L’invenzione del vero. Qualche appunto su “La terra bianca” di Milani e “Muro di Casse” di Santoni.

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di Demetrio Paolin

Ho preso alcuni brevi appunti su due libri apparentemente diversi, ma che secondo me toccano un nodo interessante del raccontare le storie; anche se differiscono tra di loro per l’indagine che svolgono e per il modo in cui la svolgono il loro dissimile approccio mostra in realtà una sorta di comune sentire che mi piacerebbe mettere in evidenza.

I testi in questione sono La Terra Bianca di Giulio Milani, e Muro di Casse  di Vanni Santoni, entrambi pubblicate da Laterza, ma posizionate in due collane differenti e  con due focus narrativi diversi: il malaffare, l’inquinamento e lo sfruttamento scriteriato delle Alpi Apuane in La terra bianca e lo studio di quel fenomeno complesso e proteiforme della musica rave nel libro di Santoni

Entrambi i libri hanno registrato diverse recensioni che si sono concentrate sull’argomento trattato, perché interessante dal punto di vista civile o sociologico. Non posso negare che anche io leggendoli ho avuto un’esperienza di conoscenza; ovvero entrambi i libri mi hanno portato ad avere maggiori informazioni su due fenomeni che sostanzialmente mi erano lontani per cultura (il rave) o per geografia (le Alpi apuane).

Chiusi i due libri, però, nel momento in cui tentavo di dire qualcosa di sensato su queste letture, mi sono reso conto che a interessarmi non era tanto il tema del libro, ma altro.

Queste poche righe tentano di rendere conto di questo altro.

La mia idea è che gli autori abbiano voluto scrivere due romanzi, in cui hanno messo al servizio del loro tema gli strumenti della finzione; come se per sondare la verità, per andare al nocciolo più profondo di quello che noi raccontiamo e proviamo, ci fosse bisogno di una struttura finzionale; un atteggiamento che risulta ancora più netto se mettiamo in correlazione le due opere con  i testi a cui, volontariamente o meno,  Milani e Santoni si sono confrontati ovvero Gomorra di Roberto Saviano per La terra Bianca e Last Love Parade di Mancassola per Muro di Casse.

Per quanto riguarda il libro di Milani a colpirmi è il differente uso della prima persona rispetto a Saviano.  L’Io di Saviano è il tentativo di poggiare tutta la verità degli accadimenti narrati sul fatto che chi li narra è realmente lui; Gomorra sembra suggerire al suo lettore ipotetico: “Se io che racconto sono proprio l’io vero, postulando cioè la perfetta coincidenza tra autore, agente e narratore, le cose che racconto non possono che essere vere”.

La scelta di Saviano è comunque una scelta che non può durare e non può neppure essere sostenuta per l’intera durata del libro, che possiede pur sempre una struttura “di finzione” (il montaggio, la scelta degli episodi da raccontare, il tono del racconto).

In La terra bianca la descrizione del fenomeno della distruzione della Alpi Apuane viene raccontata come un deciso vorticare dentro il fenomeno, Milani non è osservatore come Saviano, un osservatore che cerca di essere neutro per dire tutta la verità. Saviano vuole essere come Primo Levi un teste esemplare, dimenticando che l’io testimoniale di Levi è molto più ambiguo e ombroso di quello che una prima ed elementare lettura di Se questo è un uomo può far sembrare. La terra bianca, invece, è un continuo camminare e un continuo scoprire. Milani cammina, partecipa, parla e discute. L’autore ha deciso di portare in scena un parte, perché nessun testimone è neutrale. La neutralità è soltanto un auspicio infondato,  perché per quanto oculare il testimone di un fatto ne conosce solo una singola porzione (Esperimento: provate semplicemente a raccontare un incidente stradale a cui avete assistito. Per quanto voi vi sforziate non potrete mai essere neutri, ma sceglierete in punto di vista, un tono o una metafora che definiranno la vostra posizione).

Ecco perché Milani, secondo me saggiamente, non costruisce un io monolitico, o un io che assomigli troppo a sé, ma crea un personaggio. Questo procedimento serve per svuotare il personaggio narrante, rendendolo  una figura, una allegoria, in cui ognuno possa riconoscersi.  Mentre leggevo questa sua ultima fatica mi è tornato in mente un altro suo testo più strettamente legato alla scrittura dal titolo L’arte della scrittura e della caccia col falcone (Transeuropa). In quel caso Milani analizzava il debito di ogni letteratura, compresa la sua propria alla teoria e all’interpretazione scritturale di Auerbach in Mimesis. Ogni narrazione può avere, sto semplificando brutalmente, due protagonisti: Cristo o Ulisse. Il personaggio che dice io ne La terra bianca non è Giulio Milani ma Ulisse, un personaggio totalmente fittizio che l’autore usa per descrivere un fenomeno grave, che entra nella nostra mente grazie alla potenza dalla sua narrazione che non pretende di essere storia, o saggio, o pamphlet di denuncia civile, ma vuole essere in primo luogo una storia che ci costringe a sederci e a sapere come va a finire.

Un discorso simile secondo me vale per l’opera di Santoni, se messa a paragone con Last Love Parade di Mancassola; testo quest’ultimo che mi ha sempre fatto pensare a documento di confessione, a un profondo momento di introspezione dell’autore che sceglie lo scandaglio di una musica che ama e che gli ha dato la possibilità di conoscere altre persone e altre realtà per confessarsi e raccontare il suo passaggio all’età matura  Questa sorta di affresco crepuscolare di sé è lontano dal libro di Santoni che invece prende la sua esperienza e la divide in tre rivoli narrativi completamente differenti, in tre storie che si incrociano, in cui i protagonisti di una diventano comprimari nelle altre; proprio im questa scelta a prisma che separa a luce sta la vocazione narrativa di Muro di Casse. Anche Santoni avrebbe potuto come Mancassola dire: ecco io vi racconto la mia esperienza del rave e della musica tekno, proprio perché dalle interviste rilasciate dall’autore sappiamo che è stato un osservatore attento e partecipato di quel fenomeno.

La struttura tripartita di Muro di casse, invececrea un’epopea (ci sono grandi viaggi, personaggi mitici, paesaggi quasi incantati) che travalica la singola esperienza di chi dice io, di chi ha visto e prova diventare “monumento” di tutti, luogo dove ognuno possa dire: “Questo è stato anche per me”. La scelta del romanzo, che rappresenta la fase germinativa del libro stesso, sembra suggerire che per la descrizione di alcuni fenomeni l’invenzione del vero sia più potente dalla rappresentazione del vero.

Questi due testi quindi ci pongono davanti una serie di interrogativi. Prima di tutto ci spingono a cercare di comprendere cosa sia per noi testimonianza e cosa sia per noi storia. Ci stiamo sempre più muovendo verso una polarizzazione tra queste due categorie come se la verità potesse essere detenuta o dagli storici o dai testimoni. E se invece nessuna delle due ipotesi fosse quella migliore? Se non fosse proprio lo strumento del romanzo, della creazione del verisimile la possibilità più autentica di dire la verità?

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8 Risposte to “L’invenzione del vero. Qualche appunto su “La terra bianca” di Milani e “Muro di Casse” di Santoni.”

  1. paolaboggi Says:

    Bellissimo.
    Grazie

  2. due recensioni di #MuroDiCasse @editorilaterza su Vibrisse e @consumatoricoop | sarmizegetusa Says:

    […] Segnalo questa recensione uscita sul numero di settembre di Consumatori e questa di Demetrio Paolin appena uscita su Vibrisse. […]

  3. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 15 gennaio 2010 – Io non credo a quello che vedo. Dirò di più: io credo che quello che vedo sia falso. O comunque non vero, cioè inverosimile, improbabile, inattendibile. In quanto comico, cioè drammatico, ma assolutamente non serio. Io credo che quello che vedo sia malefico. Credo che si veda, che lo vedano tutti. Credo che tutti sappiano tutto, che tutti sappiano che quello che vedono è il Male, il puro assoluto Male. Credo che il Male piaccia, a tutti, da matti. “ [Lsds / 532

  4. giros Says:

    Mi ha incuriosito fortemente il primo titolo citato, La terra bianca e cercherò di leggerlo. Mi ha incuriosito perchè trovo le differenze evidenziate con Saviano molto reali. Non amo Saviano, pur essendo nato nella sua città. Penso infatti che le sue descrizioni andavano fatte in maniera diversa scegliendo o il reportage giornalistico o il racconto e non mescolando le cose. Mi sembra invece che Saviano abbia fatto proprio questo. Interessante poi il fatto che l’io narrativo non debba essere monolitico.

  5. GiuseppeC Says:

    Trovo questo tipo di scritture eccessivamente ambiguo nei confronti del lettore e preferisco dunque leggere le letture di questi libri come le fanno altri invece che i libri stessi.

  6. demetrio Says:

    Ciao Giuseppe non ho capito se trovi ambigui i libri di cui parlo o la mia lettura dei libri.

  7. GiuseppeC Says:

    Ciao Demetrio, intendo i libri. Si tratta di scritture programmaticamente vischiose. Uno strato di mediazione in piu’, cioe’ la resa di un lettore reale col quale sottoscrivo un altro tipo di contratto (informazione prima di infotainment) mi aiuta a pesarne il livello di ambiguita’. Spero sia chiaro cosa intendo: la sospensione del giudizio che mi chiede quel tipo di scritture e’ per me eccessiva. Grazie e saluti a te.

  8. Monica Cerroni Says:

    Direi che si tratta di antonomasia, perché i promessi sposi, appunto per antonomasia, è il titolo del libro di Manzoni. Poiché però l’espressione è antonomastica, è avvertita come plurale e concordata ad sensum.

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