Dieci buone ragioni per non dare credito ai “decaloghi” di Giulio Mozzi

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dieci-dita1

di giuliomozzi

1. Uno che si esprime sistematicamente per decaloghi deve averci un ego un po’ così.

2. Non è possibile che qualunque materia possa essere compressa (o espansa) in dieci punti. Sarebbe ora che il nostro Procuste incontrasse il suo Teseo.

3. E’ ormai palese che il “decalogo” è diventato (almeno per Mozzi) un puro e semplice genere letterario. Un po’ come gli Esercizi di stile di Raymond Queneau. Innumerevoli variazioni su un numero ristretto di argomenti (i luoghi comuni sull’editoria).

4. Nessun editore ha mai concesso a Mozzi potere decisionale. Fare il “consulente” è tutt’altra cosa. In realtà Mozzi decide, eccome: ma solo nel senso di escludere. I suoi “No” sono fatali, i suoi “Sì” sono in realtà dei “Forse, proviamo…”. In sostanza: agli editori Mozzi serve per tenere lontane le mosche, non per trovare capolavori.

5. Di lui si dice sempre: “Ha scoperto Avoledo”. A parte il fatto che Avoledo l’avrebbe scoperto chiunque (bastava leggerlo), Avoledo il Mozzi l’ha scoperto quindici anni fa; e da allora? Da allora tanti scrittori bravini, per carità; ma uno, dico uno solo, che abbia “bucato”?

6. Insomma: la posizione del Mozzi nell’editoria italiana non è “centrale” (= potere), ma non è nemmeno quella dell’ “outsider” (= creatività). E’ quella del mediocre che una volta ha avuto una botta di culo, e da allora ci campa. (Niente di male, per carità: il mondo è dei mediocri).

7. D’altra parte, anche la sua “parabola creativa” ha avuto la stessa dinamica. Il Mozzi scrittore ha dato il meglio di sé tra il 1993 e il 1998 (può piacere o non piacere, ciò che fece in quegli anni; comunque, come dimostra la produzione successiva, quello era il meglio che potesse dare). Poi: libricini, minutaglia raccogliticcia, qualche (raro) guizzo. Ci sono blogger che sono diventati scrittori, Mozzi è uno scrittore che è diventato blogger.

8. A leggerli tutti di fila, i decaloghi di Mozzi non possono che dare l’impressione di un cupio dissolvi. L’immagine dell’aspirante scrittore che viene fuori dai suoi decaloghi (perché, inevitabilmente, le ormai centinaia di “buoni consigli” finiscono per produrre un’immagine del consigliato-tipo) è terrificante. Viene il sospetto che forse gli avrebbe fatto meglio frequentare un po’ di più gli scrittori affermati, e un po’ di meno quelli falliti. (D’altra parte: uno che si fa scrivere da amici e allievi un libro in cui lo uccidono…).

9. Che poi: questi “decaloghi”, servono effettivamente a qualcosa? O sono le imitazioni di Crozza, che mettono in ridicolo solo chi è già di per sé ridicolo?

10. Questo è un “decalogo”, e l’ha scritto il Mozzi. Decidete voi quanto potete dargli credito. Avete presente il paradosso del cretese?

10dita

39 Risposte to “Dieci buone ragioni per non dare credito ai “decaloghi” di Giulio Mozzi”

  1. helgaldo Says:

    11. Seguendo i decaloghi di Mozzi ci sono scrittori che sono diventati mozzi. Se non vi piace la navigazione non dategli credito,

  2. Salvatore Says:

    “Ci sono blogger che sono diventati scrittori, Mozzi è uno scrittore che è diventato blogger.” – questo passaggio è bellissimo, non avrei saputo dirlo meglio.🙂

  3. giros Says:

    Fenomenale, per paradosso è l’unico decalogo buono di Mozzi che finora abbia mai letto. I punti 5-6-7 sono quelli più interessanti (e veri, almeno secondo me)
    Complimenti, quasi quasi continuo a seguire questo blog🙂

  4. helgaldo Says:

    Salvatore, se avresti saputo dirlo meglio non saresti andato a un corso da Mozzi…🙂

  5. Giulio Mozzi Says:

    Giros: l’importante è avere un’idea precisa della propria storia e delle proprie capacità. Non sopravvalutarsi, non sottovalutarsi; prendersi sul serio, e ricordare che si può sempre sbagliare.

  6. giros Says:

    Anche su questo che hai detto mi trovo d’accordo. Prendersi sul serio a volte si a volte anche no, dipende. Comunque chi ammette i propri errori sarebbe da fargli un monumento, non ne ho conosciute molte di persone in grado di farlo. L’importante secondo me è solo una cosa: evitare che le nostri nevrosi quotidiane riescano ad alterare la nostra capacità di agire e di pensare. Non è facile perchè di nevrosi ne abbiamo tutti. Ma bisogna sempre provarci. Le nevrosi secondo me sono il nostro peggior nemico.

  7. marcocandida Says:

    Giulio, dovresti vedere un film che si chiama Whiplash. L’hai visto?

  8. giros Says:

    Sul punto 6 io direi che pubblicare qualcosa è sempre una botta di culo. Poi se questo qualcosa è bello, tanto di guadagnato per tutti, se non lo è, pazienza. Non credo che la mediocrità si misuri però con questo, con il successo o l’insuccesso (in tutti i campi). Secondo me la mediocrità è altra cosa e si riferisce alla sfera personale. Può essere mediocre anche il più grande campione di tutti i tempi come può essere eccelso chi appunto è una “bella persona” e basta. Poi non so, potrei anche sbagliare, è una mia opinione.

  9. roberto Says:

    Decalogo intelligente e onesto come al solito, anche se naturalmente non del tutto condivisibile, ma una domanda: postarlo alle 6.22 significa notte in bianco, alba tragica o istruzioni per aspiranti scrittori?

  10. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 5 ottobre 1998 – « New York, 15 aprile 1953 – Bellezza dell’italiano – Quell’erezione di prima mattina nel sonno – quando la vescica è greve e il membro ritto – l’ho sentita chiamare da un toscano “ l’albetta “. » (Paolo Milano, Note in margine a una vita assente, [1991]) “ [*]
    [*] Lsds / 546

  11. Giulio Mozzi Says:

    Roberto: né notte in bianco né alba tragica. Sono uno che dorme poco e bene.

    Sai Giros: io sono convinto che se ho pubblicato qualcosa è perché ho scritto qualcosa di buono. Un buono normale, mediocre, niente di che: ma buono.

  12. donatella Says:

    Secondo me, e lo dico da insegnante di letteratura italiana, Giulio Mozzi è uno straordinario critico letterario. Ho fatto leggere in classe le riflessioni sui Promessi sposi trovate in Vibrisse e i ragazzi hanno capito il Manzoni senza bisogno di usare i libri di testo. E hanno pure capito perche è importante studiarlo.

  13. Giulio Mozzi Says:

    Macché “straordinario critico letterario”, Donatella. Non esageriamo. Al massimo sarò un discreto compilatore di sussidii didattici.

  14. donatella Says:

    No, Giulio, scusami, ma avresti dovuto vedere le facce dei miei ragazzi. Straordinario ti hanno definito loro e io concordo.

  15. giros Says:

    Sì, GM, lo so che hai scritto qualcosa di buono. Può sembrare strano visto che a volte si hanno opinioni diverse quando ci si incrocia qui sul blog, ma ho letto qualcosa di tuo e per quanto possa valere il mio giudizio di semplice lettore, mi è piaciuto molto.

  16. Rollo Tommasi Says:

    I decaloghi (non solo quelli di Mozzi) sono divenuti di sicuro un genere letterario. Se abbiano credito o meno, allora, non è il punto. La grande dote del decalogo è quella della sintesi. Su questo sito li ho consultati molto: alcune osservazioni sono condivisibili, altre no… ma la verità è che in sé questi decaloghi sono utili, al di là della condivisibilità.

  17. Giulio Mozzi Says:

    Giros: il punto non è quale sia il tuo giudizio sui miei lavori (che, sia chiaro, se ti sono sembrati almeno discreti, ne sono solo contento).

    Il punto è che io sono ben convinto che se a suo tempo (nel 1992…) mi sono trovato con due proposte di pubblicazione in mano (Theoria e Bompiani), e quindi nella felice condizione di poter scegliere, benché avessi fatto circolare solo due racconti – ciò era dovuto sicuramente al momento storico favorevole (oggi nessun editore farebbe un contratto “di scommessa”) e al fatto che avessi azzeccato (ma mica per caso) la persona giusta a cui mandare il mio primo racconto (Marco Lodoli, che si spese generosamente): ma anche al valore dei testi che avevo fatto circolare.

    Insomma: sono convinto che non è stata una “botta di culo”.

    Così come sono convinto che non è stata “botta di culo” per molti altri. Tra coloro dei quali conosco, per esserne più o meno implicato, la storia editoriale, cito: Mariapia Veladiano, Giorgio Falco, il succitato Tullio Avoledo, Alberto Garlini, Nicola Gardini, Alessandra Sarchi…

    Tutti costoro, per esempio, hanno scelto bene le persone alle quali rivolgersi. Che non è mica poco. E si sceglie bene se si è attenti, se ci si informa, se si ha un’idea precisa di quello che si fa e di quello che fanno gli altri, così via.

    Dopodiché, credo che la mia opera sia tranquillamente dimenicabile. Non credo che tra vent’anni sarò nelle storie della letteratura.

  18. RobySan Says:

    I decaloghi di Giulio sono le seggiole della legge.

  19. Giulio Mozzi Says:

    Che è come dire, Roby, che ci hanno sempre sulla faccia il culo del custode.

  20. GiuseppeC Says:

    Ci sono state opere degli anni ’90 e dei primi anni ’00 che avrebbero meritato promozione e diffusione maggiori, traducendole per mercati esteri almeno dell’Europa occidentale, rappresentative com’erano di un ecosistema di dimensione piu’ ampia dello Stivale. Sinceramente credo sia un errore pensarsi oggi italiani e basta: un progetto ben congegnato di opera letteraria dovrebbe partire originariamente gia’ in lingua di mercato (inglese) e tentare di collocarsi in quei contesti, facendo magari leva sul flavour italiano. Forse Mozzi non avrebbe fatto i milioni uguale, ma in mezzo a The Cannibals e agli omologhi europei, non si considererebbe oggi un dimenticabile. Come modesto aspirante, mi tocchera’ ripensare le mie strategie da manoscrittaro narrativo e continuare in lingua.

  21. acabarra59 Says:

    “ Giovedì 1 ottobre 2015 – « Un certo modo di raccontare la storia » (Titolo di Repubblica sulle foto dell’Espresso) “ [*]
    [*] Lsds / 547

  22. Farli direttamente in inglese | Cinquanta Poesie Says:

    […] e tentare di collocarsi in quei contesti, facendo magari leva sul flavour italiano. Forse Mozzi (https://vibrisse.wordpress.com/…/dieci-buone-ragioni-per-n…/) non avrebbe fatto i milioni uguale, ma in mezzo a The Cannibals e agli omologhi europei, non si […]

  23. dm Says:

    Quasi nessuno può permettersi di scrivere in una lingua che non sia la propria lingua madre. Mantenendo intatto il proprio dicibile. In my opinion. Ma si può anche sacrificare il proprio dicibile per il mercato. Ma allora tanto vale scriver merda. (Scusate l’espression(ismo)).

  24. acabarra59 Says:

    “ Martedì 11 dicembre 1996 – Il dottor Collotorti stamani ha parlato sul tema: Croce contro il giacobinismo linguistico. Non l’ho sentito ma posso anche immaginare quello che ha detto. Il giacobinismo non piace a nessuno, tantomeno ai letterati. Che vorrebbero restare a casa, a parlare la lingua materna, la madre lingua, la lingua madre, che non gradiscono di farsi risciacquare i panni, né in Arno né altrove, che amano il favoloso sporchetto, il delizioso « inciucio » – delizioso il « ciu », delizioso il « cio « -, l’aum aum, il lingua in bocca, il casettadetrastevere, il tuttiacasa, etc etc. Il giacobinismo non piace nemmeno a me. Anch’io, che sono un uomo e non un caporale, vorrei stare là dove « io lo nacqui », e non muovermi mai. Però molto dipende da dove uno è nato. Io sono nato nei pressi dell’Arno, dove i panni sono sempre puliti. Almeno così dicono perché io non ci credo e comunque non voglio crederci più. (E poi mia madre era una donna strana) “ [*]
    [*] Lsds / 548

  25. GiuseppeC Says:

    Fra opere e merda ci saranno stadi intermedi eheh, io faccio panini (robina veloce, commestibile e finanche saporita ma robina) e una lingua mi varra’ l’altra. Comunque non intendevo che Mozzi o tu avreste dovuto o dobbiate scrivere in lingua aliena, era un appunto alla macchina editoriale delle major. Ciao.

  26. dm Says:

    Sì, Giuseppe, ho capito che non era un suggerimento il tuo. Fammi esprimere però il mistero e lo sconcerto in relazione a chi ne è capace. Ma, scusa la domanda invadente, il tuo inconscio non parla l’italiano…? Voglio dire: possiamo esprimere significati nelle lingue che conosciamo, magari anche dei significati profondi, ma dei significanti profondi…?
    Questo è il mio dubbio. E a te che scrivi poesie non sembrerà un dubbio campato per aria.

  27. GiuseppeC Says:

    Sono quasi bilingue e tento una narrativa di soli fatti, agnostica alla lingua. PS: Sono comunque una schiappa e non faccio testo eheh.

  28. dm Says:

    Uhm. Well… Break a leg!
    Così è di migliore auspicio.

  29. Giulio Mozzi Says:

    Il mio inconscio parla italiano, ma quello dei Seicento (secondo me). Secondo la mia amica Sara, invece, parla ebraico.

  30. GiuseppeC Says:

    Daniele, ovviamente hai ragione sui significanti profondi e non volevo eludere ma se ora sto dentro i romanzetti mainstream e’ perche’ sulle cose serie non ho piu’ nulla da dire. Del resto, se dopo vent’anni in queste robe uno salva solo cinquanta poesie, di ponti alle sue spalle se ne e’ tagliati decisamente troppi. Ciao e buona strada. Giuseppe.

  31. Pensieri Oziosi Says:

    Anche se non esattamente numerosi, non mancano i casi di scrittori in grado di fare letteratura in una lingua che non era la loro prima lingua, come, ad esempio, Joseph Conrad, Oscar Wilde, Samuel Beckett, Emil Cioran, Vladimir Nabokov. Nel caso di alcuni scrittori, come Elias Canetti o Jack Kerouac, non è neppure così semplice stabilire quale fosse la loro lingua madre.

    Di autori giunti in Italia in età adulta che pubblicano in italiano mi vengono in mente Tahar Lamri e Claudiléia Lemes Dias.

  32. dm Says:

    Giuseppe: ho capito. Buone cose anche a te. Magari un giorno ci vediamo per fare una chiacchierata.

    Giulio: però dev’essere complicato vivere in traduzione. Io per esempio, che sono un tipo molto semplice, ho un inconscio che parla come mangio e scrive come bevo. È lui che ti augura buona giornata adesso.

    Pensieri Oziosi: sì. Quando mi è uscito il commento del “Quasi nessuno può permettersi di scrivere in una lingua etc” avevo in mente proprio i santini che hai giustamente incollato qui sopra. Meno gli ultimi due. (Ciao).

  33. Giulio Mozzi Says:

    Quasi tutti gli scrittori italiani fino al primo Novecento hanno scritto in una lingua che non parlavano.

  34. dm Says:

    Anche Aldo Busi dice di aver imparato l’italiano come una lingua straniera, perché prima era il dialetto. Mi pare comunque che non si tratti della stessa estraneità sentita verso una lingua straniera appartenente a un altro gruppo linguistico. Vale lo stesso per il tuo esempio, secondo me.

  35. acabarra59 Says:

    “ Giovedì 14 febbraio 2002 – Poi, sul finire della giornata, mi viene in mente che anche la Francia è lontana, ed è giusto che sia così. Quello che intendo dire è che la mia passione per la lingua francese – la lingua che mi insegnava la nonna, la lingua della letteratura che ho sempre amato, la lingua che, grazie anche a Bernard Pivot, in questi ultimi vent’anni ho di fatto imparato a leggere se non a parlare – è pur sempre la passione per una lingua straniera, cioè un sentimento poco chiaro, sicuramente elusivo, un sentimento probabilmente un po’ vile, che si alimenta più del disprezzo di ciò che è presente che dell’ammirazione di ciò che non c’è. Tutto questo non va bene. Per uno che non vuole limitarsi ad amare una lingua per ciò di prezioso che essa contiene, ma vuole parlarla, vivere la sua ricchezza, condividere la sua gloria, ma anche le sue disgrazie, cioè il suo destino. Per uno che vuole amare una lingua, una lingua è innanzitutto necessario averla. E ognuno infatti una lingua ce l’ha. È quella che impara da piccolo, dalla mamma, dai dolci parenti. La lingua dei giochi, dei nomi, dei desideri. La lingua delle collere, degli spaventi, delle felicità. La lingua dei luoghi, la lingua dei giorni. La lingua delle carezze, la lingua dei sogni. È la lingua che, crescendo, si impara a parlare. La lingua che, anche se poi si cambia, non si dimentica mai. La mia lingua. (Ricordo che, trent’anni fa, durante un soggiorno a Parigi – era già la terza o quarta volta che ci andavo -, improvvisamente decisi che non volevo più sforzarmi di parlare il francese. Si sforzassero loro, pensavo. Forse era solo un modo di dire, ma, anche se per un turista era un po’ strano, io lo pensavo davvero. Forse ero solo stanco. Oppure volevo tornare. Anche se non ero andato molto lontano. Ma soprattutto volevo parlare io. Nella mia lingua. Perché una lingua sapevo di averla) “ [*]
    [*] Lsds / 549

  36. Giulio Mozzi Says:

    Allora: al di là degli esempi di scrittori che “migrano” prima da un luogo all’altro e poi da una lingua all’altra (e in tempi recenti, in Italia, si possono fare tanti nomi: da Ornela Vopsi a Nicolai Lilin, da Jhumpa Lahiri a Igiaba Scego, da Diego Mainardi a Jadelin Gangbo – vedi una breve panoramica), resta il fatto che la lingua italiana è una lingua per così dire artificiale (un’esposizione divulgativa, spedita e affidabilissima: Franco Brevini, La letteratura degli italiani, Feltrinelli). Fino a qualche generazione fa era patrimonio di pochissimi. Svariati padri della patria hanno scritto in “italiano” (o, per essere più precisi, nella lingua letteraria italiana) senza averla come lingua madre e senza parlarla abitualmente: e dico dall’Ariosto al Manzoni.

    Un caso interessante (ma che conosco troppo poco) è quello della lingua ebraica. Per secoli l’ebraico è stato sostanzialmente una lingua sacra e rituale; solo nel corso dell’Ottocento, e direi a fine Ottocento, col crescere del movimento sionista e per impulso di svariati intellettuali, associazioni, organizzazioni ecc. è stata “rifondata” la lingua ebraica per la vita di tutti i giorni. Quando fu costituito lo Stato di Israele, e cominciarono ad affluirvi ebrei da ogni parte del mondo, ciascun gruppo parlava la lingua del luogo (italiano, inglese, tedesco, spagnolo…) e/o eventualmente l’yiddish. Ci fu dunque tutta una generazione, e forse più di una generazione, di intellettuali e scrittori israeliani che adottarono – almeno per i testi scritti – l’ebraico solo in età adulta. Eccetera.

    Mi ricordo una discussione, qualche anno fa, tra Abraham Yehoshua e Assia Djebar: nella quale il primo accusava la seconda di errore politico e artistico perché scriveva non nella lingua del suo popolo (l’arabo d’Algeria) ma in quella dei colonizzatori (cioè in francese); e lei ribatteva spiegando la differenza che c’è tra lo scrivere in arabo d’Algeria per un pubblico che non esiste e scrivere in francese per essere letta in tutto il mondo. (Nella discussione, avvenuta a Ferrara durante un festivalino, Yehoshua parlava un terribile inglese, Djebar uno splendido francese).

  37. dm Says:

    Sì, Giulio. Io non ho dubbi che sia possibile scrivere in una lingua diversa dalla lingua madre. Mi sentirei sciocco ad averlo pensato.
    Credo invece che la lingua con la quale si è cresciuti, sempre che sia una sola ovviamente, si porti appresso una miniera di significati e di significanti altrimenti inesprimibili. Certo. Si può fare buona letteratura in una lingua straniera e si può persino passare alla storia scrivendo capolavori. Non è questo il punto, e sicuramente l’esito di questa operazioni in termini valoriali mi interessa pochissimo. Dicendo sul serio (perché ora stiamo discutendo su un commento mio che è una provocazione, ed è evidente, come scrive Giuseppe più sopra, che tra capolavori e deiezioni ci sia un gran bel lasso di possibile), posso dire che secondo me adottando un’altra lingua per magari ottimi motivi si sceglie di tacere di tutta quella profondità accumulata nel bacino della propria lingua. Mi sembra un fatto (psichico, diciamo così) talmente lampante che non è il caso di mettersi a discutere. Del resto, il caso di Lilin, che tu nomini tra i tanti, è secondo me significativo. Un lettore attento alle superfici del testo e diciamo alla “funzione poetica” del linguaggio non può evitare di chiedersi come sarebbe uscito lo stesso racconto in una lingua ombelicale alla creatività dello scrittore. Perché nei libri di Lilin questa “perdita di dicibile” è, mi pare, denunciata ad ogni virgola. E magari fa testo, cioè magari produce un effetto buono per l’opera, non so dire. (Di sicuro il contributo degli scrittori approdati a un’altra lingua è importante per il rinnovamento e la freschezza della lingua etc, non è certo di questo però che si sta discutendo).

  38. dm Says:

    (Aggiungo – prendendo anche spunto dalla pagina di diario di acabarra qui sopra – che non mi sembra un argomento efficace quello che accosti chi una lingua ce l’ha, e sa di averla, a chi una lingua non l’ha, o non è spendibile e faticosamente la elabora e la stravolge.)

  39. acabarra59 Says:

    “ 6 luglio 1987 – Anche in bocca a un ciclista il francese resta quello di Racine: una lingua severa solenne sonora tragica, quasi un latino per il secolo Ventesimo. “ [*]
    [*] Lsds / 550

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