È utile fare le presentazioni o no?

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di Demetrio Paolin

Pongo la questione in maniera diretta: le presentazioni dei libri servono o no? In questi giorni è uscito l’ultimo libro di Giovanni  Cocco La promessa (Nutrimenti) e nell’intervista a Anna Vallerugo  Giovanni ha dichiarato:

Di una cosa sono sicuro: farò pochissime presentazioni. Non vi è alcuna relazione tra la performatività e la qualità letteraria di ciò che uno scrive.

Nella risposta, a onor del vero, Cocco dice altre cose, che mi paiono anche condivisibili, soprattutto quando afferma che non esiste una diretta relazione tra la qualità letteraria del testo e la capacità di presentarlo, ma ciò sui cui mi preme riflettere sono quei due brevi periodi.

Negli stessi giorni Il post pubblica un altro intervento il cui attacco è questo:

Le presentazioni appagano l’ego di scrittori, amici e parenti, ma per gli editori sono quasi sempre una grana. Perché rappresentano un costo, sottraggono risorse alle cose da fare – è carino che l’editore o qualche suo rappresentante sia presente – richiedono un grande sforzo logistico – alberghi trasferimenti ristoranti e quant’altro – e in termini di copie vendute non si ripagano mai. Per questo ogni autore – o quasi – sogna teatri affollati, librerie traboccanti e piazze gremite, e rimane deluso quando si rende conto che il suo editore gli organizzerà una presentazione sola, al massimo due. A parziale giustificazione dell’autore e del suo ego c’è da dire che la prima cosa che le persone ti chiedono, quando pubblichi un libro, non è dove posso comprarlo, ma dove lo presenti, a testimoniare che per una grossa parte del pubblico le presentazioni valgono da succedanei del libro e dispensano dalla lettura.

È interessante che da due diverse angolazioni, quella autoriale e quella dell’editore, vengano mosse perplessità rispetto a un rito, che sembra aver sostituito la lettura dell’opera. Ora nonostante tutto questo mi paia ragionevole e sensato, io dico che non sono d’accordo. Sono anche consapevole che sia necessario motivare questo mio pensiero e credo che questo implichi rispondere a una domanda cruciale ovvero per chi o per cosa scriviamo?

La risposta a tale quesito rimane un tentativo di individuare il pubblico che acquista e legge un romanzo, che rappresenta poi il motivo per cui un testo viene scritto, editato, edito e messo in vendita (sul discorso del vendere ci torniamo).  Un libro è sempre una “roba” scritta che tiene conto di un destinatario; una lettera a qualcuno che non sappiamo se esiste o meno, ma che desideriamo con tutto il cuore che ci sia. Non c’è bisogno di scomodare Eco (o di leggere certe riflessioni di Mozzi) per capire come il ruolo del lettore immaginario sia fondamentale per la nascita di una storia. Nel momento in cui le parole che dico – ho usato il termine dire non a caso perché a mio parere la scrittura è un colloquio – diventano testo, la mia immaginazione materializza davanti a me “una persona”.

A questa fase, che se ci pensate è pazzesca, perché presuppone una storia inventata e raccontata a una persona inventata, seguono altri momenti delicati che culminano con la pubblicazione. Il testo smette di essere un semplice file, un brogliaccio indistinto e diventa libro; nasce quindi la possibilità che questo qualcuno, a cui per anni abbiamo parlato segretamente, che si è manifestato nei nostri incubi e sogni, a cui abbiamo sacrificato reali rapporti umani, diventi concreto.

È questo farsi “vero” del lettore immaginario a interessarmi. Nessuno dei presenti a una presentazione sarà come io mi sono immaginato che sia, e d’altronde anche ciò che io ho scritto verrà recepito sicuramente in modo diverso da come mi immaginavo, ma sarà un momento di incontro con persone che hanno deciso di prendere la macchina o il bus o la bici, uscire dal lavoro e di venire in libreria ad ascoltarmi invece di andare a casa. Questa una cosa ogni volta che avviene mi lascia di sasso. Perché questo accada non lo so, ma penso che la scrittura esista solo in funzione di un dialogo.

Per me scrivere è stabilire delle relazioni. Fare le presentazioni mi ha fatto comprendere che io non scrivo per la gloria futura, né per quella presente, non scrivo neppure per rivalsa della mia esistenza né per dimostrare che sono meglio o peggio di quello che gli altri credono, io scrivo perché ho una cosa da dire a qualcuno e mi piacerebbe, quando glielo dico, vederlo in faccia.

In questo senso sono in disaccordo con Giovanni, ma credo che le nostre divergenze siano legate proprio al modo in cui io e lui intendiamo il nostro essere scrittori.

La scrittura per me non è mai stata una questione vitale (io vivo anche senza, ho vissuto senza per tanto tempo, e vivrò senza che quando smetterò); non ho verso di lei nessuna venerazione o dedizione, mi sembrava da adolescente selvatico un buon modo per conquistare le ragazze al pari di saper suonare la chitarra o giocare al calcio (cose che continuo a fare) e così mi sono messo e ho scritto. Ho l’impressione, invece, che per Giovanni  tutto abbia a che fare con un sentimento molto simile alla vocazione e che questo modifichi il modo di vedere e sentire il proprio libro quando diviene pubblico.

Giovanni nel suo voler non fare presentazioni è come se dicesse – ora invento un personaggio che assomiglia a Giovanni ma non è Giovanni -: “Ho dedicato a questo libro ogni singola fibra del mio corpo, tempo, sangue, energia e intelligenza e ora non lo porto in giro come un oggetto qualunque”.

Questo ci porta alla seconda citazione quella de Il Post, che tocca come argomento il discorso della vanità dello scrittore e delle vendite. Mi sembra, personalmente, che il discorso dell’ego dell’autore, che vuole le presentazioni per gonfiarsi come un pavone, sia un luogo comune un po’ abusato e liso; e comunque lo scrittore bisognoso di certezze e di riscontri di questo tipo ha trovato sui social network il suo appagamento. Uno status o un tweet o un raccontino abbastanza furbo (io so che se su un mio status ci metto un episodio in cui è presente mia figlia faccio un mucchio di contatti, di like e di commenti) possono dargli soddisfazioni ben maggiori che presentare il proprio romanzo distopico a 6 arzille signore in un venerdì pomeriggio.

Mi sembra invece più interessante il discorso economico legato alla vendita del libro, che coinvolge la casa editrice e in un certo senso riprende il discorso di Giovanni sulla non effettiva relazione tra qualità dell’opera letteraria e la capacità da imbonitore dello scrittore.

Io mi chiedo: è così sbagliato vendere un libro? È sbagliato pensare che la presentazione sia anche la vendita di un libro? Io credo di no; scriviamo anche perché qualche soldo ci entri nelle tasche. Il denaro è un tema tabù per gli scrittori, basta leggere una veloce spulciatura dei romanzi contemporanei, in  cui pare che nessuno lavori e guadagni, che non esistano spese, mutui  per capire che per la repubblica delle lettere in Italia si campa senza soldi.

Eppure l’idea del denaro e dell’arte, del loro rapporto, è vecchia come la scrittura, anzi la scrittura nasce proprio in stretta relazione con il fare di conto. Tra i libri che maggiormente mi hanno chiarito cosa sia il romanzo, c’è un diario contabile di un mercante fiorentino del ‘400. Nascosta tra i conti che non tornano, le morti e le nascite di figli e parenti, tra resoconti di viaggio e liste della spesa, tra crediti e debiti si fa strada l’idea di una forma di racconto come saga di un classe sociale che si autorappresenta. E credo che ognuno dei romanzi che noi scriviamo abbia le sue radici lì nell’origine aurorale di quel ceto medio che chiameremo borghesia (anche senza scomodare Lukàcs ci siamo capiti).

Detto questo, in questi anni si è sviluppata una giusta attenzione al fatto che il lavoro culturale deve essere pagato.  Devono essere pagati i traduttori, i giornalisti, gli impaginatori, gli uffici stampa, i redattori, gli editor. E gli scrittori? Cioè il fatto di scrivere un libro non fa di te un ricco benestante, o almeno non più (questo poteva essere vero un tempo, almeno fino all’ottocento, quando tra lo scrittore e il suo pubblico non c’era una sostanziale differenza nella scala sociale). Nello stesso tempo è giusto che l’editore che ha creduto nel libro ci guadagni, e così la libreria che ospita. Se accettiamo paradossalmente che organizzare una presentazione è un costo, se accettiamo che è necessario spendere dei soldi, forse l’ipertrofia degli eventi in libreria sarà limitata.

Se le librerie faranno scelte precise, se spingeranno il libro, facendo in modo che l’evento presentazione porti pubblico e che questo acquisti l’opera, forse le case editrici non avranno troppi dubbi a prevedere un rimborso per l’autore. È vero un libro non è una lavatrice o un piatto, ma vive dentro certe regole di mercato, tra cui la più lapalissiana è che se il libro viene venduto è meglio. Possiamo poi discutere su come sia meglio pensare le presentazioni, se e come farle, o quando organizzarle, ma che rimangono il modo migliore perché un certo tipo di libri (non tutti, ovvio non i bestseller, non i libri di personaggi famosi) vengano conosciuti dal maggior numero di persone.

In questo senso anche lo scrittore deve secondo me prendere certe decisioni legate a chi presenta i propri libri. E in questo caso torna l’idea del colloquio. Nel mio piccolo io ho sempre cercato di trovare interlocutori con cui poter aver un dialogo costruttivo, che potessero in qualche modo mettere in luce parti nuove e interessanti del testo in questione. Per le volte che sono stato chiamato a presentare un romanzo altrui, io ho provato a fare lo stesso.

Per dirla con Montale ognuno riconosce i suoi, la figura del presentatore, colui che media tra lo scrittore e il pubblico di una libreria può essere un valido medium per rendere una presentazione una avventura interessante. Ricordo ad esempio una mia presentazione de Il mio nome è Legione a Mantova con Davide Bregola. Quel giorno non so per quale motivo, o meglio lo so, il motivo era appunto che molte delle persone che erano lì erano in relazione une con le altre, e avevano fatto di quel momento un momento anche di confronto a partire dal mio romanzo, Giulio Mozzi fece un lungo intervento a braccio che indicava una serie di questioni che collegavano alcuni autori che fino ad allora non si conoscevano e le loro opere, in parte edite e in parte in divenire. Fu un momento interessante e profondo, un momento in cui le persone presenti videro qualcosa oltre la semplice presentazione del libro.

Cerco di arrivare al fondo del mio ragionamento, se qualcuno ora mi dicesse: “Bene hai parlato di presentazione, ma esiste per te una idea platonica della presentazione che rappresenti quella a cui fare riferimento?” Io risponderei che sì esiste ed è quella che Gilda Policastro racconta nel suo libro su Sanguineti. L’occasione è la incontro in libreria per parlare di Capriccio italiano. In quel frangente a presentare il romanzo è presente Giacomo De Benedetti, la Policastro nel suo libro riporta le parole del grande critico che sono, come dice lei stessa, la più importante e densa recensione a quel testo di Sanguineti.

Come vede chi è arrivato fino alla fine di questo mio ragionare ho poche idee, tra queste quella centrale è che per me fare presentazioni è alzarsi e prendere la parola. Ciò che conta è la parola che dico, la lingua con cui la pronuncio; se c’è qualcosa di vero e di buono, se c’è qualcosa di vero e di bello anche per uno solo di quelli a cui mi rivolgo, ecco per me ne è valsa la pena.

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35 Risposte to “È utile fare le presentazioni o no?”

  1. claudiosalvi Says:

    “farò pochissime presentazioni. Non vi è alcuna relazione tra la performatività e la qualità letteraria di ciò che uno scrive.”: non riesco a vedere una relazione di causa-effetto tra queste due frasi. Demetrio Paolin, perché secondo lei un autore dovrebbe non fare delle presentazioni?

  2. Demetrio Says:

    Claudio è Giovanni Cocco che dice cosi. Penso che lo dica perché crede che la presentazione non sia utile al suo libro. Io ho cercato di dire l’esatto opposto. Ovvero che le presentazioni sono utili

  3. claudiosalvi Says:

    ho letto e credo di avere capito, le chiedevo secondo il suo punto di vista perché un autore come Giovanni Cocco dovrebbe non fare, o fare pochissime presentazioni, perché non trovo un nesso causa-effetto tra le due affermazioni di Cocco riportate.

  4. Demetrio Says:

    Credo ma dovrebbe essere Giovanni a confermarlo che in questo pesi la sua partecipazione al Campiello. Forse lui ha visto dinamiche diverse che io a oggi non ho conosciuto. Io credo che Giovanni dovrebbe portare in giro i suoi libri perché sono belli e credo che questa occasione arricchirebbe lui e i suoi lettori.

  5. enricomacioci Says:

    Bel pezzo Demetrio, davvero.
    Forse la parte più insidiosa – la più scivolosa – è quando affermi (o meglio quando lasci intendere) che la presentazione tende a farla chi non senta una vocazione; su questo bisognerebbe riflettere. Potresti avere ragione, insomma; penso a Rimbaud: vocazione a mille, performatività a zero. Né si può dire che scrivesse testi pensando a un lettore… Eppure, chi mai scrive senza pensare a qualcuno che lo legga? Senza questa magnifica speranza? Nessuno, credo. Nemmeno Rimbaud.
    Io sulle presentazioni sono indeciso; le faccio e in genere vengono bene; dopo averle fatte mi pare che il mio romanzo ne abbia beneficiato; ma non nego che una parte di me senta che beh, l’ego c’entra eccome. E che questa non sia una buona cosa. Del resto è una cosa necessaria, a meno che Io sia un Altro… Insomma non se ne esce più.

  6. SimoneGhelli Says:

    Ciao Demetrio, nonostante nell’ultimo anno abbia preso le distanze da incontri, presentazioni, fiere e quant’altro (ma era fisiologico dopo l’esperienza di “scrittori precari”), mi trovo molto in sintonia con le tue riflessioni. Ti dirò di più: personalmente ho sempre vissuto il momento della presentazione come una possibilità di spiegare (nel senso di dispiegare, srotolare) e spiegarmi l’opera. Voglio dire che in qualità di autore, proprio grazie all’incontro con i lettori, ho avuto la possibilità di capire qualcosa di più del lavoro che ho fatto e, dunque, di chiarirmi anche sul percorso intrapreso.

  7. gian marco griffi Says:

    No.

  8. acabarra59 Says:

    “ Domenica 20 giugno 1999 – La nonna lo diceva sempre: non ho volontà. « E rappresentazione? » Anche meno. “ [*]
    [*] Lsds / 596

  9. Yuri Zalaffi Says:

    Bellissimo pezzo. Aggiungo solo una riflessione che è in linea con quanto detto da Mozzi: credo che la presentazione sia utile al pubblico per conoscere l’autore, e all’autore per farsi conoscere dal proprio pubblico. Può servire al lettore per capire chi c’è dietro ad un opera. I libri si comprano anche per empatia nei confronti di chi scrive

  10. demetrio Says:

    Yuri, il pezzo l’ho scritto io che non sono Giulio, ma Demetrio. Per il resto grazie.

  11. marisasalabelle Says:

    Ho partecipato a molte presentazioni di libri e, dopo che ho pubblicato, ho fatto anch’io qualche presentazione. In base a questa mia esperienza dico che spesso la presentazione è un momento interessante. Vedi l’autore, lo senti parlare, hai modo di sapere qualcosa di un libro che forse, se no, non avresti preso in considerazione: puoi decidere di comprarlo.
    Vista dall’altra parte del tavolo, cioè come autrice che presenta la sua opera, be’, io sono abbastanza novellina da trovarla ancora una cosa gratificante; inoltre, hai l’opportunità di parlare del tuo libro, di approfondire alcuni punti che ti interessano, di rispondere a domande… Il pubblico presente può trovare interesse e decidere di comprare il tuo libro, il che non è male.
    L’aspetto critico delle presentazioni è che se (come me) non sei nessuno, vai a tue spese, ci perdi, economicamente, anche nel caso che tu venda un buon numero di copie. Inoltre, capita a volte che il pubblico presente sia esiguo, e che quindi tu ti domandi se ne è valsa la pena.
    In ogni caso penso che per un autore esordiente sia importante presentare il proprio libro, mentre chi è famoso e ha un pubblico affezionato probabilmente non ne ha bisogno (ma ci sono autori affermati che fanno presentazioni).

  12. stefano Says:

    non giocherò più a calcio. Non c’è nessuna relazione tra il saper giocare a calcio e la qualità letteraria di ciò che uno scrive. Ecco, anche a me quell’estratto è parso ben bizzarro.

    così come la domanda del post. La domanda dovrebbe, o potrebbe, essere: ti interessa presentare quello che scrivi? Ti interessa fare due chiacchiere, vedere in faccia un po’ di gente, fare un viaggetto in posti diversi eccetera.

    Altra questione è come detto, quanto incidono sulle scelte dei lettori e come organizzarle in maniera migliore.

    Sull’ego, mi pare di scorgere l’eco del libro intervista con dFw. Solo che anche qui, è ben bizzarro pensare che le cose che faccio da svegli non possano avere a che fare con l’ego, e dolersene. Soprattutto dolersene più di quanto non succeda con il fatto stesso di scrivere libri, prima ancora di presentarli.

  13. Yuri Zalaffi Says:

    Demetrio ti chiedo scusa per la svista. Ancora complimenti per l’articolo

  14. alessio Says:

    L’autore di questo brillante articolo continua a suonare la chitarra o a conquistare le ragazze?

  15. demetrio Says:

    a giocare a calcetto, discretamente.

  16. biancoemario Says:

    Ho partecipato a tante presentazioni di libri. Sovente sono stato soddisfatto, perché ho visto in carne ed ossa lo scrittore, ho ascoltato, gustato il modo in cui parlava ed esponeva, le eventuali sue inflessioni dialettali, a volte è stato davvero un’arricchimento umano. Per di più mi è successo di conversare a parte del libro con il suo autore, il che è stato interessante, spesso.
    Ho fatto diverse presentazioni di miei libri.
    Mi è successo pure di avere degli interlocutori acuti che mi hanno posto delle domande intelligenti, anche ultimamente, che mi hanno fatto riflettere più approfonditamente sul perché, su quali erano le cause remote, nascoste, psicologiche che mi avevano spinto a costruire una certa trama e a tessere uno stile particolare.
    Certo se non si è un autore importante le presentazioni sono anche un peso economico, se non ti pagano trasferte e via dicendo (come avviene nella maggior parte dei casi).
    Ma è anche il modo, per autori non affermati, come me, di promuovere le vendite che altrimenti, con la scarsa visibilità delle piccole case editrici, sarebbero poche.
    Il libro è comunque un “prodotto”, (per quanto sia antipatico così definirlo), un oggetto da vendere, da far conoscere, pensando che lo si scrive per intessere un dialogo, a volte muto, con tanti lettori.

  17. Cristina Venneri Says:

    Demetrio dici: ‘penso che la scrittura esista solo in funzione di un dialogo’. Questa faccenda mi fa ogni volta storcere il naso. Io, nella scrittura, non ci vedo proprio nulla di dialogico. Anzi: direi che è l’atto più superbo di espressione di sé. Io scrivo una cosa perché la voglio dire, sì, la voglio dire a qualcuno, sì. Qualcuno la leggerà: chi avrà voglia di farlo, chi vorrà prendersi questa briga. Non è compito dello scrittore vendere la propria opera. Lo scrittore è colui che spiega qualcosa raccontandone un’altra. Che bisogna ha di servirsi di una presentazione per spiegare ulteriormente (o antifrasticamente) ciò che si è impegnato a celare dietro altro? Sarebbe un lavoro vano.
    Se proprio la scrittura deve considerarsi un dialogo, allora dico che gli interlocutori non sono l’autore e i lettori, ma gli autori di tutti i tempi che vengono chiamati in causa dall’opera.
    Non sono drasticamente contraria alle presentazioni, mi irrita un po’ il fatto che ormai siano diventate un passaggio obbligato tra la pubblicazione e la vendita. Se, dunque, le presentazioni servono per una scelta strategica plausibile dell’editore, del libraio, allora bisogna anche comprendere che un certo tipo di autore potrebbe uscirne frustrato, violentato.
    La domanda, pertanto è: ‘Utile a chi?’
    E poi, io, ricordo che quando ho visto e sentito per la prima volta Calvino in un’intervista televisiva, ci sono rimasta un po’ male, ecco.

  18. acabarra59 Says:

    “ 7 giugno 1988 – Che cosa non è la letteratura: non è la « conversazione » né la « sincerità » né il « dialogo ». Ti parlo ma non parlo a te. (La letteratura è sempre intransitiva?) Inoltre non guardarmi perché non c’è niente da vedere. (E se ti guardo non credere che ti veda) “ [*]
    [*] Lsds / 597

  19. dm Says:

    La butto là. Secondo me la questione va affrontata anche riflettendo sul rapporto che ciascuna “voce scritta”, passatemi l’espressione, ha con la “voce sonora” dell’autore. Infatti, una presentazione è il momento in cui alla “voce scritta” subentra la “voce sonora”. Ci sono autori – qui sopra si nomina Calvino, è uno di questi – per cui le due voci sono emergenze diverse e inconciliabili. L’esempio di Calvino, che odiava la propria voce e tutto ciò che d’impreciso gli usciva per bocca (ah, la precisione) mi sembra significativo. L’autore Calvino sta nelle pagine, sicuramente, non nelle interviste o nelle registrazioni (se ce ne sono) delle presentazioni dei libri. Quello là è un altro, si sente, forse si vede anche.
    Invece ci sono autori che ci sono anche nelle proprie presentazioni, e chiunque assiste è in grado di riconoscere l’identità. E ci sono quelli che ci sono parzialmente e parzialmente soddisfano le aspettative dei lettori.

  20. demetrio Says:

    quello che dice dm è molto vero. Quando tu senti parlare Primo Levi capisci perfettamente lo sforzo della sua scrittura. Nel caso di Levi la fatica era di rendere la voce e la “voce scritta” una cosa simile. L’idea che ci sia una separazione tra le due voci fa risultare, però, secondo me anche più interessante l’idea della presentazione.

  21. acabarra59 Says:

    ” Domenica 29 novembre 2015 – Poi penso che, se ho tradito la letteratura – perché l’ho tradita – è perché non l’ho mai amata abbastanza. Del resto, era un amore impossibile. Era troppo vecchia, era quasi morta. Parlava con flebile voce, e se parlava più forte mi piaceva di meno. Era una voce stanca, piena di sonno. Parlava da lontano, da chissà dove, da chissà quando. Era una specie di sogno, che quando ti svegli svanisce. Era solo un’ipotesi, qualcosa di possibile, di probabile, forse. Era una specie di segreto, ma lo sapevo solo io. ” [*]
    [*] Lsds / 598

  22. Cristian Says:

    se io fossi uno scrittore non farei nessuna presentazione: che presentazione potrei fare che sia più presentazione di un libro che ho scritto dalla prima pagina all’ultima? Una volta hanno chiesto al grande pittore Edward Hopper di spiegare il senso di un suo quadro: se sapessi dire qualcosa di questo senso, non avrei fatto il quadro, ha risposto Hopper e ha chiuso lì la sua presentazione

  23. marisasalabelle Says:

    Calvino, Levi… appartengono a un’altra epoca. Oggi la figura dello scrittore appartato, che non sai nemmeno che voce abbia, è stata soppiantata dallo scrittore che interagisce coi lettori. Non è né meglio né peggio in assoluto: è solo diverso. Viviamo in un altro mondo, rispetto a Levi e Calvino.
    Io poi di questa cosa delle presentazioni non ne farei tanto una questione filosofica, ma di semplice promozione, marketing. Questo svilisce la Letteratura? Mah!

  24. dm Says:

    Marisa, però nel caso dei nostri esempi non mi pare c’entrino la storia della letteratura né la sociologia. Mi pare che c’entri la storia dell’autore con la propria voce (e, forse, qualcosa che si potrebbe chiamare il rapporto testo-corpo).

  25. Giordano Says:

    Performatività?

  26. Bandini Says:

    Le presentazioni di libri che preferisco in assoluto sono quelle di Elena Ferrante.

  27. giros Says:

    Confermo: le più belle presentazioni sono di Elena Ferrante proprio perchè nessuno (ma non ci credo) sa chi sia.
    Su di un libro bisognerebbe scriverci “Anonimo” e deve piacere senza sapere chi l’ha scritto. Poi, se piace, allora ci si può informare sull’autore, vedere chi è. Credo funzioni esattamente il contrario, quasi come la logica dello spettacolo. Si crea il nome e dopo, come appendice, il libro. Ad alcuni autori famosi il contratto lo fanno ancor prima che abbiano iniziato a scrivere. Magari poi c’è qualcun’altro che scriverà per loro.

  28. RobySan Says:

    …c’è da dire che la prima cosa che le persone ti chiedono, quando pubblichi un libro, non è dove posso comprarlo, ma dove lo presenti, a testimoniare che per una grossa parte del pubblico le presentazioni valgono da succedanei del libro e dispensano dalla lettura.

    Devo proprio essere rimasto indietro. Davvero qualcuno sostiene una cosa del genere? Tanto vale immaginarsi un libro, risparmiarsi la fatica di scriverlo e organizzare presentazioni a margine di un libro implicito!

  29. gian marco griffi Says:

    O forse del libro non ti chiedono “dove posso comprarlo?” perché immaginano che dal panettiere sia difficile trovarlo.

  30. marisasalabelle Says:

    Be’, la cosa più divertente (ma anche irritante, a ben guardare) è che molti confondono l’autore con il libraio, per cui è tutto un “Tienimene da parte una copia! Portamene due!”, e hai voglia a dire che i libri si comprano in libreria, o su Amazon, o si prendono in prestito in biblioteca…
    Non credo che la presentazione sostituisca la lettura del libro, ovvero, in alcuni casi può essere, ma ho potuto osservare che al termine della presentazione alcuni comprano il libro, per cui, o vogliono fare un piacere all’autore presente (può anche essere) o hanno intenzione di leggerlo. Spesso la presentazione di un libro è una bella occasione culturale o un modo per avvicinarsi a un’opera che forse non si sarebbe presa in considerazione. Che poi sia anche vetrina, narcisismo dell’autore, occasione mondana tanto per dire “ero presente”, be’, questo è normale. Ogni attività umana ha mille risvolti. Nessuno impedisce a Elena Ferrante di essere misteriosa, così come nessuno proibisce a Paolo Nori di fare divertenti letture pubbliche delle sue opere.

  31. Giulio Mozzi Says:

    Giros, scrivi:

    Ad alcuni autori famosi il contratto lo fanno ancor prima che abbiano iniziato a scrivere. Magari poi c’è qualcun’altro che scriverà per loro.

    Io l’ho fatto più volte. Poi il libro me lo sono scritto io.

    L’idea che gli “autori famosi” (e io non sono tale) utilizzino sistematicamente dei ghostwriter è una cazzata. La si trova ripetuta nel web innumerevoli volte, ma non per questo smette di essere una cazzata.

  32. giros Says:

    Mi riferivo ad alcuni personaggi televisivi che molto candidamente hanno ammesso: Mondadori mi aveva fatto il contratto ma poi non ero riuscito nemmeno a iniziarlo il libro.
    Gli autori famosi a cui mi riferivo non erano scrittori ma appunto “personaggi” più o meno noti. Non ho le prove che utilizino dei ghostwriter (questo non te lo vengono a dire) ma il sospetto che li utilizzino c’è.
    Una delle poche di questa categoria che i libri se li scrive da se è la Parietti (ed infatti si vede…almeno secondo me) Direi che a volte avere un ghostwriter non è del tutto negativo in certi casi: almeno sa il suo mestiere.

  33. Stefano Serri Says:

    H. M. Enzensbergere, in un suo saggio (in “Zig-Zag”) mette le presentazioni di libri insieme ad altri eventi culturali che proporrebbe di abolire, o quantomeno di non finanziare con soldi pubblici. I soldi così risparmiati dovrebbero servire ad aumentare il patrimonio librario delle biblioteche. Una modesta proposta.

  34. Giulio Mozzi Says:

    Condivido, Stefano.

  35. Federica Says:

    Demetrio l’ho conosciuto grazie a una presentazione. Il libro era ‘Non fate troppi pettegolezzi’. Così, direi che per ragioni personali le presentazioni mi piacciono. Ho anche assistito a presentazioni con l’autore che invece mi han fatto venire il latte alle ginocchia, perciò, sempre per ragioni personali, le presentazioni non mi piacciono. Credo ci sia una qualche verità nel fatto che alcuni autori sono solo tirati per la giacca e altri le giacche le tagliano le cuciono e te le fanno anche provare. L’aspetto che mi interessa di più, nelle presentazioni, è la creazione di uno spazio tempo in cui si riesce a dire. Il dire che ha dentro l’io e l’altro, il discorso orale di cui talvolta sento la mancanza. Per lo stesso motivo amo i reading che riformulano la presenza della parola nella voce e della voce nella parola, ogni volta in modo diverso, ogni volta rinsaldandole.

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