Sedurre il mondo

by

di giuliomozzi

Nel Manuale di scrittura per principianti leggo, a pagina 6:

A chi, in questi anni, mi ha chiesto perché io abbia iniziato a scrivere romanzi ho sempre dato la stessa risposta, che è la più sincera di tutte: io scrivo per sedurre il mondo. Dunque voi dovete scrivere per sedurre il mondo.

Osservazioni: (a) un’affermazione sincera non è necessariamente vera: Tolomeo era sinceramente convinto che il moto del Sole e dei pianeti avvenisse secondo un certo modello;
(b) non si può testimoniare la propria sincerità, perché qualunque bugiardo può farlo senza nessuna difficoltà;
(c) il “dunque” è incongruo: se Cotroneo scrive romanzi per una certa ragione soggettiva, ciò non comporta che tutti gli altri debbano farlo per la medesima ragione soggettiva (né comporta che quella ragione sia oggettiva, ossia necessaria per tutti).
(d) e tanto meno il fatto che Cotroneo dichiari di scrivere romanzi per una certa ragione soggettiva comporta che tutti gli altri debbano farlo per quella medesima ragione soggettiva.
Continuo a leggere, di séguito:

E in questo caso la parola sedurre vuol dire innanzi tutto una cosa. Avere l’ambizione di tenere con voi, sulle vostre pagine, un lettore che della vostra vita, dei vostri pensieri e dei vostri desideri non sa nulla.

Osservazioni:
(e) se la parola “sedurre” vuol dire “innanzi tutto una cosa”, immagino che voglia dire anche altre cose. Nel testo (potete controllare) non si dice da nessuna parte che cos’altro voglia dire “sedurre”;
(f) “sedurre” non significa “tenere con sé”, bensì “distogliere da” (v.);
(g) la difficoltà non sta tanto nel fatto che il lettore non sa nulla di me: sta nel fatto che io non so niente di lui (qui però siamo nell’ordine dell’opinabile);
(h) resta da spiegare perché (mi pare sottinteso nel discorso di Cotroneo) dovrebbe o potrebbe essere più facile “tenere con noi” un lettore che sappia qualcosa della nostra vita, dei nostri pensieri e dei nostri desideri.
Un po’ più avanti:

Un grande scrittore, Umberto Eco, ripete sempre un paradosso: l’autore, pubblicato il suo romanzo, dovrebbe togliersi di mezzo, non disturbare il cammino del testo.

Osservazioni:
(i) Se un paradosso è una “affermazione, proposizione, tesi, opinione che, per il suo contenuto o per la forma in cui è espressa, appare contraria all’opinione comune o alla verosimiglianza e riesce perciò sorprendente o incredibile” (Treccani), sospetto che quello formulato da Eco (e da tutto un movimento culturale) non sia un paradosso.

9 Risposte to “Sedurre il mondo”

  1. Ma.Ma. Says:

    Tutto interessantissimo, mi sono soffermata però sulla “(i)” e alla fine mi sono detta: magari l’autore dovrebbe togliersi di mezzo prima di scriverlo, il romanzo. Non starà in questo il paradosso? Come levarsi dai piedi “dopo”? Di certo la cosa comunque non sorprende, forse però è di fatto poco credibile. O no? Mi sa che mi sto incartando nel ragionamento.

  2. Cristian Says:

    Come ha scritto Giorgio Fontana ( molto bello Morte di un uomo felice) qualche anno fa su minima&moralia la scrittura nella sua forma più compiuta è una sistematica distruzione dell’ego, non si scrive per affermare sé ma allo scopo di uscire da sé, di staccare un oggetto da sé , e in questo senso può avere senso l’idea di togliere di mezzo l’autore, nel senso in cui in Se una notte dìinverno un viaggiatore Calvino (Silas Flannery) arriva a ipotizzare un esso scrive come un it’s raining. Forse lo scrittore più vero è Bartleby nel momento in cui riesca a negarsi, a rinunciare al non scrivere

  3. maria rosa Says:

    “A chi, in questi anni, mi ha chiesto perché io abbia iniziato a scrivere romanzi ho sempre dato la stessa risposta, che è la più sincera di tutte: io scrivo per sedurre il mondo. Dunque voi dovete scrivere per sedurre il mondo.”

    Io interpreto la sincerità di cui parla Cotroneo come una “sincerità” dal suo punto di vista, non dice che sia vera o no. Piuttosto la prescrizione “dunque voi dovete scrivere…” è incongrua. Come afferma Mozzi, è quel conettivo che è fuori luogo e potrebbe indurre l’apprendista scrittore a seguire un modello unico. E invece proprio molteplicità e la differenza caratterizzano uno scrittore.
    In quanto al “sedurre” , anche se l’etimo del verbo indica un “andare fuori da sè, tuttavia l’affermazione non mi trova in disaccordo. Evidentemente qui il termine è usato per comunicare un significato diverso: attrarre a sè.Che può essere un errore di scelta semantica, ma non concettuale. Lo scrittore deve sapere appassionare il lettore e, avendo solo la parola per farlo,deve tenere presente un suo lettore ideale di riferimento. Non si scrive solo per sè. La scrittura è sempre una forma di comunicazione . Anche negandosi , come dice Cristian (“Forse lo scrittore più vero è Bartleby nel momento in cui riesca a negarsi, a rinunciare al non scrivere”),anche in questa forma si comunica un’impossibilità ad esprimersi. La citazione , poi, di Calvino (Se una notte…) non credo di avere capito bene in che contesto argomentativo si collochi.

  4. Cristian Says:

    voglio dire : quanto di ce Fontana naturalmente secondo me va in senso opposto a Cotroneo: non sedurre affascinare qundi esibire sé ,ma offrire, svuotarsi (Fontana: distaccare un oggetto da sé) tendenzialmente dileguarsi, qundi nella direzione di Silas Flannery che dice: solo quando mi verrà naturale d’usare il verbo all’impersonale potrò sperare che attraverso di me s’esprima qualcosa di meno limitato che l’individualità d’un singolo ( appunto ” esso” scrive, come dice più sotto)

  5. acabarra59 Says:

    “ 3 settembre 1987 – « Non si scrive né per sé (pia menzogna dietro cui si cela un’ambizione apprensiva), né per gli altri (almeno se si parla di scrittori degni di questo nome). Si scrive per quel sé, lettore ideale di se stesso, che finisce con il coincidere con il sé ideale degli altri. » (Dice Pontiggia) “ [*]
    [*] Lsds / 551

  6. acabarra59 Says:

    “ Domenica 4 ottobre 2015 – Quando ho letto il titolo dell’editoriale di Eugenio Scalfari – « In Italia abbiamo un piacione e ci vuole innamorare » , ho pensato che, a parte tutto, c’è in Italia chi parla uno strano italiano. Chiamerò questo italiano strano « lingua romana », intendendo con ciò indicare il modo di parlare dei giornalisti del Gruppo Espresso-Repubblica, che poi è anche, a ben vedere, quello del cinema, nonché della televisione etc. Nell’occasione ho anche ripensato, con dolorosa nostalgia, a un vecchio diario: « 15 giugno 1985 – Ora che guarda sempre la tv la mamma dice: “ Tarda serata “ invece che “ La sera tardi “. ». Comunque, forse, è davvero tardi. (Stamani mi sono svegliato sentendo un fischio fortissimo. Ho guardato fuori ma non riuscivo a capire da dove venisse. Poi ho capito: ce l’avevo io, negli orecchi… ) “ [*]
    [*] Lsds / 552

  7. Giulio Mozzi Says:

    Ah. Questo appunto non era per la pubblicazione. L’ho pubblicato per errore e me ne accorgo solo adesso. Ma ormai tant’è. Ho aggiunto la fonte della definizione di “paradosso”.

  8. dm Says:

    (Secondo me, in letteratura si scambia molto spesso l’effetto con la causa. Se uno scrittore riesce a “sedurre il mondo” (Cotroneo), o a “distruggere l’ego”(Fontana via Cristian) o chi sa che altro, questo è molto spesso un effetto del testo. Non è ciò che ha portato al testo. Non è l’impulso generatore. Mi riesce difficile immaginare uno scrivente che s’alza di bel mattino e pensa: ah, oggi voglio sedurre il mondo; oppure: oggi voglio distrugger l’ego. Mi riesce facile immaginare uno scrivente che s’alza di bel mattino e pensa: ho bisogno di raccontare questa storia; oppure: ho bisogno di trasferire a qualcun altro questa emozione, per capirla meglio, per lavorarci su. E simili. Poi magari, nel farlo, seduce il mondo o distrugge l’ego o chi sa che altro. Ecco, mi sembra che ci sia una certa differenza.)

  9. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 16 giugno 1998 – Mi sono fatto l’idea che la critica letteraria – quella che c’è, quella che critica – non ami la letteratura. O forse no: la ama anche, ma soprattutto la teme, la guarda con diffidenza, come a una cosa pericolosa, da cui si deve difendersi. Quello che la critica teme nella letteratura è la seduzione, cioè il fatto che un libro di letteratura può « impossessarsi » di chi lo legge, delle sue facoltà, dei suoi sensi. Amare la letteratura significa lasciarsi condurre dove la letteratura vuole condurti, con una certa inevitabile imperscrutabilità. Per lasciarsi condurre da un libro là dove il libro vuole andare bisogna fidarsi, affidarsi, consegnarsi al libro. Anche se si scoprisse che il libro non vuole andare da nessuna parte, resterebbe che, affidandoglisi, si rinuncia al possesso di sé, per esempio del proprio tempo, e il tempo, si sa, è prezioso. Tanto peggio sarebbe se si scoprisse che il tempo che la letteratura ti ruba è destinato a un impiego giudicato comunemente poco interessante come quello del dormire. Cioè si accertasse che tutto quello che un libro di letteratura vuole da chi gli si affida, cioè che lo legge, è che dorma, è farlo dormire. E questo spiegherebbe perché nei libri di letteratura c’è sempre un’aria di sonno, e anche di sogni, quelli che si fanno dormendo. Con gli occhi inevi-tabilmente chiusi. Si capirebbe perché chi scrive è sempre « un uomo che dorme », o che ci prova, o che vorrebbe dormire. Ma il sonno, salvo che nelle cliniche specializzate, non gode di buona fama. Tutti pensano che chi legge non piglia pesci, non piglia niente, magari viene pigliato, in giro, e forse per questo non leggono. Certo, il sonno è una cosa strana e anche paurosa. Fa paura lasciare tutto, le facce, le voci, le luci, gli odori, i sapori: insomma: perdere i sensi. Perderli tutti meno uno, il senso del sonno. Perché nel sonno, poi, tutti i sensi vengono ritrovati: c’è vita nel sonno, nel senso del sonno. Nel sonno ognuno fa quel che vuole e, soprattutto, è quello che è. E leggere – un libro di letteratura – è scegliere di dormire – e di sognare – insieme a quel libro, a chi l’ha scritto, nel senso in cui l’ha scritto, in cui dorme, in cui sogna. Per questo la gente ha paura e preferisce restare sveglia. La gente ha paura dei sogni e forse fa anche bene, chissà. Perché nei sogni succedono cose strane, che da svegli non si capiscono e forse è meglio così. Sarebbe meglio che uno i sogni se li facesse da solo, senza pretendere di raccontarli: non c’è niente di peggio che sentirsi raccontare un sogno. Ma se è così non c’è niente da preoccuparsi, dico della seduzione, dico la critica. Che si preoccupa troppo. E avrà i suoi buoni motivi. Forse le farebbe bene dormire un po’. Sognare qualcosa. Perché anche la critica – quella che c’è, quella che critica – sogna. E poi ce lo racconta. E, come si è detto, non c’è niente di peggio che farsi raccontare un sogno. Mah. « Fatti un altro sonno », dicono a Roma. Sì, io che dormo così poco, che mi sveglio terribilmente presto, forse perché anche io ormai ho paura di dormire, che non sogno più come prima – sognavo benissimo, io -, io, parlo per me, me lo farei volentieri. (Mi sono fatto l’idea che quello che la critica della letteratura fa è avere paura della letteratura. Che è un po’ come la paura dei ladri. Ma di quella non parla nessuno) “ [*]
    [*] Lsds / 553

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