Il Cristianesimo non è una cultura

by

di giuliomozzi

[Rubo il titolo a un saggio, ben più rilevante di questa noterella, di Mario Pomilio].

Il sindaco della mia città, Padova, millanta di voler compiere “controlli nelle scuole affinché venga garantito il mantenimento e l’insegnamento delle tradizioni cattoliche” (vedi). Periodicamente tornano su queste cose. Io non ne posso più. Mi fa schifo che un sindaco del tutto estraneo al cristianesimo (non una sua parola ne mostra un’eco) strumentalizzi a questo modo la mia fede; mi fa schifo che ci sia chi gli va pure dietro, e accredita i ragionamenti del tipo: “Se vogliono integrarsi, che si integrino”; mi fa schifo la stupidità di tutta la cosa.

La tradizione cristiana (cioè: il tramandarsi della Buona Notizia) è già perduta, in Italia. L’hanno sepolta gli strumentalizzatori. L’ha sepolta la chiesa con la sua smania di potere. Mi ricordo una discussione, tempo fa, con un tipo che si dichiarava cristiano e praticante. Io gli ricordavo che la speranza fondamentale del cristianesimo è la resurrezione dei morti. Cazzate, mi diceva il tipo. La resurrezione dei morti e la vita nel mondo che verrà, gli ricordavo: è nel Credo, nella professione di fede che reciti tutte le domeniche a messa. Cazzate inventate dai preti, ribadiva il tipo. E allora cos’è il cristianesimo?, gli domandavo. E vagamente, rimestando le parole, mi diceva: ma è tutto, qui da noi, è la nostra tradizione, è la nostra cultura…

No. Il cristianesimo non è una cultura. Signor papa Francesco, provi a spiegarlo lei. Dica alla chiesa italiana, alla Conferenza episcopale, che bisogna mettere le cose in chiaro. Che il matrimonio civile e il matrimonio religioso vanno separati. Che nelle aule del potere non devono esserci simboli cristiani. Che il cristianesimo e i suoi simboli e le sue pratiche non vanno imposti, anche se la chiesa stessa l’ha fatto e rifatto nei secoli (con molti morti e feriti). Che se la chiesa è “pellegrina sulla terra”, come si ripete in ogni messa, non può aggrapparsi a queste cose, pena diventare qualcosa d’altro. Qualcosa di più simile all’idea di società dei Salvini o dei Gasparri o dei Berlusconi o di altri mostri, che alla comunità di chi sulla base di una parola incredibile confida in un “mondo che verrà”.

C’è un popolo di insegnanti che nella scuola, dagli asili nido alla secondaria superiore, fa il possibile per costruire una società diversa da quella che abbiamo finora conosciuta. Questi insegnanti – che pure, come tutti, possono commettere errori eccetera – hanno bisogno del sostegno materiale ed esplicito di tutti. Quando in una classe ci sono bambini che provengono da diciotto paesi diversi, l’idea di “difendere la tradizione” è semplicemente una cretinata, buona sola per catturare il consenso di chi per eccesso di ricchezza o per paura della povertà ha smarrito ogni senso di umanità dell’uomo.

76 Risposte to “Il Cristianesimo non è una cultura”

  1. claudia grendene Says:

    Grazie, Giulio.

  2. giros Says:

    Il discorso sui simboli cristiani secondo me è molto complesso. Posso essere d’accordo sul fatto che il cristianesimo non è una cultura e che l’essenza stessa della religione si è persa, è stata vanificata da altri valori, tipici della società odierna, che tendono a seppellirlo. Come posso essere anche d’accordo sugli errori della Chiesa commessi in passato (errori più degli uomini che l’hanno interpretata che non dell’istituzione stessa). I simboli però non credo debbano rientrare in nessun discorso relativo all’integrazione. Se da noi la maggioranza si professa cattolica è giusto mettere i simboli quali il crocifisso o il presepe nelle scuole. Non credo possa turbare le coscienze di nessuno ne tantomeno la politica possa approfittarsene per portare avanti il suo populismo. Penso a volte che è strano credere in un Dio che abbia nomi differenti. Per come me lo immagino io non può avere nomi o credo differenti a seconda del popolo che lo venera o crede in lui. Ma forse anche questo fa parte di un disegno molto più grande che è molto difficile da comprendere. Almeno per noi.

  3. Giovanna Rosadini Says:

    Caro Giulio, non sono per nulla d’accordo con te. Lo dico da ebrea abituata a confrontarsi quotidianamente con, appunto, la cultura cristiana della società a cui appartengo. Da persona abituata a sentirsi “diversa”, a partire, proprio, dal fatto che non festeggio il Natale. Da qui ad abolire il Natale come ricorrenza celebrata nelle scuole, però, ce ne passa… Non si tratta di imporre qualcosa, ma di non perdere di vista le radici culturali (in senso innegabilmente religioso: tutto da noi parla una lingua connotata in questo senso, dalle festività che come il Natale scandiscono la nostra vita ai riti di passaggio che la ritmano, e dove li mettiamo secoli di storia dell’arte, letteratura, filosofia improntate ai valori cristiani? Capisco la tua provocazione, ma non credo che la strada sia lasciar perdere le proprie tradizioni religiose e culturali. Da sempre, noi ebrei siamo abituati a convivere e confrontarci con la cultura (e religione) maggioritaria della società in cui viviamo, che ha il pregio di essere una civiltà secolarizzata in cui questo è possibile. Non è obliterando preventivamente una tradizione che si affrontano le sfide socioculturali del futuro, ma mantenendola, laddove uno spazio di dialogo è comunque garantito. Così, almeno, la vedo io.

  4. xenia Says:

    la scuola pubblica deve restare laica, niente simboli religiosi. La religione è una scelta personalissima che nulla ha a che vedere con l’istruzione pubblica perché – appunto – non c’entra niente con la cultura.

  5. Vincenzo Todesco Says:

    Si’. Concordo su tutto. E considero umano e bellissimo ciò che hai scritto. È necessario che noi si abbia il coraggio di ripeterlo, di ripeterlo sempre, di ripeterlo ancora. Ti saluto, con riconoscenza.
    Vincenzo

  6. Giulio Mozzi Says:

    Giovanna, ti prego, non farmi dire ciò che non dico. Nel mio articoletto non si sostiene che sia opportuno “abolire il Natale come ricorrenza celebrata nelle scuole”. C’è scritto che “il cristianesimo e i suoi simboli e le sue pratiche non vanno imposti”.

    Xenia: il fatto che una scelta sia “personalissima” non comporta necessariamente che non abbia nulla che vedere con l’istruzione pubblica (e, in generale, con le istituzioni).

    Giros, scrivi:

    Se da noi la maggioranza si professa cattolica è giusto mettere i simboli quali il crocifisso o il presepe nelle scuole. Non credo possa turbare le coscienze di nessuno né tantomeno la politica possa approfittarsene per portare avanti il suo populismo.

    Ma se tu vivessi in Italia, ti accorgeresti che la politica adopera continuamente il cristianesimo – trattato appunto come una “cultura” – per portare avanti il suo populismo. Da voi sulla Luna è diverso?

  7. melaniaceccarelli Says:

    Da credente, da ex fucina, da persona che ha imparato il valore della laicità nella chiesa sono TOTALMENTE d’accordo con Giulio. Sento un sacco di discorsi che mi paiono stupidi rispetto alle tradizioni. Stupido è chi pensa che abolendo le nostre tradizioni si possa integrare meglio chi ne ha di diverse. Mi sembrerebbe bello aggiungere piuttosto che levare. Quando poi il rispetto della nostre tradizioni – che quindi, in quanto tali, cioè proprio in quanto tradizioni non possono essere considerate simbolo di fede – è tutto quello che di religioso fanno e predicano certe persone allora sinceramente a me non mi importa un fico secco di fare o non fare il presepe! Ma che siano esempio di virtù cristiane se proprio si dicono cristiani! Che annuncino la buona novella, che pratichino il regno di Dio in terra se proprio hanno una fede straboccante!

  8. Giovanna Rosadini Says:

    Ok, Giulio, “non vanno imposti”: io mi sono “allargata”, nel risponderti, alle notizie di cronaca di questi giorni. A te obietto, comunque, la genericità dell’affermazione (e l’ho capito, in chiave polemica). Fermo restando che non mi pare ci sia nulla di imposto nei tradizionali festeggiamenti scolastici natalizi… non trasformiamo una tradizione gioiosamente praticata (non da me, peraltro) in un’imposizione…

  9. Roberto Iannucci Says:

    Un altro che ha capito tutto e ora c’è lo spiega. Non resta che prendere appunti.

  10. Maria rosa Says:

    Io sono d’accordo sul fatto che il cristianesimo non debba diventare una strumentalizzazione ai fini politici e che , come dici,

    ” nelle aule del potere non devono esserci simboli cristiani. Che il cristianesimo e i suoi simboli e le sue pratiche non vanno imposti, anche se la chiesa stessa l’ha fatto e rifatto nei secoli (con molti morti e feriti). ”

    Ma che non sia una “cultura”, su questo, no, non sono d’accordo. E’ la nostra cultura, italiana ed europea. Io mi chiedo: se dovessimo perseguire con coerenza, fino in fondo, l’idea che il cristianesimo non è la nostra cultura fondante, come la metteremmo con l’insegnamento di una buona parte della nostra letteratura nelle scuole italiane? In particolare come la metteremmo l’insegnamento della Divina Commedia?
    Che ormai sia difficilissimo fare delle lezioni sul poema di Dante ai nostri studenti è cosa risaputa. Molti docenti potrebbero testimoniare di quanto sia ostico per i ragazzi la comprensione di concetti relativi all’idea ( per andare sul semplice) di Trinità, di virtù teologali e cardinali ecc., senza la conoscenza dei fondamenti del cristianesimo. Questo grazie al fatto che non solo non possiamo più parlare di educazione religiosa cristiana cattolica diffusa a llivello familiare ( anche in molte famiglie, che si professano cattoliche non c’è di fatto nessuna pratica religiosa), ma anche a livello istituzionale,per esempio a scuola. Durante l’ora di insegnamento della religione cattolica, solo per quelli che si avvalgono, ovviamente, di tutto si tratta tranne che di questioni attinenti con la religione in senso stretto.
    Allora la domanda che mi pongo è questa: se veramente ci dovessimo porre l’obiettivo di rendere completamente laica la nostra cultura e la nostra scuola, base della formazione del cittadino, dovremmo eliminare anche buona parte della nostra letteratura che alla religione cristiana si informa?

  11. Rebecca G. Says:

    Da cristiana incerta e dubbiosa, da non praticante, se non per amicizia verso chi si sposa o ha perso una persona vicina, dico la mia. E’ imposizione chi proibisce i canti di Natale in nome di un laicismo fanatico, è imposizione chi non vuole portare i bambini a vedere una mostra con un crocifisso di Chagall, perché “urta” i non cattolici. Ho conosciuto tanti insegnanti che urlavano la loro laicità per coprire il suono delle loro ipocrisie

  12. giros Says:

    A volte sulla Luna ci vivrei volentieri … Forse hai ragione dicendo che la politica cerca di approfittarsene però sta a noi non caderci. La religione va distinta in maniera netta dalla politica, ne sono sempre stato convinto. Purtroppo così non è e di questo non hai affatto torto. Ma ripeto, siamo noi, che non dobbiamo caderci.

  13. Giulio Mozzi Says:

    Maria Rosa, non farmi dire anche tu ciò che non dico. Ho forse detto che i bambini e i ragazzi a scuola vanno allevati nell’ignoranza di che cosa sia il cristianesimo?

    No, non l’ho detto, e sarei ben stupido se l’avessi detto. Ho detto che “il cristianesimo e i suoi simboli e le sue pratiche non vanno imposti”.

  14. Giulio Mozzi Says:

    Rebecca: esiste anche il laicismo non fanatico (ma il mio articoletto, comunque, non è certo laicista).

  15. Ma.Ma. Says:

    Dalle mie parti, l’ora di religione (cristiana cattolica) è opzionale (e di fatto molto poco seguita: decidono i genitori e l’essere dispensati non preclude l’eventuale decisione di far fare la cresima all’alunno). In terza media, in compenso, ai ragazzi viene impartita la storia delle religioni monoteiste; imparano a conoscere l’ebraismo e i profeti, come Gesù Cristo, Maometto e Buddha Siddhartha. A me pare che funzioni. Nessuno impone niente e tutti imparano a conoscere l’esistenza di altre religioni, nel pieno rispetto gli uni degli altri.

  16. Ma.Ma. Says:

    Correggo: già in seconda media, se non mi sbaglio di nuovo.

  17. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 30 novembre 2015 – Quello che mi dispiace di più del nostro tempo globalizzato, microsoftizzato, americanofono è la manomissione del tempo. Cioè la trasformazione del calendario. Per esempio, quando poco fa ho acceso, come ogni mattina, il computer, mi sono sentito dire che oggi è il 141esimo anniversario della nascita di Lucy Maud Montgomery. Lucy Maud Montgomery: chi era costei? Era, mi dicono, « una scrittrice canadese, autrice di nu-merosi libri per l’infanzia, ambientati spesso nell’Isola del Principe Edoardo, presso la costa meridionale del golfo di San Lorenzo. ». Di questi libri, mi spiegano, i più famosi sono quelli della saga di « Anna dai capelli rossi » etc. D’accordo, ma ora che lo so, con tutto il rispetto, continuo a pensare che la circostanza mi interessi pochino. Io, che più che cattolico, sono pigro, e anche vecchio, un vecchio pigro, diciamo così, preferisco continuare a pensare che oggi è Sant’Andrea. Fra Lucy Maud Montgomery e Sant’Andrea, secondo me, non c’è partita. Sarà perché Sant’Andrea è anche il mio onomastico. Perché io mi chiamo Andrea e sono contento di chiamarmi così. Con un nome che, forse, dalle parti di Lucy Maud Montgomery è un nome da donna, ma dalle parti mie ancora, in linea di massima, non lo è. È il mio nome, il nome che, tanti anni fa, i miei dolci parenti mi hanno dato, un nome da vecchio, un nome da pigro, forse, ma, forse anche per questo, qualunque cosa dicano, non ho la minima intenzione di cambiarlo. Auguri. “ [*]
    [*] Lsds / 590

  18. Giulio Mozzi Says:

    Ma.Ma.: scrivi “dalle mie parti”, ma dimentichi di specificare quali siano “le tue parti” (io lo so ma non lo dico, spetta a te dirlo).

    In Italia il fatto di fare o non fare l’ora di religione a scuola non ha nessuna relazione con il percorso di formazione per i sacramenti. Il parroco non è tenuto a (e non ha il diritto di) sapere cosa fa il ragazzo a scuola.

  19. Anna Maria Says:

    E invece secondo me la presenza del procefisso nelle scuole e in tutti gli ambienti laici è lì a ricordare che c’è stato qualcuno che ha avuto il coraggio di andare fino in fondo e morire sulla croce. E’ morto per amore. Giulio, che male fa un crocefisso appeso se ce lo ricorda? Mica è un simbolo di guerra!

  20. Ma.Ma. Says:

    …in Svizzera, il parroco spesso è anche il catechista e un po’ ci bada in prossimità delle feste, se qualcuno c’è oppure no, ma non può obbligare l’allievo a frequentare il corso scolastico. E già che ci sono, aggiungo che ricordo spesso le recite di fine anno, ma non quelle natalizie. Però l’8 dicembre negli asilo arriva San Nicolao a portare dei doni, ora che ci penso… uhm…, ma è un po’ come Halloween, giusto? Quindi non c’entra.

  21. Giulio Mozzi Says:

    San Nicola, San Nicolao, Santa Klaus, eccetera, sono la tradizione popolare che la Coca-Cola ha tentato di far fuori (riuscendoci in buona misura) inventando Babbo Natale.

  22. Arwen Says:

    Grazie, grazie per quello che scrivi. E’ un sollievo e una speranza constatare che c’è gente che la pensa così. Se posso permettermi ti segnalo questo post http://www.boscoceduo.it/Presepe.htm, tanto per sentirci tutti meno alieni

  23. Andrea Says:

    Giulio tutti stanno strumentalizzando questa questione a modo loro.
    Solo le persone normali non ci fanno caso.
    I miei figli sono andati all’ asilo a scuola ( elementari, medie e liceo adesso ) senza mai porsi il problema di chi ci fosse appeso alla parete e questo è così i loro compagni di classe.
    Però la questione la hanno sollevata quelli che volevano mettere o togliere qualcosa o qualcuno… Entrambi hanno strumentalizzato la cosa e nessuno pensava a chi in quelle classi ci sarebbe andato solo per imparare e studiare.

  24. Arwen Says:

    e questo! http://www.boscoceduo.it/Indifferenza.htm

  25. Giulio Mozzi Says:

    Anna Maria, ti ricordi Costantino? In hoc signo vinces. Con tutto ciò che ne è seguito. Dici che il crocefisso “non è un simbolo di guerra”: il guaio è che persone come il mio sindaco lo usano proprio come uno strumento di guerra.

    Arwen (mi riferisco agli articoli, non so se tuoi o d’altri, ai quali rinvii): i figli vanno comunque educati, e comunque non si può fare a meno di educarli.

  26. Bartolomeo Di Monaco (@bdimonaco) Says:

    Questa distinzione andava fatta prevalere tanti anni fa, quando né tu né io eravamo ancora nati, Giulio. Ora ci troviamo di fronte alla tradizione, e bisogna fare i conti con essa. E la tradizione è un fatto culturale, piaccia o non piaccia. La situazione concreta in Italia è questa in forza della tradizione: ci sono feste e ricorrenze che si sono ispirate al cristianesimo (il quale poi le ha anche ereditate dal paganesimo mutandole). Ora succede che da qualche anno, in quest’ultimo in modo più marcato, per vari motivi (tra cui le proteste dei non cristiani) si sono messe e si mettono in discussioni feste e ricorrenze che appartengono alla sfera del cristianesimo e che sono diventate tradizione. La domanda è: È giusto disfarsene? E ancora: È giusto disfarsene poiché urta la sensibilità di persone di altre religioni che sono venute a vivere nel nostro Paese? Credo proprio che non sia giusto disfarsene. Credo che , cancellando quelle che sono riuscite (per forza propria?) a sopravvivere, noi commettiamo un gesto di intolleranza culturale, irriguardoso di tutti quei gesti che, stratificatisi nel nostro popolo, hanno costituito la nostra tradizione religiosa (e culturale). Caso mai, è nostro dovere fare in modo che anche consuetudini religiose diverse dalla nostra (consuetudini pacifiche: ho qualche riserva nei confronti dei musulmani, poiché, avendo letto il Corano, vi ho trovato versetti violenti e guerrafondai, non ispirati certo dall’amore e dalla ricerca della pace verso tutti, al contrario dei Vangeli, e soprattutto al contrario della vita di Gesù, così differente da quella battagliera di Maometto) possano trovare il modo di esprimersi ed essere praticate. Togliere il crocifisso dai luoghi pubblici o vietare i canti natalizi sono comportamenti che rientrano in quel gesto spregiativo di quanto è diventato tradizione, e dunque cultura. Personalmente sono più d’accordo nell’aggiungere che nel togliere. Niente vieterebbe, ad esempio, che nelle scuole, nell’occorrenza di importanti feste di altre religioni, si ospitassero anche le loro tradizioni, alla presenza dei cristiani.

  27. acabarra59 Says:

    “ Martedì 11 dicembre 2007 – Poi, avendo voglia di leggere un po’ di critica letteraria, prendo «Strumenti critici» e trovo, invece, uno che parla del Sogno di Costantino di Piero della Francesca. La cosa tuttavia mi interessa e dunque lo leggo. Quello che, tuttavia, vengo a sapere è solo che quando Costantino ha sognato non era notte, ma quasi giorno. E che, dato che i sogni dell’alba sono veritieri, quello era un sogno veritiero, e infatti Costantino vinse, a Ponte Milvio, « in hoc signo » etc. Apprendo inoltre che Piero aveva conosciuto Enea Silvio, e che la battaglia di Ponte Milvio alludeva alla crociata prossima ventura contro i turchi, che avevano appena preso Costantinopoli etc. Ma quello che ho soprattutto capito è che c’è un sacco di gente che sogna e che, soprattutto, crede a quello che sogna. [**] “ [*]
    [*] Lsds / 591
    [**] “ In hoc somnio vinces “?

  28. Francesca Matteoni Says:

    La cultura cristiana è parte fondante – in bene, come in male e in questo caso mi riferisco a tutte le strumentalizzazioni o ai rimaneggiamenti della Chiesa medievale che poi hanno sempre prodotto cose di segno opposto alla compassione (per esempio) – delle tradizioni europee. Questo non significa che una cultura non possa essere interrogata, o anzi addirittura conosciuta. Penso che Giulio abbia scritto un breve, lucido pezzo di giustificato sdegno. Ultimamente mi è capitato di insegnare a un gruppo di studenti americani un corso di cultura italiana. Cercando figure di “luce” nel Novecento sono venuti fuori Capitini, Don Milani, Don Saltini. Guarda un po’ – tutti cattolici. Forse cattolici “dissidenti”, se questa parola ha un senso, o cristiani alla lettera – credevano nella pace, nel guardare agli ultimi, nella società dei fratelli. Di questa gente si perde sempre la traccia quando si parla a gran voce di tradizioni, cattolicesimo, scuole…
    Per mia parte – trovo perfetta l’apertura del pezzo. Quando mi chiedono perché non sono credente, io rispondo: perché non credo nella resurrezione dei morti, anche se condivido molto altro del messaggio cristiano – per esempio che il bene è già qui, è nei gigli dei campi. Che vuol dire, mi chiedono? Gente che va in chiesa, che si dice cattolica fervente. Ad ogni modo, grazie.

  29. Anna Maria Says:

    Giulio ti trascrivo una mia riflessione che ho postato proprio ieri sulla mia pagina che riguarda la convivenza tra diversi:
    Annullare le diversità piuttosto che accettare le diversità.
    E così pian piano ci spogliamo della nostra vera identità, delle nostre peculiarità.
    Io penso che il diverso da noi, per cultura, per religione e anche per sesso, lo puoi accettare e volergli bene senza per questo spogliarci della nostra identità.

  30. melaniaceccarelli Says:

    Ma cosa hanno a che vedere tutti i commenti sull’importanza di conservare le nostre tradizioni, su cui io sono d’accordo, anche se aggiungerei quelle degli immigrati, con il ragionamento di Giulio. Non capisco. Mi pare che si condanni la strumentalizzazione che viene fatta della fede col solo scopo di attirare consensi di persone legate alle tradizioni, e lo siamo un po tutti, e magari spaventati dell’idea di perdere la propria identità. Ma l’identità è la cosa più in divenire che esista, niente affatto rigida!

  31. Giulio Mozzi Says:

    Bartolomeo, fai due domande:

    La domanda è: È giusto disfarsene? E ancora: È giusto disfarsene poiché urta la sensibilità di persone di altre religioni che sono venute a vivere nel nostro Paese?,

    e io trovo che siano entrambe domande inutili (oltre che totalmente estranee al contenuto del mio articoletto: come ho già fatto notare a es. a Giovanna Rosadini e a Maria Rosa).

    Anna Maria: se leggi l’intervento di Francesca Matteoni, un po’ più sopra, dovresti accorgerti che io non ho fatto altro che rivendicare la radicale diversità del cristianesimo. Altro che “annullare le diversità”! Scherziamo?

    Francesca: pensa agli Olivetti, per esempio (Camillo nasce ebreo ed è sostanzialmente ateo; sposa Luisa Revel, valdese figlia d’un pastore, e insieme generano il laicissimo Adriano). O a Primo Levi, israelita. O a Emilio Lussu, decisamente laico. O a Tina Lagostena Bassi (non particolarmente cattolica, che io sappia). Dico così, i primi che mi vengono in mente.

  32. Paolo 8_Mano Says:

    Finalmente un cattolico che sia d’accordo con la separazione Stato/Chiesa, potere temporale/spirituale eccetera. Accusiamo tanto i paesi arabi di essere Stati integralisti ma anche noi, nel nostro piccolo, non siamo laici.

  33. irene Says:

    Oggi le classi sono piene di alunni stranieri che arrivano da culture e religioni altre.Vanno rispettati e accolti per ciò in cui credono e per la cultura e le tradizioni che rispettano secondo me. Non è necessario togliere il crocefisso dalle aule, purchè il crocefisso non assuma il significato di chiusura verso tutte le altre religioni.

  34. enrico ernst Says:

    Da non cristiano, da ateo forse, quando leggo un intervento come quello di Giulio vado a pensare che il cristianesimo ha ancora delle cose da dire importanti a tutti. Che non è la difesa assurda e interessata di una identità tradizionale e autoritaria. In altre parole che, come tutte le altre religioni rettamente intese, è a mio giudizio un cammino della più vasta cultura umana verso la comprensione e il bene… la “buona vita”…

    Penso che le grandi tematiche dell’etica, del rispetto della vita e dell’altro possano unire oltre gli steccati delle identità, che dipendono da tutti i fattori sociali, geografici e storici che ci possiamo immaginare, di tutti i possibili destini.

    Poi c’è un luogo: è un luogo prezioso e non va perso: lo chiamerei il vuoto luogo della laicità: che non appartiene a nessun Credo, a nessuna religione storica, che accoglie le dimensioni del sapere, del rispetto di tutti, della formazione dei cittadini, che appartiene ai cittadini senza distinzione (egalité).
    Ecco che tra le istituzioni che incarnano questo vuoto prezioso luogo (invenzione fragile, che Dio ce la conservi), ecco la scuola laica, senza crocifissi, o mezzelune o menorah. In grado anche di dire ai nostri figli che cosa gli uomini abbiano visto e letto nel Corano, nella Bibbia, nei testi del Buddhismo o del Taoismo…

    In altre parole e amio giudizio: la religione a scuola dovrebbe essere semplicemente tolta alla dimensione ecclesiale e dogmatica; “salvata” da una stolta ingerenza, che spero possa esaurirsi (ma non vedo spiragli, ed è sufficientemente deprimente). Non ci sarà allora più necessità di “alternative”. E i nostri bambini sapranno che cosa significa il Natale, ma anche la Pesaq ebraica, anche se non sarà nel novero delle loro festività.
    E quando leggeranno Dante (o Manzoni), avranno un bagaglio di conoscenze, anche teologiche, che li aiutino a decrittarli…

    piccolo dettaglio: non credendo al Salvatore, per me il Natale ha comunque una serie di bei simboli, importanti: per esempio, la fragilità e bellezza del bambino, il senso del dono. E d’altra parte, quando ogni festività diventa mercato e “istituzione” e quando viene strumentalizzata e appuntata al petto di qualche stolido “identitario” rischia di venire divorata e distrutta.

  35. Giulio Mozzi Says:

    Paolo 8: e mi pare di non essere una mosca bianca.

    Enrico: ma il cristianesimo non è un’etica. E’ l’attesa speranzosa della fine del mondo.

  36. enrico ernst Says:

    Lo so, Giulio. Ma io quella attesa non la attendo. Quindi su quell’attesa non ho nulla da dire. Tu attendi io no.
    Questo è quello che posso rilevare. E tuttavia il cristianesimo è “anche” un’etica, no? Perché Gesù ha detto cose che orientano, io penso, la tua ma anche la mia vita (cosa voleva dire per esempio quando diceva “Date a Cesare quello che è di Cesare”, o “ama il prossimo tuo come te stesso”, quando parlava della Legge ecc.)… e lì eccoci a con-dividere, no? Cioè a condividere il portato di un messaggio… non so chiamarlo se non etico. Cioè intorno alla “buona vita”, o alla “buona mente”, non so…
    Ti faccio una domanda: si può “attendere il Regno” sia come “persona buona” che come persona cattiva e ingiusta? Cioè “quella verità” ha un riscontro etico oppure no?

  37. Bartolomeo Di Monaco (@bdimonaco) Says:

    Può darsi che abbia capito male queste frasi:
    “Signor papa Francesco, provi a spiegarlo lei. Dica alla chiesa italiana, alla Conferenza episcopale, che bisogna mettere le cose in chiaro. Che il matrimonio civile e il matrimonio religioso vanno separati. Che nelle aule del potere non devono esserci simboli cristiani.”.
    E
    “Quando in una classe ci sono bambini che provengono da diciotto paesi diversi, l’idea di “difendere la tradizione” è semplicemente una cretinata”.
    La mia risposta è stata: non togliere, ma aggiungere.

  38. Giulio Mozzi Says:

    Ma appunto, non è nelle classi – ma nelle “aule del potere” – che suggerisco di togliere. E non sta scritto da nessuna parte che per “difendere la tradizione” sia indispensabile appendere un crocefisso alla parete.

  39. acabarra59 Says:

    “ 18 novembre 1990 – La speranza. Ovverosia l’attesa? È un sentimento che non andrebbe collocato nel tempo storico. Infatti quella cristiana della redenzione si situa contemporaneamente nel passato e nel futuro dunque in un tempo così assolutamente ambiguo da essere un non-tempo. “ [*]
    [*] Lsds / 592

  40. Giulio Mozzi Says:

    No, Enrico: il cristianesimo non è “anche” un’etica. In nome di un’etica cristiana sono state giustificate le peggiori cose. L’idea di un’etica stabilita assolutamente è pericolosissima.

    L’attesa della fine è cosa diversa dalle miserie della vita. Non per nulla i peccati possono essere perdonati.

  41. fedeperdue Says:

    Giulio, il titolo del tuo post mi ha fatto rabbrividire, poi ho letto e ho capito.
    Personalmente direi che il cristianesimo non è una bandiera, da sventolare per difendere il proprio razzismo, o un confine dietro cui trincerarsi per sentirsi superiori.
    Il cristianesimo non è una cultura, ma genera cultura.
    Leggo nei commenti che sono confuse le tradizioni con la religione e l’ignoranza con altro: è vero che i bambini di oggi sono più analfabeti di un tempo in materia di religione, ma non credo che imparare “Adeste fideles” sia la soluzione.
    Una sola cosa non mi torna: il fatto che tu dia per scontato che religione, politica e società civile siano cose distinte. In particolare quando dici: “…Dica alla chiesa italiana, alla Conferenza episcopale, che bisogna mettere le cose in chiaro. Che il matrimonio civile e il matrimonio religioso vanno separati. Che nelle aule del potere non devono esserci simboli cristiani. Che il cristianesimo e i suoi simboli e le sue pratiche non vanno imposti…”
    Ecco qui: io personalmente sono d’accordo, ma la Chiesa no. Il Papa attuale forse, quello emerito no. Questo è un punto ancora controverso (più o meno dal Sessantotto, Maritain ecc..).
    Un deciso cambiamento in questo senso sarebbe auspicabile, perché i cattolici – in Italia – non si alleino più con razzisti e omofobi per la negazione dei diritti altrui. Però credo che non sia un passaggio così scontato.

  42. danieladelcore Says:

    Bisogna viverle certe situazioni. Andare all’asilo e a scuola tutti i santi giorni, a pregare che le festività religiose passino al più presto, fare assenze strategiche per non doversi giustificare con i compagni di classe, sul perché non sei cristiano, sul perché hai due battesimi e nessuna fede, bisogna sentirlo addosso il fardello, il ghetto che piano ti ritaglia in un’aula. La tradizione italiana culturale identificata con la religione cattolica fa male come una spada. Da bambina sognavo una scuola laica, una maestra che non mi pregasse di partecipare alle recite cristiane, che non mi costringessero a parlare. Sui bambini grava il peso sulle spalle di decisioni mai assunte.

  43. Giulio Mozzi Says:

    Federica, fino ai Patti Lateranensi matrimonio civile e matrimonio religioso erano due cose distinte. La chiesa ha voluto affermare un potere, Mussolini – che di suo l’era un pochettino laico – ha ceduto perché gli serviva l’appoggio della chiesa. Questa è la misera storia del matrimonio concordatario.

  44. fedeperdue Says:

    Forse allora vedo solo io che nel tuo ragionamento sei convintamente maritainiano, mentre all’interno della Chiesa le due correnti sono ancora presenti.
    O forse sono obnubilata dal raffreddore.

  45. enrico ernst Says:

    “L’idea di un’etica stabilita assolutamente è pericolosissima”. Siamo d’accordo. Mi sa. E quell'”assolutamente” è quanto mai significativo… (dove ho sostenuto che vada cercata un’etica stabilita eccetera?)

    Eppure mi pare che anche il cristianesimo sia attraversato da “interrogativi etici”. O meglio che Gesù abbia parlato anche di etica, di come vivere, di come considerare l’altro da sé e così via… Ma non insisto.
    Quello che vorrei dire è che se ci sono, per esempio, importanti espressioni di cristiani contro la commistione velenosa tra potere politico e “religione” (il dato da cui parte il tuo post) questo mi sembra “anche” un valore del cristianesimo storico, nelle sue frange più evolute (vengo da una lettura talmente coinvolgente di Renato Kizito Sesana). Sbaglio?

    Certo ci sono idee “teocratiche” anche nel cristianesimo, per non parlare dei fondamentalismi negli altri due monoteismi… per me l’idea teocratica è un “avversario”…

    Direi a Di Monaco (ammesso che abbia capito appieno quello che vuole dire): no, non riempire. Il “vuoto spazio della laicità” è “vuoto” perché accoglie. Ecco perché sulla carta di identità, per esempio, NON C’È la professione di fede…

    per me la parola d’ordine di una Chiesa all’altezza delle problematiche odierne, è una realtà che, nei confronti del potere, fa molti passi indietro, lasciando andare, lasciando essere… che non vuol dire scomparire, anzi! Se così farà, io personalmente apprezzerò il coraggio del “sottrarsi”. Non è mai facile tirare la mano indietro, quando stringe denaro e privilegi.

  46. enrico ernst Says:

    addendum: scusa Giulio ma i temi del peccato e del perdono (presenti nel tuo commento) non sono temi etici? (a me pare di sì, senza alcun dubbio).

  47. Giulio Mozzi Says:

    Enrico: pensa alla dottrina (discussa e discutibile: la cito per ricordare che tra “peccato” e “colpa” c’è una bella differenza) del peccato originale. Ti pare una questione etica? Un peccato che hai su di te ancora prima di nascere?

    Se io ti perdono perché non voglio che resti odio tra noi, siamo sul piano etico. Se io ti perdono perché voglio che tu sia con me (sperando io di esserci, eh!, che non è mica detto) nel Regno – be’, mi pare tutt’altra cosa.

  48. Giulio Mozzi Says:

    Federica: dovrò studiare dunque Maritain (del quale non so nulla).

  49. Giulio Mozzi Says:

    Non vedo, Enrico, come uno spazio vuoto possa “accogliere”. Ci sono dei quartieri, nella mia città, progettati negli anni Settanta (rimasugli dell’utopia lecorbusieriana), con appositi spazi (anche all’interno degli edfici) per la “socializzazione”. Spazi deliberatamente non-connotati, affinché la popolazione potesse farne l’uso che voleva: e spazi normalmente deserti e/o degradati. Magari bastava metterci un bar, un chiosco dei gelati, al limite una chiesa o una moschea o una biblioteca pubblica…

    Mi vengono in mente quelli che non danno nessuna formazione religiosa ai figli, perché possano scegliere consapevolmente una volta raggiunta l’età della ragione. Però intanto gli insegnano le buone maniere a tavola, come se la cosa fosse senza conseguenze.

    Sospetto che gli spazi vuoti non esistano.

  50. Giulio Mozzi Says:

    Schermata-2015-11-30-alle-09.28.03

    Ci sono arrivato tramite il blog di Massimo Mantellini; il documento è nel sito della scuola.

  51. Maria Luisa Mozzi Says:

    Nelle scuole si insegna la cultura cristiana, che esiste eccome, ma non è quella a cui pensano il sindaco di Padova o Salvini. Gli insegnanti di storia e filosofia parlano ai ragazzi di istituzioni politiche, sociali ed economiche, di sistemi di pensiero, di scontri e di guerre, in cui la chiesa cristiana ha avuto ruoli pesanti e il pensiero cristiano, segnatamente quello cattolico, anche. Parla dell’arte e della musica cristiane. Non fa propaganda, non promuove; mostra solo che la storia occidentale non può prescindere dalla storia del cristianesimo sulla terra.
    Nella scuola negli ultimi anni si dà spazio anche alla cultura degli altri, condividendo e aggiungendo, con attenzione e con rispetto.
    Nella scuola si sta creando una società nuova, bellissima, che conosce il passato dell’Europa, ma non ha paura di scoprire e condividere vissuti (di persone, di popoli) diversi.
    Con buona pace del sindaco di Padova di tutti quelli che come lui cercano di usare il presepio per trovare elettori.

  52. Donatella Says:

    Grazie Maria Luisa, sei riuscita a esprimere quello che, da insegnante, ritengo sia uno dei nostri quotidiani obiettivi.

  53. brunolorini Says:

    sono anni che si parla di togliere (o non togliere) il crocifisso dalle aule scolastiche. io insegno da trent’anni e non ho mai trovato un crocifisso appeso al muro… ma sappiamo di cosa stiamo parlando?
    P.S. il ragionamento (o articoletto) di Giulio mi sembra ineccepibile.

  54. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 4 gennaio 2006, di ritorno da Arezzo, nel senso di un giro in Val di Chiana, per Gargonza, Monte San Savino etc. etc. – Ad Arezzo ho visto la Leggenda della vera Croce di Piero della Francesca. Nella chiesa di San Francesco, bella chiesona nuda e cruda – mi ha fatto pensare a San Francesco, a Siena -, con pochissimi visitatori, un frate solo, moltissimi affreschi di cui però solo quelli sulle pareti dell’abside sono di Piero. Appena li ho visti, da lontano, ancora sulla soglia, sono rimasto stupito. Mi colpiva la bellezza, del tutto separata dall’imponenza, dalla suggestione, dal mistero: la luminosa evidenza. Mi sono sembrati qualcosa di assolutamente « laico » – adopero questo termine con difficoltà e un leggero disgusto. Quello che voglio dire è che mi sono apparsi totalmente altra cosa rispetto alla chiesa, messi lì, per loro esclusivo piacere – di chi li ha dipinti e di chi poi sarà ammesso a guardarli. Niente misterici-mistici fondi-oro, nessuna magniloquente « visione », nessuna oratoria, nessun severità allegorica. Qualcosa invece di perfettamente dentro la figurazione, il figurare, le figure, la scena: gli uomini, gli oggetti, gli stendardi, i cappelli, i cavalli, i legni chiari della croce, le nuvole, sbarazzine, inquiete, nel cielo. Accanto a tutto quello che manca, c’è però, a guardare bene, qualcosa di veramente stupefacente. Per esempio: il Sogno di Costantino. Così visibile, così strano, così « buffo ». Soprattutto la tenda: non si capisce bene che cosa è: una specie di ombrello? una nuvola scura come quelle del malumore sui personaggi dei comics? una specie di campana fantascientifica, di un Jules Verne, di un dottor Caligaris, di macchina-per-sognare, per scendere negli abissi del sonno, ventimila e più leghe sotto il mare della coscienza, dove forse è nascosta la verità del mondo… Un’incubatrice? una tenda ad ossigeno? uno strumento per la ri-animazione? Un guscio, di larva, in attesa di diventare farfalla. Costantino: un malato, un degente: che aspetta di guarire. Costantino: un uomo che dorme, che sogna – piccolo piccolo, con le coperte ben rimboccate, con il servo e le guardie che attendono al suo sonno. In un certo senso non si è mai visto niente di più strano… (Al Castello di Gargonza, quando ho detto alla ragazza della reception che lì ci ero venuto quarant’anni fa, quando non c’era niente, mi sono reso conto di quanto sono vecchio, dico come turista per caso, come uomo che sogna) “ [*]
    [*] Lsds / 593

  55. enrico ernst Says:

    Giulio: la dottrina del peccato originale mi pare sì una questione etico-metafisica (a mezzo tra l’etica e la metafisica) e anche qualcosa di “irricevibile”, disutile, un pre-giudizio…
    La questione di “essere insieme nel Regno” (questa metafora del Regno ovviamente non mi “tocca il cuore”…) a me che non credo mi pare qualcosa di esclusivamente mitico (fictionally se vuoi). Il perdono mi pare una questione del cuore (e dell’etica). Diciamo che in effetti c’è alcunché di invalicabile. Qualcosa che non attraversa il muro di una certa qual incomunicabilità. Probabilmente me ne devo fare una ragione.

    Sul vuoto, come la imposti, hai ragione, mille ragioni. Intendevo però Giulio un qualche altro tipo di vuoto. Per esempio un vuoto sulla parete, dove non c’è “bandierina religiosa” (la croce). Dove non ci sia il segno di un possedere da parte di una religione fattasi dominio. Un “vuoto” sulla carta di identità che non registra la fede religiosa. Un “vuoto” dove le religioni possano parlarsi, e sperimentare la dimensione del dialogo. Un vuoto ovverosia un luogo “terzo”. Se questo luogo “terzo” non c’è e c’è solo il luogo identitario da una parte e il Grande Mercato Cinico e Indifferente dall’altra, bene siamo fritti.
    E poi sì, su una parete vuota ci siano i disegni dei bambini, le tracce dei loro palmi, una poesia, palme, e alberi di natale, gli orari delle lezioni ecc.

    Per chiudere, sulla educazione religiosa, il mio pensiero l’ho già espresso: sono sconfortato dal dover scegliere tra l’ora alternativa e l’ora di religione, con tutte le contraddizioni che ciò comporta (per esempio, quando nell’ora alternativa mia figlia fa educazione civica, devo dedurre che un bambino che frequenta l’ora di religione non debba avere un’educazione civica, cioè che le due materie siano alternative, aut-aut? Aberrante). E tuttavia, l’ora alternativa rimane il meno peggio, contro un’ora di religione longa manus della Chiesa (del Vaticano) nella scuola pubblica. Quando avremo un’ora di religione da Scuola laica, in senso radicale (designazione dei professori come tutti gli altri), che si apra magari “alle religioni” (ai tempi del mio liceo, si parlava di “Storia delle religioni”, se non sbaglio idea proposta dai Valdesi tra gli altri), allora gioirò. Perché io voglio che mia figlia sappia cosa sia la religione, quale dimensione apra, quale spaccato storico dischiuda, che storie possa raccontare e racconti sempre di nuovo.

    (Se la scuola moderna è quella che delinea Maria Luisa: allora siamo pronti a mettere mano alla liberazione dell'”ora di cultura cristiana” – con le importanti aperture possibili – dalla Chiesa di Roma? La risposta è “sì”?)

  56. Bartolomeo Di Monaco (@bdimonaco) Says:

    – Giulio, hai dimenticato la seconda frase che tu hai scritto: “Quando in una classe ci sono bambini che provengono da diciotto paesi diversi, l’idea di “difendere la tradizione” è semplicemente una cretinata”.
    Il crocifisso in aula è tradizione. Il punto dove trovi la mia risposta è questo: “Togliere il crocifisso dai luoghi pubblici o vietare i canti natalizi sono comportamenti che rientrano in quel gesto spregiativo di quanto è diventato tradizione, e dunque cultura.” Il mio “luoghi pubblici” comprende non solo la scuola. Inoltre, le “aule del potere” non sono soltanto quelle politiche e istituzionali. La cultura è conoscenza e dunque potere, anche quella che si insegna a scuola.
    (La lettera del Direttore scolastico è stata riferita da un quotidiano che non ricordo. Ma il discorso che abbiamo fatto tra di noi è generale).

    @ enrico ernst. Come si fa a conversare con uno che si permette di scrivere: “Direi a Di Monaco (ammesso che abbia capito appieno quello che vuole dire)? Ernst avrà capito quello che ho scritto io?

  57. Giulio Mozzi Says:

    Enrico: per te il perdono è una cosa che tocca il “cuore” e l’ “etica”. Per me (e per la chiesa, cioè per la comunità dei credenti) è una cosa che cambia il destino ultraterreno di una persona. Le due cose non sono comparabili. “C’è alcunché di invalicabile”, tu dici: e lo dico anch’io.

    Descrivi il tuo “vuoto” come un luogo “dove non ci sia il segno di un possedere da parte di una religione fattasi dominio”. Il problema dunque non è di per sé il “segno”; è che la religione si è fatta dominio (se non esistessero discriminazioni religiose, non ci sarebbe problema a indicare l’eventuale religione di appartenenza nella carta d’Identità; ma le discriminazioni religiose esistono e dunque, ecc.).

    Bartolomeo: lo Stato italiano si è costituito, nel corso dell’Ottocento, contro lo Stato della chiesa. Le relazioni diplomatiche tra i due Stati sono state per parecchio tempo molto, molto difficili. Nel tentativo di smussare qualcosa, lo Stato italiano ha compiuto dei gesti: per esempio ha introdotto (negli anni Venti, poco prima dell’evento decisivo dei Patti Lateranensi) l’obbligo dell’affissione del crocefisso nelle aule scolastiche.
    Questa è l’origine, tutta politica e contingente, tutta dettata da ragioni di potere, di quella che tu chiami “tradizione”.
    Vallo a spiegare agli scolaretti cinesi, che quel simbolo religioso sta appeso lì perché Benito Mussolini, novant’anni fa, aveva bisogno del consenso della chiesa. Ma dài.

    Non sto dicendo che i crocefissi, dove ancora vi siano, vadano rimossi. Sto dicendo che la motivazione “mantengo il crocefisso per tradizione” è una motivazione che dimentica la storia (il che è curioso, per una motivazione che si rifà alla “tradizione”).

  58. Claudia Says:

    Questo lungo dibattito mi sorpende piacevolmente: evidentemente c’è bisogno di confrontarsi su questo tema.
    La tua incazzatura, Giulio, la vivo spesso e volentieri, muovendomi tra scuole e genitori in un contesto sociale abbastanza leghista in cui la logica del suv come status simbol e della messa la domenica perchè si deve e perché “sta bene” è abbastanza diffusa. Ho incontrato tanti bravi insegnanti che davvero vogliono una “scuola di tutti” e tanti genitori che di fatto non la vogliono. Questi dovrebbero avere il coraggio di esprimere la loro idea senza attaccarsi alle “tradizioni” cristiane.
    Giulio, pensavo.. Il Cristianesimo non è una cultura e su questo siamo d’accordo. Ma, si può dire che esista una “cultura cristiana”?
    (Non intendo quella delle “tradizioni” di cui parla il nostro sior sindaco).
    Grazie.
    Claudia

  59. Giulio Mozzi Says:

    Ovviamente sì, Claudia (vedi quello che ha scritto un po’ più sopra mia sorella Maria Luisa, insegnante).

  60. Bartolomeo Di Monaco (@bdimonaco) Says:

    Giulio, se dovessimo analizzare l’origine di tutte le nostre tradizioni…Ma mi fermo qui, ringraziandoti dell’occasione che mi hai offerto.

  61. Walter Materassi Says:

    l’ho letta molto volentieri su invito di un amico .. bà .. ma mi sembra tutto un flaccidume di luoghi comuni da ogni parte.. questo suo testo per me è un ulteriore portar brace di già spenta ad un focolaio (quello italiano ) pieno di cenere morta.. per me il problema è altro.. però ho visto un gran bel rifiorire del fervore Cattolico Apostolico e Romano nelle ultime settimane come non ne ho visto in 40 anni di vita spesa male.. si vede che ci volevano i “terrorismi” per ritrovare la fede in Italia.. Epoca fortemente Pestilenziale che sta rincretinendo un po’ tutti.. sia gli Atei, sia i Laici che i Cristiani .. sui Mussulmani non mi esprimo visto che sono così sensibili e suscettibili, poverini .. una buona lettura, comunque grazie

  62. Giulio Mozzi Says:

    Eh, Bartolomeo: se c’è qualcosa di cui è bene sapere l’origine, è proprio la tradizione. Sennò, che tradizione è?

    Tradizione non è l’equivalente di ignoranza.

  63. Maria Luisa Mozzi Says:

    Enrico. Anche l’ora di religione a scuola come il crocifisso nelle aule è frutto del concordato, cioè risultato di un compromesso fra poteri. Ascoltando il sindaco di Padova e i seguaci di Salvini mi pare di capire che ci siano anche adesso dei motivi politici [di bassa lega (!), ma lo erano anche quelli iniziali], per mantenere in piedi questo compromesso. Anche a me tutto ciò sembra ridicolo e imbarazzante.
    Tuttavia a scuola si riesce attraverso le storie (civile e politica, della letteratura, delle arti, della filosofia) a proporre alle classi un discorso vero sulle religioni. E’ bellissimo proporre i miti in prima media, chiedendo prima ai ragazzi quali spiegazioni diano del loro eistere, dell’esistere del male, della incredibile intelligenza dell’uomo, della tremenda lontananza di dio, per leggere poi con loro come l’immaginario di popoli diversi abbia organizzato delle narrazioni belle e che generano stupore (anche eperchè sembrano richiamarsi e a volte somigliarsi) a quelle stesse domande.

  64. Maria Luisa Mozzi Says:

    … per rispondere a quelle stesse domande.

  65. Bartolomeo Di Monaco (@bdimonaco) Says:

    Giulio, solo per dirti che hai forse equivocato. Delle tradizioni, infatti, si riesce a sapere (quasi sempre) l’origine. Non è questo il punto. Oggi con internet si riesce meglio di ieri. Ma quando tale origine si è trasformata, per i più vari motivi (anche per un concordato o per via di Mussolini), in tradizione, ossia in accettazione e frequentazione di un popolo, essa è tradizione a tutti gli effetti, a prescindere dalle origini, e come tale va considerata. Nel mio primo commento esordivo non a caso con: “Questa distinzione andava fatta prevalere tanti anni fa, quando né tu né io eravamo ancora nati, Giulio. Ora ci troviamo di fronte alla tradizione, e bisogna fare i conti con essa. E la tradizione è un fatto culturale, piaccia o non piaccia.”. Mi accorgo che a distanza continua ad essere difficile spiegarsi tra noi due. Ci leggiamo troppo in fretta, forse. In ogni caso mi pare che ci sia una differenza di approccio al concetto di tradizione tra me e te, che la scrittura a distanza non può dipanare. Pazienza. Ciò non impedirà, credo, di continuare a stimarci, come io continuo a fare.

  66. acabarra59 Says:

    “ Martedì 29 ottobre 1996 – Beniamino Placido ha notato quella cosa che avevo notato anche io e cioè che nel Vangelo (di Luca?) chi attesta la resurrezione di Cristo sono le donne. Sono loro che, materialmente, lo vedono e lo riconoscono. Si potrebbe affermare che tutto il Cristianesimo è fondato su questa « visione ». Che potrebbe anche essere un’allucinazione o un piccolo equivoco senza importanza: quello che le donne hanno visto è qualcuno che somigliava parecchio al caro estinto, che magari era un sosia o un imitatore. Ma quello che conta è che volevano vederlo, e al cuore, come è noto, non si comanda. “ [*]
    [*] Lsds / 595

  67. Federico Platania Says:

    Mi sembra di capire che a Padova c’è un sindaco che difende il presepio e un vescovo che sarebbe disposto anche a buttarlo via. E se il primo suscita schifo il secondo mi chiedo che cosa dovrebbe ispirare. Che nostalgia per quei tempi in cui i sindaci facevano i sindaci e i preti facevano i preti.

  68. dm Says:

    Mi sembrano significativi i commenti di due lettori del Mattino di Padova, in calce all’articolo citato qui sopra.
    I commentatori si rivolgono – come spesso succede nei siti dei giornali – non certo al giornalista o al giornale ma al personaggio pubblico di cui si parla nell’articolo, il vescovo in questo caso, che dice:

    Non dobbiamo presentarci pretendendo qualsiasi cosa che magari anche la nostra tradizione e la nostra cultura vedrebbe come ovvio. Se fosse necessario per mantenere la tranquillità e le relazioni fraterne tra di noi io non avrei paura a fare marcia indietro su tante nostre tradizioni

    caro dottor vescovo, il passo indietro lo farà chi viene da fuori, lasciandosi dietro le spalle tare e zavorre delle SUE tradizioni che l’hanno messo in condizione di cercare una vita migliore, dove sembra si viva meglio -secondo loro-. Siamo stati tanto bene fino a pochi anni fa, senza di loro. Come mai adesso abbiamo bisogno di questa gente e abbiamo anche bisogno di adeguarci alla loro misera cultura medievale.
    Guardi che ce l’avete raccontata Voi la storiella della grotta; adesso si cambia vero? ne inventiamo una nuova che vada bene anche a questi??o una nuova che vada bene anche a questi??

    Predica….predica….caro vescovo ma razzoli male mio caro……io non torno indietro per le tradizioni….chi non va tutto questo se ne torni a casa sua…..e lei ministro di dio faccia il suo lavoro come si deve…..sopratutto dia insegnamento vero dei valori

  69. Giulio Mozzi Says:

    Eh, Bartolomeo: facciamo i conti con la tradizione, dunque. In questo fare i conti, conterà qualcosa la sua origine.

    Walter: visto che dici che “il problema è un altro”, dicci qual è il problema.

  70. Giulio Mozzi Says:

    Walter?

  71. paolab Says:

    ricordo che negli anni Ottanta si parlava molto, nella chiesa, di inculturazione: cioè dei modi e dei limiti con cui incarnare il vangelo e la teologia cattolica nelle realtà culturali e antropologiche del mondo. se ne parlava soprattutto in riferimento alle culture dei paesi africani. a prescindere dagli esiti, è interessante notare come negli ultimi 30 anni si sia completamente persa la cognizione che il cristianesimo (la buona novella e il dato sacramentale) sono al di qua della cultura. che ogni cultura si permea si appropria e si trasforma (o meglio, può farlo) inglobando in sé l’esperienza cristiana. la nostra è una cultura per forza di cose (secoli di prevalenza ideologica e politica) cristianizzata. ma non significa che quella occidentale sia LA cultura cristiana, che come tale non esiste o almeno non come un fenomeno unico. quindi ogni espressione della tradizione può avere più o meno valore, ma non è quasi mai un valore imprescindibile dal punto di vista dottrinale o teologico. dal punto di vista dottrinale, morale e religioso, è molto più importante il rispetto e l’amore per il prossimo (lo straniero, il povero, l’orfano, l’ammalato e il debole) che il presepe. il presepe è una bella tradizione che non vale niente se è fatta per alimentare l’odio e il disprezzo per un altro essere umano. quindi (mi rivolgo a Federico) il vescovo ha dato un vero esempio pastorale. se il simbolo della pace (il presepe) viene agito come strumento di odio e di divisione, va sacrificato il simbolo per ridare voce al significato di cui dovrebbe essere veicolo: la pace e la convivenza fraternal con tutti.

  72. Giulio Mozzi Says:

    Paola:

    … la nostra è una cultura per forza di cose (secoli di prevalenza ideologica e politica) cristianizzata. ma non significa che quella occidentale sia LA cultura cristiana, che come tale non esiste o almeno non come un fenomeno unico….

    In altre parole: la nostra è una “cultura cristianizzata”, ma questa cultura non è il cristianesimo.

  73. paolab Says:

    sì giulio, proprio così. se il cristianesimo fosse riducibile a una cultura allora culture altre rispetto a quella occidentale non potrebbero essere cristiane. una aporia terribile per la buona novella che ha la meravigliosa pretesa di essere universale, per tutti (anche per questo io trovai spaventoso e sconcertante il celebre discorso di ratisbona di Benedetto XVI. non per quello che disse sull’Islam, ma perché faceva coincidere il cristianesimo con la filosofia del logos greco-latina). paolo di tarso – apostolo dei gentili – si scontrò con pietro e con la chiesa di gerusalemme per mostrare che quella giudaica non era LA cultura cristiana, ma solo una forma possibile con cui vivere il cristianesimo. oggi noi dobbiamo ricordarci, che la cultura occidentale non è il cristianesimo. se così fosse, il cristianesimo come religione sarebbe fallito.

  74. Ego Says:

    Quindi:
    1. Il Cristianesimo non è una cultura, bensì una religione, dal momento che implica una fede in eventi metafisici (in primis, il perdono che cambia il destino ultraterreno di una persona).
    2. Non bisogna associarlo a parole come “tradizione”, “cultura”, “etica” etc, poiché, in tal modo, si rischia di dare man forte a chi utilizza questi termini (politici, professori, Mussolini, etc) per scopi più o meno “lodevoli”, che in ogni caso non hanno nulla a che fare col Cristianesimo.
    3. Il Cristianesimo non va imposto a nessuno, proprio perché non è una cultura, né una legge dello Stato (ammesso che sia “giusto” imporre certe cose spacciate per cultura e leggi, ma questo è un altro discorso).

    (Non volevo scrivere un Bignami dell’articolo, ma dopo aver letto tutti i commenti mi sono un pochino perso, e volevo quindi accertarmi di aver ben compreso il messaggio di Giulio.)

  75. Pensieri Oziosi Says:

    Ho scoperto un ulteriore esempio di dissociazione del cristianesimo dalla religione: a quanto pare Oriana Fallaci a suo tempo di definì un’atea cristiana. E questo pur rifiutando non solo gli aspetti prettamente teologici del cristianesimo, ma anche una buona parte dei precetti morali di questo.

    L’Oriana sembra avere fatto scuola e se sono venuta a conscenza di questa definizione è perché di recente mi sono domandata che fine avesse fatto Luboš Motl [1], e ho così scoperto che anche lui ha adottato questa definizione, citando la Fallaci come fonte d’ispirazione.

    [1] Se non sapete chi è, buon per voi. Comunque, si tratta di un fisico teorico, specializzato nella teoria delle stringhe, la cui carriera accademica terminò nel 2007, quando fu costretto alle dimissioni da Harvard in seguito al tenore inappropriato delle sue polemiche con chiunque fosse in disaccordo con lui, sia su argomenti all’interno del suo campo di specializzazione, sia fuori.

  76. Giulio Mozzi Says:

    Eravamo insieme all’asilo, io e il vecchio Luboš. La nostra amicizia finì quando litigammo sul diverso modo di legare le stringhe delle scarpine da ginnastica (come noto, esistono almeno diciassette modi di legare le stringhe delle scarpe da ginnastica). (Vedi). (Vedi il tutorial).

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