“Le resurrezioni”, di Federico Platania / 4

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9.


Gli unici altri due clienti nel ristorante erano un uomo e una donna molto anziani. Baronian, dal suo tavolo, vedeva l’uomo solo di spalle mentre la donna era impegnata a raccontare qualcosa, con un’aria molto concentrata. Quello che doveva essere il proprietario del locale passava spesso al loro tavolo scambiando parole soprattutto con la donna mentre l’uomo si limitava a sollevare le spalle di tanto in tanto, lentamente. Lee Harvey Oswald. Finalmente Baronian si era ricordato di chi era il volto dell’uomo che gli era apparso quella mattina tra il gruppo dei manifestanti di fronte alla Sebastiani. Ecco il nuovo fantasma americano con il quale avrebbe avuto a che fare nei prossimi mesi. – Gnocchi con gli asparagi –, disse il cameriere porgendo il piatto a Baronian.
Baronian chiuse il laptop che aveva tenuto aperto a fianco a sé fino a quel momento, più per abitudine che per vera necessità. Stava ricontrollando gli appunti che aveva preso nel corso della giornata intervistando i quadri della Bragadin. Aveva una serie di powerpoint preimpostati. Con un lavoro di un paio d’ore si potevano tirare fuori report di sintesi in grado di stupire il cliente. Individuare soluzioni, prospettare sviluppi, evidenziare punti deboli. Tutte cose che il cliente sapeva già, a meno che non fosse proprio uno sprovveduto, ma che, confermate dal superconsulente, acquistavano un brillante carattere di urgenza. Il nulla al quadrato. Baronian cercò di ricordare senza successo il nome della commissione presidenziale che aveva indicato in Lee Harvey Oswald l’unico colpevole dell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy.
A distogliere Baronian dal piatto di gnocchi che aveva davanti fu la voce della donna, quando disse: – Potrebbe chiudere per favore? –. La porta della trattoria era aperta e la mano sulla maniglia era quella della ragazza con la felpa color vinaccia che Baronian aveva incontrato quella mattina. L’unica persona che sembrava non averlo preso per pazzo quando diceva al fantasma con la faccia di Oswald di scansarsi per lasciarlo passare. La ragazza incrociò lo sguardo dell’uomo e chiudendosi la porta alle spalle si incamminò velocemente verso di lui.

– Buonasera –, disse Baronian.
La ragazza si sedette al tavolo. Il cameriere arrivò in quello stesso istante. La velocità e la cortesia del servizio nei piccoli esercizi di ristorazione di provincia. Probabilmente, nel laptop di Baronian, c’era una slide che riportava questa caratteristica come uno dei punti di forza di qualche scenario commerciale.
– La signorina vuole ordinare qualcosa? –, chiese il cameriere.
La ragazza non rispose nulla. Continuò a fissare Baronian che non riusciva a stabilire se quello sguardo fosse di sfida o di paura.
– Semmai la chiamiamo dopo –, disse Baronian per liquidare il cameriere.
La ragazza finalmente parlò. – Cosa cazzo è successo stamattina? –.
Baronian pensò che fosse più opportuno prendere tempo. Mando giù un’altra forchettata di gnocchi. Bevve un po’ di vino. E alla fine guardò la ragazza cercando di trovare una risposta che comportasse un numero psicologicamente sostenibile di spiegazioni. Una mossa che con il minor sforzo possibile gli permettesse di soddisfare la comprensibile curiosità della persona che aveva di fronte e al tempo stesso consentisse a lui di uscirne fuori senza strascichi. I modelli di analisi dei costi. Il criterio di efficienza di Kaldor–Hicks. Baronian pensò che gli schemi teorici che sapeva vendere così bene agli altri si rivelavano poi sempre inutili quando avrebbero fatto comodo a lui.
– Allora? –, disse la ragazza.
– Come hai fatto a trovarmi? –, chiese Baronian.
– Quelli del corteo, stamattina, mi hanno detto che eri un consulente e stavi andando a Noventa. Non è che ci siano tanti posti per cenare qui, in mezzo alla settimana –.
– Magari potevo essere già ripartito. La tua avrebbe potuto essere una ricerca a v… –.
– Senti. Io stamattina ho visto mio padre e mio padre è morto da più di quattro anni –.
Era il padre. Forse Baronian avrebbe potuto uscirne fuori senza troppe implicazioni. Un padre che cerca una figlia morta è inarrestabile. Una figlia che cerca un padre si può far ragionare.
– Che poi non somigliava per niente a mio padre, ma io so che era lui, ne sono certa come sono certa che sto parlando con te adesso –.
– Oswald –, disse Baronian.
– Cosa? –.
– Lee Harvey Oswald. Quello che ha ammazzato Kennedy. Tuo padre aveva la faccia di Oswald –.
– Allora è vero. L’hai visto anche tu –.
Baronian fissò la ragazza senza dire nulla. Mandò giù un’altra forchettata di gnocchi, ormai tiepidi, ma ancora gustosi. Non a caso il Ministero dell’Agricoltura aveva ufficialmente ammesso l’asparago di Bassano tra i prodotti agroalimentari tradizionali italiani per aver dimostrato la sua superiore qualità e l’uso tipicizzato da più di venticinque anni.
– Mangi qualcosa? –, le chiese alla fine. La ragazza emise un piccolo ringhio.
– Te lo chiedo un’altra volta: che cazzo è successo stamattina alla Sebastiani? Come è possibile che abbia visto mio padre che è morto da anni? Perché se aveva la faccia di un altro ho subito capito che era lui? E soprattutto: tu cosa c’entri in tutta questa cosa? –.
Baronian espirò con calma. Poi scansò il piatto di lato. – Adesso io ti dirò delle cose – disse – e tu non mi crederai. E io me lo auguro, perché così la storia finirà qui. Oppure mi crederai. Allora inevitabilmente mi chiederai altre cose. Ma a queste altre cose io non potrò rispondere –.
La ragazza guardò Baronian senza parlare. L’uomo interpretò la cosa come un’autorizzazione a procedere.
– Come ti chiami? –, le chiese.
– Giulia.
– Giulia –, ripeté Baronian. – Sono più di vent’anni ormai. Succede raramente, ma succede. Sono persone morte che riappaiono in modo del tutto incontrollabile –. Baronian si fermò di colpo. Fissò la ragazza per studiarne l’espressione, ma Giulia sembrava impassibile. – Lo ripeto perché sia chiaro fin da subito – disse Baronian – in modo del tutto incontrollabile –.
La coppia anziana si alzò dal tavolo. L’uomo lasciò qualche banconota nel piattino con il conto e poi scomparve dietro la moglie oltre la porta del locale. Un mulinello di aria gelida avvolse Baronian e Giulia spegnendosi velocemente.
– Quasi sempre si tratta di persone morte in circostanze tragiche. – Continuò Baronian – Io credo di essere una specie di catalizzatore. Non ho mai capito perché abbia questa specie di… potere. Io tra l’altro neanche ci crederei. Ai fantasmi, all’aldilà e tutto il resto. Però li vedo, sono costretto ad ammetterlo –.
– Allora, stamattina… –.
– Sì, l’ho visto anch’io –.
– Ma gli altri sembravano non essersi accorti di nulla –.
– Non tutti possono vederli – disse Baronian – io, perché sono il catalizzatore. Tu, perché sei la figlia. Gli altri, a meno che non siano direttamente collegati con lui, non è detto che lo vedano –.
– Ma come ho fatto a riconoscerlo? Aveva la faccia di un altro –.
– Oswald – disse Baronian ridendo – Cristo santo, Oswald! Scusami, non voglio sembrarti irrispettoso. È che… vedi, se c’è una cosa per cui non riesco a prendere sul serio questo mio… “potere”… è proprio questo. Sembra un racconto a fumetti, no? Baronian e i fantasmi americani–.
– Chi è Baronian? –.
– Scusa, hai ragione non mi sono presentato. Alessio Baronian. Sono io –.
La ragazza annuì. Per la prima volta da quando si era seduta si guardò intorno. Il cameriere fece cenno di avvicinarsi per prendere l’ordinazione, ma Giulia lo fermò scuotendo la testa.
– Ora, Giulia, non so cosa hai pensato tu oggi e che idee ti stiano passando per la testa, ma cerca ti fartene una ragione da subito: è tutto qui –.
– Che significa “è tutto qui”? –.
– È tutto qui. Il fantasma di tuo padre è tornato. Ha la faccia di un altro, come sempre, ma verrà comunque riconosciuto dalle persone a cui era legato. Adesso apparirà qua e là, in modo imprevedibile. Qualche volta apparirà a te, altre volte a me, forse a qualcun altro con cui ha avuto a che fare. E nel giro di un paio di mesi, in genere è questo il tempo, tornerà da dov’è venuto, ovunque sia. È tutto qui –.
Gli occhi di Giulia si sciolsero in uno sguardo triste.
– Lo so – disse Baronian – tu volevi chiedermi di metterti in contatto con tuo padre. Parlare con lui. Dirgli quanto ti manca, chiedergli se sta bene, cosa c’è lì dove si trova, o magari regolare qualche vostra faccenda in sospeso. È sempre così. Ma io non sono un medium. Non parlo con i morti. Non ho nessun potere capisci? Magari adesso tuo padre appare qui accanto a noi, magari no. Non dipende da me, ma da lui –.
Lo sguardo di Giulia non era di tristezza, ma di delusione. Solo in questo momento Baronian si prese un po’ di tempo per studiare meglio la ragazza che aveva di fronte. Una ventenne, piuttosto carina, con quella famelica determinazione che solo alcuni ragazzi hanno e quella velocità a farsi deludere da chi è più grande di loro. Le mani infilate nelle tasche del giubbotto, la testa leggermente china, Giulia fissava torvamente Baronian con i suoi occhi celesti. Il superconsulente, il catalizzatore, l’archimandrita l’aveva delusa.
– Ne parli come se la cosa non ti riguardasse –, disse.
– Ma è così. Non mi riguarda –.
– Dici che sono morti tragiche, appaiono a te, da vent’anni. E tu ti lasci passare queste ombre accanto senza chiederti se non ci sia un motivo per cui sia proprio tu il catalizzatore e non qualcun altro, senza chiederti come sia possibile tutto questo –.
– Senti – disse Baronian – c’è un uomo in Vietnam che non dorme da 37 anni. C’è un bambino in Cina che ha sviluppato la visione notturna, come quella dei felini. Ci sono io, in Italia, che da vent’anni sono carta moschicida per gli spettri. Se vuoi saperlo, a casa ho interi scaffali di video, libri e registrazioni su tutto ciò che riguarda l’aldilà, lo spiritismo, le voci dei morti e altre amenità di questo tipo. Mi sono informato, ho studiato queste materie. L’ho fatto, all’inizio perché speravo di trovare un modo per liberarmi di questo… potere, poi perché a questo potere un po’ mi ci sono affezionato. Ma io resto fondamentalmente uno scettico. Io sono un consulente aziendale, è questo il mio lavoro. Vendo numeri colorati ai manager, non gestisco presenze soprannaturali –.
– Va bene – disse Giulia alzandosi – grazie per la chiacchierata–.
Prima che la ragazza raggiungesse la porta del locale, Baronian la fermò con una domanda.
– Tu sei la figlia di una delle vittime dell’incidente alla Sebastiani vero? Tuo padre era uno degli impiegati morti nel disastro? –.
– No – disse la ragazza – io sono la figlia di Riccardo Merz –.
Baronian la fissò scuotendo leggermente la testa.
– Riccardo Merz – disse Giulia – l’uomo accusato di aver fatto saltare in aria il serbatoio di melassa –.

 

10.


Quando avvenne l’incidente alla Sebastiani, Manuppello conosceva Ferreri già da alcuni anni ma solo nei giorni oscuri del dopo tragedia imparò a comprendere con turbamento la vera fibra di quell’uomo. La parola manager, per definire Sergio Ferreri, era più che l’indicazione di un ruolo professionale: quell’uomo davvero governava gli eventi, manu agere, conduceva con mano la sorte di persone, cose, avvenimenti. Se Manuppello, dal 12 marzo del 2007, aveva smesso di dormire, si era gonfiato e passava giorni e notti ostaggio di nausee e paura, Ferreri sembrava che fosse stato addestrato fin da ragazzino a fronteggiare accadimenti simili.
In quei giorni Manuppello non riusciva a staccarsi da Ferreri. La vicinanza di quell’uomo gli sembrava l’unica possibilità, per quanto flebile, di salvezza. C’era stato il primo incontro con i legali e le parole che Manuppello aveva sentito in quella circostanza – incidente colposo con colpa cosciente, omissione volontaria di misure cautelative, omicidio volontario con dolo eventuale – gli avevano tolto il sonno. Ma aveva visto come si comportava Ferreri, e questo lo rassicurava. Manuppello aveva visto Ferreri recarsi dai familiari dei colleghi che avevano perso la vita nell’incidente, lo aveva visto staccare un assegno da venticinquemila euro a favore della vedova di Federico Pagnotto, lo aveva visto regalare una playstation e un lettore mp3 ai figli di Franca Davide, lo aveva visto continuare a parlare senza perdere colpi, di fronte allo sguardo dei parenti delle altre vittime, della sua teoria dell’esplosione, dell’attentato, del suo impegno personale a trovare il colpevole, lo aveva visto entrare dalla porta principale del duomo di Montagnana, il giorno dei funerali, come se nessuno stesse fischiando e gridando contro di lui, come se non avesse visto un gruppo di persone prendere a calci la corona di fiori della Sebastiani.
Quando lo vide rispondere con tranquillità alle domande dei giornalisti, subito dopo i funerali, Manuppello pensò che Ferreri avrebbe saputo gestire con disinvoltura anche un’eventuale invasione aliena. E non poteva sapere, in quel momento, che cinque anni dopo si sarebbero trovati ad affrontare davvero qualcosa che non era di questa terra. Questo era Sergio Ferreri, il mago dell’antiprisma, un manager stregone capace di proteggere se stesso e i suoi accoliti.
Ma era chiaro a Manuppello, e probabilmente anche allo stesso Ferreri, che per uscire puliti e profumati dal fiume di merda in cui si trovavano serviva un salvagente che fosse inattaccabile. Riccardo Merz era perfetto. Ex operaio della linea di distillazione della Sebastiani, licenziato in tronco pochi mesi prima dell’incidente per reiterata insubordinazione, in causa con l’azienda, attivista del movimento “No Dal Molin”, fermato più volte dalla polizia per resistenza alle forze dell’ordine.
Una settimana prima della data fissata per la prima udienza saltò fuori il video girato nel piazzale della Sebastiani. Manuppello non capì mai, né ebbe il coraggio di chiederlo, come quelle immagini fossero finite nelle mani di Ferreri. Il file era stato girato con un cellulare e conteneva una clip di soli quindici secondi facente parte con tutta probabilità di un frammento più ampio. Chi aveva filmato quelle scene si trovava tra la folla di una delle ultime assemblee degli operai della Sebastiani a cui aveva partecipato Riccardo Merz prima del licenziamento. Sul sito di una delle organizzazioni sindacali presenti in azienda era disponibile un montaggio video di quella stessa assemblea, ma i quindici secondi della clip di cui era in possesso Ferreri erano stati tagliati. Nel frammento inedito di Ferreri, che venne presentato dai legali dell’azienda come elemento probatorio, si vedevano per lo più teste, striscioni e mani alzate, ma quando l’inquadratura si alzava leggermente era possibile vedere l’edificio che ospitava gli impianti della linea di distillazione e, alle spalle di questo, la sagoma massiccia del serbatoio. La clip riprendeva quella che appariva come la fase conclusiva dell’intervento di Riccardo Merz all’assemblea. Dopo una frase tronca, Merz riprendeva fiato e urlava: – se l’azienda non ci darà risposte chiare su che fine faremo questo serbatoio salterà come un tappo di merda! – Come un attore principiante, Merz indicava il primo gigantesco anello d’acciaio accanto a lui nel momento stesso in cui pronunciava la parola “serbatoio”. Seguiva un’ovazione della piccola folla di fronte a lui, poi il video si interrompeva.
Quando Manuppello vide per la prima volta il filmato pensò che quei quindici secondi contenevano un sillogismo di impressionante eleganza: l’azienda non aveva dato risposte chiare; il serbatoio era saltato come un tappo di merda; Riccardo Merz era il colpevole. Con gradualità, Manuppello riprese a dormire la notte. Nel frattempo procedevano i complessi lavori di ripulitura dell’area della Sebastiani, dentro un cappa d’aria carica di vapori dolci che con l’approssimarsi dell’estate diventava sempre più stucchevole. La melassa ormai solidificata aveva imbrunito gli edifici, bruciato l’erba intorno come un’ondata di acido o di siccità. Gli zuccherifici Sebastiani si avviavano ormai verso l’inevitabile liquidazione. L’acquirente straniero si era palesato. Le organizzazioni sindacali avevano aperto i tavoli di negoziazione.
L’udienza preliminare si concluse con il rinvio a giudizio per Sergio Ferreri e Vito Manuppello. A Ferreri, in qualità di amministratore delegato, venne contestato il reato più grave: omicidio volontario con dolo eventuale. Per Manuppello, che in qualità di direttore delle risorse umane era anche responsabile della sicurezza sul lavoro, si ipotizzò l’omicidio colposo. Ma nel frattempo il video in cui si vedeva Merz che profetizzava l’esplosione del serbatoio faceva il suo lavoro. Il pubblico ministero iscrisse Riccardo Merz nel registro degli indagati. Ci fu un mandato di perquisizione. Tre settimane dopo l’onda di melassa, nel corso di un’indagine, nel frigorifero dell’appartamento di Merz vennero trovati alcuni flaconi contenenti perossido di acetone, un esplosivo artigianale che si ottiene utilizzando, tra gli altri componenti, acqua ossigenata e alcol industriale, proprio come quello distillato nello zuccherificio di Noventa Vicentina.
Quello che sarebbe dovuto essere il processo ai manager della Sebastiani diventò improvvisamente il processo a Riccardo Merz. Fino ad allora i giornali locali, e non solo, avevano parlato di morti bianche, omissione di cautele, dirigenti disposti a passare sopra alla vite umane pur di raggiungere gli obiettivi aziendali. Ora si metteva in scena una trama di  vendetta individuale, di antagonismo sociale (l’attentato era stato compiuto da un operaio, i morti erano tutti impiegati), di invidia e terrore. Tutti si chiedevano, Ferreri e Manuppello in particolare, cosa avrebbe detto Merz in tribunale, quali sarebbero state le sue dichiarazioni, in che modo avrebbe tentato di difendersi.
Mancavano pochi giorni all’inizio del processo quando il corpo di Riccardo Merz venne ritrovato incagliato in un canneto del fiume Frassine, proprio sotto il cavalcavia della provinciale 19.

Un catalogo di morti americane
ELVIS PRESLEY (1935-1977)

 

So what if he looks like a wart–hog in heat?
He knows we all love him–
We’ll just watch him eat,
So take down the foil
From his hotel retreat,
And bring back The King
For the man in the street!

(Frank Zappa, «Elvis Has Just Left The Building»)


Dell’uomo che giocava coi morti avevo sentito parlare per la prima volta tanti anni prima. Ormai doveva essere molto vecchio, molto più vecchio di me. Per questo motivo, quando vidi che chi aveva aperto la porta di ingresso per farmi entrare non era che un ragazzo, rimasi piuttosto sorpreso.
Avevo raggiunto l’abitazione verso l’ora di pranzo. Era un caseggiato basso, appena visibile dalla strada principale, in agguato tra le curve di Montezuma Road, poco prima che la serpentina rivelasse il grappolo di campi da golf di Borrego Springs nella California del Sud. Ci erano volute quattro ore di macchina dal mio nascondiglio segreto.
– Non immaginavo fosse così giovane –, dissi al ragazzo una volta che fummo entrambi nell’ingresso, al riparo dal sole del deserto. Quello mi guardò per un paio di secondi, poi sorrise. – Non sono io l’uomo che sta cercando – disse – io sono solo il suo aiutante –.
Mi condusse così attraverso un breve corridoio, in un vasto salone le cui pareti erano ricoperte da scaffali fino al soffitto. Sembrava impossibile che una stanza così grande potesse far parte dell’edificio in cui mi trovavo che, visto dalla mia auto pochi minuti prima, dava l’impressione di essere molto più piccolo. I volumi ospitati dagli scaffali erano tutti simili sebbene fosse evidente che, nel corso degli anni, vari tipi di rilegature e chissà quanti tentativi di catalogazione avevano increspato l’ideale uniformità di quella collezione.
– Come funziona? –, chiesi al ragazzo. In realtà sapevo benissimo come funzionava la cosa. Chi mi aveva fornito il contatto con l’uomo che giocava coi morti mi aveva spiegato anche cosa sarebbe accaduto una volta entrato nella sua casa.
– Prenda un foglio dallo schedario, per cominciare – disse il ragazzo – scelga il morto con cui vuole giocare –.
Mi avvicinai agli scaffali. Mi accorsi presto che, come mi auguravo, i raccoglitori erano in ordine alfabetico. Il ragazzo si accorse che stavo leggendo le iniziali sui dorsi. – Non c’è una regola in questo senso – mi disse allora – ma se sceglie a caso, è meglio –.
– Va bene –, dissi. In realtà stavo cercando quel nome preciso, ma non avevo intenzione di farlo capire al ragazzo, così finsi di passeggiare stupito di fronte agli scaffali, come se ancora non avessi iniziato davvero a scegliere. Finalmente vidi il raccoglitore che conteneva la scheda che mi interessava. Lo tirai giù dallo scaffale e lo appoggiai su un tavolo che si trovava al centro della stanza. Sfogliai velocemente le varie schede finché non trovai quella che cercavo, quella per cui ero arrivato fin lì. Lessi con un brivido il nome: Elvis Aaron Presley e le date di nascita e di morte riportate immediatamente sotto. Pensai che il fatto stesso che quella scheda si trovasse lì, nel leggendario schedario dei morti dell’uomo che giocava coi morti, significava che la mia missione poteva già ritenersi compiuta. Ma ormai c’ero, e volevo arrivare fino in fondo. Oggi so che se invece me ne fossi andato senza sfidare l’uomo avrei goduto di una maggiore, sebbene falsa, tranquillità.
– Ecco – dissi al ragazzo – ho scelto –. Stavo per sollevare la scheda verso di lui, quando il ragazzo mi disse: – No, non me la faccia vedere. Io non devo vederla. Nessuno deve sapere cosa ha scelto, eccetto lei e l’uomo che sta per incontrare –.
Venni fatto accomodare in un piccolo salottino. La porta di fronte alla mia poltrona era quella in cui avrei finalmente incontrato l’uomo che giocava coi morti. Mentre attendevo di entrare diedi un’occhiata alla scheda. C’era una grande quantità di particolari. In quelle righe erano contenuti dettagli che si faceva fatica a credere che gli stessi diretti interessati potessero ricordare.
La porta si aprì, il ragazzo comparve di nuovo. – Può entrare, prego –, disse. Lasciò la porta socchiusa e sparì nel corridoio che avevamo attraversato poco prima. Avanzai cautamente. La stanza era in penombra. Si intuiva un mobilio essenziale. Era incredibile pensare che oltre quelle tende nere e pesanti si aprissero miglia e miglia di deserto e di piante di yucca arrostite dal sole. Là dentro, invece, l’unico punto di luce proveniva da un minuscolo scrittoio con abat–jour.
L’uomo che giocava coi morti era al lato opposto della stanza, seduto su quella che sembrava una sedia a rotelle. Gli occhi dell’uomo erano ricoperti da una pezza nera. Impossibile stabilire, con quella poca luce, l’espressione del viso.
– Si sieda lì – mi disse – lo scrittoio è per lei –. La voce era quella di un uomo molto anziano. Ubbidii.
– Mi dica il nome –.
– Il mio? –, chiesi con un brivido. Sentii il vecchio sorridere.
– Il suo nome non mi interessa – disse – mi interessa il nome del morto che ha scelto –.
– Elvis. Elvis Presley –.
– Il re – disse il vecchio dopo qualche secondo – è tanto tempo che non gioco contro il re. Non è un avversario particolarmente difficile, ma la lista della spesa è un probema. Sulla lista della spesa, lo ammetto, potrei cadere. Dica la verità, è per questo che l’ha scelto. Per la lista della spesa –.
– Io… veramente… ho scelto a caso –, mentii. E comunque non avevo idea di cosa stesse parlando l’uomo che giocava coi morti.
– Come funziona il gioco? –, chiesi poi.
– Ora le racconterò nel dettaglio le circostanze della morte della persona con cui ha scelto di sfidarmi. Elvis Presley. La scheda le servirà per verificare che non sto omettendo nulla –.
E così l’uomo che giocava coi morti cominciò il suo gioco. Mi raccontò ogni cosa, fin nel dettaglio. La data, ovviamente, la persona che aveva ritrovato il corpo, la stanza della villa di Graceland in cui era stato trovato, la causa del decesso, il nome del medico legale, le principali reazioni della stampa. Scorrevo le righe sulla mia scheda e rimanevo ammirato per la fedeltà con cui l’uomo che giocava coi morti riportava ogni particolare.
– Che fine ingloriosa per un re – disse poi – morire sulla tazza del cesso. Infarto da costipazione cronica. Aveva il colon di dimensioni spropositate, una mobilità intestinale pressoché inesistente. Era un grosso sacco pieno di cibo –.
Per qualche secondo tra me e l’uomo che giocava coi morti non vi fu altro che il silenzio del deserto. Mi chiesi se avessimo finito, se fosse tutto qui.
– Bè… –, iniziai a dire.
– Un momento – fece il vecchio – non ho mica finito. Mi lasci la soddisfazione di esibirmi in un ultimo virtuosismo. Mi lasci affrontare la zona di rischio –.
Restai qualche secondo in silenzio, sperando che il vecchio si spiegasse meglio.
– Ogni scheda del mio archivio ha quella che mi piace chiamare la zona di rischio. Un dettaglio, o un gruppo di dettagli, particolarmente difficili da ricordare. Nel caso di Elvis, la zona di rischio è la Graceland Shopping List, l’elenco di alimenti che Elvis Presley pretendeva fossero disponibili sempre, a qualsiasi ora, nella dispensa della sua villa. Il gigantesco minibar del re –.
Scorsi la scheda. Verso la fine era riportato l’elenco di cui stava parlando l’uomo che giocava coi morti. Un elenco che io avevo completamente dimenticato.
– Dunque – iniziò il vecchio – carne macinata, scongelata e pronta all’uso; una cassetta di bottiglie di Pepsi; una cassetta di bottiglie di aranciata; pane in cassetta; almeno sei scatole di biscotti, pane per hamburger; sottaceti; patate; cipolle; frutta fresca assortita; crauti in scatola; wurstel; almeno tre bottiglie di latte; bacon; mostarda; burro di noccioline; spremuta d’arancia fresca; pudding alla banana e brownies, preparati freschi ogni giorno; hamburger; ketchup; gelato alla vaniglia e al cioccolato; polpa di cocco; biscotti al caramello; gomme da masticare alla menta piperita, alla menta glaciale e ai frutti misti, tre pacchetti per ogni qualità –.
Il vecchio tirò il fiato. – Come sono andato? –, chiese.
– È incredibile – dissi – ha ricordato tutto –.
– Non sono sicuro di aver detto gli alimenti nell’ordine previsto dalla lista originale, ma, sì, dovrebbe essere tutto –.
– No, no. Anche l’ordine era giusto –.
Pensai a quante schede erano ospitate nello schedario della stanza accanto. Centinaia, migliaia. Quest’uomo ricordava con estrema esattezza le circostanze della morte, e una quantità di particolari più o meno direttamente connessi, di un numero enorme di persone.
– Qual è il senso di tutto questo? –, chiesi.
– Per lei o per me? –.
Non risposi.
– Mi vengono a trovare in molti – disse il vecchio – per alcuni sono solo un fenomeno da baraccone, per altri una sfida, un’eccezione da studiare. Ma penso che più o meno tutti cerchino una specie di consolazione. Sapere che non siamo foglie al vento, che le vite lasciano una traccia e che c’è qualcuno che la ricorda –.
Anch’io, sebbene per altre ragioni, mi sentivo rassicurato. Non c’era motivo che mi fermassi ancora. Mi alzai e feci per raggiungere la porta.
– E comunque c’è un senso anche per me in questo gioco – disse il vecchio – non si dimentichi di lasciare un’offerta al ragazzo. Io vivo di questo –.
Annuii. Nella piccola sala d’aspetto il ragazzo mi attendeva con l’aria di un cameriere che sta per aprire la porta ai clienti che hanno finito di cenare. Tirai fuori quattro o cinque biglietti da un dollaro e glieli consegnai, insieme alla scheda con cui avevo giocato.
Fuori il bianco del sole mi assalì. Cercai nelle tasche le chiavi della mia automobile. Non avevo ancora messo in moto quando sul patio vidi il ragazzo corrermi incontro con un braccio alzato. – Un momento! Un momento! –, gridava. Abbassai il finestrino.
– Questo è un messaggio da parte del signore –, disse allungandomi una piccola busta bianca sigillata. Guardai prima la busta e poi il ragazzo con aria molto stupita.
– Il signore si raccomanda di aprirla solo quando sarà tornato a casa –, disse il ragazzo.
Lo salutai con un cenno del capo e infilai la busta in una tasca della giacca.
Percorsi con la testa vuota le quattro ore di guida che mi separavano dal mio nascondiglio segreto. Tornai in tempo per il mio turno di notte alla stazione di benzina. E solo quando mi tolsi la giacca per infilare la tuta da lavoro mi decisi finalmente ad aprire la busta con il messaggio dell’uomo che giocava coi morti.
Lessi le prime righe e mi dovetti sedere.

So che non sei morto, ma non ti preoccupare: so mantenere un segreto.
A proposito: mi ha fatto piacere vedere che hai buttato giù qualche chilo. Sei davvero in forma, re.
Buona fortuna.

Accesi una sigaretta e prima di aspirare la prima boccata incendiai le parole che aveva scritto l’uomo che giocava coi morti. I camion, intanto, sfrecciavano sull’interstatale, davanti alla mia stazione di benzina.

 

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Una Risposta to ““Le resurrezioni”, di Federico Platania / 4”

  1. Nicola Talanta Says:

    Mi piace! Voi cosa ne pensate? A me piace.

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