Evangelium non erubesco

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Masaccio, Cacciata di Adamo e Eva dal Paradiso Terrestre

Masaccio, Cacciata di Adamo e Eva dal Paradiso Terrestre

di Gabriele Dadati

[Il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio si è concluso. Da qualche giorno pubblichiamo ulteriori contributi. Questa è una “paginetta” – definizione sua – di Gabriele Dadati, uno degli organizzatori].

Se c’è un sentimento che conosco poco (troppo poco, a mio parere), e che in genere ho il sospetto conosca poco il nostro tempo, è quello della vergogna. Sono in grado di compiere con buona frequenza degli errori che si possono considerare colpe e altri che si possono considerare peccati, sono capace – e sono fiero di esserlo, perché è frutto di un lungo allenamento volto a esorcizzare la mia natura più profonda – di chiedere scusa, come sono capace di pentirmi. E tuttavia, in questa trafila, raramente ho provato e provo il sentimento della vergogna. Non lo provo in genere per gli errori che faccio, non l’ho mai provato per eventuali condizioni in cui si è presentato il mio corpo agli occhi degli altri, o il mio tenore di vita, o una figuraccia, o altro.

Tuttavia, il 2012 per me è stato anche l’anno della vergogna. Una vergogna grande e radicata, che per quanto non di pubblico dominio era implacabile. Provavo infatti vergogna al cospetto di Dio, che credo badi a me in ogni momento, al quale credo di non poter nascondere niente. Era l’anno in cui, dal marzo in cui è avvenuta la diagnosi all’ottobre della certificata guarigione, ero alle prese con il mio piccolo cancro. Un cancro la cui prognosi era percentualmente molto favorevole (un cancro al testicolo, che è in genere addirittura più curabile di uno al seno, almeno in fase iniziale) e che tuttavia era a uno stadio avanzato (le metastasi erano corse verso i linfonodi, ne avevo uno che da un centimetro di dimensione naturale era cresciuto fino a sei. Da solo conteneva una palla da biliardo di cellule malate) e mi impauriva moltissimo. La sera, nel silenzio dell’appartamento in cui vivo da solo, piangevo in continuazione. Ogni singola sera. A letto, con la luce spenta, senza riuscire ad addormentarmi.

Andavo a messa tutte le domeniche, come ho sempre fatto. Ho iniziato a entrare in chiesa più spesso per poter pregare con raccoglimento. Ed è stato lì che ha avuto inizio il sentimento della vergogna. Perché pregando e tuttavia rimanendo preda dello sconforto (non sempre, ma spesso) mi domandavo: “Ma come, tu non credi nel Suo progetto? Non credi che se il Suo progetto fosse il tuo congedo dal mondo, avresti la gioia della Vita che è dopo la vita? Cosa vieni a fare qui da anni, se non riesci ad affidarti?”. In fin dei conti, dunque, mi chiedevo dove stesse di casa la mia fede. E mi vergognavo, mi vergognavo moltissimo. Di stare lì e di non credere, perché questa mi sembrava la mia condizione.

Mi vergognavo inoltre della mia vergogna. Avrei voluto dirlo a qualcuno, ma ho attraversato la malattia più tacendone che parlandone (salvo oggi non riuscire a fare a meno di rielaborarla in continuazione) e non ero in grado di dire niente. Sono dovuti passare due anni prima che la tirassi fuori. E che mi venisse detto con un sorriso: “Ma la tua vergogna è un sentimento di fede! Come potresti non credere, se senti il Suo sguardo su di te a tal punto da vergognarti?” E va bene, me ne sono reso conto allora, me ne rendo conto anche adesso: nella mia confusione avevo messo tutto insieme, l’incredulità di fronte all’esistenza di un progetto benigno e quella per Chi quel progetto ha predisposto. Mentre evidentemente io temevo che il progetto non ci fosse, o la sofferenza che comportava il percorrerlo. Ma il mio sentimento di Dio, forse, non era mai stato tanto forte come in quei mesi.

Ho sempre avuto una buona opinione di quella cognata d’antan della vergogna che è la pudicizia. Da un po’ di tempo ho un’opinione ancora più alta del sentimento di vergogna come di un sentimento capace di fare presa sulle cose del mondo e certificarle alla nostra intimità, renderle dolorosamente vere.

Dunque: io credo che il quinto Evangelio di cui parla Mario Pomilio nel suo romanzo omonimo sia, per me come creatura di sangue caldo e nervi, soprattutto l’irrompere della fede nel piano del sentimento. Credo che sia questa, in fondo, quella che mi seduce tra le ipotesi possibili. Che non si tratti dello scritto di un quinto apostolo, di un qualche episodio fondativo dimenticato, della vita del Cristo stesso, di un Ur-Vangelo da cui gli altri quattro hanno preso a smozzichi e bocconi o altro ancora. Per me il quinto Evangelio è come la Parola smette di essere tale e quindi di essere affrontabile dal mio intelletto, dalla mia cultura, dalla mia intelligenza, e si discioglie a far reagire la mia emotività. In fine dei conti la fede non ha senso, ma sentimento. E va benone così.

[Il titolo di questo testo è il motto scelto per sé da Luciano Monari, vescovo di Brescia, al momento della sua creazione. Significa “Non mi vergogno del Vangelo”].

Gabriele Dadati (Piacenza, 1982) ha pubblicato, come narratore: Sorvegliato dai fantasmi (peQuod, 2006; nuova edizione Barbera, 2008), Il libro nero del mondo (Gaffi, 2009), Piccolo testamento (Laurana 2011), Per rivedere te (Barney, 2014). Con Stefano Fugazza ha curato l’antologia Racconti piacentini del Novecento (Codex10, 2013). Nel 2015 ha fondato la casa editrice Papero, specializzata in piccole tirature e grande qualità.

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Una Risposta to “Evangelium non erubesco”

  1. acabarra59 Says:

    “ 21 giugno 1994 – Finirò col vergognarmi di scrivere questo diario. Anzi, mi vergogno già. È come guardare le donne. Non lo fa più nessuno. “. [*]
    [*] Lsds / 577

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