Aggiungere qualcosa alla Bibbia e far finire il tempo

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Padova, Battistero del Duomo, Scene dell'Apocalisse

Padova, Battistero del Duomo, Scene dell’Apocalisse

di giuliomozzi

[Il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio si è concluso. E’ con un certo ritardo, dunque, che arriva anche il mio contributo. Che, peraltro, con Pomilio c’entra da qua fin là. ]

Che la bibbia finisca con l’Apocalisse (secondo l’indice) o con il Vangelo di Giovanni (secondo la più accettata cronologia di composizione dei vari libri), è cosa che non mi è mai andata giù. È possibile – mi dicevo fin da piccolo – che il creatore, dopo aver parlato nell’arco di sette secoli tanto da riempire duemila pagine (tante ne aveva l’edizione della Bibbia che c’era in casa), e pure scritte in piccolo, poi si sia taciuto?

Certo: ci sono i padri apostolici, ovvero coloro che scrissero quando la memoria dell’insegnamento orale degli apostoli era ben vivo (e di alcuni di essi la tradizione, probabilmente favoleggiando, dice che avevano conosciuto personalmente gli apostoli); ci sono i padri della chiesa, ovvero coloro che scrissero nelle generazioni successive fino – all’incirca, per intendersi – all’altezza di Agostino d’Ippona; ci sono i cosiddetti scrittori ecclesiastici, meno sicuri dottrinalmente ma non meno profondi dei padri della chiesa; ci sono sante e santi che hanno scritto, sia teologicamente sia spiritualmente: c’è il Cantico delle creature, ci sono gli scritti di Caterina da Siena e di Teresa d’Avila, ci sono fior di mistici eccetera eccetera. Ma a nessuno di questi libri, per quanto studiatissimi e ricchissimi di conseguenze storiche e spirituali e dottrinali (e anche tribunalizie, suvvia) è mai stata riconosciuta un’autorevolezza simile a quella dei libri della Bibbia. Non c’è mai stata partita. Dopo la generazione di coloro che avevano conosciuto (o si è favoleggiato avessero conosciuto) Gesù di Nazareth o i suoi parenti o apostoli (Marco allievo di Pietro, Luca amico di Maria e suo ritrattista, Paolo di Tarso – be’, quella di Paolo, apostolo che non aveva mai diviso la mensa o la camerata con Gesù, è una storia ben curiosa), la porta si è chiusa.

Mi viene in mente la pubblicità della pasta Agnesi. Il creatore della tradizione israelita ormai lontano, quasi ricacciato nello sfondo e – ahimè – irrimediabilmente ebreo; il suo figlio divinoumano ormai vissuto, morto, risorto e asceso al cielo e sparito dai nostri occhi; la comunità dei credenti ormai autoorganizzatasi, prima privata e/o clandestina, poi perseguitata, finalmente eletta a puntello dell’Impero e diventata istituzione: e una voce che dice: «Silenzio, parla la chiesa». Dove per «chiesa» s’intende, come noto, «gerarchia».

Da quel momento, non è più la qualità di uno scritto a farne riconoscere il carattere sacro: ma l’approvazione della gerarchia.

(Tutto questo, che qui semplifico quasi puerilmente, è avvenuto in maniera molto meno lineare).

* * *

Fino a non molto fa la Bibbia era un libro vietato. All’epoca di Francesco d’Assisi c’era chi finiva in tribunale, alla tortura e sul rogo per aver letto o fatto leggere o copiato o fatto circolare parti della Bibbia in lingua volgare. La generazione di mio padre e mia madre (ho cinquantacinque anni) aveva teoricamente bisogno del permesso del parroco, per leggerla. Una traduzione ufficiale in lingua italiana è arrivata solo nel 1971, seicentocinquant’anni dopo la Divina commedia (se vogliamo considerare la Commedia come definivamente fondativa della lingua volgare, nonché prova provata della capacità della lingua volgare di parlare d’ogni cosa, cose divine comprese – o forse soprattutto di quelle).

Nel frattempo la Bibbia, ovvero «i Libri», ovvero «il Libro dei libri», ovvero «il Libro per eccellenza», veniva chiamata «la Scrittura» o «le Scritture».

* * *

E così, quando mi capitò, ormai tanti anni fa, di accostarmi e addentrarmi nella scrittura non più per scopi pratici (avevo alle spalle migliaia di comunicati stampa, di lanci d’agenzia, di articoli, eccetera, quando mi capitò di scrivere un racconto), ma per scopi a me (allora) ignoti (non che adesso, eh!, mi siano più noti), tra le poche ambizioni che confusamente riuscivo a figurarmi c’era, terribile e spaventosa, quella di aggiungere un libro alla Bibbia. Quelle più ordinarie, di ambizioni, erano quelle di tutti: restaurare la mia vita, cercare una conversazione con altre persone, frugare nella lingua per trovare una «parola comune» – che fosse «comune», cioè qualsiasi, alla portata di chiunque, e insieme «comune», cioè capace di dire la natura umana o di indicarla almeno, magari per via d’assenza. Ma quest’ultima, ahimè, quella della «parola comune», benché dicibile umilmente, assomigliava non poco a quella terribile e spaventosa.

* * *

Dire qualcosa sulla natura umana – la natura dell’umanità, dei maschi e delle donne, è d’essere creature – dire dunque qualcosa sull’essere creature – dire qualcosa sulla creazione – dire qualcosa sul creatore.

* * *

Quando dico: un’ambizione; non dico: un’ambizione realizzata. Tutt’altro.

* * *

E allora, quando mi capitò d’imbattermi nel Quinto evangelio, potete immaginare che rimescolamento fu.

* * *

Non so e non voglio sapere se Pomilio avesse mai pensato alla sua opera come a un libro da aggiungere alla Bibbia. Ne dubito: da tutto ciò che ho letto di suo, mi è sempre apparso un uomo sano di mente.

Eppure di che cosa parla, quel libro che convenzionalmente chiamiamo «romanzo» ma che non possiede nessuna (mi pare) delle caratteristiche che distinguono il «romanzo» da qualunque altra cosa esistente al mondo (o che, quantomeno, non possiede nessun carattere «romanzesco», intendendosi però che tra «romanzo» e «romanzesco» non c’è identità), se non di un libro mancante, un libro esistente ma perduto, un libro da trovare, ma anche un libro da fare, un libro che ha bisogno di essere messo in vita (nel senso letterale delle parole corsive), un libro che quando apparirà metterà a tacere tutti gli altri – e per questa ragione è avversatissimo, in primis dalla chiesa in quanto organizzazione e gerarchia?

Di che cosa parla, quel libro, se non d’un vuoto che è determinato dall’interminabilità dell’attesa della pienezza dei tempi?

* * *

Se, come obliquamente promesso da Gesù di Nazareth – o dal personaggio che con questo nome appare nei Vangeli – e come abbastanza esplicitamente assicurato da Paolo di Tarso, la pienezza dei tempi si fosse rivelata a quei tempi, che bisogno ci sarebbe stato di un altro vangelo?

O decidiamo che quella promessa fu fasulla (o mal capita e/o mal trasmessa, ecc.: che è la stessa cosa), oppure decidiamo di metterci in attesa: del lieto evento (non più del lieto annuncio) del quale, in realtà non sappiamo nulla. Possiamo solo immaginare.

* * *

A che cosa serve la letteratura? A immaginare, a fissare le immaginazioni per iscritto: a fare scrittura delle immaginazioni.

Le magie funzionano se si pronuncia correttamente la formula.

Giulio Mozzi è nato nel 1960. Abita a Padova. Chi frequenta vibrisse sa di lui quel che c’è da sapere. Gli altri possono guardare qui.

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Una Risposta to “Aggiungere qualcosa alla Bibbia e far finire il tempo”

  1. L'esageratore Says:

    Bello (è la parola “comune” più alta per un commento estetico). Bella immaginare di aggiungere un libro alla Bibbia, la definizione dello scopo della letteratura, la differenza fra Libro e Scrittura.

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