Appunti su Mario Pomilio, “Il quinto evangelio”

by

di Demetrio Paolin

[Continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

Antefatto. “Come una narrazione”

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Nell’agosto di quest’anno ero seduto fuori da una piccola chiesa in un luogo non ben definito tra Abruzzo, Marche e Lazio. Questa piccola chiesa, il Santuario dell’Icona Passatora, ha conservato in ottimo stato un bellissimo ciclo di affreschi del ‘400. Mentre sono lì che aspetto il sacerdote perché venga ad aprire l’edificio, penso che Pomilio potrebbe aver passato una domenica tra queste montagne. Me lo vedo seduto, come me, sul bordo di una fontana di pietra di fronte la chiesa a contemplare un paesaggio così simile a quello che lui descrive ne Il quinto evangelio [QE]: montagne, boschi e chiese solitarie, nelle quali eremiti e abati scrivono e dialogano tra di loro su un fantomatico testo che corre lungo la storia dell’uomo e che potrebbe cambiarla.

Quando il prete arriva, mi fa entrare e accende le luci: il colpo d’occhio è incredibile; è come se tutte le immagini mi venissero incontro. C’è qualcosa di familiare, ma non riesco a spiegarlo in nessun modo, il mio interlocutore mi toglie dall’imbarazzo, dicendomi: “Sembra che parlino alle persone. Era il modo che aveva la Chiesa di annunciare l’evangelio”. Dice proprio “evangelio”, in questo modo, così come il titolo del libro. Mi sorride e continua: “Una volta per annunciare la novella si usavano le immagini. Questo affresco è qualcosa di più: non ci sono solo le storie del vangelo e quelle della pietà popolare, ma anche rappresentazioni dei concetti presenti nelle lettere apostoliche”. Così mi porta verso un dipinto: si intravede una collina, con tre croci innalzate. “È una crocifissione”, dico io. Lui mi guarda: “No, questa è la lettera di San Paolo ai Corinzi, in particolare il passaggio dove Cristo viene indicato come il nuovo Adamo”. Guardo con più attenzione e vedo che il pittore ha fatto in modo che il sangue dei piedi di Cristo scenda lungo il legno per filtrare in una specie di montagnola di terra dove si intravede un teschio. “È il teschio di Adamo”, dice il prete, “il sangue di Cristo salva l’umanità che viveva nella morte rappresentata da Adamo”. Dopo un po’ di silenzio, il prete aggiunge: “Tutti, così ci ha salvati”. Quindi mi saluta e va da altri turisti a raccontare le storie di questi affreschi.
Così non appena penso di scrivere le mie note di lettura al QE, mi torna alla memoria quel giorno d’agosto e l’affresco, come se lì davanti a quei dipinti avessi intravisto il significato della bellezza del romanzo di Pomilio, di cui gli appunti a seguire sono un semplice tentativo di razionalizzazione.

Cosa vorrei provare a dire

Parlare de Il quinto evangelio è un’operazione disperata, il rischio è quello di perdersi in mille rivoli. C’è, quindi, da fare una scelta e io la dichiaro prima, così chi avrà la pazienza di arrivare alla fine sarà in possesso di una mappa per orientarsi. I punti che voglio trattare sono tre.

– La nostalgia della parola
– Pomilio vs Pasolini
– Perché leggendo Pomilio crediamo che il quinto evangelio esista.

Prima di iniziare una notazione meramente biografica: io ho letto Il quinto evangelio per tre volte. La prima volta è stata durante l’università, avevo 24 anni e a lettura completata mi sono chiesto perché questo romanzo non venisse trattato nei corsi universitari. Se avvertite un ronzio di fondo in questo mio intervento, esso è da addebitarsi in toto a questa non ancora evasa richiesta di perché.

La nostalgia della parola

Il quinto evangelio di Mario Pomilio si presenta al lettore come un insieme di testi, differenti per stile, taglio, lunghezza, che raccontano la fantomatica presenza e la testarda ricerca di un vangelo che è la summa dei quattro vangeli canonici e che la Chiesa, pur riconoscendone l’autenticità, tende a nascondere fino a dissimularne l’esistenza.
(Piccola parentesi a latere. Una storia del genere poteva diventare anche un peparback di immenso successo: il vangelo nascosto, la Chiesta che trama in segreto, solo un ricercatore animato dalla forza della ragione potrà aver vanto sulle nere orde del Vaticano. Si pensi cosa ha potuto realizzare Dan Brown con la ricerca del Graal.)
La scelta di Pomilio, quindi, è quella di non dare un centro; leggere QE è come entrare in una grotta in cui si segue una traccia, una scia, un alito di vento, un sentiero oscuro che infine porta alla scoperta del nuovo vangelo. Non so se Pomilio abbia immaginato la struttura narrativa del romanzo come la discesa in una grotta; però se vogliamo seguire tale suggestione (QE proprio come il vangelo che cerca di portare alle luce è un testo che vive di suggestioni e di relazioni che spesso travalicano le intenzioni dell’autore), allora non ci può sfuggire che uno degli eventi reali che hanno portato alla genesi del romanzo è stato il ritrovamento del Vangelo di Tommaso all’interno di una grotta, avvenuto nel 1945.
La cornice che tiene insieme questo caleidoscopio di storie è una solida volta temporale e geografica. QE si apre a Colonia durante la seconda guerra mondiale (un altro riferimento al ritrovamento dell’apocrifo di Tommaso?) e lì trova anche il suo explicit. La prima domanda che viene da porsi è: Perché Pomilio sceglie la Germania e quel dato periodo storico per ambientare la sua storia?
Sappiamo che Pomilio è un uomo del suo tempo, basta leggere i suoi interventi suoi giornali e i suoi saggi per capire che è uno scrittore pienamente consapevole dell’epoca in cui vive e in cui i suoi testi operano. Data questa premessa provo a mettere insieme un’ipotesi, che spero plausibile.
Il vangelo (non solo il quinto che nel romanzo disperatamente si cerca) annuncia la nascita di un uomo nuovo; questo non è solo un lascito religioso, ma è una vera e propria rivoluzione culturale. Questa idea di uomo ha retto fino alla Seconda guerra mondiale, quando la Germania nazista l’ha completamente distrutta, stravolta e spezzata. C’è da ricordare che questo stravolgimento dell’uomo e dell’umano avviene a opera di un paese che è cattolico, tanto che Bonhoeffer parla appunto del nazismo come di una “bancarotta del battesimo”.
A questa suggestione ne possiamo aggiungere un’altra. Proprio la Germania con Lutero vide per la prima volta affacciarsi un vangelo che era canonico pur non essendolo più. Infatti la traduzione di Lutero, come ogni traduzione, è una riscrittura tutta nuova della Scrittura; perché nessuna traduzione della Scrittura è immune dal fatto di far diventare quel testo “un’altra cosa” rispetto alla fonte originale. Se mettiamo insieme queste due tensioni, quella legata alla negazione dell’uomo e alla ricerca di un nuovo umanesimo e la prima traduzione della Bibbia, forse la scelta di Pomilio ci sembra meno peregrina.
L’uomo del secondo ‘900, ci suggerisce Pomilio (è in buona compagnia: Sartre, Camus, Levi, Pavese…), è ridotto a quasi nulla; l’unica cosa che la sistematica distruzione della Seconda guerra mondiale non ha completamente annientato è la parola. Ciò che rimane all’uomo, dopo i roghi, i bombardamenti, i campi di prigionia e quelli di concentrazione, sono i brandelli di quella che fu la cultura dell’Occidente. La cultura, quell’insieme di saperi, arti, libri che conoscevamo, è andata in frantumi come le case delle città dopo i bombardamenti. Ciò che rimane sono frammenti, sparsi nel mondo, senza alcuna logica, per cui qualcosa è rimasto intatto e qualcosa è svanito e si può appena intuire. L’uomo nato dalle ceneri di Auschwitz e di Hiroshima non ha la forza per poter rimettere insieme quei brandelli, come i corpi dei morti amati disfatti, ma può seguirne le orme, metterne insieme i tasselli per far intuire qualcosa di immenso e profondo che riguarda ognuno di noi; riguarda il motivo segreto del nostro esserci qui, del nostro essere uomini e viventi.
In questo senso la struttura frammentaria di Pomilio non è un semplice gioco combinatorio, e la perizia filologia con cui ricostruisce e reinventa il percorso del quinto evangelio non è un semplice sfoggio di erudizione; entrambe rappresentano appunto l’amore per la lingua. Esse sono un ritorno, un nostos, un cammino verso il punto di partenza che è appunto la parola. L’uomo è prima di tutto parola, diventa tale quando nomina le cose. QE è la rappresentazione di questa nostalgia della parola, il tentativo di tornare al principio, quando il principio era il logos, il verbo, la parola che viene pronunciata. È la nostalgia per qualcosa di autentico che ancora non abbiamo compreso del tutto, che sentiamo struggente.
Ogni tanto mi stupisco nel pensare a quando i vecchi, i miei vecchi, sentirono per la prima volta le parole della Scrittura in italiano. Il Padre parlava la lingua madre materna. Immagino lo stupore di capire ciò che veniva letto; mi chiedo se questa nostalgia di Pomilio, il motore di questa sua ricerca, possa essere anche legata a quel momento storico particolare, in cui la lingua materna divenne la lingua delle scritture. C’è un appunto negli Scritti Cristiani in cui Pomilio parla dello stupore di leggere in italiano le parole del vangelo:

M’ero imbattuto, intorno al 1968, nella traduzione dei quattro vangeli per Neri Pozza da Lisi, Alvaro, Valeri e Bontempelli (è stupenda, come sa chi la conosce), e la lettura m’aveva portato a riflettere su molte cose insieme: sul potere, ad esempio, che ha una traduzione ben fatta di riavvicinarci a un testo e renderlo nuovo e nostro; […] sull’errore che invece s’era commesso in area cattolica, rendendo canonica la Vulgata e scoraggiando così a lungo la diffusione dei Vangeli in lingua fresca, in lingua viva […]. (Mario Pomilio, Il quinto evangelio, Roma, L’Orma, 2015, p. 385)

I corsivi, che sono miei, descrivono bene il desiderio che aleggia lungo tutto il romanzo, quello di tornare alle origini della parola, non tanto e non solo in senso religioso, ma anche come strumento che possa provare a descrivere l’uomo di oggi, dell’oggi in cui Pomilio scrive, ma anche dell’oggi in cui noi leggiamo QE.

Piccola digressione per sgombrare alcuni equivoci e poi tornare agli appunti.

Il lettore avveduto si sarà accorto che in queste prime riflessioni spesso ho usato categorie legate alla religione e a quella cattolica in particolare. Uno degli equivoci maggiori su Pomilio, che forse lo ha condannato alla sua marginalità, è basato sull’idea che fosse uno scrittore cattolico. Io non sono uso a seguire gli scrittori la domenica o negli altri giorni, quindi non ho nessuna informazione di prima mano sul fatto se Pomilio fosse credente o meno, se andasse a messa o meno. Leggendo il suo romanzo, però, mi rendo conto che non posso prescindere per interpretarlo da un immaginario molto preciso, che deve molto più a Gerusalemme che ad Atene. Quindi per maneggiare il QE è necessario fare riferimento a quella zona del campo letterario che a che fare con la Bibbia.

Pomilio vs Pasolini

Alcuni anni orsono Carla Bendetti pubblicò un libro molto interessante dal titolo Pasolini contro Calvino. Un libro che mi è tornato in mente in questi giorni in cui si celebrano i 40 anni dalla morte dello scrittore di Ragazzi di vita e i 30 anni dalla scomparsa dell’autore di Palomar. Proprio nel momento in cui le figure di questi due intellettuali vengono riportate all’onore del dibattito letterario, mi viene da fare una sorta di provocazione e chiedermi: ma se a Calvino e Pasolini io preferissi Pomilio?
Possiamo dire che dal punto di vista dell’intervento nella vita pubblica del paese Pasolini prima e Calvino poi hanno avuto il privilegio di poter ragionare e riflettere su ciò che andava cambiando nell’Italia di quegli anni utilizzando le colonne del “Corriere della sera”, avendo quindi un cantuccio invidiabile da cui intervenire. Se, però, passiamo a una analisi delle opere secondo me il discorso muta e anche il ruolo, l’ordine e la grandezza.
L’operazione narrativa del QE si presta a un doppio confronto rispetto ai lavori finali di Calvino e Pasolini. Siccome non è possibile in questo scritto approfondire entrambe le direzioni, ho deciso di concentrarmi sul Pasolini e su Petrolio per due ordini di motivi.

– Il primo motivo è meramente temporale. QE e Petrolio sono coevi: nascono negli stessi anni, e in un certo senso finiscono nello stesso anno, il 1975 (anno dell’uscita del romanzo di Pomilio e della morte di Pasolini).

– Il secondo è prettamente biografico. Quando ho finito di leggere QE, come prima accennavo, ho pensato subito di avere di fronte un’opera che entrava nel mio sentire direttamente in relazione con Petrolio. L’idea di trovarmi di fronte a un testo che per certi versi aveva qualcosa in comune rispetto al libro di Pasolini mi aveva affascinato e mi aveva spinto a cercare alcune caratteristiche comuni che dopo proverò a enunciare.

Credo, intanto, che sia necessaria un’avvertenza nel portare su un piano di analisi, per quanto appena accennata, due libri come QE e Petrolio. Questa riguarda la differente natura dei testi: il QE è a tutti gli effetti il testo che l’autore voleva pubblicare, mentre il lavoro di Pasolini rimane una possibilità tra le tante che lo scrittore avrebbe potuto scegliere; ampie, infatti, sono le varianti, le scene non scritte, gli appunti, i dialoghi, le riflessioni sul romanzo fatte dal suo stesso autore mentre lo scriveva che l’idea che abbiamo davanti è quella di un cantiere in itinere.
Detto questo, entrambi i libri hanno secondo me in comune una tensione al superamento della forma romanzo. Pomilio è molto chiaro in questo senso:

La mia “favola” restando favola, poteva misurarsi con la realtà, poteva compromettersi più interamente con la Storia, lasciarla defluire più liberamente, utilizzare perfino certe fonti. […] Di qui la mia decisione di sciogliermi da ogni residua obbedienza al genere romanzo, trasformando Il quinto evangelio in una specie di raccolta di “fonti” (in gran parte immaginarie, come si sarà ormai capito) o, più propriamente, in un libero miscuglio di prove espressive d’ogni tipo e livello […]. (Il quinto evangelio, p. 387)

Prendiamo quella sorta di avvertenza che apre Petrolio, nella mia edizione Einaudi 1992 alle pagine 3 e 4. L’idea che si evince di quello che sarà l’opera ha in sé qualcosa di simile all’intenzione dichiarata da Pomilio, ovvero scrivere un libro che non sia un romanzo, che sciolga ogni obbedienza dall’idea di romanzo così come noi lo immaginiamo. Pasolini parla di Petrolio come un’edizione filologica di manoscritti (il tema della filologia torna), in cui ci sarà l’apporto anche di altri materiali come lettere, testimonianze orali o giornalistiche (non dimentichiamo che la prima idea di Pomilio è di scrivere un romanzo epistolare). Sempre Pasolini aggiunge che “per riempire le vaste lacune del libro, e per informazione del lettore, verrà adoperato un enorme quantitativo di documenti storici che hanno attinenza con i fatti del libro” (si pensi al capitolo del QE dal titolo La mappa del cielo). Il lavoro sulle fonti, reali, inventate e verosimili, diventa parte integrante dell’opera; non c’è né in Pasolini né in Pomilio nessun divertimento, non c’è gioco combinatorio come poteva esserci nell’ultimo Calvino. Qui abbiamo due scrittori che si prendono sul serio, che seriamente utilizzano le fonti; diversamente dall’ultimo Calvino che lavora alle sue opere con il sorriso disarmato di chi pensa che tutto è stato detto, che ogni cosa che viene detta ha già una sua fonte originale; e che la letteratura non è altro che una ripetizione, una combinazione e un gioco. Nel QE così come in Petrolio, l’ironia del romanzo postmoderno è bandita. Entrambi gli autori stanno ponendo mano a qualcosa di enorme, e – perdonate l’esitazione – sacro. Sono due testi che intercettano la storia del loro tempo, o come dice Pomilio sono due opere che si compromettono con la Storia.
QE e Petrolio condividono la stessa tensione al superare l’idea di romanzo, tanto che la chiusa dell’avvertenza di Pasolini al suo romanzo potrebbe senza troppi problemi essere riferita anche all’opera di Pomilio:

Il carattere frammentario dell’insieme del libro, fa sì che certi ‘pezzi narrativi’ siano in sé perfetti, ma non si possa capire, per esempio, se si tratta di fatti reali, di sogni o di congetture fatte da qualche personaggio. (Pier Paolo Pasolini, Petrolio, Torino, Einaudi, 1992, p. 4)

Risulta paradossale che nei discorsi sul grande romanzo italiano, una specie di fantasma che s’agita di tanto in tanto nella critica letteraria nostrana a copia carbone di quella americana, nessuno metta in evidenza come QE e in potenza Petrolio segnino proprio un superamento dell’idea del romanzo; non tanto la fine del suo genere, cosa che alletta di più i postmoderni, quanto l’idea che alla narrazione non si chieda tanto di appartenere a una categoria predefinita ma di “funzionare” ovvero di mettere a fuoco la storia che vuole raccontare, usando tutti i possibili materiali e stili. Far saltare alla propria opera il recinto del romanzo non è un atto di sfiducia nello stesso, ma nasconde un atteggiamento opposto; è puntare tutto sul racconto come ultima capacità dello scrittore di incidere nella la storia che vive. In questo senso QE mostra a 40 anni ancora tutta la sua modernità, mettendo davanti agli epigoni italiani di Pynchon prima e di David Forster Wallace dopo, l’idea che è possibile una nuova ipotesi di racconto della realtà, che non obbedisca ai canoni del postmodernismo.
Mi sono sempre chiesto quale fosse poi il centro di Petrolio e credo anche nel caso di Pasolini fosse una sorta di nostalgia di un tempo che non era più. Pomilio e Pasolini guardano entrambi a un mondo che sta scomparendo davanti ai loro occhi. La nostalgia è il pensiero dominante di entrambe le opere, ma è proprio su questo fulcro che l’opera pasoliniana mostra le sue debolezze maggiori, o meglio – se mi è concesso – mostra il suo essere in fieri. Mi riferisco in particolare alle pagine da 323 a 385 che compongono l’appunto 71. È questo il momento in cui la fonte dantesca di Petrolio diventa più esibita. La visione che Pasolini descrive è molto simile alle visioni descritte da Dante in Purgatorio e in Paradiso. Pasolini applica però una sorta di rovesciamento: non abbiamo qui una visione del Bene, ma una visione del Male.
Il Merda, con la giovane fidanzata Cinzia, cammina lungo alcune vie della città di Roma, che Pasolini indica con precisione topografica (anche questo è un prestito dantesco, ovvero la capacità dello scrittore di situare l’inferno), e il suo camminare si configura come un progressivo sprofondare nell’inferno. Qual è l’inferno? Il lento scomparire di quella società contadina e pre-proletaria, a cui Pasolini in quegli anni dedica la Trilogia della vita. Gli appunti su il Merda e la sua ragazza dovrebbero segnare il momento in cui il lavoro di Pasolini si compromette con la storia che rimpiange e invece risultano solo macchinosi e lenti, ripetitivi. La mia impressione è che mentre Pasolini scrive questi appunti odi se stesso che li scrive, odi il Merda e Cinzia e odi le visioni, che vengono messe in pagina.
Pasolini odia ciò che descrive perché è perduto per sempre. L’appunto 71 è la dimostrazione che forse il destino di Petrolio fosse di non essere dato alle stampe, perché sancisce – in fin dei conti – la fine/il fallimento dell’amore di Pasolini per quel mondo. Il risultato ultimo di quell’odio è da intravedere nell’Abiura della Trilogia delle Vita e in Salò (un rapporto tra il film e l’appunto 71 secondo me plausibile, legato com’è alla matrice dantesca di entrambe le strutture narrative), che rimangono il vero testamento pasoliniano.
Pomilio, invece, non odia ciò che rimpiange. All’odio di Pasolini, che sancisce l’impossibilità della salvezza di ciò che l’autore reputa perduto, perché la terra e la nostra esistenza sono affidate a un “Dio primo, fannullone e giocherellone – forse addirittura addormentato al di là dei cieli” (Petrolio, p. 537), Pomilio oppone qualcosa di altrettanto enorme ovvero una palingenesi totale, qualcosa che pone enormi problemi etici e teologici, che descrive un dio così debole, così innamorato dell’uomo da dire: “Padre, tutti li ho salvati”.
Qui sta l’enormità del testo di Pomilio, in questa accettazione del male, in cui il malvagio viene salvato, in cui ciò che distrugge ciò che amiamo viene salvato per salvare ciò che amiamo; una visione abissale di libertà in cui per salvare la vittima, per salvare l’agnello, per salvare il proprio figlio, dio salva anche il male e lo tiene in sé, lo fa diventare parte di se stesso. È questa visione finale del mondo, e il suo conseguente tentativo di scrittura, che mi fa dire che a Pasolini e Calvino, io preferisco Pomilio.

Perché leggendo Pomilio crediamo che il quinto evangelio esista

Leggendo il QE mi è capitata una cosa piuttosto bizzarra: ovvero per l’intera durata del romanzo ho creduto che esistesse realmente un quinto vangelo. Ovviamente so che non è così, ma nello stesso tempo io ci credo; Pomilio è stato così bravo da convincermi che questo testo esiste e che è fatto in un certo modo, che ha all’interno una serie di detti di Gesù e di dottrine molto specifiche, e che nel tempo è stato come fatto a pezzi e ognuno di essi ha preso strade diverse e talvolta strane fino a farne perdere le tracce.
E dire che negli anni io ho trafficato e parecchio con quel tipo di immaginario e di suggestioni, ho percorso tutte le tappe: ho fatto il catechismo, ho letto gli studi sui vangeli, mi sono accostato più o meno scettico alle diverse ipotesi legate alle scrittura della parola di dio, eppure la mia accortezza vacilla rispetto alla struttura narrativa e alla capacità di Pomilio di tenere i fili della storia.
Mi torna in mente il Coleridge di Biographia literaria, quando nel capitolo XIV parla appunto:

[…] in which it was agreed, that my endeavours should be directed to persons and characters supernatural, or at least romantic, yet so as to transfer from our inward nature a human interest and a semblance of truth sufficient to procure for these shadows of imagination that willing suspension of disbelief for the moment, which constitutes poetic faith.

Coleridge parla dei personaggi come ombre dell’immaginazione a cui la scrittura, la sua, ma possiamo dire quella di ognuno, dona una sorta di “sembianza di verità” così che il lettore possa sospendere la sua propria incredulità. Mi pare che questo funzioni perfettamente per il QE; i personaggi che ruotano nella cornice, quelli che agiscono nelle diverse narrazioni, i pezzi e i brani che vengono presentati come autentici e invece sono falsi, sono costruiti in un modo tale che non possiamo non crederli reali. Prendiamo Anne Lee e la sua mappa del cielo. Come fa Pomilio a convincerci che esistono sia Anne Lee sia il brogliaccio con le diverse citazioni che riguardano il quinto evangelio, che la donna ha curato? Cosa rende queste citazioni autentiche, anche se false? Io penso che molto risieda nella costruzione del personaggio, come ad esempio il fatto che Anne Lee sia portatrice del dubbio. Lei dubita della possibilità di trovare il quinto evangelio, e questo perché semplicemente, per lei, il libro non esiste. Eppure proprio questa inesistenza spinge Anne Lee a pensare che questa ricerca sia paragonabile a un simbolo, a un’allusione, a uno “scatto dell’immaginazione”. Pomilio sembra dirci che noi siamo Anne Lee. Noi lettori siamo coloro a cui è richiesta l’accensione di questo relè narrativo, perché è questa la “parte più emblematica dei nostri materiali”.
La sospensione di incredulità è qui partecipativa, non è prodotta dal testo in sé, ma necessita della presenza del lettore. Anche questo, se vogliamo, mette in stretta relazione il QE con il suo testo di riferimento ovvero le Sacre Scritture; molti degli esegeti vedono nella Bibbia e nella parola di dio una parola viva, una parola che ha necessità di un tu, che è un dialogo tra un dio che non vuole essere più solo e l’uomo che desidera un dialogo. Il fatto insomma che il romanzo funzioni o possa essere letto come se fosse un testo sacro, ci può portare a sostenere che noi leggiamo un romanzo che ci dice che stiamo cercando un quinto vangelo che altri non è che il testo che stiamo leggendo.
Dal punto di vista strettamente stilistico QE è un’opera che a che fare con il bello quanto con il vero, e che quindi non sarebbe dispiaciuta a Manzoni (i rapporti strettissimi tra Pomilio e l’autore de I promessi sposi li indaga meglio di me Mirko Volpi in questo convegno e quindi mi taccio), soprattutto credo che Manzoni avrebbe approvato questa idea di verisimiglianza, che è poi il nocciolo di tutto il QE. Pomilio scrive un libro come se fosse un testo sacro e poi decide di sperderne le tracce, di confonderlo, di sminuzzarlo, di darne un resto, fingendo di essere Mario Pomilio scrittore che immagina di scrivere un romanzo in cui si indaga sulla misteriosa presenza-assenza di un testo sacro di cui si sono perdute le tracce, che sono confuse nella storia, i cui pochi resti sono giunti fino a noi come tramite uno specchio e per enigmi.

Demetrio Paolin vive a lavora a Torino. Ha scritto alcuni romanzi e saggi tra cui Una tragedia negata (Il Maestrale, 2008), Il mio nome è Legione (Transeuropa, 2009), Non fate troppi pettegolezzi (LiberAria Editrice, 2014). Il suo prossimo romanzo uscirà a marzo 2016 per Voland.

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4 Risposte to “Appunti su Mario Pomilio, “Il quinto evangelio””

  1. postpank Says:

    L’Icona Passatora si trova nei pressi di Amatrice (Rieti)

  2. Cristina Venneri Says:

    Apprezzo particolarmente questo articolo per svariati motivi, tra i quali: l’andatura di stampo medievalista, la dovizia di informazioni sapientemente somministrate, il coinvolgimento emotivo traspirante dell’autore quanto lo studio raffinato; ma, sopratutto, la strenua affermazione della possibilità di una ‘prosa oltre il romanzo’.
    Un grazie di cuore a Demetrio Paolin.

  3. claudia grendene Says:

    Quando ho letto il QE sono rimasta molto colpita e affascinata dalla storia di Peter Bergin. Non che io non abbia apprezzato tutto il resto, nell’invenzione dei documenti storici Pomilio è stato di una grandezza inarrivabile. Ma, quello che mi colpì più di ogni cosa fu la storia che tiene insieme il tutto. Il ricercatore è un ufficiale americano agnostico che si trova a Colonia in una canonica diroccata e ha la curiosità di frugare nelle carte di un prete. Perché Colonia? Perché 1945? Perché un protagonsita così? Me le sono poste tutte, queste domande. Un’altra domanda che mi sono posta: perché manca la risposta del Segretario vaticano (omissione geniale, a mio avviso)? Sulla scelta del luogo e del tempo in cui collocare la vicenda, a me è venuto in mente un collegamento tra la Chiesa che non ha tentato di impedire lo sterminio degli ebrei e una nuova Chiesa: fatta da nuovi cristiani, gente che preferisca la ricerca alle certezze, il dubbio al dogma.
    Grazie a Demetrio Paolin per questo contributo davvero bello.

  4. CONFORME ALLA GLORIA di Demetrio Paolin, recensione e intervista | VITA DA EDITOR Says:

    […] letterari valenti, penso ad esempio al convegno che abbiamo organizzato lo scorso ottobre su vibrisse a proposito de Il quinto Evangelio di Mario Pomilio. Un convegno che ha avuto anche una certa eco […]

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