Gilda Policastro: intervista su “Cella” / 4

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Gilda Policastro

Gilda Policastro

giuliomozzi intervista Gilda Policastro

[Poco più di un mese fa è apparso presso Marsilio – l’editore per il quale lavoro – il romanzo di Gilda Policastro Cella. Policastro ha pubblicato presso Fandango Il Farmaco (2010) e Sotto (2013). In vibrisse si può leggere il suo intervento nella serie La formazione della scrittrice. gm]. [La domanda precedente]

Giustamente dicevi, ieri: “Perché lo spettatore medio si ritiene in grado di decodificare un film come Inception e un lettore dovrebbe smarrirsi di fronte a Cella?”. La domanda è ragionevole, e mi vengono due risposte sulla punta della lingua. La prima è che l’industria del cinema statunitense (non solo, ma soprattutto statunitense) ha abitutato i propri spettatori (quindi anche noi) a non considerare reali le storie che racconta: mentre il romanzo (anche quello statunitense) continua a proporre un’istanza realistica, come la si chiamava una volta: forse sbagliando (e confinando ai margini, nel “genere”, le narrazioni programmaticamente prive di istanza realistica). E i ragionamenti sulla cosa (vedi a es. la recente fiammata attorno a Walter Siti) quelli sì restano roba per specialisti o per veri amatori. La seconda è che, stando a Wikipedia, Inception è un film che ha richiesto un investimento di 160 milioni di dollari. Di questi, mi domando, posto che spendere 160 milioni di dollari per fare un film indecodificabile è un’impresa da matti da legare, quanti ne ha spesi la produzione proprio per “rendere decodificabile” il film? L’ho visto (non vedo molti film, è stato un caso: m’interessava la faccenda dei sogni) e ho avuto la sensazione di vedere un film con, uso la parola tua, abbondanti “didascalie”.
In Cella, invece, succedono cose straordinarie. In questo testo già di complessa, e in parte dubbiosa attribuzione (c’è scritto “Per ipotesi”, dici tu, e io dico: appunto, mi neghi beffarda ogni certezza, diavola d’una scrittirce!…), a un certo punto irrompono delle fotografie [per chi ci legge: un’occhiata qui, e c’è un estratto di testo con fotografia]. E quelle da dove piovono? Chi ce le ha messe? La voce di donna pare distantissima dalla possibilità di conoscere e adoperare quelle fotografie (sono immagini di installazioni di Louise Bourgeois); ma anche il Principe, suvvia… Qundi è stata quella diavola d’Artefice, e infilarle dentro, a notificare la propria presenza non con il testo ma con un’immagine muta… (Immagine di un’opera che, peraltro, s’intitola, ahimé, Cell…).

GildaPolicastro_CellaNel romanzo a p. 111 si parla della complicità che si stabilisce tra la figlia della protagonista e l’ex brigatista che ha affittato una stanza presso la loro casa. Si tratta di una complicità che passa attraverso i libri: l’io narrante fa riferimento in particolare a un’antologia di poeti e poi a «un grosso catalogo che a volte m’ero arrischiata a sfogliare, col nome dell’artista che non ricordo, in copertina. Celle, sotterranei o tane, sembravano. Ma cos’erano». Ecco, qui forse ti complico ulteriormente l’incastro, se non lo sbroglio: le celle di Bourgeois cui ci si riferisce si materializzano a un certo punto del testo, e non come in Sebald, dove lui ti parla di qualcosa che l’immagine consente immediatamente di visualizzare (la stazione, lo zoo etc.). No, qui a distanza di qualche capitolo devi riconnettere quella indicazione per così dire extradiegetica all’immagine intradiegetica che hai visto o che vedrai, oppure ignorarla e fruire di quelle stesse immagini come se fossero una visualizzazione di quel momento, alla maniera della protagonista che vede la sua domesticità coatta come una cella, in un caso, e nell’altro pensa alle lastre che i medici chiamano immagini, le immagini del corpo costretto dalla malattia in un luogo diagnostico che somiglia a un carcere. Insomma, è un po’ come in Inside out, per andare sul pop spinto, ti stai calando nella sua testa e ne vedi i pensieri: è normale, nelle narrazioni a focalizzazione interna, solo che qui l’immagine c’è, non è solo una cosa descritta in un certo modo. Non so se ti ho convinto, di sicuro questa citazione di pagina 111 non l’hanno evidenziata in molti o meglio finora proprio nessuno vi ha fatto riferimento. Eppure è in qualche modo una chiave: attenzione, ecco perché prima avete visto Cell, l’opera di Bourgeois. Per rispondere alla questione dell’istanza realistica, il mio modo, quello a cui sono stata abituata dalla letteratura, che ha evidentemente altri artifici rispetto al cinema ma non manca di effetti, al pari di quello, muove dall’esigenza di creare un’impressione di realtà attraverso la trasfigurazione/travestimento. Parto da dati presi dall’esperienza, da accadimenti che però non sono necessariamente vissuti in prima persona, ma comunque hanno degli effetti potenti sull’elaborazione di un immaginario: anche Albertine che se n’è andata e Hanno che muore hanno segnato la mia disposizione verso il mondo, non solo le sfighe personali. Un regista è facilitato dall’impatto immediato dell’immagine, laddove lo scrittore può edificare immaginari con strumenti bidimensionali al massimo, che è il motivo per cui i film tratti da libri non mancano di deludere. Il discorso sul realismo mi interessa poi più che legarlo ai piani di realtà che si sovrappongono e confondono, all’idea spicciola del prestito dal reale o dalle corrispondenze che si stabiliscono tra i fatti e l’invenzione. Citando Gadda Andrea Cortellessa parlò nella presentazione a Sotto, il mio libro precedente, di trame criptosimboliche. Questa definizione mi piace e mi è utile perché nulla è fuori dalla pagina davvero come lo si racconta: nessun personaggio, interamente, e nessuna scena, meno che mai le famigerate scene di sesso. Qui ce n’è una in cui cito Louis Malle, in un’altra La separazione del maschio, per dire. Mi irritano molto le identificazioni indebite: nessun personaggio esiste, ovvio, e negando un nome alla mia protagonista ho voluto soprattutto irridere a quella pratica malsana di riferirsi ai nomi di fantasia che abbiamo noi stessi inventato, da scrittori, come si trattasse di persone. Federico Bertoni in Realismo e letteratura ricordava, qualora ce ne fosse bisogno, che pensare a un sistema di creazioni e di forme simboliche con le stesse categorie che utilizziamo per la vita reale è quanto meno improprio. Tu però lo so che vuoi ancora stuzzicarmi sulla possibilità che questa storia l’abbia raccontata Giovanni, cosa che non t’ha mai convinto veramente…

[La domanda e la risposta successive]

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