando la mamma ci aveva già mandati a letto. Mio fratello ha aperto la porta in fessura, così abbiamo sentito la mamma che diceva al papà: «Dove sei stato?».

Ecco il brivido di disagio. Il piccolo sospetto. Una cosa da niente. Solo una piccola ombra in un quadretto familiare tutto sommato sereno, rassicurante, per di più nel periodo natalizio. Ma comunque c’è, e lì rimane. In punta di piedi. Senza rumore. Così come la presa di coscienza – e lo abbiamo visto – può arrivare e basta allo stesso modo il male o qualsiasi altro mutamento di condizione può arrivare e basta. Un giorno nostro marito rincasa un po’ più tardi del solito e noi cominciamo a farci delle domande. Tutto lì. Ma non siamo più le stesse di un secondo prima.

Le acque s’intorbidano. Le carte si mescolano. Gli orizzonti si confondono. In Fiction compaiono persino racconti scritti da autori inventati. Giovanna Melliconi. Carlo Dalcielo. Franco Brizzo. Ma già nella Felicità terrena Mozzi scrive un racconto a quattro mani con un’altra persona (Marco Franzoso, esistente e autore successivamente di alcuni romanzi). E in più Mozzi apre l’ombrello degli omaggi: «Vite» è un omaggio a Frank Herbert; «Apertura» un omaggio a Elio Pagliarani; «Acqua» un omaggio a Italo Calvino. Siamo negli Anni 90: queste cose sono all’ordine del giorno; ma Mozzi riesce a compiere questo gesto in modo molto poco superficiale. Mascherature. Travestimenti. Anche l’uso della punteggiatura sembra seguire questo andamento. L’uso della punteggiatura è da manuale nei racconti di Mozzi e raggiunge probabilmente il suo apice, se così si può dire, di nuovo nella raccolta intitolata Fiction. E tuttavia, se è la coscienza a parlare, allora perché non lasciar tracimare un flusso alfabetico sconnesso? Perché ripartirlo, questo flusso, tanto ordinatamente, in virgole e due punti e punti e virgole? A causa del sopraggiungere del pudore e della vergogna. Perché la voce libera della cogitazione più fonda, se si manifesta così com’è, suona troppo inumana e ripugnante. Va dipinta. Agghindata. È quasi necessario, un travestimento. E poi questa voce mostruosa che ciascuno di noi abita, questo io disperato, infernale che si dibatte furiosamente da qualche parte dentro di noi e che noi cerchiamo di tener giù in basso il più possibile, esce fuori a rigurgiti, come un conato di vomito dopo aver bevuto troppo. Come un’onda sismica che solleva case e palazzi fino a quel momento distese comodamente sul terreno. Il terremoto arriva e spacca tutto. Nulla è più come prima. Ci vuole un po’ di tempo perché la voce si moduli su frequenze di mostruosità. Ci vuole sempre un po’ di tempo, ma quel momento arriva, arriva sempre. La voce ci prova a essere come tutte le altre, ma dopo un po’ viene fuori per quella che è: prima una semplice distorsione, poi la frequenza si altera del tutto, diventa un pasticcio, si trasforma in un’onda mandando a rotoli ogni possibile senso. Pagina 157 da Il male naturale.

Ora io sono Lucifero, porto su di me tutti i segni di Lucifero: sono indubbiamente un angelo, eppure porto il male in me, eppure sono il male. Io sono indubbiamente un angelo e di questa angelica natura porto i segni: il primo segno è l’ingenuità, il secondo segno è l’indistruttibilità, il terzo segno è la bellezza, il quarto segno sono le grandi ali bianche, il quinto segno è la sterilità, il sesto segno è la mia obbedienza, il settimo segno è la mia fede nella persona divina. Poiché io sono Lucifero, ovvero un angelo precipitato, i sette segni sono diventati ciascuno il suo contrario: l’ingenuità è diventata inconsapevolezza, l’indistruttibilità è diventata ossessione, la bellezza è diventata arte, le grandi ali bianche sono diventate saliva, la sterilità è diventata passione di morte, l’obbedienza è diventata tradimento, la fede nella persona divina è rimasta fede nella persona divina: fede con odio, ora non più fede con amore. Nessuno crede nella persona divina con tanta forza quanto Lucifero: perché nessuno, nemmeno il più santo dei santi, ha finora più provata la forza della persona divina. Non puoi non credere in ciò che ti ha condannato, precipitato, obbligato al fuoco eterno. […] Come avrei potuto dirle, così: Io sono Lucifero. Come avrei potuto dirle: È il tuo male che desidero. Come avrei potuto dirle: so che in questo momento provi dolore, e ne sono felice.

Il cuore dell’intera opera di Giulio Mozzi è la Bibbia. Leggendo si ha come l’impressione che ogni parola sia una risonanza viva, cristallina dell’eco prodotta dalle parole del Libro dei Libri. C’è la stessa intonazione solenne; ci sono riferimenti espliciti; c’è una visionarietà chiaramente d’ispirazione biblica. La risonanza più forte è senza dubbio quella del libro di Giobbe. A pagina 29 di Fiction ne viene persino fornita una spiegazione.

Miei cari, voi conoscete la storia di Giobbe? Sono sicuro che siete pronti a rispondermi di sì. Ebbene, io sono pronto a dire che vi ingannate. La storia di Giobbe, così come tutti credono di conoscerla, è questa: un uomo giusto fu messo alla prova da Dio, che gli tolse ogni bene – le ricchezze, i familiari – e lo ridusse a vivere sotto un mucchio di letame. Pur colpito dalla disgrazie, Giobbe conservò la fede; per questo Dio lo premiò, ridandogli le ricchezze e consentendogli di formare una nuova famiglia. È così? Bene, vedo dalle vostre facce che è così. Ora, miei cari, voi vi ingannate. Dio non colpì Giobbe per metterlo alla prova; anzi, Dio non lo colpì affatto. Semplicemente, lasciò mano libera a Satana. […] E perché, miei cari, Dio fece questo? […] Lo fece, miei cari, semplicemente per vanità e per scommessa.

Maria Annunziata, Michele, il protagonista del racconto dal titolo «Di mio padre» e gli altri personaggi che popolano il mondo partorito dalla mente di Giulio Mozzi sono, quasi sempre, figure di Giobbe. Un Dio vanitoso governa e fa ruotare il mondo: un Dio che lascia Satana agire indisturbato. Questa della Bibbia sembra l’eco che le parole di Mozzi cercano di propagare più potentemente. L’uomo è servo. L’uomo è in balia di Satana. L’uomo può sperare solo in un Dio vanitoso e scommettitore. C’è salvezza? C’è redenzione? Nei racconti dell’autore di Padova non c’è quasi mai un finale lieto a dissipare le inquietudini: tutt’altro. L’elemento di redenzione è nondimeno la narrazione in se stessa. Il racconto è già di per se stesso mezzo di salvezza. Pagina 157 da Il male naturale:

La letteratura non è un cattivo mezzo di salvazione: anche la persona divina ha scritto un libro, la fede nella quale sono stato allevato è la fede di una storia passata, presente e futura: e la storia non esiste se non viene raccontata. Tutto ciò che scrivo è scrittura sacra in quanto io racconto solo le storie di redenzione, le persone vere o immaginarie delle quali io racconto la storia non vogliono altro che la salvezza: essere salvate, questo è l’unico desiderio delle persone delle quali io racconto la storia.

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16 Risposte to “Saggio su Giulio Mozzi”

  1. Maria Luisa Mozzi Says:

    Terribile e insopportabile questo tuo articolo. Insopportabile come i racconti di Giulio, che ti portano dove non vorresti andare, a quello che non vorresti sapere o capire o sentire raccontare. Questo “dove” me lo figuro come una somiglianza o un mescolamento delle persone con Dio (e con Satana) che le culture e la letteratura di solito non percepiscono o non dicono.
    Grazie, Marco.

  2. emanuela provera Says:

    splendida recensione/saggio. La presa di coscienza è anche quel momento di consapevolezza della violenza morale, che aiuta chi la subisce a cambiare strada, città, lavoro, amore.

  3. marcocandida Says:

    Maria Luisa, ho acquistato Fiction a ventidue anni dopo che un mio amico mi aveva prestato a vent’anni Altri libertini di Tondelli e Il male naturale. Devo dire che Giulio affronta tematiche per persone più mature di un ventiduenne studentello. L’ho sempre letto e ho sempre cercato di imparare. Ma le storie raccontate da Giulio non mi riguardavano veramente. Oggi le cose sono cambiate. I brani riportati negli esempi “so” cosa significano: lo so perché ho un po’ più di esperienza. Rileggendo Giulio oggi, dopo innumerevoli riletture, ho finalmente trovato il modo di parlarne. Sono molto contento di esserci riuscito. Di aver trovato qualcosa da dire. Significa che non è stato solo tempo sprecato e che non sono state parole al vento e vuote. Ogni tanto, con tutte le malignità ricevute nel corso degli anni, mi sono anch’io chiesto se questa “stima” per tuo fratello non fosse altro che il frutto di autosuggestione. Be’, le cose non stanno così.

    Nel pezzo alcuni aspetti non vengono affrontati. Una questione interessante è l’uso dei nomi propri. Pensiamo ad esempio al nome Ruota nella raccolta Il male naturale o al nome di Tana nella raccolta Questo è il giardino. Ruota è un nome un po’ strano. Sì, il racconto è un omaggio a Frank Herbert e Ruota potrebbe far riferimento (in modo abbastanza scoperto) alla grande ruota di precedenti reincarnazioni – come si legge nella bandella della raccolta Il male naturale nell’edizione che fu di Mondadori. Ma poiché Ruota è accompagnata da Mario; e poiché sappiamo che quando compare Mario, c’è sempre qualcosa di poco chiaro nell’aria; e poiché sappiamo che Mario di solito si accompagna a Bianca; allora Ruota potrebbe suggerire, anche, che questa ragazza sia “la ruota di scorta” di Mario. Pertanto, abbiamo questo personaggio di cui, in fondo, ci viene detto pochissimo, ma questo personaggio si chiama Ruota. Il nome potrebbe non essere il frutto di una scelta casuale: il suo nome potrebbe essere il suo destino. I nomi mozziani significano sempre qualcosa. Lucia. Renata. Tana. Letizia. Perciò potremmo azzardare una critica dicendo: i personaggi di Mozzi sono tratteggiati in modo esile; già, lo possiamo dire; ma se consideriamo il puro nomen, ci rendiamo conto che quel nome vale e sostituisce descrizioni e caratterizzazioni. Uno a uno e palla al centro.

    Personalmente trovo tutto questo gustoso. Non succede sempre di leggere un romanzo e farsi domande, e avere voglia, persino il bisogno, di interpretare. E quando succede, potrebbe non essere casuale. Un giorno mi siedo e mi guardo qualche film di Kubrick. Improvvisamente mi metto a fare mille collegamenti. Magari è tutto nella mia testa. Ma allora perché non mi succede con i film che guardo prima di andare a letto? E perché Kubrick viene considerato un genio visionario e i suoi film degli enigmi? Lo stesso mi accade con Dante Alighieri. Se c’è qualcosa da dire, potrebbe non essere casuale. Se si sente il bisogno di andare alla ricerca della tesserina mancante per completare il puzzle che l’autore ci ha sbadatamente consegnato, potrebbe non essere casuale. A volte, la tesserina c’è, e siamo noi a non essercene accorti. E’ il caso di Kubrick e di Dante Alighieri – anche dopo settecento vent’anni. A parer mio è il caso anche di Giulio Mozzi.

  4. Maria Luisa Mozzi Says:

    Non c’è assolutamente nulla di casuale nei racconti di Giulio. Di questo mi sento molto sicura.

  5. enrico ernst Says:

    … eppure, forse c’è un altro Mozzi – quello di “Fantasmi e fughe” (il libro che me lo ha fatto conoscere), e quello di “Sono l’ultimo a scendere”… esagero: qui non c’è un briciolo di “Bibbia”… c’è dell’altro… un viaggio nudo, sconcertante, drammatico o comico, drammatico e comico… lo seguo trepidante, la pellicola della “letteratura”, trasparente, non “utile”… o mi sbaglio? Io penso sempre che vorrei di nuovo reincontrarlo: il personaggio solitario e un po’ orso di Giulio Mozzi personaggio…

  6. Maria Luisa Mozzi Says:

    A volte la letteratura è verbo, rivelazione della natura e dell’uomo che ne fa parte, impastati, la natura e quindi anche l’uomo, di male e di felicità, di mortalità e di immortalità.
    Mi è capitato di percepire questo, per esempio, leggendo il primo coro dell’Antigone o la prima parte del Faust.
    Anche leggendo Il male naturale.
    Sono l’ultimo a scendere è sicuramente intelligente, lieve e divertente, ma lo percepisco come un esercizio di stile, a lungo andare noioso.

  7. enrico ernst Says:

    Curioso Maria Luisa. E dissento anche. Per me “Sono l’ultimo a scendere”, letto alla luce della postfazione mi pare un lavoro di doloroso “snudamento” (di un dolore, appunto, di un “male naturale”). L’incomunicabilità che vi si respira, il perenne conflitto della comunicazione, mi pare un segno drammatico fino a essere toccante di un vagabondaggio (infatti una cosa che non capisco anche è come possa essere considerato un libro – esclusivamente – divertente). Vedo lì – come dicevo – lo stesso smarrimento di “Fantasmi e fughe”. Senza tetto né legge. E a me il vagabondaggio di Giulio (certe foto, all’alba, certe foto di un pavimento, di un filo dell’alta tensione, di una fermata d’autobus, un paesaggio colto da un finestrino, assolutamente casuale) è la cosa che più mi colpisce della sua ricerca. Oltre la trama, oltre il ragionamento, oltre la cultura.

  8. Maria Luisa Mozzi Says:

    Può essere, Enrico. Grazie.

  9. enrico ernst Says:

    Grazie a te, Maria Luisa. Sono sempre contento di incontrarti qui. Anche se si hanno punti di vista differenti. Un saluto caro.

  10. marcocandida Says:

    Enrico, in un racconto di “Fantasmi e fughe” compare Santiago. E’ un racconto che presenta un meccanismo interessante. Il raccontino ha un tono allegro, ma inizia e termina nominando Santiago. Lo si nomina soltanto. E se non si sa chi sia Santiago, la cosa è solo leggermente spiazzante. Ma se si conoscono gli antefatti, tutto il sapore del racconto, per la sola presenza di quel nome, cambia. Io trovo tutto questo gustoso. L’idea che esistano due livelli emozionali di lettura. Se non si sa chi è Santiago appare tutto spensierato. Se si ricorda Super nivem, invece, diventa abbastanza rabbrividente. Ancora una volta, nei racconti mozziani, il male si presenta in punta di piedi.

    Emanuela, ti ringrazio.

  11. Giulio Mozzi Says:

    Per quanto mi riguarda, Sono l’ultimo a scendere è una specie di rictus.

  12. Maria Luisa Mozzi Says:

    Invece tutto il resto che hai scritto è un atto di volontà, frutto di scelte (del tema, della voce, del registro, delle strutture, dei rimandi, delle citazioni etc…)?

  13. enrico ernst Says:

    … aggiungo anche una mia domanda: provoca rictus (nel gentile Lettore o Lettrice) o è anche frutto di (cioè nasce dall’autore in preda a) “una specie di rictus”?

  14. Giulio Mozzi Says:

    Rictus: “contrazione spasmodica dei muscoli facciali periorali, per cui la bocca assume un atteggiamento simile al riso”. Simile. Mi pare, Maria Luisa, Enrico, che in Sono l’ultimo a scendere ci sia questo. Vedi la domanda con cui si chiude:

    «Chi è lui? Chi è quest’uomo che sembra non saper praticare alcuna comunicazione se non sotto il segno del sadismo reciproco?»

    Credo che solo a partire da Fiction (del 2001, incluso) potrei parlare di “progettazione consapevole”. E infatti, appena ho cominciato a progettare consapevolmente, tutto è diventato un’altra cosa: fino allo sblocco (o sbrocco) del 2009: Corpo vivo e corpo morto, La stanza degli animali, Dieci buoni motivi per essere cattolici, fino alle Favole del morire uscite quest’anno.

    Potrei dire che:

    – sono stato uno scrittore tutto istintivo, pochissimo consapevole;
    – sono diventato uno scrittore molto tecnico,
    – sono tornato all’istintività iniziale, con in più la tecnica.

    Ovviamente lo schemino è troppo limpido per essere credibile.

  15. marino magliani Says:

    è bella questa passione di Candida che va da King a Mozzi.

  16. cynthia collu Says:

    Bravo Marco, bel pezzo, E bravo Giulio, i brani tratti dai tuoi racconti sono molto belli e, se permetti, trovo ottima la scrittura.

    Cynthia Collu

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