Modernità e postmodernità di Mario Pomilio

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Intervista a Andrea Cortellessa

[Andrea Cortellessa, critico letterario, è il responsabile della collana fuoriformato, nata presso l’editore Le Lettere e oggi publicata dall’editore L’orma. In questa collana – molto particolare, come si vedrà – è stata ospitata la nuova edizione de Il quinto evangelio di Mario Pomilio].

Mi hai detto in privato, Andrea, di aver letto Il quinto evangelio «quasi vent’anni fa». Quindi, dato che siamo nel 2015 e tu sei del 1968, più o meno trentenne. Che ricordo hai di quella prima lettura? E quando l’hai riletto in vista della nuova pubblicazione in Fuori formato, ne hai ricavato un’impressione diversa?

pomilio_evangelio_LormaDoveva essere il 1996. Ci arrivai per una via doppiamente obliqua, che i pomiliani puri e duri (se esistono) potrebbero forse trovare offensiva, per la sua memoria, o comunque riduttiva. Offensiva spero non sia, riduttiva lo è senz’altro. Ha ragione Demetrio Paolin: all’Università, Pomilio, non si studiava (non credo si studi neppure adesso, se è per questo). Naturalmente ne avevo sentito parlare, però. Dai manuali ne usciva l’immagine di uno scrittore conservatore, un neorealista attardato con un di più d’inquietudine confessionale, cattolica (ma senza il torbido sensuale e controriformista che a noi miscredenti sessuomani fa tanto amare i cattolici veneti; il suo veniva presentato invece come un cattolicesimo socialdemocratico, pallidamente riformista, infeltrito e un po’ nasale, appenninico e terrone). Date queste premesse si potrà capire forse che, nella mia smania d’aggiornamento d’allora, sebbene leggessi un po’ di tutto e freneticamente, ritenessi che prima di lui c’erano tanti altri autori da leggere.

In particolare prima di lui avevo letto suo figlio Tommaso. Non dirò che per me Mario Pomilio fosse allora, prima di tutto, il padre di Tommaso; ma più o meno era così, in effetti. Anche perché Tommaso non era solo l’autore di libri esoterici e misteriosi, che mi affascinavano, ma era anche una persona, viva e squisita, ed esoterica e misteriosa, che mi affascinava (e tuttora mi affascina). Va aggiunto che Tommaso è stato il mio grande passeur, il mio iniziatore alla poesia contemporanea (per me allora la poesia si concludeva, come da programmi universitari, più o meno con la Z di Zanzotto; era luil’ultimo poeta, come da allora è continuato a essere per Giulio Ferroni, i cui seminari allora seguivo con passione); sottobanco, nei corridoi della «Sapienza», mi metteva a parte dei «sodalizi clos-iniziatici» (mi è rimasta impressa questa sua formula) in cui era coinvolto in prima persona. Ma con un di più di pudore mi faceva capire, in pari tempo, che quella scelta remota e per certi versi comprensibile – di cambiarsi il cognome da «Pomilio» in «Ottonieri» –, dopo la scomparsa di Mario aveva preso a pesargli. Perché a dispetto di tutto – dei conflitti che aveva avuto con lui e colla cerchia di amicizie che lui aveva avuto in vita, e che anche dopo la morte continuavano a soffocarlo nel cordone sanitario dello “scrittore cattolico” – lui, Tommaso, era convinto che si trattasse di uno scrittore importante. Non solo per lui, voleva dire (che in nome del padre ha poi scritto il suo libro forse più bello, Le Strade Che Portano Al Fucino: che la sorte vorrà sarò proprio io a pubblicare, nella prima fuoriformato, quella de Le Lettere). Così lessi Il quinto evangelio – e scoprii quello che era, non solo per me evidentemente, un capolavoro sconosciuto (non fu certo quella, del resto, né la prima né l’ultima mia lettura tardiva). Un libro di una modernità, o forse di una postmodernità, sconvolgente. Che fuoriusciva da tutte le scuole, che eccedeva tutti i canoni, che veniva da tutti i libri e da nessuno.

In quello stesso ’96, inoltre, lessi Petrolio di Pasolini e La notte, un libro di racconti anni Settanta-Ottanta di Manganelli, postumamente curato da Silvano Nigro (Pomilio e Manganelli morirono a distanza di poche settimane l’uno dall’altro, nel 1990; il primo era nato un anno e mezzo prima del secondo; Pasolini, morto quindici anni prima di loro – nell’anno del Quinto evangelio – era nato quasi esattamente a metà strada fra i due…). Mi colpì la coincidenza per cui tre autori fra loro così distanti, più o meno negli stessi anni (se non mesi), indipendentemente l’uno dall’altro, avessero costruito dei testi così notevoli tutti e tre nella forma che Piero Gibellini definì, a proposito del Quinto evangelio, della «filologia fantastica». Che non era “una via d’uscita dal romanzo”, come diversi lettori oggi mi pare tendano a dire. Anzi, secondo me è vero quasi il contrario: in quel modo Pasolini e Pomilio (per Manganelli il discorso è diverso, certo; ma non è un caso che fosse proprio a partire da questa coincidenza che scrissi, su di lui, il primo capitolo della mia lunga fedeltà) fondano invece una via d’accesso al romanzo (lo dice anche, nella postfazione alla nuova edizione del Quinto evangelio, Gabriele Frasca – guarda caso il poeta clos-iniziatico che Tommaso mi fece leggere per primo…): un romanzo, certo, all’altezza di tempi deprivati di certezze (e orfani in particolare di quello che Calvino negli stessi anni chiamava il «sistema dei sistemi»), ma nondimeno un romanzo. Nella copertina dell’Orma la parola romanzo segue il titolo, ed è sottolineata in rosso. So che passo per essere un nemico del romanzo, solo perché mi pare che nella nostra lingua ne escano davvero pochi, all’altezza. Ma è perché quell’altezza, per me, è massima. È a questa forma che la letteratura, ancora oggi, demanda il suo rapporto più forte con la storia, con la storicità della nostra condizione voglio dire. All’Università il mio libro feticcio era Il romanzo del Novecento di Giacomo Debenedetti; ricordo che me ne feci un riassunto (di decine e decine di cartelle manoscritte con grafia minutissima) che devo aver finito per imparare a memoria. Quella del romanzo anche per me era allora, e forse resta ancora oggi, una religione. Per questo non posso tollerare che vengano definiti in questo modo degli involti di carta la quale non può sperare in un futuro diverso dal riciclo.

Dopo qualche tempo capii che quei tre autori, Manganelli Pasolini e Pomilio, avevano un’altra “cosa” in comune. Anche in questo diversissimi, tutti e tre però avevano il problema di Dio. (Proprio per questo, certo, avevano avuto tutti e tre quell’idea di testo-quête: perché se c’è un testo che vive la sua unità, da sempre, nella collazione di versioni diverse questo è appunto il Vangelo.) Questo per me era un problema, perché all’epoca io quella questione credevo d’averla risolta da un pezzo. Ma proprio studiando Manganelli capivo quanto essa avesse condizionato il suo percorso, un percorso che sentivo (e sento) a me così congeniale: la letteratura deve essere denunciata come Menzogna, se il problema fondamentale è quello della Verità. (In fondo anche Il quinto evangelio ci fa capire proprio questo.) Mi ha colpito leggere il bel pezzo di Alessandro Zaccuri, che paragona a Pomilio il Carrère del Regno. I due libri, quello di Carrère e la riedizione di quello di Pomilio, in Italia sono usciti negli stessi giorni. Ennesima coincidenza che ha colpito anche me. Due libri che ci mostrano davvero due modi fra loro diversissimi (quanto possono distanziarli i quarant’anni che fra l’uno e l’altro sono passati) di affrontare la stessa questione: quella appunto del rapporto fra Verità e Menzogna. Nel frattempo, passati i famosi vent’anni, la questione di Dio anche per me, inaspettatamente, è tornata ad essere un problema. Non sono credente, non sono neppure agnostico (come dice di sé Frasca in una piega della sua postfazione…). Resto un ateo, anzi mi piace definirmi un miscredente. Nondimeno, oggi il problema di Dio non mi lascia più indifferente. Com’è naturale, dunque, rileggere oggi Il quinto evangelio significa per me leggere, rispetto a quello di allora, un altro libro.

Le pagine più belle di Carrère, nel Regno, sono proprio quelle in cui la questione del credere e del non credere comporta un ripensamento dell’identità soggettiva col passare del tempo: quelle in cui il Carrère di “oggi” rilegge il Carrère di “allora”, e ripensa a come quello si prefigurasse il Carrère a venire: che è, e ovviamente non è, il Carrère di oggi (una torsione del pensiero che ricorda quella di un altro scrittore “credente”, bizzarramente credente, cui lui ha dedicato un intero libro: Philip K. Dick). È stato un grande filosofo cattolico, Paul Ricoeur, a spiegarci come la questione dell’identità muti di segno, radicalmente, se dal concetto di ipsum si passa a quello di idem, cioè se da una prospettiva sincronica si passa a una diacronica. (La topica della “conversione”, agostinianamente e dantescamente, questo ci dice.) Diciamo che a trent’anni per me valeva la formula dell’Anticristo, Nietzsche, quando spiega come si diventa ciò che si è. Oggi invece credo che dobbiamo spiegarci, piuttosto, come si è ciò che si diventa.

Ecco, Andrea, l’hai detto: “Un libro di una modernità, o forse di una postmodernità, sconvolgente”. Potresti dirci in che senso, secondo te, Il quinto evangelio può dirsi postmoderno? (e forse addirittura, ma questo lo dico io e non l’hai detto tu, postmodernista).

Non sta scritto sui manuali, come dicevamo, ma Pomilio – l’abbiamo visto – appartiene alla stessa generazione di Pasolini e Manganelli, ma anche di Sciascia (altro autore-filologo), di Calvino, D’Arrigo, Levi e Volponi. E, per la poesia, di Fortini, Zanzotto e Giudici. Tutti nati fra il 1917 e il 1924. E condivide con tutti questi autori una condizione anfibia. Di recente Guido Mazzoni, nell’introdurre al suo saggio dal titolo fortiniano, I destini generali, ha bollato la sua generazione (che è anche la mia) con un aforisma del Gattopardo: «Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due». È vero che oggi ci troviamo di fronte a una mutazione epocale, indotta dalle nuove tecnologie di comunicazione (che modificheranno radicalmente – stanno già modificando – i concetti di scrittura e di lettura, la nostra stessa concezione della memoria, la struttura temporale della nostra esistenza); e che questa modificazione ci coglie impreparati, perché noi ci siamo formati in un mondo che ancora rispondeva alle logiche del tempo precedente. Ma questo mutamento tecnologico non fa che portare alle estreme conseguenze, realizzandoli alla lettera, i paradigmi culturali di una mutazione antropologica, per mutuare un celebre sintagma pasoliniano, che fu quella generazione ad avvertire per prima sulla propria pelle mentale. Una mutazione che, in attesa di un sinonimo più gradito, non possiamo non continuare a chiamare postmoderna.

Nessuno di questi autori fu un postmodernista, certo, come invece saranno già diversi autori della generazione successiva. Nessuno di loro, cioè, assunse tale nuova condizione come cambio di paradigma – e diciamo pure ideologia, in senso lato – da esplicitamente accompagnare colla propria opera (alla maniera del John Barth, per intenderci, che nel ’67 scrive La letteratura dell’esaurimento; o del Gianni Celati che nel ’73 scrive La scrittura di superficie). Ma in molti, a partire dagli anni Sessanta-Settanta, la mutazione della realtà sociale sollecita una mutazione stilistica che i più lucidi di loro ebbero l’onestà intellettuale di ammettere. All’inizio degli anni Sessanta, probabilmente il primo a rendersene conto fu Zanzotto, giungendo a parlare per la sua generazione di convenzionalismo. Giudici descrive a sua volta, coi suoi interventi sulla gestione ironica, una svolta simile. Lo stesso Zanzotto, e con lui il Fortini di un titolo esemplare come Di maniera e dal vero – colle pratiche neometriciste che tanta fortuna conseguirono presso i poeti più giovani –, mettono a punto dispositivi formali che saranno considerati, appunto nel tempo che segue, tipicamente postmoderni. Forse l’unico che accettò per sé la qualifica di postmoderno, almeno una volta e magari per tagliar corto una discussione che stava andando per le lunghe, fu Calvino in un’occasione tarda, quando con studiata superficialità disse: «negli Stati Uniti il mio nome viene sempre associato a quello degli autori “postmoderni”. Non saprei dire il perché, ma alla fin fine, perché no?» (non a caso menzionando la cultura statunitense nella quale, a differenza di quella italiana, la qualifica in oggetto non era sinonimo di un insulto).

Ma appunto, postmoderni e non postmodernisti. La differenza è fondamentale (per questo quando si trattò qualche anno fa di tradurre finalmente in forma integrale il saggio più importante sull’argomento, Postmodernism di Fredric Jameson – un cui estratto era stato molto tempo prima tradotto come Il postmoderno – insieme a qualche amico esercitammo una qualche pressione sull’editore perché adottasse, come poi infatti fece, la corretta traduzione Postmodernismo). Fra tutti questi autori, pare a me che il Pomilio del Quinto evangelio, insieme forse solo all’ultimo ed «esausto» Manganelli e agli ultimissimi Fortini e Calvino (che consiglierei di non ridurre, come mi spiace si attardi a fare Paolin, alla macchietta dell’ilare giocoliere combinatorio), sia colui che ha vissuto colla più acuta inquietudine, e colla più profonda malinconia, questa condizione. Che tutto, nella sua formazione e nella sua ideologia, negava con risolutezza e persino con terrore (come si legge, pressoché ad apertura di pagina, nelle pagine saggistiche di Contestazioni e di Scritti cristiani); ma che pure egli avvertiva essere penetrata profondamente nel suo immaginario, nella sua apparecchiatura affettiva e intellettuale. The age demanded che quel tempo sparpagliato, frammentato ed “esploso” (Calvino, l’ilare Calvino, già nel ’57 affermava di appartenere a una generazione che «guardava il mondo precipitando nella tromba delle scale») non poteva essere raccontato ancora colle strutture lineari, compatte, centripete e «tolemaiche» (come diceva Manganelli) del romanzo tradizionale. La grande generazione del romanzo modernista aveva raccontato l’esplosione; a quella successiva, in eredità, restavano le macerie. Fra quelle macerie doveva costruirsi dei percorsi – come nell’apologo spietato di Rossellini, Germania anno zero (e non è ovviamente un caso, come ha mostrato Frasca nella postfazione alla nuova edizione del Quinto evangelio, che il romanzo prenda le mosse dalle rovine della Germania alla fine della guerra): con quei frammenti, aveva già scritto Eliot (un autore al quale Pomilio non poteva non guardare con attenzione), bisognava puntellare le proprie rovine.

È istruttivo confrontare i romanzi – usciti a distanza di due anni dopo lunghe elaborazioni in parallelo – di Pynchon e appunto di Pomilio. Se Gravity’s Rainbow da quello stesso paesaggio in rovine parte per mettere in scena una fantasmagoria storico-geografica, una scatenata menippea contrassegnata dal massimo “divertimento” (anche se quello pynchoniano è un riso isterico, al quale è sempre sottesa la «termodinamica cupezza» che si attribuisce l’autore di Slow learner), Il quinto evangelio ci mette a confronto col versante in ombra – introflesso e disforico, ruminante-terebrante – di quello che è però, a ben vedere, un panorama concettuale non così distante. In entrambi i casi, come dicevo, l’interrogativo radicale verte sulla Verità. Una Verità da raggiungere (o meglio, da inseguire) attraverso la Menzogna: anziché contrapponendo l’una all’altra in maniera manichea (come farebbe uno scrittore “davvero” confessionale). In entrambi i casi, dietro al dispositivo di superficie (la menippea grottesca di Pynchon, la filologia fantastica di Pomilio), è celato un cuore tragico. Perché, dopo essere precipitati sino al fondo della Menzogna, l’unica cosa che davvero possiamo scoprire è che quella Verità continua a sfuggirci (a chi coltivi anche di Pynchon un’immagine macchiettistica consiglierei di cercare, fra le molte di Gravity’s Rainbow, le pagine sull’ingegner Pöckler: forse le più struggenti che mai un narratore abbia dedicato ai crimini nazisti).

Thomas Pynchon, postmodernista nato nel 1937, di questa condizione storica fa l’esplicita premessa della propria poetica; Mario Pomilio, nato sedici anni prima di lui, ovviamente no. Eppure io sento l’uno attuale quanto l’altro, a dispetto dei ritorni alla realtà oggi tanto pressantemente professati (con volontarismo che a me pare alquanto “confessionale”, nel senso di cui sopra; ancorché non provenga, per lo più, da persone credenti). Perché, lo si voglia o no, il mondo che essi tra i primi hanno indagato resta quello in cui ci è dato in sorte vivere.

Fuoriformato è una collana che ha, mi pare, due scopi: quello di proporre opere nuove e quello di ricuperare opere “scomparse”: magari non in senso letterale – Il quinto evangelio, per esempio, è sempre stato più o meno reperibile -, ma sostanzialmente dimenticate tanto dai lettori professionali – accademici, critici, editori… – quanto dal lettore comune. In questa collana qual è, secondo te, il posto del romanzo di Pomilio?

L’anno prossimo fuoriformato compirà dieci anni. Ma in effetti ci lavoro – direi anzi che è il mio lavoro principale, quello che considero il mio più rappresentativo – dal 2005, quando curai un numero del verri dal titolo rubato a Blanchot (come, lo stesso anno, quello dell’antologia poetica Parola plurale), Il libro a venire. Un certo numero di scrittori italiani vi presentavano brani estratti dai loro lavori in corso, accompagnandoli con una nota di poetica. Ricordo fra gli altri Walter Siti, colle pagine più belle di quello che l’anno dopo uscì col titolo di Troppi paradisi. Alcune pagine dell’autobiografia di Elio Pagliarani, Promemoria per Liarosa. C’erano anche Benati, Castaldi, Cavazzoni, Cornia, Mari, Meacci, Niccolai, Nori, Pica Ciamarra, Pugno, Ruchat, Sebaste. E poi due autori i cui work in progress sarebbero di lì a qualche tempo stati pubblicati, finalmente, appunto in fuoriformato: uno era appunto Tommaso Ottonieri, il figlio di Mario, colle sue Strade; e l’altro era Franco Arminio, con un pezzo intitolato Cabaret dell’ipocondria. Fu proprio questo testo, di un autore da lei mai sentito nominare prima, che attirò l’attenzione di Nicoletta Pescarolo, nipote di Giovanni Gentile e titolare della casa editrice fiorentina Le Lettere, che avevo conosciuto qualche anno prima curando per loro un libro di saggi e materiali relativi a Franco Cordelli, Il Cordelli immaginario. Mi disse che non aveva mai letto nulla del genere, e che “autori così” li avrebbe pubblicati volentieri. L’anno dopo, in ottobre, erano in libreria i primi quattro titoli della nuova collana (alla fine della nostra collaborazione – che, a parte il guaio endemico della scarsa o nulla distribuzione, ricordo come un ideale di liberalità, generosità e attenzione –, nel 2012, i titoli della prima fuoriformato assommeranno a 31; con la nuova serie, ora edita dall’Orma, siamo arrivati a 7: fresco di stampa Scrissi d’arte di Tommaso Pincio).

Li riguardo adesso e mi faccio i complimenti da solo. Erano proprio dei bei libri, quei quattro primi. Uno appunto era la “riscoperta” di un poeta straordinario, Vittorio Reta, autore unius libri morto suicida alla fine degli anni Settanta (la curatrice, Cecilia Bello Minciacchi, in seguito regalerà alla collana altri due libri maiuscoli, i quasi-omnia poetici di Patrizia Vicinelli ed Emilio Villa; ma ispiratore di quella pubblicazione era stato Stefano Scodanibbio, musicista prodigioso e appassionato lettore – morto anche lui tragicamente pochi anni dopo…). Un altro era l’opera d’esordio di quella allora considerata la migliore performer poetica in circolazione, Sara Ventroni (un prosimetro illustrato, Nel Gasometro, la cui struttura discutemmo per lunghissimo tempo; un editing davvero appassionante che tra noi fece nascere un’amicizia da allora restata salda attraverso un bel po’ di tempeste). Poi c’era la riedizione di un romanzo passato sotto silenzio cinque anni prima, il secondo di Gabriele Frasca, Santa Mira. Infine c’era il libro-innesco di tutto quanto, quello di Arminio: che nel frattempo lui, instancabile ri-scrittore di se stesso (come ben sai tu, che lo avevi tenuto a battesimo nella collana Indicativo presente che facevi da Sironi: un lavoro, questo tuo, che per me fu di gran lunga la maggiore fonte d’ispirazione per fuoriformato), aveva modificato radicalmente. Delle pagine pubblicate sul verri non restava più nulla, nemmeno il titolo (che ora suonava Circo dell’ipocondria): come nel famoso coltello dell’aforisma di Lichtenberg al quale viene cambiata prima la lama, poi il manico, eppure in qualche modo resta lo stesso coltello

A ben vedere, all’interno di questo quadrilatero c’erano un po’ tutte le direttrici di ricerca che fuoriformato avrebbe percorso in seguito (sino ad oggi, grazie all’investimento altrettanto generoso di Lorenzo Flabbi e Marco Federici dell’Orma, che hanno rilevato la collana nel 2013). Le “riscoperte” hanno sempre pescato di preferenza in un periodo a torto considerato “senza poesia” (come, nei vecchi manuali, il Quattrocento), cioè gli anni Settanta (ricordo per esempio Alice disambientata di Gianni Celati, Non libro più disco di Cesare Zavattini, Il territorio magico opera prima di Achille Bonito Oliva, Il poeta postumo di Franco Cordelli); e comunque hanno voluto restituire omnia, o semi-omnia, di autori che considero ingiustamente sottovalutati (ricordo, oltre a Villa e Vicinelli, Giulia Niccolai e il magico Corrado Costa, l’uomo invisibile: che purtroppo resta, per il pubblico della poesia, tuttora tale), spesso accompagnati da cd e dvd che ne potessero restituire anche gli estri performativi. Gli autori esordienti o semi-tali (dopo Sara verrà la volta di Laura Pugno, Marco Giovenale, Vincenzo Frungillo – che mi aveva fatto leggere Pagliarani – e Antonella Bukovaz) sono stati in genere poeti (ma abbiamo pubblicato anche Francesco Pecoraro, un anno dopo il suo esordio e molto prima del successo della Vita in tempo di pace; e quello che è secondo me il capolavoro di Luigi Di Ruscio, Cristi polverizzati, che ci costò un editing titanico; credo anzi che si sia dovuto proprio a questo libro se in extremis, prima della sua scomparsa, Luigi ha trovato finalmente accoglienza in una major – anche se il libro dei suoi Romanzi, che abbiamo curato Angelo Ferracuti e io l’anno scorso per «Le comete» Feltrinelli, purtroppo Luigi non ha fatto in tempo a vederlo). Quelli che io chiamo “i fuoriformato”, il core-business della collana, sono poi quei testi eccedenti o mescidanti i generi tradizionali quale appunto era, ed è, la scrittura di Franco Arminio (ma lo stesso si può dire per Questa e altre preistorie di Pecoraro, per Il violino di Frankenstein di Valerio Magrelli o, nella seconda serie attualmente in corso, per Una profonda invidia per la musica di Giorgio Manganelli e Arrenditi Dorothy! di Marilena Renda): quella che Calvino, presentando Manganelli sul «Menabò» nel 1965, definiva «scrittura non specializzata» (alludendo all’écriture un decennio prima teorizzata da Roland Barthes): «vera prosa italiana del nostro secolo è quella di quando Gadda spiega il risotto o la chirurgia o il cemento armato »

Poi però la presenza di Santa Mira di Frasca è il segno che sin dall’inizio volevo avesse un suo spazio, anche in una collana come questa programmaticamente volta alle “altre scritture”, appunto il romanzo-romanzo, quello come si dice con tutti i crismi e che Calvino in quell’oltranzistica pagina anni Sessanta definiva «trappola ritardatrice» per una generazione, la sua, che vi aveva riposto «le ambizioni malposte, i talenti sprecati, le fatiche inutili». Ricordo, oltre a quello di Frasca, due romanzi secondo me molto belli ma che non hanno avuto fortuna, L’uomo avanzato di Mariano Bàino e La vera storia di Boy Bantam di Umberto Fiori (certo, tutti e tre romanzi scritti da autori assai più noti quali poeti, ma comunque tutti e tre strutturalmente romanzi-romanzi – per dirla al modo di Giorgio Caproni quando parlava di poesia-poesia). Sicché l’arrivo di un romanzo-romanzo, oltretutto d’un esemplare maiuscolo quale appunto Il quinto evangelio, per di più accompagnato da un saggio proprio di Frasca (che ha posto Pomilio a capo della nuova edizione del suo grande saggio dedicato appunto alla forma-romanzo, La letteratura nel reticolo mediale edito da Luca Sossella), ha rappresentato un come-volevasi-dimostrare. Certo, come dicevo prima, se di “veri” romanzi si tratta è perché sono romanzi all’altezza dei tempi. Testi spesso de-strutturati (penso a Le Strade del figlio di Mario, una congerie stratificata e multiplanare in cui si giustappongono frammenti risalenti a un arco di quasi vent’anni), comunque debordanti-inclusivi (di materiali visivi, come Condominio Oltremare di Giorgio Falco e Sabrina Ragucci, o sonori-musicali, come Santa Mira o appunto Le Strade Che Portano Al Fucino), insomma “plurali” – in senso blanchottiano. E poche opere quanto Il quinto evangelio, colla sua già ricordata struttura “filologica”, rispondono a questo requisito «non tolemaico» (per dirla con Manganelli).

D’altra parte quelli che nel Novecento sono stati con ogni probabilità i due massimi critici del romanzo, vale a dire il già ricordato Debenedetti e Michail Bachtin, insistevano entrambi, ciascuno a suo modo, sull’inclusività del genere romanzo. Il “vero” romanzo, mi piace dire sempre, è come uno squalo. È lui l’animale Alfa dell’acquario letterario, ma perché possa andare avanti e sopravvivere deve continuamente ingoiare qualcosa di diverso da sé, assimilare l’ambiente che lo circonda. Il romanzo deve essere in grado di “romanzizzare” tutto quello che tocca, fare proprio ogni genere del discorso: dalla storia recente alla speculazione filosofica, politica e magari teologica, e alle immagini, convocate in effigie o in ècfrasi. Ma soprattutto dev’essere in grado di fagocitare ogni altro genere letterario: poesia, teatro, saggio, autobiografia, ecc. (penso per esempio a come nel tessuto del Quinto evangelio Pomilio abbia finito per attirare un testo teatrale come Il quinto evangelista). Invece oggi la romanzeria industriale – quella del recensoraggio, del bestselleraggio e del premiaggio coatti – non fa altro che riproporre un ideale di romanzo “medio”, quello che si nutre solo del proprio stereotipo; e che secondo me tranquillamente merita che lo si torni a definire “borghese” (come si faceva appunto nei trinariciuti anni Settanta): perché fa appello a un lettore “medio” proponendogli vicende “medie” (essenzialmente gruppi d’interno famigliare con annesse corna d’ordinanza): quando l’uno e le altre sono, rispetto alla concretezza della vita che viviamo, nient’altro che stucchevoli astrazioni (quale appunto oggi, socialmente, quella tanto tempo fa definita “borghesia”). Per quieta non movere si è istituzionalizzata (cioè editorialmente formattata) anche una “media” formale, linguisticamente tiepida (se non proprio l’«uso Cesira» che dileggiava Gadda già negli anni Quaranta) e strutturalmente senza sorprese. In genere lo si chiama “ottocentesco”, questo simil-romanzo, con ciò denigrando una delle epoche più vivaci e folli della letteratura di ogni tempo. A me fanno piuttosto pensare, i simil-romanzi che ci ammannisce ogni stagione la simil-editoria nostrana, a degli Anni Cinquanta Ideali Eterni. Come se fossimo ancora lì a discutere di Metello di Pratolini o delle più plastificate macchinette di Moravia. Il “vero” romanzo non è niente di tutto questo, il che tra l’altro fuori dei nostri confini è quanto mai evidente. Fuoriformato vorrebbe dunque anche dare il suo minimo contributo a un’ulteriore «gita a Chiasso», di cui si sente urgente necessità; non è un caso, forse, che – benché sia esclusivamente dedicata a testi italiani – la collana abbia trovato nuovo ricetto presso una casa editrice ostentatamente cosmopolita come L’orma.

Si sarà capito che, malgrado il decennio passato a combatterci, di fuoriformato resto il primo fan. E tuttavia da ben presto mi sono reso conto di quanto sia frustrante fare questo tipo di libri: perché se se ne parla a livello teorico-critico ci si sente di ripetere ovvietà, concetti da tempo passati in giudicato e nel frattempo ampiamente banalizzati (come nell’espressione «oggetti narrativi non identificati»); se invece ci si azzarda a parlarne fuori della cerchia degli addetti ai lavori, a chi dal suo punto di vista legittimamente consideri “la letteratura italiana” quella che passa per le librerie Feltrinelli e i premi Strega, ci si sente presi né più né meno che per marziani. I quali – come ammoniscono le cronache recenti – all’inizio destano curiosità, magari qualche speranza, ma dopo un po’ stufano («a Marzia’, te scansi?»). D’altra parte, se c’è una dote che mi riconosco, questa è l’ostinazione. Sicché temo proprio che fuoriformato proseguirà.

Grazie. E buon lavoro.

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8 Risposte to “Modernità e postmodernità di Mario Pomilio”

  1. acabarra59 Says:

    “ Martedì 25 ottobre 2005 – Quando stamani ho visto che, nella pletora di relatori alla giornata di studio su Longanesi, c’era anche Andrea Cortellessa, io, non lo voglio negare, mi sono stupito. Ho pensato: non gli basta Gadda, non gli basta Fortini, non gli basta Ehrenburg, non gli basta la scrittura d’occasione, non gli basta abitare in via Federigo Tozzi, no: anche Longanesi, anche su Longanesi lui vuole dire la sua. Come farà? Mah. Comunque a me continua a essere – fisicamente – simpatico. [ *] “ [**]
    [*] Nel suo essere ” fuoriformato “.
    [**] Lsds / 580

  2. Giuseppe Cofano Says:

    Trovo incredibile che un professore universitario di storia della letteratura possa infrangere le più elementari regole della comunicazione in questa maniera.
    Elenco quello che rende molto difficile la lettura ad un pubblico di appassionati non specialisti come me: i funambolismi utili a formulare una battuta o un retroscena in più, nonostante siano poco funzionali allo sviluppo dell’argomentazione, come per esempio “la questione dell’identità muti di segno, radicalmente, se dal concetto di ipsum si passa a quello di idem, cioè se da una prospettiva sincronica si passa a una diacronica. (La topica della “conversione”, agostinianamente e dantescamente, questo ci dice.) Diciamo che a trent’anni per me valeva la formula dell’Anticristo, Nietzsche, quando spiega come si diventa ciò che si è. Oggi invece credo che dobbiamo spiegarci, piuttosto, come si è ciò che si diventa”; le frasi incidentali a commento di ogni singola affermazione, come in “e che secondo me tranquillamente merita che lo si torni a definire “borghese” (come si faceva appunto nei trinariciuti anni Settanta): perché fa appello a un lettore “medio” proponendogli vicende “medie” (essenzialmente gruppi d’interno famigliare con annesse corna d’ordinanza): quando l’uno e le altre sono, rispetto alla concretezza della vita che viviamo, nient’altro che stucchevoli astrazioni (quale appunto oggi, socialmente, quella tanto tempo fa definita “borghesia”)”; la citazione senza ulteriore spiegazione di saggi per specialisti e teorie letterarie che non sono previste nei programmi del liceo, come “insomma “plurali” – in senso blanchottiano” ; infine, le immancabili stilettate allusive verso “chi dal suo punto di vista legittimamente consideri “la letteratura italiana” quella che passa per le librerie Feltrinelli e i premi Strega” (cioè, chi?). Stranamente, poi, Cortellessa si sente considerato un marziano dai non addetti ai lavori.
    Seguo Cortellessa sui vari blog letterari ed ho trovato illuminanti alcuni suoi interventi su scrittori contemporanei di cui avevo letto qualcosa. Non sospetto che il suo compiaciuto ermetismo miri a nascondere l’incapacità di elaborare delle argomentazioni coerenti, come avveniva nella migliore tradizione accademica italiana. Penso di essere riuscito con fatica a seguire il filo del discorso anche in questo caso. Ma questo ha comportato un certo numero di riletture dei passaggi più ermetici: per un’intervista su un blog mi sembra esagerato. Sono l’unico a pensarla così?

  3. demetrio Says:

    CIao Giuseppe

    io ho trovato l’intervista di Andrea chiara e puntuale nelle cose che voleva dire. Non mi sembra che abbia usato una lingua stravagante nel suo intervento, è una lingua ricca ma non fuori contesto e neppure una lingua che mira a coprire con il fumo dei tecnicismi l’assenza di argomentazioni coerenti.

    Altra domanda: perché la rilettura (o più riletture) dell’intervista per un blog ti sembra esagerata? Se fosse stata pubblicata in una collettanea cartacea, ti sarebbe sembrata meno esagerata?

    d.

  4. Giulio Mozzi Says:

    Eh, Giuseppe: purtroppo non è vero che Cortellessa abbia “infranto le più elementari regole della comunicazione”. Ha semplicemente fornito su Pomilio un contributo simile agli altri contributi pubblicati in questi giorni: che non sono particolarmente “facili”, che fanno abbondanti riferimenti a cose che al liceo non si studiano, eccetera.

    Se poi ritieni che il modo di scrivere (poiché l’intervista fu, evidentemente, scritta) di Cortellessa “miri a nascondere l’incapacità di elaborare delle argomentazioni coerenti”, prova a mostrare le incoerenze delle sue argomentazioni.

  5. Giuseppe Cofano Says:

    Giusto per non rimanere nell’astratto, questo mi sembra un eccellente esempio di approfondimento che scava nel complesso mondo di Pomilio senza ricorrere a formule per iniziati o complesse giravolte concettuali:

    https://vibrisse.wordpress.com/2015/10/29/appunti-su-mario-pomilio-il-quinto-evangelio/ (se sei lo stesso Demetrio autore di questo articolo, complimenti)

    Il seguente è invece un esempio di articolo complesso di tematica letteraria colta che mi è perfettamente comprensibile in ogni passaggio, per quanto non sia stato scritto nella mia lingua madre:

    http://www.newyorker.com/culture/cultural-comment/knausgaard-or-ferrante

    La mia padronanza dell’inglese è più che buona, ma non è al livello dell’italiano. Come si spiega?
    Altre precisazioni. Non ho problemi a rileggere un periodo più di una volta, è una pratica necessaria per afferrare connessioni implicite o per apprezzare una frase particolarmente elegante. Quello che non accetto, né in rete né su cartaceo, è il dover rileggere per comprendere il livello 0 del discorso, cioè il significato di alcune singole parole, o il livello 1 del discorso, l’articolazione sintattica. Anche qui, giusto per fornire degli elementi concreti, faccio un esempio: mi sapreste spiegare cosa significa “la questione dell’identità muti di segno, radicalmente, se dal concetto di ipsum si passa a quello di idem, cioè se da una prospettiva sincronica si passa a una diacronica. (La topica della “conversione”, agostinianamente e dantescamente, questo ci dice.) Diciamo che a trent’anni per me valeva la formula dell’Anticristo, Nietzsche, quando spiega come si diventa ciò che si è. Oggi invece credo che dobbiamo spiegarci, piuttosto, come si è ciò che si diventa”? Me lo sapreste spiegare su due piedi?
    Torniamo sui tecnicismi inutili. Mi sapreste spiegare cosa aggiunge al discorso questo passaggio, “insomma “plurali” – in senso blanchottiano”? Quale accezione specifica dà Blanchot all’aggettivo “plurali” e perché è necessario sottolinearlo? E’ un concetto talmente noto che non vale la pena di spiegarlo? Basta leggere gli articoli ai due link che ho postato sopra per notare come gli autori si prendano il fastidio di fornire informazioni molto più banali per permettere al lettore la piena accessibilità. Nel far questo hanno perso in complessità? A me non sembra.

    Non sono ironico quando dico che Cortellessa è illuminante nei suoi interventi. Ricordo, tanto per citarne uno, una sua recensione a “Resistere non serve a niente” di Walter Siti che mi permise di apprezzare alcune cose che non avevo notato. Mi chiedo solo questo: non vale la pena di scrivere in maniera più comprensibile per un pubblico colto ed appassionato ma non specialista, che quindi non segue con immediatezza tutte i passaggi o semplicemente non dispone delle informazioni proprie del bagaglio dello specialista?
    Il “barocchismo” del procedere, il continuo divergere rispetto all’asse del discorso, può avere un senso in un’opera artistica, dove la forma è significato. Ma in un testo tecnico di commento su un’opera d’arte ha un senso? Secondo me, solo in rarissimi casi. E Walter Benjamin nasce una volta ogni 100 anni.

  6. Giulio Mozzi Says:

    Giuseppe, nel tuo secondo intervento non fai che amplificare ciò che hai detto nel primo.

    Ti offro una riflessione:
    (a) se perfino una persona capace di fornire “un eccellente esempio di approfondimento che scava nel complesso mondo di Pomilio senza ricorrere a formule per iniziati o complesse giravolte concettuali” – così capace da meritarsi i tuoi complimenti, poiché si tratta appunto del medesimo Demetrio –
    (b) trova che l’intervista di Cortellessa sia “chiara e puntuale nelle cose che voleva dire”,
    (c) forse potresti pensare che forse la tua irritazione potrebbe essere considerata una semplice irritazione. Càpita, che un testo ti vada di traverso.

    Per esempio, tu dici:

    Il “barocchismo” del procedere, il continuo divergere rispetto all’asse del discorso, può avere un senso in un’opera artistica, dove la forma è significato. Ma in un testo tecnico di commento su un’opera d’arte ha un senso?

    e io sbalordisco all’idea che tu abbia provato a leggere l’intervista a Cortellessa come un “testo tecnico”.

    Che poi, ti dirò, io trovo l’intervento (più sfacciatamente “artistico”) di Demetrio Paolin assai più difficile di quello di Andrea Cortellessa. La scrittura in buona misura giocosa di Cortellessa mi va giù come acqua fresca (e, per dire, il rimando alla “parole plurielle” di Blanchot, scrittore che trovo molto più misterico che argomentativo, lo prendo come semplice suggestione e/o rimando a un clima culturale, a patrimoni di letture comuni, eccetera, e ho forse su di te il vantaggio di aver letto l’antologia Parola plurale curata da Cortellessa e altri), mentre su quella di Demetrio Paolin (che pure conosco assai meglio) mi tocca spesso fermarmi. E ogni tanto, come per esempio qui,

    Ciò che rimane all’uomo, dopo i roghi, i bombardamenti, i campi di prigionia e quelli di concentrazione, sono i brandelli di quella che fu la cultura dell’Occidente. La cultura, quell’insieme di saperi, arti, libri che conoscevamo, è andata in frantumi come le case delle città dopo i bombardamenti. Ciò che rimane sono frammenti, sparsi nel mondo, senza alcuna logica, per cui qualcosa è rimasto intatto e qualcosa è svanito e si può appena intuire,

    mi viene il sospetto che una certa retorica più iterativa che amplificante (“brandelli”, “frantumi”, “frammenti” ecc.) prenda la mano all’autore. Eccetera.

    Ovvero: nessuno è perfetto (e tantomeno Demetrio Paolin o Andrea Cortellessa o il soprascritto).

    A questo punto, potremmo eventualmente parlare del merito?

  7. Giuseppe Cofano Says:

    Non sono d’accordo sul fatto che sia solo una differenza di imperfezioni. Il mio intento non era quello di dare un giudizio sui contributi, volevo segnalare un problema che – a quanto pare – non tutti avvertono. Penso di aver già avuto modo di spiegarmi, quindi non vado oltre.
    Aggiungo un’ultima annotazione, poi passo e chiudo. Ammetto che questo non è il peggior esempio di prosa accademica italiana che abbia letto nella mia vita. Ho visto di peggio. Non capisco, però, come si possa ambire alla considerazione degli esterni alla cerchia degli addetti ai lavori (vedi affondo in conclusione) continuando a coltivare il vezzo di parlare a se stessi ed ad una ristretta setta di iniziati. Personalmente credo che farsi capire anche al di fuori del proprio specialismo sia fondamentale, ma sono disposto ad ammettere che questo non è un comandamento assoluto. Quello che proprio non afferro è come possano le due cose stare insieme.

  8. Giulio Mozzi Says:

    …un problema che – a quanto pare – non tutti avvertono…

    Nessuno l’ha sollevato, qui, oltre a te. Comunque, Giuseppe, c’è sede e sede per prendere la parola; e qui, in questa sede, secondo me, Cortellessa ha scelto il tono adeguato. Pertanto l’ho pubblicato. Se c’è una “infrazione delle più elementari regole della comunicazione”, l’ho commessa io.

    Poi, vedi, a me danno sui nervi certi espedienti. Tu dici: “il vezzo di parlare a se stessi e a una ristretta setta di iniziati”. Ovvero: usi, fingendo di descrivere, parole che contengono un giudizio. E’ come se io dicessi a te che stai facendo della tua ignoranza e dei tuoi limiti cognitivi uno strumento di misura universale; o che è troppo facile, nonché piuttosto sciocco, bollare come incomprensibile un testo solo perché non arrivi a comprenderlo. Ecco: a me questo non mi va.

    Ciò detto, sarei felice se la discussione entrasse nel merito.

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