Apologia del servo (e con questo abbiamo finito)

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di giuliomozzi

[Intervento tratto dal libro Se incontri Giulio Mozzi per la strada uccidilo].

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Temo che il titolo dica già tutto, perciò sarò breve. Come scrive esplicitamene Enrico Macioci, io odio tirar su allievi. Tuttavia ci ho la vocazione pedagogica, e preciso: la vocazione pedagogica, non quella dell’insegnante. L’insegnante ha da insegnare qualcosa; il pedagogo ha da tirar su qualcuno. Ovvero: fare o provocare nella vita altrui qualcosa di decisivo, o semplicemente accompagnare o facilitare o anche solo riconoscere e approvare l’avvento di qualcosa di decisivo.

Il pedagogo, si sa, è un servo. Nel suo animo però convivono e combattono la consapevolezza di esistere solo per servire e un sogno demiurgico: farò di te…

Delle cose che non servono più, ci si libera. C’è un punto, un quando, che è fatale nella vita del pedagogo: il quando bisogna farsi da parte, licenziarsi, ritirarsi. Ma più spesso avviene che sia il datore di lavoro a doversi liberare del pedagogo, a licenziarlo, a mandarlo via. Spesso a fatica. Perché il pedagogo, ahimè, vittima del sogno demiurgico, s’innamora della sua creatura. Si convince che la creatura abbia ancora bisogno di lui, peggio, che abbia sempre bisogno di lui, che avrà bisogno di lui per sempre. Può arrivare a pervertirsi e a giocare sporco: anziché gioire del termine del suo compito, si industria a perpetuarlo: e quindi diminuisce la creatura, la azzoppa, tenta di costringerla ad avere bisogno di lui per sempre. Vuole un legame, accidenti, un legame: con tutto quello che ho fatto…

Per fortuna quelle che il pedagogo pervertito considera creature, e invece sono – da sempre – persone, di solito capiscono il gioco: e mandano il pedagogo a farsi benedire, e si rivoltano contro il cattivo demiurgo, e trasformano l’affetto in sacrosanto disprezzo.

C’è poi un vezzo, che etimologicamente è la medesima cosa che un vizio, che appartiene a tutti i pedagoghi. L’insegnante dice: imparate quello che dico, non guardate come sono. Il pedagogo dice: non badare a quello che dico, guarda come sono. Il pedagogo si propone come esempio, addirittura come esempio di persona (per sembrare innocuo, però, lui parlerà di atteggiamenti, di pratiche, di modi di fare eccetera) perciò a quella che considera la sua creatura si dà tutto, nel bene e nel male. Se è stizzoso non modererà la sua stizzosità; se è distratto non controllerà la sua distrazione; se è permaloso s’impermalirà; se è pigro latiterà; se è depresso cercherà di tirarti in giù, nell’abisso; se è mattiniero ti sveglierà col buio; se è vanesio si vanterà senza ritegno; se avrà voglia di fare l’amore con te ci proverà; se è improvvisatore improvviserà; se è oppositivo battaglierà con te su ogni cosa, soprattutto quelle di minima importanza; se è egocentrico non ti darà retta; se è mediocre lo nasconderà goffamente, come fanno i mediocri. Si darà così tanto da fare, il pedagogo, a essere sé stesso e a proporsi come esempio, che alla fine anche la meno sveglia delle creature lo capirà: che il pedagogo vuole darsi, in realtà, come inimitabile. («Inimitabile», risponderà – senza battere ciglio – se interrogato, «nella mia capacità di essere me stesso, tutt’intero, qualunque cosa io sia, nel bene e nel male»).

Come è noto: ciò che si dà, lo si dà per prenderlo. Così il pedagogo vuole tutt’intera la sua creatura. Se si accorge che la persona gli si sottrae, la abbandona. Vediamo come te la cavi, dice. E se la persona se la cava benissimo, o almeno passabilmente, nel pedagogo scoppia la gelosia. Non ci vede più. Non vuole più saperne, di quella che era la sua creatura, e che ha osato pensarsi come persona, e non solo pensarsi: stare al mondo come tale. La persona ha un bel dire: «Guarda, quello che ho fatto, l’ho fatto io: non tu. Non sei tu: sono io. La sfida, l’ho vinta io: non tu». Il pedagogo sta sulla graticola, è invaso da mille tremori, è tormentato dal prurito. Aveva una creatura, e non ce l’ha più. Aveva tutto, e non ce l’ha più. È geloso come il Dio degli israeliti, il pedagogo: e davvero, nei suoi deliri, talvolta si crede un dio. È quindi – con assoluta certezza – un diavolo: e già questa, per dirla tutta, è una ragione buona e sufficiente per ammazzarlo.

Per quanto mi riguarda dico solo: spero di non aver fatto del male. O di non averne fatto tanto. Spero di aver fatto del male in misura sopportabile, gestibile.

Non ho nessuna intenzione di dichiararmi innocente. E anche questo, se volete, è un vezzo.

(«Mozzi, e l’apologia?».
«Ma vaffanculo, va’».)

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Mickey Mouse

16 Risposte to “Apologia del servo (e con questo abbiamo finito)”

  1. melaniaceccarelli Says:

    Conosco bene questi ragionamenti, per ragioni di lavoro. ho fatto l’operatrice sociale per molto tempo e il rapporto con l’ “utente” è sempre di questo genere: ti aiuto affinchè tu diventi autonomo affinchè, quindi, tu non abbia più bisogno di me. Le strategie che gli operatori sociali mettono in gioco per evitare la “propria morte” sono le più subdole e inconsce. Ci vuole un bel lavoro di supervisione, quindi di introspezione per capirlo e, capendolo, diventare maggiormente efficaci. Ci sono molte ricerche ed articoli su questo tema, in ambito sociale, che non ricordo. Molto probabilmente su Animazione Sociale (Gruppo Abele) o Fondazione Zancan.

  2. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 9 ottobre 2013 – Fra i molti mestieri che non sono riuscito a fare – io, ahimè, non sono riuscito a fare nessun mestiere – c’è anche quello del professore – forse sarebbe meglio dire « pedagogo », perché dà più l’idea di un’alta missione, di una vocazione irrinunciabile. Eppure tutto sembrava predisposto perché lo facessi. Infatti l’ho anche fatto, in precoce, precocissima età. Un po’ troppo precoce, direi. Un professore non è un uomo come gli altri, un professore è, per eccellenza, un uomo « diverso ». La « diversità » di un professore consiste nel fatto che, a differenza degli altri uomini, lui agli altri uomini vuole fare qualcosa, vuole fare qualcosa degli altri uomini, come se gli uomini fossero per lui l’oggetto di una missione, lo scopo finale di un progetto, il contenuto di una passione, innegabilmente, inconfondibilmente « amorosa ». Che cosa io volessi fare degli uomini, in che cosa volessi « cambiarli », in che senso mi sentissi abilitato a farlo, io, ora, assolutamente non lo ricordo. È passato tanto tempo è quello che è certo è che gli uomini hanno cambiato me. Non fino al punto però di fare di me assolutamente un altro, di estinguere la mia « diversità », la mia, per così dire, « professoralità ». Infatti, anche se non mi provo nemmeno a insegnare qualcosa a qualcuno, passo tutti i miei giorni, e soprattutto le mie notti, a imparare. Io che non sono assolutamente riuscito a essere un professore, sono, dopotutto, diventato un assoluto studente. Studio, studio, studio… Come se avessi tutta la vita davanti, come se gli esami non finissero mai, come se imparare potesse essere una pratica interminabile… “ [*]
    [*] Lsds / 460

  3. Rollo Tommasi Says:

    Prendiamo “Se incontri Giulio Mozzi per la strada, uccidilo” e diciamo che è un libro interno alla Bottega di narrazione (passata e presente): una sorta di brainstorming tra i vari aderenti, che possono confrontare le loro idee di “maestro” e “sul maestro”, nonché evocare la propria esperienza a contatto con lo scrittore/editor/agenteatipico. Allora il libro può funzionare.
    Prendiamo invece utenti del blog che, come me, non conoscono chi scrive né minimamente Giulio Mozzi (se non attraverso il blog). Hanno una traccia: “Se incontri Giulio Mozzi per la strada, uccidilo”. E una sottotraccia: “Uccidere Giulio Mozzi quando lo si incontra significa superare il mito del maestro, il mito del guru, il mito dell’editor; significa distruggere la possibilità che qualcuno, dentro di noi, e per di più con tutta la nostra gratitudine, possa essere il nostro padrone”.
    Cosa aspettarsi?… Possiamo discutere sul senso figurato o letterale di alcuni termini della traccia (in particolare, “per la strada” o anche “uccidilo”): quella che ho definito “sottotraccia” lascerebbe pensare alla possibilità, per gli esecutori, di ricorrere tranquillamente ad uno sviluppo solo figurato della “missione”. Tuttavia, di ricorrervi.
    Il problema, a mio modesto parere, è che la stragrande maggioranza delle storie è costruita come tributo a Giulio Mozzi, in due forme diverse: il tributo nel senso di elogio funebre (anche quando il suddetto resta vivo e vegeto, e neanche viene scalfito: ne sono esempi “Hai fatto bene”, “Persona informata dei fatti”, “La voce bassa dei maestri”, “Vita testuale”); oppure il tributo nel senso di orazione funebre (e anche qui, a prescindere dalla vita e dalla morte: vedere “E’ così che mi sono sbarazzato di lui”, “Un dolore nella spina dorsale”). Queste due varianti ne producono poi altre due, quando all’elogio o all’orazione in memoria si accosta l’elemento autobiografico: così sono costruiti “Spritz”, “La sfida l’ho vinta io”, “Forse ci sarà un giorno”.
    Una frase mi ha colpito quale punto più alto (o più basso) di questa tendenza: “Io non posso uccidere Mozzi senza uccidere me”.
    Off-topic (direbbe qualche patito del linguaggio definitivo). A me viene in mente la professoressa del ginnasio e il timore che generava l’attesa della consegna dei compiti in classe d’italiano, quando si temeva per sé la fatidica frase: “Sei uscito fuori tema”. Ecco: la mia personale impressione è proprio quella del fuori tema. Ciò prescindendo dalla scrittura – che, sempre a mio parere, è qualitativamente alta – e dalle trovate: “Persona informata sui fatti”, ad esempio, mi sembra, sotto tale aspetto, brillante.
    Sono d’accordo con altri “esterni” (quantomeno alla Bottega) che hanno commentato: manca una narrazione. E anche se è vero che né traccia né sottotraccia la imponevano, in molti casi non mi è piaciuto vederla sostituita da una sorta di cronaca diaristica.
    Tre eccezioni a tutto quanto detto: “Esercizio di morte” di Falco, “Le sindromi di Giulio Mozzi” di Montemurro, “Non sei tu, sono io” di Pittaluga (bellissimo titolo, peraltro).
    Tre buone varianti su traccia e sottotraccia.
    Ribadisco che per me la sfida l’ha vinta, alla grande, Giulio Falco, con “Esercizio di Morte”: il suo rimanere in apparenza spettatore, soggetto totalmente estraneo alle sorti del Mozzi, è sottile al limite del sadismo. Il suo continuo richiamo ad elementi esterni fa vera suspence – è morto o non è morto? –, con l’affondo finale che non restituisce certezza ma prova a farla solo intuire.
    Dentro Giulio Falco c’è solo Giulio Falco, e nessun padrone: è con questo distacco che si supera il maestro. E’ così che si uccide davvero.

  4. Giulio Mozzi Says:

    Precisazione: delle sedici persone che ho invitate per il libro, sei hanno frequentato la Bottega di narrazione. Delle altre dieci, due hanno declinato l’invito.

  5. Rollo Tommasi Says:

    E le otto che non hanno declinato l’invito? Ti conoscono? Hanno con te rapporti professionali?

  6. maria Says:

    C’è chi ama salire in cattedra…

  7. Rollo Tommasi Says:

    Nell’arte chi propone un’opera si espone ad un giudizio. In un’iniziativa “sperimentale” il giudizio può avere anche maggiore utilità, e può dar vita ad una discussione.
    Tutto questo prescinde dal valore del giudizio dato, che può anche essere totalmente sbagliato. Chi formula un giudizio si espone a sua volta ad un giudizio, come è giusto che sia.
    Maria, il tuo non è un giudizio né un giudizio sul giudizio.

  8. maria Says:

    Non è un giudizio,ma il rilievo di una sensazione che hai trasmesso(a me almeno).Non sono neanche in grado di scendere in campo.A me piace molto imparare ma l’insegnamento deve essere sgombro,o apparire tale,da un tono categorico che sottintende una valutazione inoppugnabile.A meno che questo non sia il modo che va per la maggiore di imporsi o di scatenare la battaglia dialettica.Effettivamente lo si nota con molta frequenza.Dopotutto, ho seguito l’analisi critica con molto interesse

  9. manu Says:

    @rollo tommasi
    giulio falco è giorgio falco🙂

  10. dm Says:

    (Io mi sono fatto l’idea che i giudizi su un testo letterario non sono mai “sbagliati”. Non possono che essere giusti. La distinzione è da un’altra parte: credo che ci siano giudizi espressi da persone che per varie ragioni sono destinatari di un certo testo, e giudizi di persone che invece non lo sono, ecco. E non c’entrano le competenze, le conoscenze e non è una questione di valore del lettore. La lettura è una cosa dei corpi e coinvolge le storie dei corpi, è insomma più che altro una faccenda di chimica…)

  11. acabarra59 Says:

    “ 22 ottobre 1973 – Ricordare / non è / un lavoro meccanico / come / sgranare / piselli. / Solo / da certi / ricordi / quando / nel flusso / incessante / e confuso / passano / sopra / la fiamma / dell’attenzione / si libera / come di / gas / una nuvola / … / e tutta l’anima / acquista / una particolare / colorazione. “ (Chimica empirica) “ [*]
    [*] Lsds / 476

  12. manu Says:

    aperta parentesi. eh, ma la chimica può essere anche fuorviante
    a me non basta. potendo scegliere, vorrei saper andare oltre, le storie dei corpi. chiusa parentesi.

  13. manu Says:

    ho amato a lungo ‘così parlò zarathustra’ finchè l’ho letto ‘fisicamente’. poi meno. leggere. sentire. conoscere. comprendere.
    vorrei tutto. ecco.

  14. dm Says:

    (Provo a dirlo in un modo diverso, Manu. Il giudizio su un testo letterario dipende tutto dall’esisto di una relazione: tra colui che scrive e colui che legge (salto per semplicità le… figure intermedie). E un testo letterario non è pensabile – oserei dire: non esiste – al di fuori di quella relazione… Tu puoi illuderti di fare di un testo una lettura assoluta ma sei pur sempre dentro a quella relazione e puoi argomentare a riguardo sempre relativamente, quali che siano i tuoi argomenti e la tua valutazione, insomma.
    L’illusione di una lettura assoluta, con tutto l’armamentario retorico che ne deriva, è ciò che ci permette di parlare di libri con convinzione e con una certa perentorietà, io credo).

  15. Rollo Tommasi Says:

    Anzitutto chiedo scusa per la “crasi” tra l’uccisore (Giorgio Falco) e l’ucciso (Giulio Mozzi) per cui ho inventato un inesistente Giulio Falco.
    Maria, il mio resta un giudizio assolutamente personale e non una lezione a chicchessia (che tra l’altro non avrei le competenze per dare in quanto non lavoro nel mondo dello scrivere: sono un accanito lettore e nulla più).
    Probabilmente era la mia successiva domanda a Giulio che poteva risultare antipatica, ma è sempre legata alla mia opinione: nello svolgimento dell’iniziativa c’è stata poca “cattiveria” (di quella sana, naturalmente). Per il resto non mi sono permesso di criticare nessuno: tecnicamente ho trovato delle “scritture” molto valide e, in qualche caso, delle trovate non da poco.
    In fondo, come dice DM, possiamo definire i giudizi tutti “giusti” o – secondo una provocatoria opinione di G.Orwell, tutti “inutili”.

  16. maria Says:

    Rollo,sono anch’io una semplice lettrice.Sei perspicace,perchè sono stata reattiva proprio per quella domanda,dopo che c’era stato,però, un certo disappunto perchè dalla sicurezza ed ampiezza della tua analisi mi avevi un po’condizionata e frastornata nel mio sentire.
    Mi ha risollevata il commento di dm,per cui continuerò a leggere ciò che mi attira ,anche se mi dovesse in questo modo sfuggire un capolavoro.
    L’analisi che hai fatto rivela che sei,a differenza di me, un critico che va di pari passo col lettore e molto utile in sede di discussione.
    Troverai sicuramente interlocutori più alla tua altezza di me.Un caro saluto

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