Gilda Policastro: intervista su “Cella” / 9

by
Marco Giovenale

Marco Giovenale

giuliomozzi intervista Gilda Policastro

[Poco più di un mese fa è apparso presso Marsilio – l’editore per il quale lavoro – il romanzo di Gilda Policastro Cella. Policastro ha pubblicato presso Fandango Il Farmaco (2010) e Sotto (2013). In vibrisse si può leggere il suo intervento nella serie La formazione della scrittrice. gm].

Così finisci l’ultima tua risposta, Gilda: “Potrei non aver capito cosa intendevi, accostandomi a quei due testi [per chi ci legge: La mite e Le memorie del sottosuolo di Dostoevskij]: puoi reindirizzarmi, ora che li ho rinfrescati alla memoria?”. Come mi pare di aver messo a fuoco per la prima volta proprio chiacchierando (in Facebook!) con te, qualche anno fa, per me il giudizio su un’opera è un fatto fisico: un fatto del corpo. Se leggo un’opera tutta di filato, senza sentire la stanchezza o sopportandola agevolmente, questo è un giudizio. Se mi interrompo, o se la mollo, questo è un altro giudizio. Le opere in cui c’è qualcuno che parla, o più esattamente che mi parla, quando mi prendono, mi prendono davvero in profondità. E quando finiscono lasciano una scia: il personaggio resta in me, mi viene da immaginare altre parole sue, gesti, movimenti. La mite, nelle riletture da adulto (forse cinque o sei) mi fa sempre questo effetto. E, se ci pensi, i personaggi dei miei racconti in prima persona, che sono parecchi, e che spesso si rivolgono a un qualche “tu” o “voi”, tentano sistematicamente questa invasione del lettore. Colei o colui che parla in Cella non si rivolge esplicitamente a un “tu”, eppure mi ha preso a quel modo: nella prima come nelle successive, pur dovute per lavoro, letture.
Un amico che si è letto tutta l’intervista mi ha detto: “Certo che se volevate offrire una rappresentazione della letteratura come sistema chiuso, ci siete riusciti perfettamente. Libri che crescono sulla schiena di altri libri, interlocutori – i critici – ben selezionati, accuratissimo posizionamento in quella che tu [diceva a me] chiami la Repubblica delle lettere…”. Io gli ho risposto: “Mettiamo da parte la sociologia, per ora, e diciamo: la letteratura è un sistema chiuso, sì; che si rapporta al mondo per allegoria; non perché ne parla, ma perché lo rispecchia“. Tu come avresti risposto?

GildaPolicastro_CellaTi rispondo prima in modo indiretto. Qualche sera fa un amico colto, non letterato ma buon lettore e aspirante scrittore a propria volta, si diceva un po’ sconcertato da Cella. Provavo a immaginare che lo fosse perché non troppo vicino alla sensibilità del personaggio (già, ma di quale?), e però lui insisteva che Cella lo aveva decisamente lasciato perplesso. Indagando più a fondo nelle ragioni di tale smarrimento (Il farmaco, ripeteva lui, mi era molto piaciuto, ma Cella io non l’ho proprio capito) scoprivo che risiedevano, ancora una volta, nella locuzione e nella focalizzazione. Ne ero quindi sollevata e pensavo alla nostra intervista, in cui di fatto questa idea della voce che parla e parla e parla fino a smentirsi nella sua stessa essenza e identità si è rivelata centrale per smontare e analizzare le tecniche del racconto, nello sforzo congiunto di approdare ai significati profondi, al contenuto di verità del libro, ma mi dovevo subito ricredere, sgomenta a mia volta: non al cambio di punto di vista e di prospettiva andava imputato quel disorientamento (e l’ho definito fin qui in molti modi per restituire la fatica e l’incertezza del mio stesso interlocutore nel parteciparmelo) bensì all’incapacità di attribuire la voce a qualcuno, a chicchessia: “Non ho capito se parla la madre o la figlia, nel romanzo”. In tutto il romanzo, non in un passaggio o in un altro. A quel punto, con il tipico gesto delle braccia che cascano, mi sono arresa. Giulio, dimmi tu se questa incomprensione è possibile, in un libro che comincia con “Elena va a cavallo” e tre righe sotto capisci che Elena è la figlia e chi dice io è la madre. Forse allora quell’editor che mi consigliava di apporre delle didascalie coi nomi dei personaggi a ogni paragrafo coglieva un segno dei tempi, una difficoltà percepita a comprendere delle scritture che si discostino appena un po’ dalla linearità abituale (la marchesa uscì di casa alle cinque). E pensare che Filippo La Porta, in una conversazione informale sul libro, mi rimproverava che dopo anni di battaglie contro la paratassi ne avessi fatto uso a mia volta (e già Marco Belpoliti nel suo pezzo introduceva la questione, sia pur riconoscendone il portato in termini di resa mimetica e anche l’evoluzione all’interno del narrato). Poi ti dico anche un’altra cosa: questa conversazione col mio amico avveniva la sera dopo i fatti di Parigi. Io e questa persona avevamo entrambi dei familiari lì, e sebbene non fossero tra le vittime pensavo avremmo condiviso l’emergenza affettiva (se non quella storico-politica), lo avevo, anzi, contattato esattamente per questa ragione. Invece dopo un po’ che conversavamo di libri, dei miei, dei suoi, mi ha francamente e un po’ brutalmente confessato che il suo interesse nei miei confronti si rivolge prevalentemente alla persona che ha scritto Il farmaco, qualunque cosa ciò implichi (e ne implica in verità una sola, dal mio punto di vista).

Allora: tu al tuo amico hai risposto in modo molto letterario, cioè ancora una volta dall’interno del sistema. L’allegoria, in ispecie quella vuota, moderna, è una modalità di racconto che non prevede risposte e approdi univoci e in qualche modo consolatori: Cella non significa (o non solo o non esaustivamente) la prigionia di questa donna (in attesa, magari, di una redenzione o ricompensa, che è quello che imputavo, forse non cogliendone pienamente la dominante indagatrice e dostoevsijana, ai personaggi dei tuoi racconti, non so se esattamente quelli a cui fai riferimento tu, io pensavo al Giulio de Il male naturale, in un pezzo che scrissi diverso tempo fa) ma molto altro che resta misterioso tanto ai lettori (accanto all’amico del sabato sera anche i commentatori de Le parole e le cose alla prima uscita pubblica del libro inanellavano i “difficile” e i “non si capisce” di rito) che all’autore stesso. È per questo che così spesso faccio riferimento alle interpretazioni altrui (il tal critico, la tal recensione) nei miei discorsi: perché, come ho già avuto occasione di dire, alla mia stessa consapevolezza, pur nutrita di letture e riflessioni da “specialista”, inevitabilmente sfugge l’intera gamma delle possibilità di lettura di questo mio, come dei testi altrui. E dunque il dialogo critico, cioè il dialogo con persone competenti che non si limitino al “mi piace” o al mortifero “non capisco”, è davvero per me indispensabile. E se non può sempre darsi nelle forme maieutiche e finanche un tantino autocelebrative di questa conversazione con il primo lettore autorizzato anzi incaricato professionalmente di questa storia, sarebbe comunque atteso ed utile che il cammino del libro e soprattutto dell’opera complessiva di un autore potesse proseguire attraverso l’incontro con i lettori. Lettori di tutti i tipi, beninteso: lettori specialisti, recensori, in primis, perché è nella recensione, chissà per quanto ancora, che si articola un pensiero al tempo stesso analitico e sintetico. Sempre che il recensore accetti di identificarsi col “caprone dialettico” della definizione di Malerba, e non voglia incarnare invece la “pecora dogmatica”. Al primo tipo appartengono i critici aggressivi e umorali, che non mancano però di lasciare un segno (o “ferita” che sia). AI secondo gli scriventi al servizio delle esigenze della comunicazione, più intenti ad ammirarsi e celebrarsi nei loro belletti ironici che protesi verso l’oggetto in sé. Ecco, io purtroppo diffido dei lettori, ed è quasi paradossale affermarlo, continuando a pubblicare libri. Però devo essere onesta: Il farmaco ebbe molte recensioni, alcune particolarmente lucide e penetranti anche quando dissenzienti, soprattutto, direi. Mai particolarmente compiacenti o osannanti, comunque. Persino la prima intervista, che avrebbe dovuto fungere da lancio del libro, fu una specie di agone telefonico con la bravissima Giulia Calligaro, che oggi recensisce Cella in un trafiletto di poche righe (sebbene ficcanti e davvero pertinenti, le più pertinenti che siano state scritte sul mio romanzo, finora, in un pezzo breve di giornale). Questo perché sono cambiati i tempi, in pochi anni il quadro si è rovesciato e tanto nelle librerie che sulle terze pagine (più che mai in tivù e nei social) “la letteratura” (quella che a scuola associamo a Dante, Boccaccio, Ariosto, Tasso, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Verga, Svevo, Pirandello, Montale) devi davvero cercartela brancolando tra scaffali nascosti o inesistenti mentre lo scrittore cui si lasciano le vetrine, pronto per le classifiche e le larghe vendite, è Fabio Volo (e davvero Fazio lo chiama così, in prima serata: “lo scrittore Fabio Volo”). In una società letteraria (se la possiamo ancora definire tale) strutturata come attività promozionale a circuito chiuso, in cui l’editore che ha le risorse stampa tante copie e altrettante ne vende attraverso i canali promozionali maggiori, e lo scrittore cosiddetto di qualità si accontenta delle briciole e dei trafiletti commerciali (che al contrario a quelle ciofeche di libri non scritti dovrebbero essere destinati) davvero non si può che diffidare dei lettori. Perché, alla fin fine, sono loro a lasciarsi persuadere, nessuno li costringe realmente a preferire Fabio Volo a Marco Giovenale (le cui prose sono molto più divertenti delle solite menate televisive del primo). Oppure, al contrario, bisognerebbe affidarsi totalmente all’utopia di una rinascita e di un ripensamento generale dei canoni e delle estetiche, a partire dai nomi: il diario adolescenziale dello scrittore emergente di turno resta, pure se divertente (ma spesso no, nemmeno) diario adolescenziale, e sarebbe onesto smetterla di gabellarlo per “romanzo”.

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Una Risposta to “Gilda Policastro: intervista su “Cella” / 9”

  1. oggettistica linkata | slowforward Says:

    […] THANKS doveroso & ufficiale: grazie a Gilda e a Giulio per la citazione di Oggettistica, qui e […]

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