Due o tre cose su Pomilio e Teramo

by

di Renato Minore

[continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Mario Pomilio capitò a Teramo per la prima volta nel 1951. Aveva vissuto “una stagione di esilio”, come lui stesso la definiva, a Parigi, “una città crudele per noi italiani: agli occhi del francese medio eravamo ancora quelli della pugnalata alla schiena”.

Dall’interminabile paesaggio metropolitano era proiettato in uno spazio diverso, breve e domestico, tutto fasciato di colline: quello di una tipica provincia italiana con la sua dolcezza del vivere, le acredini, i sopori. In un’intensa testimonianza – il suo ultimo scritto – pubblicata sulla rivista “Il quadrilatero”, Pomilio aveva rievocato le ragioni e le emozioni che lo portarono a usare Teramo come “quinta” in due romanzi: il primo, quello d’esordio, “religioso”, L’uccello nella cupola, il secondo “laico”, La compromissione. Come due voci, due anime che Teramo riusciva a far convivere, con le sue soste al caffè, gli incontri per le strade, il corso che si popolava verso l’ora del crepuscolo, il suo stile di città centrata entro il cerchio delle sue antiche mura e della strada di circonvallazione. Due storie distinte, ma fuse insieme, garantite da un’urbanistica fatta a misura d’uomo e dal culto dello scambio comunitario ancora possibile in provincia.

La prima storia risultava implicita nelle vestigia di una vetusta vita religiosa, le piazze attorno alle chiese, la città intorno alla sua cattedrale. La seconda, “laica”, era il lontano prodotto della borghesia postrisorgimentale con altri punti di riferimento: appunto il corso, la villa comunale, “le piazze dominate da monumenti civici, gli edifici pubblici, le scuole, certi caffè”.

Si parlò molto di questa Teramo pomiliana non soltanto stretta nella dimensione della memoria, in occasione dell’omaggio che la città abruzzese dedicò allo scrittore pochi mesi dopo la sua prematura scomparsa, a sessantanove anni, nel 1990 in occasione dell’annuale premio Teramo, quell’anno vinto da Angelo Mainardi e Marco Tornar. Nello scritto citato, Pomilio andava oltre gli struggenti ricordi che aiutavano a capire meglio ciò da cui era stata alimentata la sua fantasia. Rievocava anche le sconcezze di certa speculazione edilizia che non aveva risparmiato Teramo. “Un caso esemplare di come si è rotta un’armonia anche estetica, e di come si è alterata una ragione urbanistica che resisteva da duemila anni”. Parole dure, di un uomo profondamente ferito nella memoria di cittadino, e non di uno scrittore alla facile ricerca di un impossibile tempo perduto della nostalgia e del rimpianto.

Parole in sintonia con l’intervento dello scrittore e critico Silvio Guarnieri, il quale ricordò per l’occasione la tristezza non soltanto caratteriale di Pomilio, sia pure condita di sottile e gentile ironia: quasi uno schermo, un riflesso condizionato della sua coscienza di uomo dilaniato dall’impossibilità di poter raggiungere le sue “alte aspirazioni”, dall’ostile resistenza frapposta dalla realtà a ogni convincimento di verità e d’impegno.

Questo ritratto si arricchì con la toccante testimonianza di Michele Prisco, da sempre vicino a Pomilio. Prisco rievocò gli aspetti più segreti di una grande amicizia letteraria, nata negli anni Cinquanta a Napoli e consolidatasi in profondità con uno scambio pressoché quotidiano d’impressioni e di consigli di lettura. Emerse il fondo di rigore e di severa macerazione che aveva sempre accompagnato il lavoro di Pomilio, di cui restavano (rivelò Prisco) l’inizio di un romanzo inedito (sul tema tragico della morte) e una sorte di Zibaldone che “avrebbe potuto dare molte sorprese”. Non mi risulta che da allora (sono passati venticinque anni) sia uscito di Pomilio qualcosa che ricordi ciò che Prisco dimostrò di conoscere assai bene.

Attraverso l’esame dei romanzi, Attilio Danese approfondì le ragioni del suo “cristianesimoetico”. Da laico, lo scrittore Angelo Mainardi mostrò la stessa forma d’impegno morale che si configurava come interrogativo religioso sui temi della responsabilità dell’uomo. Gli fece eco Marco Tornar, il poeta abruzzese da qualche mese prematuramente scomparso, sensibile ai temi del fallimento delle ideologie e della narrativa come indagine di conoscenza. Da parte mia, parlai di un altro progetto narrativo che Pomilio mi aveva rivelato proprio all’indomani dello Strega vinto con Il Natale del 1833. Un romanzo che ho molto amato in cui Pomilio è dalla parte di Kierkegaard, il punto interrogativo senza appello è l’essenza della risposta.

Il suo Manzoni davvero inatteso, visto non in modo frontale, cessa di essere ingombrante mostro sacro. Diventa una potente controfigura attraverso cui leggere l’assurdo della sofferenza e della storia umana, il groviglio spesso contraddittorio che muove la sfida religiosa e l’eterodossia di uno scrittore cristiano spinto fino al coraggio metafisico della lotta contro la divinità. Pomilio confessava che un Manzoni così inquieto e piagato gli era stato suggerito dalla potente immagine di Paolo VI durante la cerimonia funebre di Moro, San Giovanni: un pontefice malato e tormentato che, in un giorno di grandissimo e intollerabile dolore, rivolgeva a Dio le angoscianti domande della fede, senza il conforto di una risposta comunque rassicurante.

Quel libro da scrivere (e credo mai scritto, chissà se ne esiste una traccia), che Pomilio mi raccontava con molto pudore, sembrava davvero condensare i temi della sua ricerca. La storia è quella di un vescovo accerchiato a Treviri insieme a un gruppo di fedeli. Riesce a rompere l’assedio e parte per un pellegrinaggio verso Roma. Ma che cos’è Roma in quel periodo? Roma non è più la stessa, a Roma ci sono i vandali. Il panorama dell’Impero è totalmente sconvolto. Chiesi a Pomilio se fosse un altro romanzo “religioso” e in cosa poteva essere diverso dagli altri. Mi rispose: “Il tema non è religioso, è il crollo di un mondo, la crisi di una civiltà, l’aggirarsi impauriti e sconvolti quando sono crollati tutti i valori. Ci si ferma a metà strada perché Roma non esiste più. Non credi che questa possa essere una metafora di noi errabondi del ventesimo secolo senza più un mito credibile?”.

Renato Minore è nato in Abruzzo, a Chieti, ma da circa tren’anni vive a Roma. Come poeta ha pubblicato: Non ne so più di prima (Edizioni del Leone, 1994), Le bugie dei poeti (Scheiwiller, 1993), Nella notte impenetrabile (Passigli, 2002), I profitti del cuore (Scheiwiller, 2006). Come narratore: Rimbaud (Mondadori, 1991), I ritorni (Guida, 1991), Il dominio del cuore (Mondadori, 1996). Tra le suoi libri di saggistica: Intellettuali mass-media società (Bulzoni, 1976), Il gioco delle ombre (Sugarco, 1986), Poeti al telefono (Cosmopoli, 1994), Amarcord Fellini (Cosmopoli, 1994), I moralisti del Novecento (Poligrafico dello Stato, 1997), La promessa della notte (Donzelli, 2011). Per i suoi libri, tradotti in più lingue, è stato finalista allo Strega e ha vinto tra l’altro il Premio Campiello, il Premio Estense il Premio Flaiano. Ha insegnato presso l’Università di Roma e presso la Luiss. Nel 2014 è uscito per Bompiani una nuova edizione ampliata del Leopardi: l’infanzia le città gli amori. È il critico letterario de “Il Messaggero”.

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