“Le resurrezioni”, di Federico Platania / 5

by

mel-s-diner signage

Leggi la puntata precedente.

11.

L’ascolto è attenzione, non è apprendimento; l’ascolto è testimonianza di quello che accade in quanto suono, non è conoscenza di quello che accade mediante il suono.

(Franco Donatoni, «Antecedente X»)

Baronian capì che con Elena non avrebbe funzionato la sera stessa in cui la conobbe. Eppure si innamorò subito di quella donna con la stessa forza con cui gli fu chiaro il futuro di dolore che stava allestendo con le sue stesse mani. Erano passati quasi due anni ormai.
Quel pomeriggio a Baronian era saltato un appuntamento di lavoro, ma considerando che doveva vedersi con un altro cliente in serata preferì non tornare nel suo studio. Passeggiava per via della Conciliazione cercando un’occupazione qualunque per passare un po’ di tempo in attesa del prossimo appuntamento. Era una giornata di novembre, fredda e luminosissima. In quel periodo Baronian aveva a che fare con lo spettro di una bambina che si presentava a lui con le fattezze di Amelia Earhart. Era tanto che non provava una simpatia simile nei confronti delle sue apparizioni. Quasi gli dispiaceva che entro breve tempo anche quel fantasma sarebbe stato inghiottito nuovamente dal mistero con il quale aveva imparato a convivere fin da adolescente. Amelia Earhart gli appariva sempre in piena luce, stagliando contro il cielo azzurro la sua sagoma imbottita di pelle. Da tempo ormai Baronian aveva smesso di aver paura dei fantasmi e comunque quell’apparizione con gli occhi vispi e la cuffia da aviatore con i grossi occhiali sul capo non comunicava altro che simpatia. Baronian pensò di infilarsi in una libreria, poi fu attirato da una locandina accanto all’entrata del piccolo Auditorium.

Musica spettrale.

Incontro–ricerca su Gérard Grisey.

Sembrava qualcosa che potesse interessarlo. Fantasmi che suonano. Voci dall’aldilà. Non sapeva chi fosse Grisey, ma quel nome lo incuriosiva. Entrò in sala quando l’incontro stava per cominciare. Trovò posto accanto a una donna che si voltò appena per guardarlo sedersi. Le luci erano basse e Baronian non riuscì a distinguere bene i lineamenti di quel volto che da quella sera in poi avrebbe amato. Sul palco c’era un lungo tavolo dove stavano prendendo posto tre relatori. Alle loro spalle un telo su cui, verosimilmente, avrebbero presto proiettato qualcosa. Ai lati due drappi neri davano grande severità a tutto l’ambiente. Grisey. Grisaglia. Gramaglie.

Baronian capì dopo una decina di minuti che la musica spettrale non aveva nulla a che fare con gli spettri, sebbene alcuni brani che fecero ascoltare nel corso della serata sarebbero stati perfetti come colonna sonora di un film dell’orrore. Decise però di non abbandonare la sala, perché Elena, voltandosi poco prima dell’inizio dell’esecuzione di un pezzo, chissà perché gli aveva fugacemente sorriso e lui l’aveva interpretato come un invito, anzi un ordine, a non alzarsi da lì. Poi, mentre in sala veniva riprodotta una composizione incomprensibile che difficilmente riusciva a concepire come musica, Baronian trovò il coraggio di avvicinarsi a Elena e sussurrarle all’orecchio: – Stai tranquilla, vogliono controllare le nostre menti ma con me l’incantesimo non ha funzionato. Seguimi e ti libero –. Elena aveva sorriso di nuovo, poi gli aveva fatto segno di stare zitto e così erano arrivati alla fine dell’incontro. Ormai era troppo tardi anche per il successivo appuntamento di lavoro. Nel foyer dell’Auditorium Baronian fece una telefonata di scuse al suo cliente poi individuò Elena tra la gente che usciva dalla sala e le propose di andare a bere qualcosa insieme. Elena miracolosamente rispose di sì.
Trovarono posto in un bar della stessa via, pieno di pellegrini e turisti che avevano appena visitato San Pietro. Si accomodarono in un tavolo un po’ appartato e ordinarono tramezzini e birre piccole. Finalmente ora Baronian riusciva a vedere il volto di Elena ben illuminato e se possibile quella donna gli sembrava ancora più bella. Le raccontò che era capitato a quell’incontro per sbaglio, attratto dall’aggettivo “spettrale”. Accennò a un suo cauto interesse per le scienze occulte e subito Elena fece quell’espressione che Baronian avrebbe imparato a conoscere bene: un sorriso imbarazzato, gli occhi socchiusi, l’invito a cambiare discorso il prima possibile.
Era figlia di un importante notaio, ma la sua vera passione era la musica. Aveva studiato composizione al Conservatorio. Gli aveva anche fatto il nome di un suo lavoro, uno studio per 23 violini e nastro magnetico che era stato eseguito da qualche parte, qualche anno prima. E poi gli disse anche che la composizione stessa, come forma di espressione, ormai non la interessava più.
– Quindi anche quel Grisey o come si chiama è troppo commerciale per te? –, chiese Baronian. Elena sorrise. – Io, sai, non sono riuscito a trovarci un senso che fosse uno in quello che abbiamo ascoltato – proseguì lui – sarà che il mio immaginario musicale si esaurisce con gli U2 –.
– In realtà quella musica è piena di senso – rispose Elena – per certi versi è solo senso, struttura –.
Elena spiegò a Baronian che nella musica spettrale il compositore arriva alla partitura del brano a partire dall’analisi dei suoni come fenomeno fisico–acustico. Lo invitò a ricordare il primo pezzo che era stato fatto ascoltare in sala. Quello, disse Elena, non era che lo sviluppo orchestrale degli armonici di una singola nota suonata da un trombone. Baronian scosse la testa e bevve l’ultimo sorso di birra. Immagina di essere un pittore, disse Elena, un pittore che ha dato una singola insignificante pennellata di rosso sulla tela. Poi prendi un microscopio e cominci a studiare quella pennellata, immagina di poter distinguere i pigmenti dalle basi inerti e dagli oli. Poi prendi un’altra tela e cominci a riprodurre quella pennellata, solo che infinitamente più grande e mettendo in relazione i singoli elementi che la compongono. Insomma, non è più l’ispirazione a guidarti, ma l’osservazione di un fenomeno, chimico in questo caso, fisico nel caso della musica.  – E tu cosa fai invece? –.
Baronian pensò che a quel punto, forse, la storia dei suoi fantasmi sarebbe anche potuta starci, ma preferì più modestamente parlare della Phoenix e del suo lavoro come superconsulente. Le raccontò degli anni passati negli Stati Uniti per i corsi di formazione e di come in qualche modo anche il suo lavoro si sviluppasse a partire dall’osservazione di un fenomeno misterioso e complesso come quello delle società di consulenza.
Avevano passato insieme più di un’ora e il clima di quella chiacchierata era stato così intimo e cordiale che, nonostante tutti i discorsi su scienza, arte ed economia, Baronian non riusciva a togliersi dalla testa questo pensiero: incredibile, ho rimorchiato una a un concerto. Con una fretta che in futuro avrebbe giudicato incosciente, Baronian si lasciò andare a fantasie sentimentali. Immaginò la sua vita con quella donna. Sarebbe rientrato a casa dopo aver incontrato manager di aziende clienti e avrebbe trovato Elena nel suo studio, tra computer e sintetizzatori, che gli avrebbe parlato di elementi di acustica e intervalli di settima. Magari i fantasmi lo avrebbero lasciato in pace per un po’, avrebbero addirittura potuto scomparire del tutto. Concreto. Questo aggettivo era tornato più volte nei discorsi che Elena aveva fatto quella sera e a Baronian piaceva molto. Elena gli aveva detto che ormai anche il suono in sé non la interessava più e si stava spingendo verso il lavoro sul rumore puro. Probabilmente era proprio in quel periodo che Elena stava cominciando a pensare ad Akusma, al formidabile obiettivo di registrare in presa diretta e catalogare il rumore d’ambiente di ogni angolo del mondo. Una server farm di file audio che nessuno avrebbe mai avuto né il tempo né la voglia di ascoltare. Concreto. Smettere di pensare alla musica in termini di armonia, melodia, contrappunto, gli aveva spiegato Elena citando un teorico di quella corrente musicale, perché quelli erano criteri astratti. Bisognava andare al cuore del suono, nell’esperienza stessa dell’ascolto. Baronian pensò che di fantasmi ne aveva visti davvero tanti, in tutta la sua vita, ma nessuno gli aveva mai detto una parola.
Ma quando alla fine si erano alzati, pagando ciascuno la propria parte di conto, e si erano salutati all’esterno del bar, era accaduta la cosa che avrebbe fatto capire a Baronian quanto tutta quella storia sarebbe stata fonte di dolore. Baronian dava per scontato che dopo una chiacchierata così amichevole, dopo quell’incontro così inaspettato e al tempo stesso così piacevole, si sarebbero salutati quanto meno scambiandosi un paio di baci sulla guancia e la promessa di rivedersi presto. Elena invece aveva frugato nella sua borsa e distrattamente, in modo improvviso, si era limitata a dire bé, ciao allora, e si era allontanata da lui senza stringergli la mano, senza neanche agitarla in aria come fanno i bambini, concedendogli solo un sorriso formale. Baronian era rimasto lì, sul marciapiedi, non ricordando nemmeno dove avesse parcheggiato e in che direzione incamminarsi.
Chiunque altro, con più esperienza di lui, avrebbe capito che quella sera non era successo assolutamente nulla e che tanto valeva finire lì. Era stata solo una chiacchierata tra due persone che si erano incontrate per caso. Invece Baronian tornò a casa, ci pensò su, si affezionò al pensiero di se stesso innamorato di quella donna e il giorno dopo fece qualche ricerca su internet, scoprì che la musica concreta era un fenomeno molto più vecchio di quanto avesse creduto, poi trovò il nome di Elena, trovò il suo sito con alcune foto di concerti di musica contemporanea, file audio e un indirizzo mail, le scrisse e ricevette una risposta, – Volentieri, rivediamoci –, e diede il via a quel ciclo infinito di chiacchierate senza evoluzione dal quale non sarebbe più riuscito a sfuggire.

12.

Al telefono, Coronari aveva detto che sarebbe arrivato nel giro di un’ora. Una seduta spiritica. Secondo lui valeva la pena di cominciare con il più classico dei metodi. Baronian aveva agganciato il telefono e aveva dato un’occhiata assente agli scaffali del suo ufficio. Quello che sarebbe potuto accadere lo metteva a disagio: non ci si vedeva nei panni di un cacciatore di fantasmi e aveva ancora un’idea piuttosto confusa su tutta la vicenda, ma forse, per la prima volta nella sua vita di testimone di apparizioni, aveva l’occasione di compiere un passo avanti, andare finalmente a scoprire perché questa bizzarria accadeva e accadeva proprio a lui. Prese una minerale dal piccolo frigo bar accanto alla finestra, bevve direttamente dalla bottiglia e cercò di mettere in fila gli elementi che aveva a disposizione fino a quel momento: un incidente in una fabbrica, due manager accusati e poi assolti, un operaio licenziato, accusato e poi trovato cadavere, il suo fantasma che appare con le sembianze di Lee Harvey Oswald, i manager che vogliono sbarazzarsi del fantasma, la figlia dell’operaio che vuole che il fantasma parli. Baronian andò al computer, cercò su internet una foto di Oswald e una di Riccardo Merz, le stampò entrambe, poi mandò un SMS a Elena: Stasera non posso. OK se passo da te domani? Il tempo che intercorse tra il suo SMS e quello di risposta della donna sembrò a Baronian dolorosamente lungo. Sto esagerando con Elena? Sono troppo invadente? Come mai non risponde? Sta passando la serata con un altro? Ha davvero voglia di passare del tempo con me? OK a domani. Baronian tornò a respirare, guardò gli occhi di Lee Harvey Oswald nella foto che aveva stampato, chiedendosi dove fosse ora quell’uomo, cosa fosse rimasto di lui, che senso aveva avuto tutto quello che era accaduto intorno a quella storia.
Quando Coronari entrò nell’ufficio aveva la faccia seria. – Ho detto a Clara e al bambino che andavo a casa di amici per un Risiko – disse – qualora fosse, reggimi il gioco –. Baronian fece cenno di sì con la testa, serio anche lui. Coronari tirò fuori da una busta di plastica piuttosto grande una tavoletta di legno. – Guarda cosa ho portato –.
Baronian conosceva quell’oggetto. Era una delle ouija board fabbricate alla fine dell’Ottocento, non aveva ancora il marchio di fabbrica Fuld, dunque era precedente alla produzione su larga scala. Un pezzo di un certo valore.
– Non avrei mai pensato che l’avrei usata davvero –, disse Coronari.
– Cosa dobbiamo fare? –, chiese Baronian.
– Non credo sia necessario un rituale particolare – rispose l’amico – sai, candele, drappeggi. Ho dato un’occhiata a un po’ di testi base, tipo il Lyttelton, e… –.
– Orazio, cosa dobbiamo fare? –.
– Sgombriamo un tavolino e mettiamoci seduti –.
– Ma in due siamo sufficienti? –.
Coronari annuì gravemente.
Sgombrarono il tavolo. Baronian ritenne opportuno chiudere bene le finestre e la porta della stanza in cui si trovavano. Poi spense il cellulare, prese le foto stampate di Lee Harvey Oswald e di Riccardo Merz e le mise accanto alla ouija board. Coronari, emozionato per l’atmosfera che si stava creando, consegnò a Baronian la planchette che si sarebbe dovuta muovere lungo la tavoletta di legno, indicando le lettere alfabetiche che avrebbero formato le risposte dello spirito.
– Chi devo evocare? Oswald o Merz? –, chiese Baronian.
Coronari rimase in silenzio per qualche secondo. – A chi dei due ti senti più vicino? –.
– Oswald –.
– Evochiamo Oswald allora –, disse Coronari. – Posso farti una domanda, prima di cominciare? –, chiese subito dopo.
– Sì? –
– Perché proprio gli Stati Uniti? Perché i morti americani? –.
Baronian guardò la tavoletta di legno di fronte a sé. Si sedette più comodamente. – Me lo sono chiesto spesso anche io –, disse poi, – ma non credo ci sia una spiegazione precisa, una conclusione che esclude tutte le altre –.
Coronari lo guardò. Sembrava incredulo.
– Questa storia dei fantasmi con le facce di morti famosi americani – riprese poi Baronian – io credo che sia tutta colpa dei telefilm che vedevo da bambino –.
– I telefilm? –
– Siamo cresciuti negli anni Ottanta, no? Le TV private, Il mio amico Arnold, A–Team, Mary Tyler Moore –.
I Chips – disse l’altro – la contea di Hazzard –.
– Era lì che si muoveva la nostra fantasia. Io sono cresciuto alla Garbatella, in quelle strade giocavo coi miei amichetti, e con i miei genitori da piccolo andavo a passeggiare al centro, Piazza di Spagna, Piazza Navona, ma alla fine il mio immaginario si muoveva nella prateria. Anche quando scendevo con la bicicletta per via delle Sette Chiese mi immaginavo di vedere il cartello della I–94 per Minneapolis–St.Paul, sai quello che vede Mary Richards nella sigla del telefilm? –.
– Campi di basket tra i grattacieli –.
– Negri con canottiere colorate –.
Coronari gettò un’occhiata alla ouija board e alle foto sul tavolino. – Non sto divagando – precisò – è che questo dettaglio mi sembra importante perché la seduta riesca. Siamo tutti venuti su con quei telefilm. Perché proprio tu? –.
– Perché io sono il catalizzatore – disse Baronian sorridendo – il metasistema che descrive il sistema –.
– Potrebbe davvero essere così. Tu sei il medium. Questa specie di energia ultraterrena, questo mistero che sta succedendo cercava qualcosa per diventare concreto, una forma con la quale tu potessi entrare in empatia. Qualcosa che ti dicesse: è con te che vogliamo avere a che fare –.
–Sì, come no? Come il marshmallow gigante nel finale di Ghostbusters –, disse Baronian ridendo.
Un gatto attraversò il davanzale della finestra, silenzioso come un sottomarino. Guardò i due per qualche istante, le iridi lampeggianti nel buio, poi scomparve.
– Accidenti – disse Baronian sorridendo – non abbiamo ancora iniziato è già siamo riusciti a evocare un gatto –. Non riusciva a prendere sul serio tutta quella situazione. O forse era solo emozionato.
Coronari lo guardò. – Tu scherzi – disse – e invece siamo qui per evocare i morti.
Baronian si sforzò di tornare serio. – Alice –, disse.
– Alice? –.
– Il telefilm con il ristorante di Mel e le sue cameriere. Alice, Vera, Flo –.
– Me lo ricordo –.
– I miei genitori lavoravano entrambi. Finita la scuola stavo a casa da solo tutto il giorno e mi ingozzavo di tutti i telefilm che passava Canale 5. Alice lo davano all’ora di colazione. Io mi alzavo, la casa deserta, aprivo il cartone di succo di frutta, la confezione di merendine e accendevo il televisore. Mi sedevo al tavolo della cucina e loro, al di là dello schermo, si sedevano ai tavoli del Mel’s Diner. Phoenix, Arizona. Io bevevo il succo d’arancia, loro ordinavano un caffè. Mangiavamo uova con bacon e tarallucci del Mulino Bianco. Facevamo colazione insieme. Ero uno di loro. Ridevamo tutti insieme quando Vera diceva una delle sue stupidaggini e Mel la sgridava. Così iniziavano le mie giornate d’estate –.
– Suona triste –.
– Io mi divertivo. – Disse Baronian – Poi è successa una cosa strana. Molti anni dopo, avevo vent’anni ormai, sono andato negli Stati Uniti per un corso di specializzazione. Era la prima volta che varcavo l’oceano. Indovina un po’ qual era la mia destinazione? –.
– Non mi dire –.
– Phoenix, Arizona. – Annuì Baronian sorridendo – Così, il giorno successivo al mio arrivo, sono uscito dal residence dove alloggiavo con gli altri corsisti per cercare un posto dove fare colazione. La zona era quella del cimitero ebraico di Beth El –.
– Un cimitero, che altro se no? –.
Coronari era così preso dal racconto che a quel punto perfino la seduta spiritica passò in secondo piano. Avrebbe voluto una birra invece, e ascoltare i racconti di Baronian fino all’alba.
– Mi ero svegliato presto – continuò Baronian – sai, il fuso. Dovevo sembrare un pazzo a camminare a quell’ora del mattino costeggiando la diciannovesima. Non c’era nulla. Solo capannoni di lamiera e asfalto a perdita d’occhio sotto il cielo. Poi, superato il cavalcavia della Papago Freeway, eccolo lì –.
– Cosa? –.
– Il Mel’s Diner –.
– Esiste davvero? –.
– Immagino l’abbiano costruito e ribattezzato così dopo il successo del telefilm, ma, insomma, era lì –.
– E cosa hai fatto? –.
– E che dovevo fare? – Disse Baronian – sono entrato e ho ordinato la colazione –.
–E c’erano Mel e Alice e tutti gli altri? –.
– Sì, in una foto appesa al muro. Ma i camerieri veri erano tutti ispanici e non c’era Mel dietro i fornelli –.
– Meglio così. Non aveva fama di essere bravo a cucinare –.
– Già. Così, come facevo ogni mattina nella mia casa di Roma, mi sono seduto a uno dei tavoli del Mel’s Diner di Phoenix, Arizona e ho fatto colazione. E mentre mangiavo le mie uova strapazzate ho pensato: sono tornato a casa. Sono a casa –.
– Incredibile –.
Ci fu un lungo silenzio. Poi Baronian guardò Coronari e disse: – Mi sento pronto. Cominciamo –. Coronari si sedette composto, con la schiena dritta. Appoggiò le mani con i palmi ben distesi sulla superficie del tavolo, i polpastrelli dei pollici a contatto con il bordo della ouija board. Baronian mise la sua mano sinistra sulla foto di Oswald e appoggiò delicatamente la destra sulla planchette posizionata al centro della tavoletta di legno. Deglutì.
– Spirito di Lee Harvey Oswald –, pronunciò sommessamente. Non era un ordine. Nè un invito. Sembrava stesse leggendo quelle parole. Coronari chiuse gli occhi. – Spirito di Lee Harvey Oswald –, ripeté Baronian. Rimasero così per una decina di secondi. La planchette era immobile. Coronari si decise a parlare. – Prova con Merz –, disse.
– Spirito di Riccardo Merz –, disse Baronian.
Seguirono lunghi momenti di silenzio. A un certo punto Baronian aprì gli occhi e vide che Coronari li teneva ancora chiusi. Era ridicolo. Tutta quella situazione era ridicola.
– Dai, è inutile –, disse Baronian alzando la voce.
– È colpa mia –, fece Coronari.
Baronian non sapeva che dire.
– Non vedrò mai un fantasma – continuò l’amico – non assisterò mai a una manifestazione del paranormale. È la mia maledizione. Che darei… –.
– Potrebbe anche dipendere da me –.
– Da te? Tu vedi fantasmi in continuazione! No, forse abbiamo sbagliato metodo. Forse una seduta spiritica non è stata la scelta giusta. Fammi studiare un altro po’, Alessio, nei prossimi giorni ti richiamo e ti faccio sapere –.
La ouija board tornò nella busta di plastica, insieme alla sua planchette. La partita di Risiko era finita. Baronian tolse dal tavolo le due foto e le appoggiò su una pila di cartacce, su un’altra scrivania.
Sulla porta Coronari si voltò.
– Senti… –
– Che c’è? –, disse Baronian.
– Tutta quella storia, il telefilm di Alice, la colazione a Phoenix, ti sei inventato tutto vero? –.
– Completamente inventato, sì –.
– Ma… –.
– Volevi una risposta e io te l’ho data –.

13.

Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti».

(Lc 16,31)

Sergio Ferreri fa il check–in, supera i controlli di sicurezza, aspetta pazientemente al gate che l’imbarco del volo abbia inizio e pensa che anche stavolta non succederà. Sergio Ferreri solca i lunghi corridoi scintillanti del centro commerciale, stringe nella mano destra una busta di carta blu con dentro tre camicie nuove racchiuse in un cellofan croccante, e pensa che anche stavolta non succederà. Sergio Ferreri guarda insieme al medico le lastre del suo torace attraversate dal bagliore dei neon e pensa che anche stavolta non succederà.
L’aereo decollerà e atterrerà nei tempi previsti, al massimo con un po’ di ritardo. Le grandi porte automatiche del centro commerciale si apriranno al suo passaggio e lui tornerà a casa, come è giusto che sia, scoprendo tutt’al più che una delle camicie gli va stretta e la dovrà cambiare. Il medico non troverà nulla che non vada. Perdere qualche chilo, questo sì, e tenere d’occhio il colesterolo, ma tutto bene per il resto.
Non ci sarà l’improvvisa perdita di quota, il lampo incandescente a diecimila metri d’altezza. Non ci sarà il pazzo che spara alla cieca ad altezza d’uomo mentre la navata del centro commerciale si riempie di urla. Non ci sarà l’ombra nera sul polmone, sul fegato, sul cuore.
Non succederà oggi. E se non succederà oggi non succederà mai. Non è possibile morire.
Chissà cos’hanno pensato quelli che hanno visto un lampo incandescente a diecimila metri d’altezza, e poi più nulla. Quelli che hanno sentito urla e spari, e poi più nulla. Quelli che hanno pensato “è solo un’ombra, voglio sentire uno specialista”.
I cinque impiegati della Sebastiani di cui Ferreri si rifiuta di ricordare i cognomi – una lunga disciplina per dimenticare i cognomi – che hanno visto la lava di melassa montare verso di loro. Chissà cos’hanno pensato.
Poi l’aereo atterra. Il dottore saluta. Ferreri esce dal centro commerciale. Va tutto bene. Sale sulla sua auto. Dentro c’è un odore rassicurante. Questo odore è vero, come è vero che lui è vivo, e Ferreri sa che tutto questo non può finire. Altri sono morti, secondo altri disegni, ma lui è vivo e tutto questo, inevitabilmente, deve significare qualcosa. Tutto questo ha un senso e questo senso Ferreri è determinato a difenderlo.

Tag:

3 Risposte to ““Le resurrezioni”, di Federico Platania / 5”

  1. Nicola Talanta Says:

    Grande! Possibile che piaccia solo a me?!

  2. Federico Platania Says:

    Ciao Nicola. Grazie per i ripetuti apprezzamenti. Magari ci sono altri che apprezzano in silenzio.🙂

  3. Nicola Talanta Says:

    Bravo! Questo è lo spirito giusto.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...