Gilda Policastro: intervista su “Cella” / 5

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Louise Bourgeois, Cell

Louise Bourgeois, Cell

giuliomozzi intervista Gilda Policastro

[Poco più di un mese fa è apparso presso Marsilio – l’editore per il quale lavoro – il romanzo di Gilda Policastro Cella. Policastro ha pubblicato presso Fandango Il Farmaco (2010) e Sotto (2013). In vibrisse si può leggere il suo intervento nella serie La formazione della scrittrice. gm]. [La domanda precedente]

Ho capito, Gilda, birbantessa che sei, lo fai apposta per mettermi in croce. Ieri hai cominciato a rispondere così: “Nel romanzo a p. 111 si parla della complicità che si stabilisce tra la figlia della protagonista e l’ex brigatista che ha affittato una stanza presso la loro casa. Si tratta di una complicità che passa attraverso i libri: l’io narrante fa riferimento…”. Eh. Il “si parla”, così impersonale, è perfetto: Cella è proprio un romanzo nel quale si parla, perché non è per niente chiaro chi sia a parlare. Ma quando dici “l’io narrante”, mi tiri il trucco di prestigio: perché l’io narrante è una messa in scena, o messa in testo, del Principe non azzurro Giovanni: ma solo per ipotesi, per carità, né chi sia a fare l’ipotesi è sicuro, perché in un romanzo come questo nemmeno gli intertitoli (i titoli delle parti o dei capitoli) si sa bene della mano di chi siano. Ma basta così, direi: a chi ci legge dovevamo (credo) far sentire qualcosa della complessità (e del gioco, e della drammaticità) del tutto: e mi pare che ci siamo riusciti ad abundantiam.
E’ il momento, forse, di passare a ciò che nelle comuni conversazioni viene per prima cosa: ossia la storia. Della quale si possono fornire diversi riassunti: “Giovanni Principe s’immagina una vita e ne racconta dei pezzi per iscritto attribuendoli a un’altra voce”; “Una donna quasi senza nome racconta la propria storia, ed è così senza nome e senza tutto ciò che normalmente si accompagna all’avere un nome, che teme (o s’immagina, o ipotizza) che ad averla scritta sia in realtà l’uomo che l’ha tenuta e la tiene in soggezione”; “Un’ex terrorista ripaga il medico che l’ha curata quand’era latitante (e ha condannato quindi sé stesso a una latitanza) compiendo un intervento a modo suo riparativo o terapeutico (ma di terapia suggestiva, quasi-magica come dicono i professionisti) sulla donna che quest’uomo tiene soggiogata” (questo è il riassunto che mi intriga di più, perché sposta parecchio il fuoco).
Il risvolto di copertina (che prudentemente evitava di esibire le stratificazioni del testo) dice: “Una giovane donna inquieta diventa l’amante di un uomo potente: medico stimato, ricco, impegnato in politica. È la fine degli anni Ottanta e la loro relazione, incentrata su una sessualità ossessiva, talvolta brutale, non manca di dare scandalo in una piccola città in cui i ruoli sono già fissati da sempre, senza nessuna possibilità di riscatto. Dopo che l’uomo si dà alla latitanza per aver curato una brigatista, la donna si rintana in una casa di campagna, da cui esce molto di rado e quasi solo entro il perimetro del suo giardino, sentendo gli altri come presenze minacciose e la figlia stessa come un’estranea. Da questa reclusione volontaria si leva una voce…”, dove di nuovo è da apprezzare l’impersonalità di quel si leva

GildaPolicastro_CellaIl riassunto è importantissimo, non a caso a scuola si comincia da lì, ma da nessuno, ancora, ho sentito riassumere il mio libro riportandone un’impressione di fedeltà. I relatori, nelle varie presentazioni, partono sempre dal riassunto, soprattutto chi s’incarica dell’introduzione. Mi è capitato che mi chiedessero preliminarmente lumi sulla cronologia, i dati reali, alla lettera. Che cosa accade, quanto tempo passa da quando la vicenda inizia a quando ha più o meno termine, al di là delle discrasie temporali, degli slittamenti di piani. Calcoli o congetture su quanti anni ha la protagonista prima e dopo, quanti la figlia, rilievo di incongruenze (effettive o presunte). Mi viene sempre in mente quando, ai tempi del Farmaco, la redattrice che si occupava del mio testo un giorno mi disse: qui c’è un fratello che prima non c’era. Ah. E poi guarda qua, come fa la protagonista a sporcarsi le piante dei piedi, se i suoi calzini non sono bianchi, ma a righe gialle e nere. Eh, come fa. Scoprivo che esiste un mestiere in più, rispetto all’editore e l’editor: è questo rilevatore di incongruenze o di suture mancate. L’editor ti spinge, ad esempio, a inserire qualche perno di collegamento in più nella vicenda, qualcuno (non so se proprio tu, Giulio) alla prima lettura mi consigliò di fare in modo che le due donne, la mia protagonista e la terrorista, si fossero già conosciute o almeno di chiarire che sì, era proprio lei la donna, tra le tante di Giovanni Principe, che la terrorista intravede quando arriva nella clinica. Il rilevatore di incongruenze invece ti restituisce il testo con una serie di commenti, quelli di word, intendo, fastidiosissimi, che testimoniano in brevi note della pignoleria di menti addestrate a occuparsi di virgolette come fossero l’essenziale. Col risultato che poi diventano essenziali anche per te, e passi le tue giornate a ripassarti il prontuario del correttore di bozze che tutti conosciamo dalle tesine universitarie: caporali, discorso diretto, alte, enfasi o improprietà, singole, termine in traduzione o virgolette nelle virgolette. E come la mettiamo con Joyce, con Faulkner, Virginia Woolf. Torniamo al riassunto, non voglio sottrarmi. Credo che per ogni autore sia tutte le volte non dirò un trauma ma una puntura di zanzara sentirsi snaturare il libro dalle parole altrui. Già solo veder ridotto a tre quattro snodi tutto quello che sa di averci costipato in termini di carico emotivo, di intelligenza (anche in questo caso vera o presunta) del mondo. Poi, sentire puntualmente ripetere che il libro parla di x e y che fanno la tal cosa e la tal altra. Ma è davvero così? Allora, faccio un esercizio. Il mio libro lo riassumo io, per la prima volta da quando l’ho scritto, a beneficio di chi ha avuto la pazienza di arrivare fin qua. Forse penserà che avremmo fatto meglio a dirglielo subito, come prima cosa, che il libro parlava di questo e di quest’altro. Però, invece, senza tutte le tue domande e le mie risposte non ne sarei stata in grado: questo è. Un autore hai voglia a dirlo consapevole, avvertito: c’è sempre qualcosa che sfugge alla sua stessa comprensione e capacità di analisi, vale per tutti ed è questo il bello, altrimenti fine del circolo ermeneutico, o della triangolazione autore-critico-lettore (sempre più ridotta al dialogo a due autore-lettore, o al monologo autore/lettore con se stesso). Riassunto (vedi come tergiverso, denunciando lo stesso timore di sbagliare dei relatori quando chiedono se succede prima questo o quello): “una donna senza nome racconta la sua condizione di prigioniera: il paese con le sue restrizioni, le frequentazioni di personaggi squallidi come il dentista che la molesta da adolescente, la famiglia con un padre che a un certo punto, per questioni di debiti, se ne va. L’incontro con Giovanni Principe, figura di riferimento per la sua professione di medico e il suo impegno in politica, sembra offrirle una possibilità di emancipazione. Viaggiano, incontrano persone colte come il professore, con cui la donna sarà quasi obbligata a iniziare una relazione. Ma anche Giovanni Principe, a un certo punto, come il padre, la abbandona. La donna si ritrova sola, con una figlia che non riesce ad amare e per la quale è motivo di imbarazzo e di inquietudine, specie dopo il tentato suicidio. Fino all’arrivo di una brigatista, che rimette in discussione tutto il suo vissuto, suggerendole una possibile via d’uscita nel confronto a più voci col suo passato”. È un testo che dice molto, ma non dice tutto, dice probabilmente le cose essenziali della trama. A questo punto però ripeto e se posso ti giro la domanda: il libro è proprio ed esattamente di questo che parla?

[continua…]

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