Del pericolo di fare ciò che si ama (e di amare ciò che si fa).

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di Claudia Mandracchia

[Invito a leggere questo articolo apparso nella rivista Gli asini. gm]

La mia esperienza nell’editoria cominciò nel 2009. Due mesi dopo la mia laurea specialistica mi trasferii a Milano dove iniziai a collaborare con una casa editrice che si occupa di scolastica. Come la maggior parte di coloro i quali vogliono lavorare nell’editoria, il mio obiettivo sarebbe stato la varia. Ma l’incontro, del tutto causale, con la scolastica cambiò le mie prospettive, facendo nascere un amore inaspettato per un certo tipo di libri e per un certo tipo di lettori: i bambini e i ragazzi, che su quei libri avrebbero cominciato a farsi una propria idea del mondo.
Tuttavia ben presto mi sarei accorta che le mie aspirazioni (alle quali, purtroppo o per fortuna, continuo a credere) si sarebbero scontrate con la realtà che, per sua stessa natura, ha ben poco dello slancio di cui sono fatti i sogni e i desideri più elevati.
Alla fine del mio periodo di stage (per il quale ho avuto la fortuna di percepire un compenso) chiesi all’editor per la quale avevo lavorato se ci sarebbe stato un “dopo” per me in azienda. Era dicembre e le vacanze si avvicinavano. La sua risposta fu “buone vacanze, poi magari ne riparliamo”. Non aveva smesso di fissare lo schermo del pc mentre le parlavo e, prima ancora che potessi chiederle qualcos’altro, mi aveva congedata. Tuttora aspetto che me ne parli, del mio stage, di come era andato, di un mio eventuale inserimento nell’organico della redazione. Aspetto, per l’esattezza, da quasi cinque anni.

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15 Risposte to “Del pericolo di fare ciò che si ama (e di amare ciò che si fa).”

  1. Andrea D'Onofrio Says:

    Davvero bello. Brava Claudia.

  2. enrico ernst Says:

    Come un singulto, leggendo il testo di Claudia sono tornati alla luce miei vissuti nelle case editrici, della scolastica e della varia… collaboratori nei sottoscala, finti contratti “a termine” cococo cocopro, necessità di lavorare anche dall’ospedale, redazioni “distrutte” da un giorno all’altro, solo non rinnovando contratti che da decenni si protraevano, nessun diritto ecc. colpisce di questo racconto della (dalla) “banalità del male”, che Claudia non faccia un solo nome, di persona o di casa editrice… questo è interessante secondo me anche proprio dal punto di vista dell’efetto narrativo: qui in Vibrisse si parlava di “omissioni” nella letteratura…

  3. melaniaceccarelli Says:

    ma, sindacato? avvocato? abbiamo – ancora dei diritti, che possono essere tutelati. Spero solo che, giustamente, Claudia abbia omesso di dire che ha cercato di tutelare i propri diritti.

  4. dm Says:

    (Purtroppo gli argomenti sleali di certi datori di lavoro risultano tanto più persuasivi quanto più il clima politico in materia di diritti li rispecchia.)

  5. ire Says:

    PER ME LA TUA ATTESA TRADUCE AMORE! L’AMORE MUOVE TUTTO.

  6. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 19 settembre 1998 – Scrivere un diario è anche un esercizio di pazienza. Ho cominciato a scrivere il mio – vent’anni, assolutamente più di vent’anni, fa – quando ho capito quanto fossi stato impaziente. Lo ero stato così tanto da non capire niente. Da non scrivere niente. Io che a scrivere avevo sempre tenuto tanto. Ero stato impaziente perché avevo perduto la pazienza. Scrivere un diario era anche un modo di andare alla ricerca della pazienza perduta. Scrivendo il diario ho imparato che anche la pazienza è un esercizio, che va esercitata, se non si vuole perderla. A meno che la pazienza non sia una specie di grazia, di fortuna, di destino. Che ci viene da chissà dove, da chissà chi. E, quando si è persa, ritrovarla è quasi impossibile. “ [*] [**]
    [*] Lsds / 514
    [**] A proposito di pazienza, oggi ho avuto la strana idea di comprarmi un’Educazione sentimentale in italiano – leggerla in francese è istruttivo e anche parecchio chic, ma, francamente, ho l’impressione di perdermi qualcosa -, così sono andato alla libreria, l’unica del paese sud-orientale in cui mi trovo, ma era chiusa. Il tempo passava, il sudestico pomeriggio progrediva, ma nessuno veniva ad aprire. Io, per ingannare l’attesa, guardavo la vetrina. In vetrina c’era soprattutto la foto di Maurizio Maggiani, “ l’autore più premiato d’Italia “, recitava la scritta. Io ho notato che il perspicace fotografo l’ha inquadrato leggermente dall’alto, cosicché lui ti guarda leggermente dal basso, con quella faccia un po’ così etc. Io comunque ho pensato che, un giorno o l’altro potrei scrivere un libro anche io, che so, un La pazienza del pellicano, o del cormorano, o del gabbiano etc. In ogni caso, è sicuro che, come ogni pazienza, anche ogni diario ha un limite. O forse si deve dire il contrario. Mah. Boh. Chissà.

  7. Cristian Says:

    tutto bene acabarra ma io toglierei quel “Mah. Boh. Chissà.

  8. acabarra59 Says:

    “ Giovedì 26 marzo 1998 – « Dal meridione venne Simonetta, un salernitano grasso, con i baffi: aveva sposato una ragazza della nostra città, e gli avevano trovato quella sistemazione, come responsabile del lavoro culturale. Per prima cosa si fece compilare un elenco degli intellettuali cittadini, degli avvocati, dei medici, degli insegnanti, dei professionisti, e andò a presentarsi a tutti. A Marcello strinse la mano con calore, ed entrò subito in argomento: “ Come lei sa – gli disse – c’è oggi in Italia la crisi del libro “. » (Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale, 1957) “. [*]
    [*] Lsds / 515

  9. stefano Says:

    Io non capisco. Dopo cinque anni ancora aspetti. L’unica cosa che avresti dovuto fare era mandarla affanculo allora, e non l’hai fatto. Poi hai lavorato per altre aziende di merda, e dai la colpa all’inganno che circola nel mondo culturale. Io posso capire le cazzate che si fanno in amore, ma non queste cose, fatte da persone che hanno passato la vita a leggere e studiare e che in tutto questo tempo non hanno mai provato a cercarsi e parlarsi per mettere assieme i soldi e fare le case editrici per cui avrebbero lavorato, invece di pietire lavori di merda da case editrici di merda. E non capisco questo richiamo alla resistenza, che è ancora un atteggiamento passivo. Basta con la resistenza, stiamo parlando di libri. Non ti piace una casa editrice? Non ci lavori. Non sta scritto da nessuna parte che uno debba lavorare, e lavorare in certi posti. Invece di restistere contro un nemico immaginario, cominciate a fare quello che volete fare, ovvero fate ciò che amate e amate cio che fate. Non c’è nulla di pericoloso in ciò, a meno che non amiate drogarvi, gli sport estremi, la guerra o non so che altro (il sesso non protetto).

  10. dm Says:

    Stefano, sai che non capisco il tuo sfogo?
    Dici:

    Non sta scritto da nessuna parte che uno debba lavorare, e lavorare in certi posti.

    Ma in molti casi è proprio scritto – cioè necessario – che uno debba lavorare.

    E:

    Non ti piace una casa editrice? Non ci lavori.

    Sì ma, non è che le offerte di lavoro piovano dal fico, di questi tempi. Se uno, mettiamo, ci mette mesi a trovare un lavoro, magari ci mette poco più di un attimo a rinunciarci. No?

    E anche:

    Invece di restistere contro un nemico immaginario, cominciate a fare quello che volete fare, ovvero fate ciò che amate e amate cio che fate.

    Il “nemico” mi sembra piuttosto concreto. Meno concreto (e quindi in odore di immaginarietà) è “fate ciò che amate”. Per dire, a me piacerebbe lavorare in una libreria: se non mi prendono da nessuna parte che faccio, apro una libreria con un capitale immaginario?
    (La risposta patrigna – che è poi la più responsabile – è: fai quello che puoi fare. Ovvero il friggitore in un Mc Donald’s, o che).

    E scusami, la teoria con cui si chiude il commento:

    Non c’è nulla di pericoloso in ciò, a meno che non amiate drogarvi, gli sport estremi, la guerra o non so che altro (il sesso non protetto).

    È falsificabile solo immaginando di mettersi a fare ciò che non sarebbe sensato mettersi a fare (ad esempio, se uno non è tagliato per l’impresa, “mettere assieme i soldi e fare le case editrici”, tuo suggerimento).

    Non ce l’ho coi tuoi argomenti, né con l’atteggiamento di fondo, e mi viene in mente che magari sono soltanto espressi in modo poco efficace.

  11. stefano Says:

    Be’, provo ad ampliare il discorso (non è detto che ci riesca, e che debba riuscirci). Se a te piace lavorare in una libreria e non trovi nessuno che ti ci fa lavorare, puoi provare ad aprirla da solo oppure cercare qualcuno che ti dia i soldi, o che la voglia aprire insieme a te. Ma se poi la libreria non viene frequentata non è che puoi andare a reclamare da qualcuno. Questo intendo con il fatto che il lavoro non è dovuto. Stesso discorso per chi scrive. Essere uno scrittore dipende da te, vivere scrivendo non dipende da te, ma dagli altri, che possono o meno comprare i tuoi libri. Chiaro che vale anche per chi aprisse una casa editrice. Ma appunto il successo non è dovuto e il senso è che il lavoro lo decidi tu come organizzarlo e non vieni sfruttato. Quindi l’inganno per me non è che il lavoro culturale è un fatto a sé, ma che le persone che fanno questi lavori pensino che sia un lavoro di per sé, quando come tutti i lavori dipende dal mercato e come in ogni mercato non c’è spazio per tutti. Nel caso in questione, queste situazioni che leggo da qualche anno esistono perché le persone continuano a lavorare per queste imprese (poi ci sarebbe anche la questione degli scrittori che scrivono per certe case editrici e dei lettori che consapevoli o meno ne comprano i libri). Se tutti se ne andassero queste imprese fallirebbero. E il riferimento al fare ciò che si ama è per rovesciare quello che viene detto nell’articolo. È chiaro che non tutti i sogni permettono di vivere, ma questo vale sempre, e dipende dalla natura. Amare quello che si fa in questo discorso è fare i libri nelle condizioni che rendono amabile questo lavoro, e se non succede quello che si ha da fare è cercare di farlo con le persone che condividono con te questa passione, non insistere per reclamare diritti a qualcuno che non è tenuto a darteli o che è tenuto solo per legge e non perché lo vuole. Come si fa a leggere che una persona per onorare un impegno del cavolo si mette a lavorare quindici ore? Ma che impegno è? E per mandare un libro in stampa? Ma piuttosto fai volontariato e fai qualcosa di utile per davvero. E mi incavolo perché non è che parliamo di persone fuggite dalla fame, parliamo di gente che ha famiglie che hanno pagato degli studi, di persone colte e con margini di scelta. Persone che da anni continuano a sorreggere un sistema marcio e continuano a parlare di diritti, come se i diritti piovessero dall’altro e fossero dovuti. Enrico Ernst parla di collaboratori nei sottoscala, manco stessimo parlando di rastrellamenti e riprende tra virgolette una cosa come la “banalità del male”. Naturlamente capisco la metafora, ma la trovo ugualmente assurda concettualmente. I nazisti erano nemici perché erano invasori. Qui per lavorare in posti del cavolo la gente ci fa la fila. E vorrei capire cosa studia a fare cose meravigliose per poi farsi la guerra per una postazione. Tanto studio per arrivare a tale miseria umana? E la colpa è degli altri? Io trovo pericoloso che le persone non sappiano prendersi delle responsabilità e si aspettino che qualcuno regali loro cose che non sanno darsi e che non gli spettano per principio. Quando parlo di nemico immaginario mi riferisco a questo. C’è un punto con il quale concordo, cioè il punto dello stare insieme. Ma non per resistere, ma per fare. Se non si riesce a farlo non è certo perché mancano i diritti. So bene che non è facile provarci.

  12. dm Says:

    Stefano, per aprire un’attività ci vuole un capitale iniziale. Se non hai il capitale iniziale (e non hai il modo per procurartelo: un mutuo, per esempio, a cui si accede solo a certe condizioni: un lavoro stabile, ad esempio) allora non puoi farci nulla. Solo fare castelli in aria come quel personaggio di Kurosawa, in Dodes’ka-den, che passa i giorni a costruire una grande casa nell’immaginazione e intanto manda il figlioletto a fare l’elemosina per camparci. Io la libreria non me la posso mettere in piedi, perché non ho molti soldi. Se, per assurdo, seguo per un attimo le tue fantasie, mettessi un annuncio sul giornale per cercare un tale (un pazzo, di questi tempi) che ci mettesse il capitale necessario, sarei lo stesso in balia d’un altro, in balia del suo capitale. E sarei punto e daccapo. Se ci si mettesse in trenta, per dire, nel progetto della libreria, non ci si potrebbe campare. Ammesso che le vendite i ricavi di questi tempi eccetera. E questo scorcio di millennio non ammette…
    Il mondo è più complicato.

  13. stefano Says:

    Scusa Daniele, ma ora sono io a non capire te. Che per aprire una libreria ci voglia un capitale iniziale lo sapevo già. E il punto non è se tu puoi o non puoi aprire una libreria e cosa fare per farcela. Possiamo anche parlare di come fare, magari qualcuno ha qualche idea. Forse c’è qualcuno con il tuo stesso intento, non trenta persone, meno, e qualcosa potete fare assieme. Il punto è che se ti offrono di lavorare in libreria e ti trattano a pesci in faccia forse non è il caso che continui a lavorarci. E se questo capita a molta gente forse è il caso che la gente smetta di lavorare in posti del genere. Nel caso in questione non so quanto ci vuole per aprire una casa editrice, ma non penso che tutte le case editrici di oggi siano state fondate da gente piena di soldi. E in ogni caso quelle esistenti campano grazie alle persone che ci lavorano. Se smettono di lavorarci falliscono.

  14. dm Says:

    Stefano, se ti fa bene credere che i lavoratori dipendenti scontenti delle condizioni di lavoro rimangano al loro posto quando potrebbero creare il loro stesso lavoro, okay, io non posso farci niente. Spero solo che a Disneyland ci si diverta un sacco, almeno quello.

  15. melaniaceccarelli Says:

    SI può essere giovani e inesperti ed incappare in un datore di lavoro squalo che ha in mente solo di sfruttarci. Non è a colpa essere giovani e inesperti. Si va avanti perchè, come dice anche Claudia: ” sentivo che tutta quella fatica non poteva non essere servita”. E’ normale. E’ un autoinganno molto comprensibile. Si spera sempre che non manchi molto, che il/la prossima/o ad essere assunta/o potrei essere io. Basta stringere i denti ancora un po’. Ci auto inganniamo anche perchè non vogliamo prendere coscienza del fatto che siamo state stupide. Invece siamo proprio state stupide. Ma anche questa NON è una colpa..
    Quando però ci si rende conto che stiamo vivendo un inganno, quando un datore di lavoro ci chiede di lavorare per favore e ci dice chiaramente che ci pagherà se avanzeranno i soldi, allora bisogna aprire gli occhi e capire che non c’è spazio.
    Credo che noi più adulti dobbiamo testimoniare la possibilità di un’alternativa che c’è, ci deve essere. Magari in un altro campo, magari temporanea ma bisogna costruirsela. Altrimenti che facciamo, giustifichiamo lo sfruttamento ad infinitum?
    Ciò che veramente trovo intollerabile è il pensare di non avere tutele. Non è vero, a tema di smentita lo riscrivo: le tutele ci sono. Il giudice del lavoro non ha problemi a sanzionare quel tipo di comportamento del datore di lavoro. Perchè, e questo è un altro punto importante dell’articolo, anche quello culturale è un lavoro che, per fortuna, soggiace alle leggi dello Statuto dei Lavoratori. Quando la ragazza/il ragazzo insomma quando uno è “eccessivamente” sfruttato ( e qua ormai – nel nostro tempo -conta la percezione soggettiva) deve sapere che può rivolgersi al sindacato ad un giudice. Anzi DEVE farlo.

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