Elenco di buoni motivi per fare e di buoni motivi per non fare un libro che raccolga il meglio dei “decaloghi” del Mozzi

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10bestHo un paio di proposte, questo è il punto. La faccenda presenta (come tutte le faccende) dei pro e dei contro. Lo faccio? Non lo faccio? E perché farlo? E perché non farlo? E che cosa metterci, dei tanti “decaloghi” pubblicati? E come adattarlo? E che uso fare dei commenti, che talvolta sono semplici apprezzamenti o disprezzamenti, altre volte sono un divertente stare al gioco, altre volte ancora vanno sul lato serio del gioco? (Perché c’è sempre un lato serio del gioco, vero?). Insomma. Chi volesse esprimere la sua opinione, ha il mio ringraziamento. L’elenco lo fate voi. gm

23 Risposte to “Elenco di buoni motivi per fare e di buoni motivi per non fare un libro che raccolga il meglio dei “decaloghi” del Mozzi”

  1. gianlucabarbera Says:

    Va fatto. Perché? Sono interessanti. Sono utili. Si impara sempre qualcosa. Ci si diverte. Avrebbe un pubblico. Il modo in cui realizzarlo è da studiare.

  2. Valentina Says:

    Un possibile (ma non so se sufficiente) buon motivo per farlo è la potenziale valenza del decalogo come “genere testuale”: dunque i decaloghi potrebbero essere poi usati, osservati, studiati, smontati ecc. per capirne – se ci sono – le figure ricorrenti, le strategie retoriche di fondo, la funzione comunicativa, le logiche o le regole di costruzione, composizione/assemblaggio e la loro eventuale produttività.

  3. helgaldo Says:

    Non va fatto. Why? Non sono interessanti. Sono inutili. Si disimpara sempre qualcosa. Ci si annoia. Non avrebbe un pubblico. Il modo in cui non realizzarlo è da studiare.

  4. alessiomontagner Says:

    è che la larghissima parte dei decaloghi che hai fatto riguardano la scrittura (o l’editoria, o Giulio Mozzi, e altri argomenti collegati). Quindi sarebbe un libro di decaloghi, ma dedicato a chi è interessato alla scrittura. Un libro di decaloghi così, idealmente, invece, lo vedrei più adatto a un pubblico ampio, con interessi comuni, di tutti i giorni. Ma poiché probabilmente sarà un libro di decaloghi sulla scrittura (e argomenti collegati) mi chiedo da solo: perché comprare un libro di decaloghi sulla scrittura, e non un qualsiasi altro libro sullo stesso argomento? Mi potrei rispondere anzitutto che il numero ha una certa magia (100 decaloghi, 10 per 10 argomenti inerenti le belle lettere), che il decalogo è ontologicamente sexy, e che mi dà l’idea di una lettura leggera, facile, rapida (anche se poi su qualche punto potrebbe esserci da riflettere). Ma allora mi chiederei: quante persone, comprando un libro (di decaloghi, o non decaloghi) sulla scrittura, ricercano proprio una lettura leggera? (perché se il decalogo dà questa impressione – la dà a me, ma non credo solo a me -, magari chi cerca qualcosa di più sostanzioso si fa dirottare verso altri libri.) Questo ovviamente pensando a un pubblico che non frequenta il blog di Giulio Mozzi (pubblico che in realtà, credo, pur avendoli già letti, lo prenderebbe lo stesso: e allora le altre questioni sono contorno).

  5. giros Says:

    Direi che i decaloghi, quelli che ho avuto di vedere su questo blog, sono abbastanza inutili. Questo sarebbe un motivo valido per non fare un libro sui decaloghi anche se, a dire il vero, di libri inutili siamo pieni. I commenti sono divertenti invece…leggo che i commenti a volte sono apprezzamenti altri disprezzamenti. Ma va, non l’avrei mai detto. Pensavo fossero commenti e basta. In sintesi: ma si, è bene fare anche un libri sui decaloghi. Che sia gratis però.

  6. miscarparo70 Says:

    Dieci ragioni (cinque buone e cinque meno) per pubblicare i decaloghi di Giulio Mozzi

    1. È uno che ha pur sempre pubblicato per Einaudi e Mondadori, anche se adesso si disperde tra Laurana, Sironi, varie ed eventuali.

    2. È uno che di sé esalta l’exità. E abbiamo detto tutto.

    3. Un libro è pur sempre un libro, e fa bene tanto alla testa di chi lo legge che alle tasche di chi lo scrive.

    4. I manuali di How-to americani hanno stufato: sarebbe ora di cominciare a dare credito ai lettori di avere un cervello capace di andare al di là di dieci-regole-dieci.

    5. È un’occasione buona per togliere quello che non ha più senso e aggiungere quello che manca, e magari citare chi si è dato la pena di commentare con un’idea intelligente (perché ce n’è più d’uno, tolto ovviamente il sottoscritto).

    6. Li abbiamo già letti tutti, commenti compresi, su Internet. Andarli a rivangare sa tanto di operazione commerciale.

    7. In Italia ci sono più potenziali scrittori che potenziali lettori. Dieci contro uno, come minimo. L’operazione non può che avere successo.

    8. Gli aspiranti scrittori, si sa, non leggono. E quindi non comprano libri, pur cercando di venderli. L’operazione è destinata al fallimento.

    9. È giusto che almeno un po’ del sapere donato ai partecipanti alle lezioni sia donato anche a chi non ha potuto essere presente.

    10. In un decalogo non è possibile andare oltre l’ovvio. Tutto quanto ci si può leggere, quindi, non ha alcuna utilità vera.

  7. helgaldo Says:

    Ci sono già dei concorrenti. Sbrigati o ti rubano l’idea.

  8. Patrizia Says:

    Non va fatto, i decaloghi sono utili e divertenti quando sono estemporanei. Racchiusi in una raccolta perderebbero il senso ludico e la loro funzione di alleggerire un argomento pesante.

  9. dm Says:

    Appiccico anch’io il mio parere qua sotto.
    Secondo me potrebbe avere senso raccogliere i tuoi decaloghi più belli (non i più utili) ma in un libro misto, in cui si trovi anche dell’altro materiale inerente agli argomenti trattati nei decaloghi. Proprio come avviene in vibrisse, dico.

  10. Luan Says:

    Ti confermeresti – se mai ve ne fosse ancora bisogno – scrittore “di breve respiro”🙂

  11. roberto Says:

    Vai! Con i decaloghi che ti sembrano reggere ancora e, diciamo, tre commenti ciascuno: il pro, il contro e lo strano.

  12. Bandini Says:

    10 ragioni per non farlo:
    1. Ormai è un genere abusato, soprattutto in ambiti come giornalismo, saggistica, politica (http://www.unita.it/politica/renzi-decalogo-m5s-pd-riforme-legge-elettorale-italicum-toninelli-di-maio-grillo-senato-immunita-1.578289), sport, e ovviamente religione.
    2. Inciterebbe al benaltrismo (“Decalogo? Perché proprio 10 cose? E perché non un endecalogo allora? E l’ennealogo?”)
    3. Sarebbe impossibile trarne un film, o almeno un film mainstream, il che ne diminuisce ulteriormente il potenziale interesse commerciale.
    4. In quanto fondato sul sistema decimale, sarebbe politicamente scorretto nei confronti di chi, come gli informatici, usa prevalentemente il sistema binario.
    5. Suonerebbe come presuntuoso (“Decaloghi? Ma chi si crede di essere, Dio? Krzysztof Kieslowski?”)
    6. Rischieresti di diventare definitivamente il “solito stronzo”, precludendoti per sempre la possibilità di diventare un “venerato maestro”).
    7. Impaginare le liste è una bella rogna per un grafico, tra orfani, vedove, spazi bianchi. Ti attireresti solo maledizioni dalla categoria, soprattutto se dovessi lanciare un genere.
    8. Potresti lanciare un nuovo genere letterario (vedi punto 1). E il genere in Italia è guardato come la peste dalla critica.
    9. Cominceresti a ricevere migliaia di manoscritti di aspiranti decaloghisti.
    10. Finiresti per diventare “quello dei decaloghi”. Nessuno ti inviterebbe più a pranzo, a una festa, a un convegno, a una merenda, a un dibattito, a un talk show, a una lezione di scrittura creativa, nel terrore di vederti estrarre l’ennesimo decalogo.

  13. GiuseppeC Says:

    Cinquanta decaloghi in volumino allegrotto di cento pagine tonde tonde, prezzo al pubblico dieci euro tondi, lancio a metà gennaio 2016 quando fra i buoni propositi in tanti decidono che scriveranno finalmente il capolavoro, tour occasionale da febbraio nel nord e nel centro-nord, culmine in maggio a Torino fra Salone del Libro e cerimonia di premiazione del Calvino. Cinquemila copie vendute, qualche elzeviro, qualche premietto, in estate vacanza-tour ai bagni letterari e al sud, si arriva a quota settemila e poi chissà.

  14. helgaldo Says:

    Già due decaloghisti in concorrenza. Con Mozzi fanno tre. Entro le 20 il mercato è saturo e bisognerà inventarsi un altro genere editoriale.

  15. Giulio Mozzi Says:

    Bandini, nessun problema con i patiti del sistema binario. E’ una vita che prendo il treno quasi tutti i giorni.

    Giuseppe: per lanciare a gennaio è ormai troppo tardi. Escludo i tour, prevedo un massimo di 1.257 copie. Non ho capito poi cosa siano le “vacanze”.

    Lucio (Luan): direi piuttosto “col fiatone”.

    Alessio, la tua domanda,

    …quante persone, comprando un libro (di decaloghi, o non decaloghi) sulla scrittura, ricercano proprio una lettura leggera?

    mi pare interessante. Qualcuno ha risposte?

    Patrizia, scrivi:

    …i decaloghi sono utili e divertenti quando sono estemporanei. Racchiusi in una raccolta perderebbero il senso ludico e la loro funzione di alleggerire un argomento pesante,

    e mi fai pensare che forse, mettendoli in un libro, si metterebbe in luce il loro lato serio. Che, per quanto mi riguarda, spesso c’è. O forse dovrei scegliere solo i “decaloghi” che ce l’hanno.

  16. gian marco griffi Says:

    Non farlo.
    Impiega il poco tempo che hai per scrivere un racconto utilizzando il formato del decalogo. Un vero racconto cazzuto ma imprigionato nelle catene del decalogo, che è meglio di mille decaloghi qualunque.
    Perché non scrivi più racconti? No non rispondere, sono fatti tuoi.
    Però non mi metterei a leggere un libro di decaloghi manco se fosse un inedito di Shakespeare.

  17. GiuseppeC Says:

    Eheheh, la vacanza-tour e’ il giro estivo dei lidi letterari sul Tirreno, dalle Cinqueterre fino a Capri e poi più giù, come riesce. Va bene anche lanciare in primavera, comunque… E nella serietà irrinunciabile a scopo letterario, lascerei quelli più spassosi, buoni come esca per gli insider e motivo di buonumore per gli outsider.

  18. dm Says:

    Post-post scriptum. Quando scrivo che secondo me avrebbe senso raccogliere i decaloghi più belli piuttosto che i più utili (fermo restando che ce ne sono di belli e utili) intendo che, ad esempio, questo figurerebbe meglio in una pubblicazione cartacea di questo, per quel che capisco io. Il secondo, oltre a dare per acquisite una serie di competenze (che forse dovrebbero essere affrontate in altri decaloghi prima), presenta una serie di nozioni indispensabili in un modo forse troppo impositivo e breve; il che è molto compatibile con la forma interlocutoria dell’arnese blog, meno per un libro stampato e permanente. (Certo, resta da giocarsi il testo pubblicato nei commenti al blog, però mah).

  19. dm Says:

    *meno con

  20. Valentina Durante Says:

    Io dico che s’ha da fare. Negli ultimi due anni ho letto parecchi manuali di scrittura: creativa, professionale, pubblicitaria, cinematografica, per il web, ottimizzata per i motori di ricerca, e non ricordo più cos’altro: non m’interessava che fossero letture facili o difficili, leggere o pesanti. M’interessava che fossero letture utili. A volte ho trovata molta utilità in testi leggeri, altre volte molta inutilità in testi pesanti. Spiritosi o meno, i tuoi decaloghi rappresentano una delle letture più utili fatte finora (e non è piaggeria, ma semplice constatazione). Il decalogo costringe alla sintesi e all’organizzazione, virtù che nei manuali a volte manca. Il decalogo rassicura: è vero che non si dovrebbe mai smettere d’imparare, ma la percezione che ci siano, qua e là, dei recinti chiusi sotto forma di elenchi numerati è confortante. Il decalogo è di facile consultazione, e un buon manuale è tale quando invoglia alla rilettura. C’è già tutto sul blog, e questo è vero; ma un libretto agevole da scrivania o da comodino, che puoi pigliare in mano ogni volta che ne senti il bisogno, che puoi – soprattutto – sottolineare, è tutta un’altra faccenda. Non da ultimo, il decalogo è una formula molto versatile che permette di rivolgersi a più destinatari (e commercialmente non è cosa da poco). Non è un manuale di narrazione vero e proprio, dunque non parla solo a scrittori e aspiranti tali; può tornare utile a chiunque scriva di professione, dal giornalista al copywriter al web writer allo storyteller allo sceneggiatore di video per il web… professionisti che spesso hanno per le mani saggi-fotocopia o, al limite, le Lezioni americane di Calvino (nel gruppo FB dei copywriter i tuoi decaloghi vengono condivisi, e non è mica tutta gente che vuol entrare a far parte della Sacra Repubblica delle Lettere o quel che è…). Dunque, secondo me: sì al libro, sì alla scelta di un tema specifico (scrittura e narrazione), sì all’alternanza di contenuti più o meno seri (se c’è coerenza tematica non vedo il problema). No invece ai decaloghi generici (effettivamente un genere inflazionato). Forse all’uso dei commenti (rielaborandoli? selezionandoli? non so).

  21. Giulio Mozzi Says:

    …Il decalogo rassicura:..

    Inquietante.

  22. acabarra59 Says:

    “ 5 novembre 1985 – Vedi lo scherzo del Mar Rosso e impara cosa succede a correre dietro agli ebrei. (I dieci comandamenti, De Mille, 1923) “ [*]
    [*] Lsds / 582

  23. alessiomontagner Says:

    Però, Valentina, per sapere se un libro è utile devi prima leggerlo, almeno per una certa parte. E ci vuole anche una mente “settata” in modo da trovarla, questa utilità. Tu hai la visione di una persona che sa già cosa c’è scritto nei decaloghi, ma una persona qualsiasi che si trova il libro in libreria no, una persona che magari neppure conosce Giulio Mozzi, e che anzi così, a naso, gli pare pure avere un nome antipatico.
    Immagina pure se questa persona a caso si ritrova il libro dei decaloghi accanto a qualche manuale di scrittura come, magari, l’Officina della Parola, o uno dei manuali-fotocopia di cui parli (perché se la gente legge quelli vorrà dire che si aspetta di trovare in quelli ciò che cerca, anche se poi potrebbe non essere così). Il libro dei decaloghi non è un manuale, ma che tipo di lettore lo preferirebbe a quelli che gli stanno attorno? Cosa sta cercando esattamente, questo lettore?

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