La parola e le catene (editoriali)

by

di Gabriele Frasca

[Questo intervento di Gabriele Frasca apre il “convegno online” Il ritorno di Mario Pomilio, scrittore europeo. Vedi l’introduzione di Demetrio Paolin].

[Preleva l’intervento di G. Frasca in pdf]

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Nessuno può tenere in catene la parola. Con questa variazione da un ben noto passo deuteropaolino, che recita in verità “non s’incatena [dedetai] la parola di Dio” [2 Tim 2, 10], iniziavo il saggio che ora accompagna la nuova edizione del Quinto evangelio che con questo nostro convegno telematico in qualche modo festeggiamo; e ne sono personalmente felice, e grato a chi ne ha avuto l’idea. La citazione, tratta da quella stessa seconda lettera a Timoteo in cui l’apostolo (o chi per lui) esorta a rifuggire i più tipici piaceri intellettuali (i “vaniloqui profani” [2, 16] e le “ricerche insensate e non istruttive” [2, 23]), mi è servita in quell’occasione per tentare di seguire una doppia parabola: quella disegnata nel testo, vale a dire l’affannosa ricerca del vangelo nascosto che lo anima, e l’altra che il romanzo di Pomilio, letteralmente sparendo dopo l’iniziale successo, è come se avesse a sua insaputa intercettato. C’è qualcosa di sorprendente, lo sappiamo, nella storia stessa della ricezione di quest’opera, che è come se insomma avesse finito col contenere inconsapevolmente se stessa, e avesse messo in scena un dramma, un dramma culturale, quello per l’appunto della sparizione di un testo, che l’avrebbe vista inopinata protagonista. Nessuno può tenere in catene la parola, concludevo a un certo punto di quel saggio; sempre che un assordante rumore di fondo non la riduca a un bisbiglio.

Di motivi per questo strano destino che si è abbattuto sul Quinto evangelio, ho provato a fornirne in quell’occasione; eppure non si può dire che ne abbia trovato uno così convincente da acquietarmi. Di sicuro la svolta ultraliberista dell’intero sistema occidentale a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, e dunque la progressiva nascita dei monopolî editoriali, potrebbe bastare a motivare l’improvvisa sfortuna di un’opera che non nacque certo per intrattenere. Magari per far riflettere, persino per salvare, ma non di sicuro per limitarsi a far trascorrere il tempo da una stazione della metro all’altra, ove mai si fosse così fortunati da trovare un posto a sedere, o l’angolo giusto dove aprire il proprio libro senza sbatterlo in faccia al malcapitato vicino. Non c’è più tempo, e magari nemmeno spazio, in un mondo governato da quello che Alain Supiot ha recentemente definito la “gouvernance par les nombres”, per avere a che fare con un testo che non nasconde la voglia d’imbrigliare il lettore, e sprofondarlo nelle sue riflessioni. Con l’intento fra l’altro persino dichiarato di farne ben altro che una x valore di variabile. Sarà dunque questo il motivo della sua sparizione, fino alla meritevole edizione che stiamo in qualche modo salutando.

Nel saggio che sto citando, però, associavo la nascita dei monopolî, che andavano uniformando per la prima volta il mercato editoriale europeo a quello americano, a una svolta “estetica” tutta italiana, quella che ha riconfigurato il romanzo, magari prendendo a modello il povero Pasolini (che a saperlo ne avrebbe inorridito), come il veicolo principe dell’affermazione perentoria di una presunta “verità”. E non certo di quella che Zavattini pronunciava comprensiva della sua eco irridente; ma di quella piatta piatta, intima confessione pruriginosa o denuncia gridata a piana voce che sia, che nemmeno più ai giornali si perdona. E a ripensarci ora, mi viene anche in mente un’altra parola d’ordine con cui ci si gingillò parecchio all’epoca, estorcendola questa volta a Calvino: la “leggerezza”. Calvino e Pasolini, o quanto meno i loro avatar, che pure si tentò a un certo punto di far confliggere, da quegli anni in poi, almeno nel nostro panorama letterario, procedono appaiati, e come si diceva un tempo “uniti nella lotta”. Contro chi? Non certo contro Pomilio; o quanto meno non contro il solo Pomilio. Diciamo pure contro tutte le ipotesi di una letteratura consapevole dei suoi stessi mezzi, e che osi pertanto occupare quel tempo che gli ultraliberisti, da Gary Becker in poi (di cui sarebbe utile leggere uno dei suoi saggi più famosi, A Theory of the Allocation of Time), si sono prefissi di trasformare da “reddito totale mancato o ‘perso’” in “consumo intensivo”. Che poi è quello che abbiamo letteralmente davanti agli occhi.

Insomma: di motivi ne ho proposti per comprendere l’avversione del tutto inattesa, e radicale come poche, che la cultura nostrana ha riservato a un’opera di cui per un po’ sembrava andare fiera; eppure qualcosa continua a non tornarmi. Proverò allora qui, approfittando del fatto che tutti noi quel romanzo l’abbiamo invece letto e amato, a fare considerazioni di tipo diverso, più personali, e a raccontare la storia di come m’è capitato d’imbattermi in quello che continuo a considerare uno degli ultimi capolavori delle letteratura italiana. Forse attraverso la mia storia di lettore non predisposto di certo a incontrare Pomilio, potrò tentare di raccapezzarmi meglio sullo strano destino di questo romanzo.

Proverò insomma a prendere la questione di petto, entrando io stesso nelle argomentazioni di questa conversazione, col rivestire per così dire indegnamente i panni di una specie di Peter Bergin [il “protagonista” – e le virgolette sono d’obbligo – del romanzo, ndr] a contatto in modo del tutto inatteso con le carte del “suo prete”. E mi scuso in anticipo se qualche volta sarò costretto a ripetere, sia pure compendiate, cose già dette. Quando apparve nel 1975 Il Quinto evangelio, e non avevo che diciotto anni, fui immediatamente respinto dal battage pubblicitario con cui l’opera venne presentata. Per uno della mia formazione politica, un romanzo lanciato con molto clamore come la risposta della cultura cattolica allo strapotere degli intellettuali di sinistra (su cui, però, visti gli esiti, prima o poi varrà la pena d’interrogarsi), difficilmente avrebbe potuto riscuotere un qualche interesse. Per non parlare del fatto che la casa editrice, Rusconi, era percepita a quei tempi, e non del tutto a torto, come sostanzialmente “di destra”. Persino la circostanza inattesa, tre anni dopo, di entrare in una certa dimestichezza con l’autore, padre di quello che stava diventando il mio migliore amico, Tommaso, e di apprezzarne per di più non poco la dolcezza del carattere, m’indusse in quegli anni a colmare la lacuna. Per farla breve, credo di aver letto per la prima volta Il Quinto evangelio più o meno a vent’anni dalla sua pubblicazione. E come mi sono pentito, una volta chiuso incredulo e frastornato quel libro, di non aver tartassato di domande, quando ancora potevo farlo, quello straordinario scrittore! Sia come sia, ho avuto la fortuna di rimediare, per quanto in modo tardivo, alla seconda di quelle che da tempo ritengo le mie sviste del ’75.

La prima riguardò, ahimè, l’Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, cui mi allontanò, al solito, il gran chiasso con cui la Mondadori provò a ripagarsi, nella speranza di un grosso successo commerciale, di tutti gli anni in cui aveva tenuto, grazie soprattutto alla lungimiranza di Vittorio Sereni, l’autore messinese sotto contratto. Presentarlo come il “Joyce italiano” non poteva che indispettire uno che aveva appena imparato a tenere (e ancora a distanza di tanti anni tiene) in grande rispetto l’opera dell’artefice irlandese. Fortunatamente per recuperare quest’altra opera capitale alle mie letture, c’impiegai dieci anni di meno, e devo ringraziare la più casuale e generosa delle bancarelle. Quel libro lo regalavano quasi, e approfittai per acquistarlo. Poi però cominciai a leggerlo, e non me ne staccai più. Dovrebbe essere risaputo: non sempre, o quasi mai, l’essere giovani dona la giusta elasticità mentale. Ma non volevo certo trarre questa facile morale, raccontandovi la mia storia di lettore reticente alle scorciatoie giornalistiche (le stesse che all’epoca affibbiarono del resto a Pomilio il cartiglio ben poco adeguato, e altrettanto indispettente, di “nuovo Manzoni”).

Già, il 1975: sviste o non sviste dell’epoca, grazie a questi recuperi tardivi si è a poco a poco configurato nella mia percezione come l’annus mirabilis della produzione letteraria italiana del secondo Novecento, la data in cui, per l’appunto, con la sinistra coincidenza dell’assassinio di un autore così dichiaratamente al di là dei generi come Pasolini (e che aveva da poco licenziato quello che resta il suo vero testamento, non a caso ancora del tutto rimosso: Salò), e quasi rovesciando nelle cifre il 1957 del Pasticciaccio di Gadda, apparvero gli ultimi due romanzi scritti nella nostra lingua che guardavano sfacciatamente al mondo, e provavano a raccontarlo com’era (non come ce lo disegna addomesticato l’immaginario), e dunque ben al di là delle convenzioni letterarie. Sia pure il primo in virtù di una disperata corsa filologica fra i millenni per raccogliere niente meno che il mistero della consegna dell’ultimo respiro sul Golgota, e il secondo in grazia dell’ossessivo surplace epico di una manciata di giorni di fine estate del ’43, in un paese che nemmeno mai è esistito su un lembo di mare martoriato. La filologia e l’epica del resto, convocate consapevolmente a sorreggere le strategie narrative delle due opere in questione, rappresentano esattamente l’al di là e l’al di qua di quel fenomeno complesso che chiamiamo ancora “letteratura”.

Due romanzi estremi, diversissimi fra loro, ma accomunati dalla ricerca della radice di un trauma ancora non assorbito, che restava naturalmente quello dell’ultima guerra mondiale, e dall’ansia di fuoriuscire con un paradosso (pseudoepico o fantafilologico, per l’appunto) non tanto dal romanzo (di cui pure all’epoca si favoleggiava la morte) quanto dallo stesso sistema letterario, ritenuto non a torto (come già lo ritenne Gadda, e prima di lui Joyce) responsabile del traviamento ideologico che sostanziò gl’incubi della prima metà del secolo. Un sistema, quello letterario (divenuto con l’avvento dei media elettrici l’immaginario tout court), che avrebbe difatti accolto entrambe le opere, persino in un primo momento celebrate, ma solo per ripudiarle. E non a caso: qualcosa di esorbitante, incontenibile, prende corpo in questi due romanzi che innanzi tutto sconfessano loro stessi, perché li si possa mettere a riposo una volta per sempre nella casella merceologica giusta. Già, nessuno può tenere in catene la parola; si può magari provare a chiuderla in una camera d’eco, quale per esempio quella che noi condividiamo in questo preciso momento.

Senza dimenticare che, contrariamente a quanto avvenne nel caso di Horcynus Orca (le cui 1257 pagine si può ben immaginare quanto infastidirono i critici e dispersero i lettori), Il Quinto evangelio fu all’epoca della sua apparizione (magari per meri motivi ideologici) un successo clamoroso. La prima edizione che posseggo del romanzo, che risale al 1981, dichiara orgogliosamente di essere la diciannovesima, e francamente non so quante altre ce ne siano state prima dell’ultima targata Rusconi (senza nemmeno contare poi l’Oscar Mondadori del 1990 e la prima edizione emendata apparsa per Bompiani nel 2000). Certo, potrebbe rintuzzare chi non abbia nemmeno annusato il testo: è il destino quasi di ogni bestseller prendere il volo e poi sparire giusto per una consustanziata volatilità. Ma Il Quinto evangelio non è letteratura culinaria, come direbbero gli amici tedeschi: è un romanzo complesso, per nulla d’intrattenimento, dicevo, con una nervatura etica a fior di pelle, e che rientra di diritto nelle opere che una cultura nazionale dovrebbe preservare anche una volta scaduto il loro tempo.

Perché allora, piuttosto che divenire un classico, come sarebbe stato nelle cose (e come pure l’Horcynus Orca avrebbe meritato), ci troviamo qui a parlarne malgrado tutto come di un’opera catacombale, che solo quest’ultima edizione ha riportato allo scoperto? La circostanza poi a suo modo sorprendente, e sulla quale vorrei invitarvi a riflettere, è che a trasformare nel corso del tempo un’opera, cui era arriso pieno successo, in un apocrifo consegnato di mano in mano da pochi iniziati, non fu l’“apartheid di Dio” lamentato nel 1979 dallo stesso Pomilio come “emblema della condizione culturale d’oggi” diffusa dagli “eredi di Gramsci a tutti i livelli” (come si legge in un saggio degli Scritti cristiani recentemente ripubblicati), ma proprio lo sfaldarsi di quella “visione del mondo rigorosamente agnostica” che pareva in quegli anni avere permeato la società. Tramontata l’ideologia del comunismo, e rinvigorito lo slancio del pensiero cattolico, i riflettori sul Quinto evangelio si spensero di colpo. E misteriosamente. Perché?

Per provare a rispondere a questa domanda ricorrerò ai giudizi espressi da due direttori editoriali di importanti case editrici italiane, avvertendo che il primo mi giunge per interposta persona (assai fededegna però, e nelle condizioni di essere più che informata sui fatti), lì dove il secondo l’ho raccolto io stesso dopo avere invano perorato la causa di una nuova edizione del nostro romanzo. Per la direttrice editoriale di una monumentale collana di classici di una storica casa editrice con (all’apparenza) un invidiabile giro d’affari, sollecitata qualche anno fa a esprimersi al riguardo, Pomilio non avrebbe mai potuto aspirare a rientrare nelle loro strategie di pubblicazione in quanto “troppo cattolico”. Ora, dal momento che la collana in questione non discrimina certo gli scrittori che professarono tale fede (e ci mancherebbe), e che l’editore di appartenenza non si è mai attestato baluardo della cultura laica, potremmo essere indotti a pensare che il vulnus dello scrittore abruzzese, almeno a detta della nostra direttrice, sia stato non già quello di essere cattolico, no, ma “troppo cattolico”. Potremmo accontentarci e prendere la definizione per buona, persino sorvolando sull’enigma di quel “troppo”; se non smentisse una simile risposta, la circostanza della pubblicazione presso gli stessi tipi di volumi e volumi dei più svariati rappresentanti delle gerarchie ecclesiastiche, e di molte delle opere ecumeniche scritte o dettate dai penultimi due papi, che “troppo cattolici” lo saranno stati senz’altro. Senza dimenticare che in un passato non proprio remoto la stessa casa editrice aveva ospitato, persino nella sua collana più generalista, gli Oscar appunto, il romanzo di cui stiamo discutendo.

Aiuta a risolvere l’apparente contraddizione il giudizio espresso dall’altro direttore editoriale, appartenente a una casa editrice di minori dimensioni ma maggiore prestigio, sebbene da anni affiliata per sua sventura alla precedente. Durante la riunione in cui è stata discussa la proposta di pubblicazione di cui mi ero fatto carico, mi ha riferito, tutti i partecipanti hanno concordato di trovarsi al cospetto di un grande romanzo, inadatto però a sostenere l’impatto col mercato editoriale perché legato al “cattolicesimo di certi anni”. Potrei tirarvela ancora per le lunghe, fingendo io stesso per civetteria, da quell’agnostico che sono e resto, di non capire in virtù di cosa, quando si è cattolici, si diviene “troppo cattolici”, o come si possa, nell’Italia che ospita il Vaticano, impedire a un’opera di circolare per essere intrisa dei valori di quella stessa fede che non solo ispira ancora tantissimi volumi pubblicati ogni giorno dalla nostra editoria, a partire da quella di massa, ma alla quale, come se non bastasse, non c’è quasi intellettuale (per non parlare dei politici), di destra o di sinistra, che non si richiami. Quanto al fatto che tali valori rappresentino non già il cattolicesimo all’ordine del giorno bensì quello di “certi anni”, se può essere questione dirimente per un saggio, chessò, sulla fede e il mondo attuale, non dovrebbe costituire problema per un’opera letteraria. Altrimenti ci sarebbe da mandare al macero un bel po’ di roba, a partire da Manzoni. Ma la farò finita qui, perché basta conoscere sia pur superficialmente il dibattito che ha attraversato il mondo cattolico dal dopoguerra in poi, e negli ultimi cinquant’anni in particolare, se mai chiedendo lumi ai molti storici della Chiesa che hanno seguito con attenzione i due penultimi pontificati, per poter inquadrare sotto la giusta angolazione l’anomalia rappresentata dall’improvvisa scomparsa del Quinto evangelio dall’orizzonte culturale italiano.

Pomilio, diciamocelo sùbito, non lo era “troppo”: era un cattolico, certo, e nemmeno, per quanto inizialmente avesse militato nel partito d’azione e poi in quello socialista, “del dissenso”, come si diceva in “certi anni”. Lo era del concilio, piuttosto, era cioè un cattolico che si richiamava fortemente ai valori del Concilio Vaticano II. E non è un caso che Il Quinto evangelio sia stato particolarmente apprezzato dal papa che più di tutti ha contribuito alla grande svolta conciliare, Paolo VI intendo, che molti amano ricordare come un fine intellettuale e un carattere problematico, “quasi fosse”, per dirla con le parole con cui Peter Bergin delinea il carattere psicologico del “suo prete”, “alla ricerca d’un perpetuo equilibrio fra il dovere del dubbio e la vigilanza sul dubbio”. Dall’11 ottobre del 1962, giorno in cui Giovanni XXIII diede inizio al Concilio, fino alla sua chiusura il 7 dicembre del 1965, e poi per tutti gli anni che seguirono, il mondo cattolico fu interamente scosso da un’incredibile ventata di rinnovamento. E quanto al 1975 in cui apparve il nostro romanzo, basti pensare alla vigorosa esortazione apostolica Evangelii nuntiandi di Paolo VI, e all’immediata ricaduta che questa ebbe nel quarto decreto della Congregazione Generale dei Gesuiti che si tenne quello stesso anno. Padre Arrupe, che la guidava a quel tempo, riteneva in tal modo di far rinascere una terza volta la Compagnia, indirizzandone gli sforzi non solo al servizio della fede ma anche alla promozione della giustizia sociale, aprendo così la strada, magari inconsapevole, alla teologia della liberazione, con quanto ne seguì.

Si tratta di una storia complessa, e andrebbe ripercorsa per lo meno fino alla data magari della mia edizione del romanzo, il 1981, che è l’anno, per capire quali tensioni si siano consumate nel mondo cattolico dopo la morte di Paolo VI, in cui un trafelato cardinale Casaroli fu costretto a correre da un capezzale all’altro, da quello in cui Giovanni Paolo II era stato ricoverato dopo l’attentato di Ali Agca, a quello dove s’era ridotto il povero Generale dei Gesuiti che, colpito da un ictus, non aveva però esitato a nominare vicario della Compagnia padre Vincent O’Keefe, progressista e apertamente schierato con le lotte degli omosessuali. Anche in quell’occasione, lo sappiamo, non mancò di lavorare il “quarto chiodo” che la Compagnia si è infissa nelle carni, quello dell’obbedienza al papa (fra i primi a schierarsi fra i confratelli a favore del “colpo di mano” del pontefice ci fu l’allora provinciale di Argentina…): e al controverso gesuita americano fu infine preferito padre Dezza, in séguito affiancato da padre Pittau

Insomma, e in breve: che i penultimi due papi siano stati, giovani religiosi com’erano all’epoca delle esaltanti giornate del Concilio, fra i più entusiasti assertori delle riforme propugnate, e ritenuti al tempo senz’altro schierati con l’ala più progressista della Chiesa, è un fatto; come lo è la circostanza che i loro pontificati si siano poi però caratterizzati per un atteggiamento di sicuro più cauto, se non per una lenta e sistematica erosione delle riforme conciliari. Non voglio certo dire con questo che l’inattesa difficoltà di collocare Pomilio nel panorama letterario si debba a quella sorta di guerra silenziosa che si è svolta nell’ultimo scorcio del Novecento, e anche nel primo decennio del nuovo millennio, nel mondo cattolico, questo no. Ci sono senz’altro, l’ho già detto, dei motivi strettamente commerciali da non sottovalutare. Il Quinto evangelio, limitandomi come sto facendo al romanzo più “fortunato” dello scrittore abruzzese, è un’opera che chiede lettori appassionati, quegli stessi che gli attuali megastore provano a tenere a distanza di sicurezza neanche avessero la lebbra. Ci sta, insomma, che un editore scelga di non pubblicare un lavoro del genere. Ma in una stagione in cui, per dirlo fuori dai denti, un Meridiano non lo si nega proprio a nessuno, anche ad autori del tutto alieni dal canone della vendibilità, e taluni persino estranei a quello della letteratura, un’esclusione tanto clamorosa, e di un scrittore all’epoca sua (ancora dietro l’angolo) altrettanto famoso, a me continua a dar da pensare. A voi no? Al Quinto evangelio è stata insomma sottratta a un certo punto la copertura ideologica che lo aveva sostenuto, senza la quale, lo sappiamo, una povera letteratura per pochi parlanti sempre meno alfabetizzati come la nostra non può certo accedere ai grandi numeri che occorrono al mercato.

Certo è un bel paradosso, se ci pensate, che un romanzo che all’epoca sua ebbe grande diffusione, riappaia oggi per una collana esplicitamente di punta, “Fuori Formato” diretta da Andrea Cortellessa (attualmente edita da L’Orma), specializzata in opere, a detta del suo stesso direttore, “dalla struttura originale”, e dunque in “testi-individuo invece di testi-massa”, in “opere-esperienza anziché ‘prodotti’ in serie”. E per una sottile ironia della sorte, Pomilio, disdegnato dai grandi editori, tutti più o meno negli ultimi anni vigorosamente “ricattolicizzati”, persino quelli che un tempo si vantavano laici più del giovane Carducci quando alzava la coppa con cui invitare al brindisi il “cittadino Mastai”, si è trovato così ad apparire accanto ad alcuni degli autori che all’epoca dell’uscita del Quinto evangelio si situavano giusto ai suoi antipodi, e con cui, sempre coi suoi modi garbati, maggiormente aveva polemizzato. Qualcuno magari vi vedrà una sorta di riconciliazione postuma, latamente foscoliana. Io purtroppo vi leggo il segno della sconfitta culturale di un Paese, che lascia a poche meritorie intraprese il cómpito di salvare un patrimonio di forme e d’idee che altrimenti volentieri disperderebbe, e senza darsene pensiero.

Gabriele Frasca (Napoli, 1957) è scrittore, saggista e traduttore. Tra le sue pubblicazioni le raccolte di poesie Rame (Zona, 1999), Lime (Einaudi, 1995) e Rive (Einuadi, 2001) e i romanzi Il fermo volere (Edizioni d’if, 2004), Santa Mira (Le Lettere 2006), Dai cancelli d’acciaio (Luca Sossella Editore, 2011). È autore di diversi saggi tra cui: La furia della sintassi. La sestina in Italia (Liguori, 1988), La lettera che muore. La letteratura nel reticolo mediale (Meltemi Editore, 2005), L’oscuro scrutare di Philip K. Dick (Meltemi Editore, 2007), Nero chiaro: lo spazio beckettiano e le messe in scena di Giancarlo Cauteruccio (Editoria & Spettacolo, 2010), Un quanto di erotìa. Gadda con Freud e Schrödinger (Edizioni d’if, 2012), Joyicity. Joyce con McLuhan e Lacan (Edizioni d’if, 2012).

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5 Risposte to “La parola e le catene (editoriali)”

  1. demetrio Says:

    A me interessa molto il tuo passaggio su Pasolini e Pomilio, e il discorso che tu fa su Salò; nel mio intervento parto proprio da questa coincidenza di date per provare a fare un ragionamento su Petrolio e il Quinto Evangelio.

  2. C. Says:

    Buongiorno. Innanzitutto grazie per questo interessante contributo. Due cose che mi sono venute in mente. La prima. Non ho mai studiato Pomilio a scuola né all’Università. Non conosco nessuno, tra gli amici laureati in Lettere, che l’abbia studiato. In questi giorni chiedo alle persone che hanno un certo percorso scolastico alle spalle: nessuno lo conosce. Le vicende editoriali de Il quinto evangelio coprono, bene o male, dal 1975 al 2006 (l’ultima ristampa Bompiani, poi un buco, poi l’attuale edizione). Sicuramente l’opera meritava di più a livello editoriale, ma in qualche modo ha circolato per tanti anni. Quindi, mi domando: è più grave la mancanza di considerazione da parte delle case editrici, che sono pur sempre aziende con logiche “commerciali”, o è più grave l’assenza di Mario Pomilio nelle istituzioni culturali (Università, scuole)? Se gli studenti di Lettere non hanno modo di conoscere Pomilio, come faranno -una volta insegnanti- a farlo conoscere? La seconda. La definizione di “troppo cattolico”. A me pare che il romanzo si muova sempre sul filo tra ortodossia ed eresia. (Per la maggior marte dei cattolici che frequento sarebbe di sicuro “poco cattolico”).
    C.

  3. demetrio Says:

    Gentile C.

    Credo che il motivo principale di questo convegno sia poi legato a rispondere a questa tua perplessità. Io leggendo Pomilio e riflettendoci avevo due possibilita: la prima era di scrivere una peana lamentandomi oppure dimostrare con i fatti che l’opera di Pomilio vive ancora. La scelta di fare questo convegno on line e di farlo in questo modo aperto risponde all’esigenza di raggiungere piÙ persone possibile e di avvicinarle all’opera di questo autore. Grazie per l’attenzione.

  4. gabriele Says:

    Gentile C.,
    sì, ha perfettamente ragione: è più grave che la cultura accademica non sia più nelle condizioni di andare contro le logiche editoriali, in nome di valori culturali di cui evidentemente non sa più che farsene. Occorrerebbe chiedersi perché ciò sia avvenuto; e magari una risposta la si potrebbe azzardare dando un’occhiata al purgatorio di tabelle, bibliometrie, e risoluzioni dell’anvur in cui sono costretti a vivere da moribondi i vari docenti. Il mondo degli universitari, è sotto gli occhi di tutti, si è ridotto alle loro piccole stanze, dalle quali non osano nemmeno più mettere fuori il naso.

  5. Giulio Mozzi Says:

    Claudia: il mercato non ha alcuna morale, per natura sua, quindi non gli si può rimproverare nulla. Idem direi per le aziende: l’idea di un’azienda che punta a qualcosa di diverso dal profitto, mi pare bizzarra. (Certo: il profitto si persegue anche, se si è lungimiranti, buttando via soldi per cause etiche del tipo: pubblicare Pomilio, fare campagne contro il tabacco, costruire ospedali in Kenia; tutta roba che serve a sostenere il brand, eccetera).

    In Italia esistono:
    – gli scrittori popolari ignorati (o quasi) dalla critica (es. Guareschi),
    – gli scrittori adorati dalla critica e ignorati dal popolo (es. Landolfi),
    – gli scrittori popolari e adorati dalla critica (es. Calvino, anche se va detto che i “libri popolari” di Calvino non sono esattamente gli stessi che la critica “adora”).

    Poi ci sono gli esponenti delle “culture di minoranza”:
    – le scrittrici, in particolare quelle che scelgono di essere “cultura di minoranza” e da lì conducono una battaglia politica (es. Aleramo, benché un po’ confusa),
    – gli omosessuali, in particolare quelli che scelgono di essere “cultura di minoranza” e da lì conducono una battaglia politica (es. Tondelli),
    – gli immigrati, in particolare quelli che scelgono di essere “cultura di minoranza” e da lì conducono una battaglia politica (es. le varie narrazioni testimoniali).
    – i cristiani cattolici, in particolare quelli che scelgono di essere “cultura di minoranza” e da lì conducono una battaglia politica, e qui arriviamo al punto.

    E’ difficile essere cristiani cattolici (ovvero adepti del messianismo universale post-israelitico) e adattarsi alla posizione di “cultura di minoranza”.

    E’ difficile, per uno scrittore o una scrittrice che siano cristiani cattolici, fare i cristiani cattolici nelle loro opere nello stesso modo in cui, per dire, tanti scrittori immigrati hanno fatto gli immigrati (su precisa richiesta delle case editrici) nelle loro opere o almeno nelle loro prime opere.

    E quando non riesci a stare dentro la posizione che la società ti riserva, c’è poco da fare: tendi a sparire.

    Infine: l’ortodossia è un’invenzione dei custodi dell’ortodossia. L’ortodossia è eretica, perché trasforma l’ascolto della parola divina tramandata e l’ascolto della parola divina nella propria interiorità in una legge da rispettare. L’antipatia reciproca tra Gesù di Nazareth e farisei aveva le sue buone fondamenta.

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