“Febbre di scoperta”, un quasi-inedito di Mario Pomilio

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Fahrenheit 451



[Il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio si è concluso. Nel corso del convegno abbiamo tuttavia ricevuto ulteriori contributi. Con particolare piacere pubblichiamo questo scritto “nascosto” di Mario Pomilio, generosamente fornito dalla figlia Annalisa]


premessa di Annalisa Pomilio

Mi sembra utile, in appendice a questo bel dibattito online, proporre un testo in cui mio padre, nell’esplorare il tema del libro dalla prospettiva della sua lettura ma anche da quella dello scrittore, tornava a percorrere alcune delle ragioni da cui era nata l’invenzione del Quinto evangelio.

Non è possibile, allo stato attuale, ricostruire l’origine di questo testo, né l’occasione da cui era nato, né la sede che lo aveva ospitato per la prima volta. Per certo, a molti anni dalla scomparsa, venne consegnato da mia madre ai Guida, gloriosi editori-librai napoletani, e da essi pubblicato in una rassegna periodica intitolata “Guida ai libri”, in un numero del 2004: ed è un’occorrenza registrata dall’attenta bibliografia compilata da Carmine Di Biase prima (e controllata, quella, sicuramente da mio padre), e poi verificata ed estesa nel 2014 (nell’appendice al volume Le ragioni del romanzo. Mario Pomilio e la vita letteraria a Napoli, a cura di da Fabio Pierangeli e Paola Villani). Mi sembra però non meno indubbio che si tratti della ripresa d’una pubblicazione precedente: qualche pubblicazione fuori commercio, probabilmente uno scritto originato dalla trascrizione di qualche conferenza, a giudicare dalla fotocopia che assai prima di quell’uscita mi aveva inviato mia madre, nel periodo del Natale, perché la potessi leggere alle mie due figliole, allora poco più che bambine.

Al termine di questa piccola e purtroppo lacunosa testimonianza, mi sembra giusto sottolineare la valenza quasi testimoniale che qui con estrema evidenza mio padre attribuiva all’oggetto libro, “come memoria di verità e stimolo a ulteriori verità, come deposito di messaggi e premessa all’elaborazione di nuovi messaggi”, nella convinzione che “non esiste messaggio offerto una volta per tutte: il messaggio d’un libro è sempre in modificazione e, per dir così, in crescita”. La qual cosa è tornata ad avverarsi miracolosamente in questa sede: dove un libro, un romanzo, scomparso per anni almeno quanto il libro, l’Evangelio di cui narra, ha potuto rivelarsi nelle sue varie e infinite angolature, “reincarnandosi in coloro stessi che lo cercano”. A voi tutti un sentito ringraziamento anche per questo.


Febbre di scoperta
di Mario Pomilio

Veicolo di pensiero, di cultura, di conoscenze, strumento di diffusione delle idee filosofiche e delle scoperte scientifiche, luogo del dibattito religioso, ideologico, politico, custode dei sentimenti, delle fantasie, delle riflessioni dell’uomo, il libro è memoria dell’umanità e contrassegno simbolico dell’identità della nostra specie, delle sue varie conquiste e dei valori che la contraddistinguono. In un romanzo dal quale venne tratto anche un film, Fahrenheit 451, si immagina che in un paese dove una dittatura ha ordinato il rogo sistematico di tutti i libri, alcuni uomini mandino a memoria le opere capitali dell’umanità, si facciano cioè libri viventi per poterle salvare. Non si poteva forse esprimere in maniera più eloquente il significato del libro in termini di civiltà, l’insieme delle infinite valenze che connettiamo ad esso e l’idea di quanto sarebbe depauperato un mondo che ne venisse privato. Come è centrale nella storia dell’umanità, così esso è anche centrale nella storia privata di molti di noi, al punto che quasi tutti, se appena ci pensassimo, ci accorgeremmo d’avere una vicenda personale e quasi una sorta di biografia ideale basata sul nostro rapporto col libro. Che l’abbia amato oppure rifiutato, che abbia misurato su di esso la fatica dell’apprendere o si sia appassionato, esaltato, lasciato trascinare dagli incantesimi della lettura, nessuno, credo, è passato indenne dal contatto con le pagine d’un libro. Molte infanzie ne sono state segnate. Proust nelle sue celebri Giornate di lettura ha scritto: «Non esistono forse giorni della nostra infanzia che abbiamo vissuto tanto pienamente come quelli che abbiamo creduto di aver trascorsi senza vivere, in compagnia d’un libro prediletto». Ed io vorrei in questo momento possedere la penna di Proust per descrivere a mia volta, al modo in cui l’ha fatto lui, la gioia, la pienezza, gli abbandoni, i trasporti delle mie personali giornate di lettura, quando, steso sul mio letto o appartato in un angolo silenzioso della mia casa, dimenticavo giochi e compagni per trascorrere le ore con quegli amici inimitabili che erano i libri. Allo stesso titolo, se dovessi parlare dei giorni bui della mia esistenza, vi metterei certamente quelli durante i quali avrei potuto ripetere con Mallarmé: «Le jour est triste, hélas, et j’ai lu tous les livres»: quelli nei quali ho sentito più acute la mancanza e la fame del libro, com’è stato tante volte nella mia giovinezza, e quelli nei quali, molto più tardi, al provare improvvisa la noia e la sazietà del libro, all’accorgermi di non avvertire più la febbre di scoperta d’un tempo, mi sono domandato con una specie di sgomento se non fossero i primi sintomi d’un declino intellettuale e, diciamolo pure, della vecchiezza.

Non è detto che sia questa l'edizione di cui parla Mario Pomilio

Non è detto che sia questa l’edizione di cui parla Mario Pomilio

In realtà più ci rifletto, più appunto m’accorgo che potrei benissimo tracciare una mia biografia ideale che avesse per filo conduttore il mio rapporto col libro, con le gioie, le espansioni, le scoperte, gli itinerari mentali, i ripiegamenti su me stesso che ciò ha comportato. Cominciò, lo rammento ancora, che ero sui sette anni, quando qualcuno mi portò in dono una raccolta di fiabe – ne ricordo ancora il titolo: Il libro azzurro delle fate – e il libro, da me conosciuto fino allora solo in quanto sillabario, mi si rivelò per una specie d’arca delle meraviglie. Da quel momento ho conosciuto la gioia e le ore estatiche alle quali ho accennato, ma ho conosciuto anche la fame del libro. Non eravamo ricchi né c’era in casa nulla di simile a una biblioteca. Lungamente atteso, il libro arrivava come un dono raro, da non sprecare. L’avrei divorato in una giornata, e invece procuravo d’andare avanti lentamente per fame durare la lettura il più a lungo possibile: ed è questo un curioso ricordo, di gioia mista a sofferenza. A peggiorare le cose, vivevo in una piccola città di provincia, dove la circolazione del libro era ridottissima e dove l’unico libraio fallì al tempo della grande crisi del 1929. Tra i ricordi più nitidi della mia infanzia sta quello d’una sera in cui, con la mano stretta nella mano di mio padre, ci recammo a fare acquisto di libri, che si liquidavano a basso prezzo. Mi rivedo, con due o tre volumi in mano, mentre guardo il grigiore delle scansie vuote, in una luce torpida. Qualche anno dopo venne istituita una biblioteca circolante dalla quale, con una quota di tre lire e mezza al mese, si potevano prendere in prestito i libri che si voleva. M’abbonai e per due mesi fu una piena di letture: correvo anche due volte al giorno a restituire il volume appena letto per averne uno nuovo. Dopo due mesi il gestore si rifiutò d’abbonarmi ancora: prendevo troppi libri e il loro sciupìo non era proporzionato alla quota d’abbonamento. Per fortuna c’erano gli scambi, i prestiti tra i compagni, occasione alle volte di sottili e buffi mercanteggiamenti, almeno finché mi bastarono i Verne, i Salgari, i Motta, i libri d’avventure insomma, la nostra passione comune. Più tardi mi trovai solo. Ma, di nuovo per fortuna, c’era il libraio ambulante che, tirandosi a mano un carretto, puntuale appariva ogni giorno di mercato all’angolo della piazza e lì dispiegava la sua povera mercanzia, i classici, i grandi romanzi dell’Ottocento, le opere di divulgazione storica nelle edizioni popolari dei Barion, dei Sonzogno, dei Dall’Oglio, questi benemeriti della cultura che per decenni colmarono il fossato tra libro e pubblico minore. Coi suoi pochi spiccioli in tasca (sono immagini di un’altra Italia, di un’Italia anzi da libro Cuore, da sembrare patetica oggi che il libro è diventato oggetto di consumo, se non di spreco), il ragazzo che io ero guardava, soppesava, avaramente decideva. Certi incontri decisivi, certe scoperte capitali, le ho fatte appunto partendo di lì, da quel misero carretto, e per di più al momento giusto, quando la stessa fame e avidità del libro mi rendevano disponibile perfino alla grande noia di certi classici.

Che meraviglia dunque se il culto, anzi il mito del libro s’insediasse in me fin dalla prima adolescenza? E se alla distanza, come meglio dirò poi, avrei corso un’avventura piuttosto inusitata, quella di scrivere un romanzo che aveva a protagonista un libro? Questo però sarebbe accaduto più tardi. Per allora m’accadevano altre cose. Proprio in uno dei capitoli del romanzo cui ho appena alluso si narra d’un ragazzetto che muove alla scoperta d’una antica biblioteca di famiglia, libri sacri per lo più, e in latino per lo più rilegati in pergamena ed emananti l’inconfondibile odore rancido e acuto delle vecchie carie. Quel ragazzetto sono io e la biblioteca è quella della casa dei miei nonni patemi, dove talora trascorrevo le mie vacanze. Era in due stanze poste in alto, cui s’accedeva per un ballatoio, e appena su si scopriva la linea intensa del mare e la fascia ondulata dell’Abruzzo litoraneo. Vi trascorrevo ore smemorate arrampicandomi e frugando; e per quanto intimidito e bloccato da tutto quel latino, vi correvo lo stesso le mie scoperte. Ora, io non so giudicare a distanza quanta parte della mia sensibilità religiosa o della mia familiarità con la letteratura cristiana, delle quali mi trovai impensatamente ricco più tardi, discendano di lì, da quelle esperienze. So però che, forse anche per via della luce rorida e solare che irrompeva dalle due finestre, il mio rapporto con una biblioteca mi si stabilì fin d’allora in termini di favola e di fantasia, escludendone ogni impressione di chiuso, di stantio, di scolastico. Più tardi avrei avuto la ventura di frequentare qualcuna delle grandi biblioteche europee, e sempre avrei riprovato la stessa fresca insorgenza di sensazioni e il brivido e l’ansia della ricerca e una sorta di febbre dell’avventura. Sebbene per il momento fossi un giovane studioso, e non ancora il narratore che sarei diventato, penetravo nella biblioteca non come dentro un tempio del sapere, bensì come in una specie di regno dell’immaginario, un territorio ignoto da esplorare e dove correre l’alea del rinvenimento, la scommessa della scoperta. Ma soprattutto vi ho sognato: sognato di fronte all’incunabolo o al libro raro richiesto magari per mera curiosità, sognato di fronte al sapore d’inedito, alle promesse, al mistero insomma del libro lungamente inseguito e finalmente scovato. Ma a parte ciò, sempre di fronte al libro è stata l’impressione d’un incontro tra anima e anima, d’una parcella di verità sofferta e vissuta da uno spirito diverso e magari distante, e che per il tramite delle pagine il mio spirito avrebbe non solo conosciuta e appresa, ma fatta rivivere. È la condizione per l’esistenza stessa del libro. Allo stesso modo che la musica non vive se non viene eseguita, così il libro diventa mero ammasso di carte e cessa d’esistere se non viene letto. Ma, forse più ancora che l’esecuzione d’una musica, la lettura è un rivivimento che reincarna la parola detta e la ritrasforma in verità vissuta. Voglio dire che leggere, leggere davvero, è idealmente come riscrivere un libro. E questo resta cosa morta se, un po’ come accade ai personaggi di Fahrenheit 451, il lettore non si fa in qualche misura libro vivente, interprete, portatore e al limite mediatore dei significati e del messaggio che contiene. Non si tratta però d’una mediazione passiva: sempre soggiace alla lettura come il sentimento d’una verità ulteriore, d’un senso inedito che si stia rivelando e alla cui nascita noi stiamo collaborando. Non esiste messaggio offerto una volta per tutte: il messaggio d’un libro è sempre in modificazione e, per dir così, in crescita.

Si può ormai capire, penso, come mai io abbia potuto essere attraversato dall’idea folle di scrivere un libro, e sia pure un libro immaginario, un ipotetico quinto vangelo che di generazione in generazione vanno cercando uomini d’ogni condizione, santi, eretici, credenti e non credenti. Continuamente intravisto o inseguito, mai riscoperto materialmente, esso vive reincarnandosi in coloro stessi che lo cercano. S’intende che, fuor di metafora, ho voluto significare qualche altra cosa: detto in breve, la vicenda dello spirito cristiano che attraverso la continua rilettura e riscoperta dei Vangeli ne reinvera ogni volta il messaggio e, per dir così, riscrive sempre da capo la propria storia. Ma oltre a ciò, e fuori dalla stessa angolazione cristiana, la metafora vale anche, penso, a significare l’importanza che ha il libro all’interno della storia generale dell’umanità come memoria di verità e stimolo a ulteriori verità, come deposito di messaggi e premessa all’elaborazione di nuovi messaggi. E naturalmente nelle intenzioni del romanzo c’era anche tutto ciò, come c’è tanta parte delle personali esperienze cui ho accennato, a cominciare dalla mia antica fame del libro per finire alla mia passione per le biblioteche, che infatti vi compaiono così frequente. A voler insistere poi per un istante sul tema dei Vangeli, e a volerlo fare procurando di prescindere dalla mia situazione di credente, potrei aggiungere brevemente questo: che, libro per eccellenza, uno anzi di quei rarissimi testi che hanno fondato le civiltà, i Vangeli mi sono sempre parsi un esempio eloquente, per non dire emblematico, di che cosa è il libro nella sua doppia funzione, di deposito di verità e di stimolo alla ricerca, luogo ideale in cui ci si interroga, ci si confronta, si è chiamati a delle risposte, si è stimolati da una raggiera indefinita di proposte, si collabora alla decifrazione e alla crescita del senso.

Ma, dopo aver udito discutere il libro dal versante del lettore, si sarà forse curiosi di chiedere a uno scrittore che cos’è, a suo parere, un libro per chi lo scrive. Ebbene, interrogato una volta sul medesimo argomento, mi trovai a rispondere che esso per chi lo scrive è sempre qualcosa più che un libro, è la dimora simbolica di un tratto d’esistenza. Premesso che si tratta di una formula che, per quello che vale, vale quanto più ci si accosta alla cosiddetta sfera creativa, alle opere di pensiero, poniamo, o a quelle letterarie, premesso che rispecchia il mio personalissimo sentire e da altri potrebbero venire risposte assai diverse, dirò che con essa volevo significare molte cose insieme. Ad esempio, che non si deve credere che per il tempo che dura la stesura di un libro lo scrittore viva come due esistenze separate, quella delle ore in cui, serrata la porta del suo studio, egli s’applica unicamente a scrivere, dimentico di quel che accade fuori, e quella delle ore in cui ritorna a vivere a contatto coi temi del quotidiano e delle modificazioni che intervengono nel frattempo nella realtà che lo circonda. Al contrario, anche se per contenuti ne sembrano distantissime, le pagine tornano sempre bagnate della sua esistenza presente, riflettono in una loro misteriosa maniera la totalità problematica della vita che egli sta vivendo. Così, seppure il disegno e il piano tematico d’un libro sembrano in partenza chiaramente definiti, essi subiscono strada facendo infiniti influssi e infinite modificazioni per effetto di ciò che solo in apparenza si sta svolgendo fuori. Ma ciò, beninteso, non danneggia, affatto il libro, ne assicura al contrario nuovi spessori, ne raddoppia i fondali problematici e, come suol dirsi, lo riempie di vita. Alla fine ci si accorge che, oltre, poniamo, alla storia dei personaggi che vi agiscono, esso contiene in sottofondo anche la storia di colui che l’ha scritto, vi si scorgono tra riga e riga i segni dell’itinerario mentale, psicologico, morale da lui compiuto mentre lo scriveva. Inversamente, non si è forse mai riflettuto abbastanza su che cosa significa convivere per mesi e talora per anni con un tema. Se esso s’impregna delle nostre tensioni, a sua volta viene colorando di sé la nostra esistenza, ci imprime i suoi segni. A libro terminato ci scopriamo diversi. E in realtà non abbiamo svolto soltanto un lavoro di stesura, e neppure solo ci siamo scontrati con le difficoltà e le resistenze del linguaggio, che pure sono tanta parte del mestiere dello scrittore, ma abbiamo vissuto un’esperienza totale, che ci ha modificato.

È quanto in teoria dovrebbe accadere anche presso il lettore. Se il libro è riuscito, se il libro è vero, egli se ne scoprirà alla fine insensibilmente modificato. E in effetti, al di là del semplice atto del leggere e di tutte le gratificazioni accessorie che questo gli concede, ha anch’egli vissuto in proprio un tratto d’esistenza.

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2 Risposte to ““Febbre di scoperta”, un quasi-inedito di Mario Pomilio”

  1. demetrio Says:

    “Ma, dopo aver udito discutere il libro dal versante del lettore, si sarà forse curiosi di chiedere a uno scrittore che cos’è, a suo parere, un libro per chi lo scrive. Ebbene, interrogato una volta sul medesimo argomento, mi trovai a rispondere che esso per chi lo scrive è sempre qualcosa più che un libro, è la dimora simbolica di un tratto d’esistenza”
    vorrei ringraziare Annalisa Pomilio per averci fatto leggere le parole di suo padre e in particolare queste riportate qui.

  2. Clelia Lombardo Says:

    Grazie, questo brano procura un vero godimento.

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